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Il
segreto di Saad
Della casa di Nabih era rimasto ben poco. Un pezzo di una parete con
una porta che immetteva nel piccolo ingresso e niente altro. Ora
quella porta era l'accesso ad uno spiazzo, che occupava quella che era
l'abitazione e il piccolo giardino, limitato a sinistra dal muro senza
finestre della casa di Fouad e a destra da alcune file di pietre che
chiudevano malamente l'orto di Misbah, dal quale spuntava qualche
fronda di un piccolo mandarino.
Verso l'orto una dozzina di mattoni costituivano la zona del goal,
mentre sul muro di Fouad avevamo disegnato pali e traverse; lì
passavamo le nostre giornate, in una serie di sfide interminabili, con
un pallone di gomma ormai consumato e quasi sgonfio.
Il papà di Saad, però, ci aveva promesso un grande regalo.
Se n'era andato quasi due anni fa, per cercare lavoro, in Germania.
Alcuni suoi amici gli avevano detto che stavano cercando manovali,
operai di fatica, perché dovevano costruire strade, ponti e nuovi
stadi per i Mondiali di Calcio del 2006.
Così era partito. Saad lo sentiva al telefono, ogni tanto. Gli diceva
che stava lavorando, che presto sarebbe tornato, che avrebbero
cominciato a vivere meglio, a comprarsi una nuova casa, vicino al
mare, con un prato verde su, al nord, lontano dalla guerra.
Con il passar del tempo, però, Saad stava cominciando a non crederci
più.
Dividevamo due appartamenti in una palazzina: lui con mamma, due
fratelli e due sorelle; io con mamma, due sorelle e la famiglia dello
zio; in tutto quindici persone. Senza un chiaro futuro, senza sapere
cosa avremmo mangiato il giorno dopo, senza altre prospettive se non
qualche magra pecora da far pascolare nelle brulle e assolate colline
del Libano del sud.
Qualcuno dei ragazzi più grandi era andato a Sour o, più a nord, a
Saida, e si diceva che avesse fatto fortuna: si era arruolato. Gli
avevano dato una divisa verde e marrone e anche se aveva solo undici -
dodici anni aveva imparato a sparare con la mitragliatrice e a
maneggiare le bombe. Mangiava tutti i giorni e dormiva in grandi
camere: non doveva certo dividere il letto con due sorelle più
piccole e due cuginetti che non facevano che piangere e litigare tutto
il giorno.
Quando potrò scegliere, anch'io andrò ad imparare a sparare, anche
se la mamma dice di no. La mamma dice che la nostra famiglia è sempre
stata una famiglia onesta, pastori che vivono del proprio lavoro e che
nessuno di noi ha mai preso una pistola in mano.
Neppure mio papà aveva una pistola quando l'hanno ucciso a bastonate
per portargli via quattro pecore, quella notte di settembre.
Ci avrei pensato tra qualche tempo. Avevo solo sette anni e la cosa più
importante era il segreto di Saad. Suo papà gli aveva promesso che
gli avrebbe fatto avere il pallone originale dei Mondiali di Calcio,
quello con le suole a forma di 8, una specie di doppia nun, e la
scritta Adidas.
Non aspettavamo altro.
Quante volte ci eravamo immaginati la faccia dei nostri amici se ci
fossimo presentati alla casa di Nabih con un pallone di cuoio, nuovo
di zecca.
Doveva arrivare, per posta, e secondo noi non avrebbe tardato molto. I
mondiali erano già finiti da qualche settimana e avevamo festeggiato
la vittoria dell'Italia. Mio zio aveva detto che dovevamo tenere per
l'Iran, ma io lo sapevo che non ce l'avrebbe fatta a superare il
turno.
28 luglio. Il caldo è insopportabile. A casa, in un angolo, aspetto
che il sole cominci ad abbassarsi per poter correre a giocare. Questo
pomeriggio è in programma la finale del nostro torneo: Italia -
Brasile; io sarò Cannavaro, mentre Saad sarà Grosso, anche se, per
me, Saad è così bravo che può fare Ronaldinho. Avremmo dovuto
assolutamente vincere: ieri avevamo perso la finale Brasile -
Argentina per 8 a 1!!
