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GIULIO
BALBONTIN è nato a Savona il 14-1-1929, dove attualmente vive e lavora.
L'interesse
per le arti figurative urge in lui fin da ragazzo, anche se gli studi
che ha intrapreso sono di tipo tecnico.
Segue,
dunque, fin d'allora quest'innata vocazione artistica ed acquisisce
notevole esperienza in seguito ad una lunga permanenza all'estero,
durante la quale visita i più importanti musei europei, soprattutto in
Spagna ed in Francia.
Figurativo
paesaggista, si riallaccia ai canoni tradizionali della pittura,
arricchendo tuttavia la sua raffigurazione di sublime e personale
interpretazione poetica.
I
suoi paesaggi - scorci di paese, vedute campestri che si perdono verso
un orizzonte infinito o delimitato da un gruppo di case o da una
curvilinea catena montuosa, marine - sono animati ed illuminati da una
luce rischiarante che li dimensiona in un'aurea di tensione intimistica;
ed in quest'ultima è la testimonianza di commossa ed intensa
partecipazione sensitiva dell'artista con l'immanente e suggestiva
sacralità dell'ambiente, eternizzato in un momento magico.
La
minuziosità dei particolari, ravvisabile, ad esempio, nella
delineazione dei tronchi d'albero e del loro fogliame, dell'erba dei
prati, dell'acciottolato di una strada, si perde tuttavia nella
complessità del discorso pittorico,
che tende a riassumere in un
unico contesto il contenuto suggerito da un'immagine universale.
Il
tessuto cromatico, che predomina nella composizione, con toni ora
intensi ora soffusi, comunque pregni di limpida luminosità, diventa
connettivo ed assurge a guida essenziale per la lettura delle sue tele.
Opere
dell'artista figurano in collezioni private e pubbliche in Spagna e in
Francia, oltre ché in permanenza presso:
il
Club del Collezionista di Milano
il
Centro d'arte La Ruota di Albissola Mare (Sv)
la
Galleria La Vetta di Albisola Superiore (Sv)
Ricordiamo
l'ultima importante collettiva, alla quale l'artista ha partecipato e
che si è tenuta presso la Galleria "La Vetta" di Albisola Superiore
(Sv).
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Prima
ancora di palesarsi come un impegno di lavoro, un esercizio tecnico, un
mestiere qualificato sul piano etico come su quello estetico, la pittura
è un atto di amore che si rivela nel momento medesimo in cui un
individuo sceglie di votarsi ad essa. L'esigenza di esprimersi
visivamente nasce dal bisogno di comunicare le emozioni sorte al
contatto con quel mondo di colore e di luce che prende vita dal nostro
guardarci attorno e, insieme, dall'osservare più profondamente dal di
dentro. Ma codesta interiorità è suscitata proprio dalle immagini che
cadono sotto la nostra osservazione. Così, accanto a coloro che sentono
il bisogno di dare forma ai propri fantasmi, vi è chi cerca di fermare
sulla tela quegli aspetti della realtà da cui si sia tratto un
godimento non effimero. Un paesaggio, un angolo di paese, una veduta
urbana divengono in tal modo il pretesto per fissare un ricordo,
un'emozione, un esaltante momento di contatto con la natura. A questa
categoria di pittori, intesi ad annotare nei suoi aspetti visivi quanto
propone una quotidiana esperienza figurativa, appartiene Giulio
Balbontin. Inesauribile osservatore di paesi, ma altrettanto entusiasta
visitatore di musei, il pittore ligure, di origine spagnola, ha dedotto
da codesta sua consuetudine coi luoghi e con le opere degli artisti che
ne hanno tratto motivo di ispirazione e di ricreazione estetica la sua
propensione a conferire una propria personale impronta a quanto la realtà
esterna gli suggerisce. Ed è proprio l'esigenza di abbinare
all'immagine il segno della propria partecipazione sentimentale che lo
