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L'ANIMAZIONE TURISTICA Molto più di un lavoro vacanza
Perché una professione che offre opportunità di lavoro come poche altre, è cosi fraintesa da rimanere ghettizzata, dopo oltre 50 anni ormai che esiste, in una idea cosi riduttiva di semplice lavoro-vacanza?
Questo stereotipo è così forte e cosi affermato da prevalere anche su ruoli e ambiti di animazione che niente hanno a che vedere con la vacanza, come quelli dell'animazione nei settori sociali, culturali, dei bambini ecc. ; attività lavorative che si svolgono in città... tutto l'anno, ma che nell'immaginario dei più si confondono e mescolano all'animazione turistica. Per la generalità della gente un animatore è un animatore turistico! Bene, dopo decenni di questo paradossale equivoco e del relativo disinteresse (principale ragione dell'equivoco) da parte delle istituzioni, quelle, ad esempio, preposte alla formazione.... inesistente! Basti pensare, per rimanere al turismo, che negli istituti turistici non viene, non dico formata come figura professionale, ma neanche trattata la materia a livello di alfabetizzazione, col risultato che coloro che si diplomano e che poi legittimamente cercano lavoro nel turismo, si ritrovano ad accorgersi che uno dei pochi lavori disponibili, forse l'unico, è proprio quello di animatore ma, spesso, non sanno neanche in che cosa consiste e lo confondono con quello di accompagnatore, operatore o quant'altro!! E perché poi questi giovani, che hanno un disperato bisogno di lavoro, non riescono a vedere in questo il loro possibile lavoro, ma solo una parentesi di vacanza o, tutt'al più, una parentesi, una esperienza di vita? Quando invece è davvero uno dei pochi lavori che c'è veramente e che accetta i giovani! Per quale altro lavoro basta decidere di volerlo fare e si può iniziare immediatamente, senza ricerche e attese di anni... senza raccomandazioni?! Bene, dopo decenni la situazione non si sblocca e il vero punto critico continua a rimanere sempre lo stesso: la componente artistica che è connaturata a questa professione spaventa chi è alla ricerca semplicemente di un lavoro. Chi è invece alla ricerca del sogno, tipico di quelli che si appassionano al mondo artistico, non riesce a sua volta a vederci la finalizzazione vera del sogno: il grande successo! E' insomma un lavoro a metà strada tra attività professionale e attività artistica. Potrebbe proprio per questo quindi rappresentare, perché no, il lavoro ideale: creativo, non routinario... E' invece proprio questa la sua grande debolezza, perché nell'Italia del posto fisso è invece interpretato come, piuttosto, un non-lavoro! E non ce la fa a rappresentare un vero sogno. Rimane confinato alla piccola evasione legata al suo collegamento col mondo della vacanza e, qualche volta, del viaggio. Quella rimane ancora, ahimè, la sua identità più forte! Quali le ragioni? Parliamo dell'aspetto
lavoro: è indubbio, è un lavoro, tutti lo sanno o, quanto meno, se ne accorgono dalla quantità di offerte che appaiono sulle rubriche di opportunità di lavoro. E quindi lo dovrebbero sapere le mamme che tanto si preoccupano del
futuro dei loro figli. Come pure le istituzioni che ben conoscono, ad esempio, l'importanza del settore turismo per l'economia italiana. In una recente intervista il ministro per rinnovazione Tecnologica ha dichiarato che il turismo è il nostro petrolio; rappresenta uno dei principali settori economici italiani, pari al 12% del
Pil nazionale ed è in forte crescita e i riflessi occupazionali nel settore dell'ospitalità registrano un costante aumento. Ma l'obiezione potrebbe essere che si tratta di un lavoro stagionale e quindi, per sua natura, precario. E' vero, ma è il turismo che, per sua stessa
definizione, è stagionale; e non l'animazione! Ecco, il talento!! ... Il talento è focale in questa analisi perché la questione del talento, averlo o non averlo, è strettamente connessa a ogni attività artistica. Quanti non identificano lo stereotipo dell'animatore con Fiorello? E Fiorello certamente di talento ne ha! Ma l'effetto Fiorello ha complicato ancora di più la già faticosa ricerca di identità del settore. Perché, se tutti gli animatori dovessero avere il talento di Fiorello, allora dovrebbero anche guadagnare cifre da capogiro, come Fiorello. Non solo, moltiplicando il successo e il risalto di cui gode Fiorello. paragonabile paradossalmente perfino a quello di un capo di stato, per le decine di migliaia di animatori in attività in Italia, quale dovrebbe essere il risalto dato alla categoria? E invece i guadagni sono cosi magri e il risalto cosi vicino allo zero da far apparire folli questi sconfinamenti da stelle a stalle! Appare evidente, cioè, che il talento non può essere un imperativo nè, tanto meno può essere penalizzante, quando