Sono le due, forse nemmeno, quando Saad attraversa il pianerottolo e
si precipita in casa mia:
"Hassan, Hassan!! E' arrivato, è arrivato, è arrivato!! "
E' l'urlo di un pazzo. Capisco subito di cosa si tratta e lo seguo giù
per le scale e poi in strada.
"E' arrivato il pallone. E' arrivato il pallone!!", continua
ad urlare, saltando.
Appena giunto alla sua portata mi prende per un braccio e mi trascina
lungo la stradina verso la via principale del nostro villaggio.
"Presto, presto!!!" continua ad urlare Saad,
"altrimenti Oussama se ne va e torna solo lunedì
prossimo!". Oussama era il postino della zona, transitava nel
nostro villaggio solo due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì
e, perderlo oggi, significava attendere quattro lunghissimi, infiniti
giorni.
Comincio a correre anch'io, urlando:
"Ma ne sei sicuro? "
"Certo, me l'ha detto Amin. Quando Oussama gli ha consegnato una
lettera aveva una scatola quadrata per me. Ha detto ad Amin di
avvisarmi. Presto, dai!!! Lo sapevo che mio papà non si dimenticava
di me!! "
Il pensiero vola subito al mio, di papà, che, invece, non avrebbe mai
più visto un mondiale di calcio.
"Cosa fai? Dai, corriamo più forte!".
Lo guardo negli occhi, e riprendo a correre più forte che posso. Saad
è molto più veloce di me, e riesco con grande fatica a stargli
dietro.
Giungiamo all'Ufficio Postale, se così si può chiamare quel
minuscolo edificio con una porta, dove a malapena può trovare riparo
una sola persona, che è già chiuso.
Il cuore mi sembra stia per scoppiare. Mi sdraio nella polvere sotto
il sole cocente di luglio e cerco di prendere fiato. A Saad il cuore,
invece, si è spezzato: non poteva credere di essere arrivato troppo
tardi.
Poi la vede.
"E' là!! E' là!!", Saad indica con la mano una macchina in
fondo alla strada, a qualche centinaio di metri da noi. "Dai che
la raggiungiamo!!".
Saad riparte di corsa. La strada per arrivare al nostro villaggio
dall'interno compie un'ampia curva, aggirando un piccolo rilievo. Saad
decide di tagliare la strada alla vecchia R4, aspettandola dopo il
tornante.
Mi rialzo. Alla fine ricomincio a correre anch'io, ma la distanza da
Saad è ormai incolmabile. Quando lo raggiungo ha già fermato Oussama
e si è fatto consegnare il pacco. Mi siedo sul bordo della strada e
attendo che scarabocchi un modulo sgualcito.
Mentre Oussama risale in macchina, Saad, vicino a me, comincia a
stracciare la carta. Appena lo apre, rimaniamo senza fiato. Davanti a
noi abbiamo un vero pallone, in cuoio, bianco con i disegni neri e
oro, uguale a quello che avevamo visto nella televisione rossa di
Samir. Cominciamo ad accarezzarlo, come si coccola un amico atteso da
tempo. Sarebbe stato il nostro compagno di giochi per tante partite.
C'è anche una lettera. Saad comincia a leggerla, ma poi chiede a me
di aiutarlo.
"Caro Saad, ecco il pallone che ti avevo promesso. E' il pallone
dei Mondiali, della finale Francia - Italia, e ora è tutto tuo. Ti
voglio bene. Spero di tornare presto. Papà."
"Hassan… il pallone della finale… papà… per me…",
Saad è come in trance, continua a guardare il pallone, ad
accarezzarlo, ad abbracciarlo. Io non so se davvero quello è il
pallone della finale di Berlino, sinceramente non lo so. So però che
è davvero bello credere di avere diritto ad un pochino di fortuna,
finalmente. E se il pallone è di Saad non importa nulla. Sono felice
come se fosse mio.
Al pomeriggio festa grande. Per tutti, ma soprattutto per Saad; e ad
assistere alla nostra finale Italia - Brasile c'è un pubblico che non
avevamo mai visto, al campo di Nabih. Vinciamo 5 - 3. Io segno il
primo gol, di testa e Saad una bellissima doppietta, che ci consacra
campioni del mondo. Domani sarebbe cominciato un nuovo torneo, ma con
il pallone dei mondiali ci sentivamo invincibili.