ha sospinto alla pittura. Nel fissare con evidenza cromatica i caratteri
di un paesaggio, di una città, di un particolare denso di significati,
egli sfoga l'urgenza di far coincidere il proprio mondo inferiore con
quello esterno e, insieme, raggiunge lo scopo di conferire all'immagine
stessa la possibilità di sopravvivere a una
emozione estemporanea e di
perpetuarsi sulla tela al di là della fuggevole osservazione che l'ha
provocata. Perciò, anche in una pittura apparentemente priva di
complesse problematiche, il fatto medesimo di una precisa annotazione
costituisce un motivo di interpretazione che va al di là della pura e
semplice illustrazione. E' quindi sotto l'aspetto di codesto impegno —
morale ed estetico al tempo stesso — che, Giulio Balbontin inserisce
la propria produzione in un filone figurativo di agevole lettura, ma non
per questo meno ricco di sollecitazioni poetiche. Il suo amore per tutto
ciò che vede e che con incessante ansia si sforza di conoscere
visivamente si traduce in un colloquio con le immagini; e tale colloquio
diventa la testimonianza d’un patrimonio espressivo nel quale egli
profonde la sua brama di scoprire in ogni cosa una limpida sorgente di
poesia.
Mario
Monteverdi
Non
vi è dubbio che a Giulio Balbontin spetti di diritto il titolo di
"maestro", per tutti gli anni di esperienza accumulata con
umile spirito di osservazione, di ricerca, di accettazione della
bellezza in ogni sua forma, sempre al servizio del concetto di libertà
espressiva. Balbontin, inoltre, può considerarsi" maestro"
poiché è uno degli ultimi epìgoni dei grandi paesaggisti della
tradizione, in cui il legame tra forma, contenuto e tecnica è sempre
stato assai stretto e coerente. L'Artista osserva il paesaggio
attraverso il filtro della propria sensibilità e intelligenza, a loro
volta stimolate dalle peculiari caratteristiche del luogo. A questo
punto egli percepisce con chiarezza quale tecnica si presti meglio a dar
vita a quella particolare linea, a quella certa forma. Attraverso una
osservazione attenta e partecipe, egli giunge a cogliere la realtà di
un fenomeno naturale ("Nevicata") o di un luogo ("Paesaggio normanno"), illuminandoli alla luce della propria
interiorità; e, attraverso una sapiente tecnica, il pittore giunge a
una forma che esprime fedelmente quel contenuto esteriore ed interiore,
divenendone parte integrante.
La realtà esterna viene colta con immediatezza, secondo un procedimento
di stampo impressionistico, assieme alla luce in cui è immersa; luce
che ci viene restituita in tutta la sua quasi accecante violenza
mediterranea ("Siviglia: barrio s. Cruz") o nella sua
soffusa, un po' triste dolcezza ("Calle veneziana").
Balbontin, tra l'altro, è uno dei pochi artisti che sanno rendere tutta
la suggestione di una luce lunare: e i notturni, ricordiamolo, sono uno
dei temi più difficili. Questo modo di cogliere la realtà esterna ci
rivela un Il occhio Il sensibilissimo, cioè una straordinaria capacità
di osservare, che è poi alla base di ogni realizzazione artistica. Nei
quadri di Balbontin si nota ancora una pennellata vibrante, l'uso di
toni delicati e un modo accurato, attento di distribuire i colori. La
vena poetica del pittore si traduce in questo stato di affettuosa
partecipazione di fronte ad uno spettacolo naturale o ad un paesaggio
rurale od urbano, resi ad ogni istante diversi dalla luce che li avvolge
(in "Nevicata", ad esempio, par di vedere pulsare il cielo
ingrigito e cadere veramente i fiocchi di neve). Uno Il stato di
grazia" creativo che ha accompagnato Balbontin per tutti questi
anni e ci auguriamo lo accompagni per molto tempo ancora nel mondo
meravigliosamente illusorio e consolatorio dell'Arte.
Marco
Pennone
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