c'è, per una identificazione dell'animatore in un lavoratore tout court. Insomma, è già più che meritorio per il settore aver prodotto un personaggio come Fiorello. E il fatto che l'esplosione di Fiorello sia stata seguita (ma anche preceduta! ) da quella di molti altri: Teo Mammuccari, Aldo, Giovanni e Giacomo, i Fichi d'India, Magalli.. per non citarne che alcuni, perché forse la gran parte di quelli che hanno ora successo nel mondo dello spettacolo ha iniziato e si è formata proprio nell'animazione, dimostra che il fenomeno Fiorello non è frutto del caso e che, seppure il talento già c'era, quanto meno è proprio nella palestra dell'animazione, in questa condizione unica di accesso facilitato e naturale al rapporto quotidiano con il pubblico, che il talento può maturare al punto da essere all'altezza anche delle più importanti platee televisive. E, come loro, ci sono attualmente tanti capi animatori o animatori cosiddetti di contatto che potrebbero, con l'occasione giusta, diventare altrettanti Fiorello o Mammuccari in televisione, avverando quindi, dove il talento è presente, anche quel sogno del grande successo che ormai solo la televisione può dare e che, ovviamente, non può essere raggiunto all'interno del mondo dell'animazione. Come pure, del resto, non può essere raggiunto neanche nel mondo, ad esempio, del teatro; anch'esso subordinato, per il grande successo, al salto televisivo, e relegato anch'esso ormai, in questa era televisiva, al ridotto ruolo di palestra. E allora, anche in questo caso, quello che non quadra, tornando all'analisi iniziale, è proprio questo. Che non viene ravvisata, nè saputa accettare, nell'animazione (contrariamente all'ufficializzazione stessa del suo appartenere ormai, anche giuridicamente, ai settori dello spettacolo) quella condizione, accettata invece negli altri casi, perché tipica del mondo dello spettacolo che, per dirla in sintesi, offre tanta gloria, ma poche certezze. E, per contro, se vogliamo considerare meglio anche l'angolazione delle aspettative di gratificazioni e gloria, l'animazione non è certo seconda agli altri settori dello spettacolo perché, come nell'esempio del teatro: se è vero che non può far raggiungere al proprio interno vertici di grande successo, ma ha bisogno, alla pari del teatro, del salto televisivo; è però sempre più in pole position per questo salto. Molto più del teatro, ad esempio. Si può sostenere, dati alla mano (vedi quanto già accennato nei casi di Fiorello ed altri), che attualmente la provenienza dall'animazione è il miglior viatico per il successo televisivo. A ciò si può aggiungere comunque che, anche senza il grande salto televisivo, la dimensione del successo nel mondo stesso dell'animazione: il pubblico numeroso che ti applaude e ti idolatra, il consenso sopra e fuori dal palco, la notorietà e i benefici connessi ecc. non sono secondi, di sicuro, a quelli raggiungibili in altri settori dello spettacolo, il teatro appunto, la danza, il circo, ecc. E va detto poi, per ritornare all'analisi dell'aspetto più propriamente lavorativo, che nell'animazione, oltre a ruoli più marcatamente di spettacolo dove parlare di talento può essere un imperativo, confluiscono figure meno conosciute, ma numericamente più rilevanti quali quelle degli istruttori sportivi, delle hostess, degli addetti ai numerosi settori dei bambini dove la questione del talento si riduce a niente più che una adeguata motivazione per un lavoro creativo e dinamico, al saper essere partecipi e attivi, piuttosto che passivi e svogliati. Doti queste alla portata di tutti quelli che nel lavoro cercano un minimo di coinvolgimento e gratificazione e non solo il classico posto. Non sarà allora, per concludere, che il problema è che proprio nell'animazione si pretende di raggiungere quella quadratura del cerchio che non riesce in nessun altro settore: ottenere cioè il massimo dei risultati sia dal punto di vista lavorativo, che delle gratificazioni creative e artistiche? E, proprio perché qualche volta
nell' animazione il miracolo riesce, allora lo si vorrebbe regola e non si accetta più di accontentarsi di un unico risultato, come negli altri settori: o un semplice lavoro, se è solo quello che si vuole, con le piccole certezze del lavoro (e, in questo caso ad esempio, la certezza di trovarlo anche da giovanissimi!), ma senza il volo alto del sogno. Oppure
il sogno del grande successo, ma con tutte le incertezze che ciò comporta e, fra tante frustrazioni, solo la speranza (nel caso dell'animazione, come già visto, più probabile comunque che per altri
settori!) di un approdo stabile al successo?
Giovedì 24 Gennaio 2008
è andata in onda l’intervista a ROBERTO DIONISI, Presidente Nazionale della A.N.A. (Associazione Nazionale Animatori).
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