Il giorno dopo Saad mi fa il regalo più bello che ci si può
attendere da un amico. Al termine della partita del pomeriggio mi
affida il pallone dei mondiali. Avrei potuto tenerlo con me tutta la
notte, sarei stato il suo inflessibile guardiano. Quella notte non mi
sarebbe importato nulla dei bambini che piangevano e che litigavano;
nel mio letto c'era posto per me e per il pallone dei mondiali. Il
resto non aveva importanza.
Mi sveglio all'improvviso. Uno, due, dieci rombi; e poi i tuoni. Non
è possibile. Non avevo mai sentito un temporale di quelle dimensioni
il 29 luglio, in Libano. I tuoni si facevano più vicini. Abbraccio il
pallone, non voglio gli succeda niente, Saad me l'ha affidato. Ha
avuto fiducia in me.
Urla. Sibili.
Fischi. Grida.
Bombe. Sono bombe!
Ci stavano bombardando!
Chi? Perché?
Non ho fatto niente!
Crolli. Pianti.
Inizio a piangere anch'io.
Ho paura. Non ho fatto niente.
Lo prometto, non imparerò a sparare con la mitragliatrice, non
prenderò in mano le bombe. Non voglio la divisa verde e marrone di
Ayub. Andrò a fare il pastore, ma non distruggete il mio campo da
calcio, non rovinate il mio pallone.
Io non so niente di israeliani e di palestinesi, di siriani, di
hezbollah e di guerra santa.
Voglio solo giocare a pallone, con il pallone dei mondiali.
Voglio giocare con Saad.
"Mamma!!", finalmente la vedo lì, con la mia sorellina
Sabah in braccio che cerca di raggiungermi. "Mamma,
mamma!!", poi il soffitto ci travolge e nella polvere non riesco
a distinguere più nulla.
Comincio ad urlare per coprire il rumore delle bombe, sempre più
forte; del dolore, sempre più atroce; dei crolli.
Urlo, abbracciato al pallone.
Chiamo aiuto, mamma, papà, Saad.
Chiamo aiuto. Piango.
Poi un boato, più forte di tutti gli altri…
… e il buio.
Corriere della Sera, 30 luglio 2006
Altre notizie di morte dalla guerra tra il Libano e Israele. E questa
volta la strage ha coinvolto dei bambini. In un attacco a Cana sarebbero
55 i morti tra gli abitanti della città. E ben 22 sarebbero i piccoli
coinvolti nell'ennesima strage in Libano. Il raid aereo ha colpito
all'una di questa notte un palazzo della città, in cui risiedevano
molte famiglie. E ora Israele chiede scusa. Ma non serve a nulla: la
guerra continua. E anche le vittime innocenti.
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Un
amore part-time
Il piccolo aveva assoluto bisogno di mare, di aria pulita, di bagni, di
sole: finalmente una motivazione solida e inattaccabile per fuggire
dall'afa soffocante della città. E per precipitarsi da me.
Da oltre 7 anni portavo avanti questa storia. Lei arrivava in Riviera
con l'inizio dell'estate, alloggiava nella casa che i suoi avevano
acquistato investendo i risparmi di una vita.
Avevo conosciuto Claudia ai Bagni Pirata. Io lavoravo lì come barista,
alla sera, per integrare il misero stipendio da impiegato statale. Un
passo dopo l'altro avevo cominciato a demolire lo sconfinato muro di
noia che trascinava dietro sé.
Il giorno della festa patronale, mentre la folla straripava in spiaggia
per ammirare i fuochi d'artificio che illuminavano il mare con schizzi
multicolori, la amavo passionalmente, addossato alla cabina no.19, e i
nostri gemiti venivano coperti dai tuoni di una festa che non avrei mai
più dimenticato.
Pochi giorni dopo mi ero già trasferito a casa sua.
In realtà la nostra convivenza era una formula part-time: domenica sera
- venerdì pomeriggio, fino all'arrivo del marito per il week-end. Ormai
era normale, per me: riuscivo a non pensare all'immensa precarietà di
questa situazione. Tutto poteva terminare così, con uno schiocco di
dita, senza alcun preavviso, né possibile rivendicazione.
Sapevo benissimo che lei non avrebbe mai lasciato suo marito, gli agi
cittadini, le buone abitudini che concede il benessere economico.
Oltretutto ora c'era un figlio che li legava indissolubilmente,
concepito in una calda serata di luglio; al mare.
Ad essere sincero mi pesava ancora quella borsa, lì vicino alla porta
finestra della cucina, che non ero mai riuscito a svuotare. "Non si
sa mai", mi diceva, "dovesse arrivare all'improvviso, farmi
una sorpresa, devi essere pronto a scappare via".
E, quasi scherzando, avevamo studiato meticolosamente il piano di fuga.
La cucina dava sul retro e si affacciava sulla rampa di ingresso al
garage. Troppo rischioso saltare da lì. La via di fuga che avevamo
scelto transitava sul terrazzo della vicina, una vecchina completamente
sorda ma tenace al punto da voler continuare a vivere da sola.
Sarei saltato sul suo terrazzo e da lì, con un balzo di un paio di
metri, avrei potuto afferrare un ramo dell'eucalipto più vicino alla
casa, scivolare a terra e poi fuggire attraverso il giardino in
direzione del fossato che delimitava la proprietà, verso monte.
Giovedì 19 luglio.
Era impossibile riuscire a respirare, l'umidità era soffocante. Anche
Giacomo, il piccolo, non ne poteva più: era un continuo lamento e
Claudia, in cucina, sperava di incocciare quel poco d'aria che riusciva
ad entrare in casa.
Verso le tre e mezza entra in camera, il bimbo in braccio e quasi urla,
spaventata: "Mio marito, scappa !". Il tono della voce è
imperioso. In qualche millisecondo riprendo coscienza e percepisco il
motore di una macchina nel giardino.
Mi precipito in cucina, in boxer, afferro la borsa e mi blocco,
immobile, in assoluto silenzio. Ha deciso di non entrare in garage e di
parcheggiare la macchina proprio sotto il mio eucalipto. In quel momento
sta guardando in su, ma non può scorgermi, così mimetizzato nel buio.
Claudia, in camera, sta occultando i segni della mia presenza.
Attendo che si avvii verso l'ingresso, sul lato opposto. Ancora un
momento, salgo prima sulla ringhiera e poi sul terrazzo della vicina.
Tutto ok, a parte il fatto che la vicina è sì, sorda, ma non cieca, e
si potrebbe chiedere cosa ci faccia un uomo sul suo balcone con in mano
una borsa e vestito dei soli boxer.
Sorrido. Butto la borsa ai piedi dell'eucalipto. Guardo il ramo del mio
eucalipto: ho un attimo di esitazione. E' ormai sulle scale. Devo
saltare. Piego le gambe cercando di darmi la massima spinta.
Non avverto più il bordo della ringhiera sotto i miei piedi e cerco,
nella fioca luce che filtra dalla strada, di afferrare il mio ramo.
Cozzo contro il tronco, una fitta mi trafigge la testa e il torace, mi
rendo conto di cadere scomposto, all'indietro. Atterro pesantemente sul
cofano dell'Audi: un tuono. Mi gira la testa, ruoto su me stesso
cercando di riprendere il senso dell'orientamento e, nel turbinio di
dolore e confusione, riesco ad individuare il fossato: mi avvio in
quella direzione, più veloce che posso.
Alle mie spalle prima urla, poi voci concitate e quel tanto di
smarrimento che basta a darmi un poco di vantaggio.
Arrivo alla siepe di confine. Lancio il borsone al di là e con un
ultimo sforzo lo seguo. Percorro qualche decina di metri nel fossato,
verso monte, dove avevo intravisto un piccolo boschetto di canne. Mi
accuccio, in attesa che il dolore si attenui.
Così, in un canneto, è finita la mia storia con Claudia. Ho ancora
addosso i segni di quella notte, lividi e graffi, ma le cicatrici che
incidono il cuore, non si rimargineranno mai più.
Da quel giorno è scomparsa. Ha venduto la casa, ha cambiato forse anche
Riviera, ma so che ricorderà per sempre quel 19 luglio; dentro sé
aveva già il seme di un amore, di un amore vero.
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