Fabio Clerici

 

Categoria  Poeti

Indirizzo:   Via Trasimeno, 40/12

Città:  20128 Milano

Telefono:  

Cell.:  335 1270005

Sito web:  

Blog, Social Network, ecc.:

Link Video:   

E-mail: fclerici1@tin.it  

          clericifa@tiscali.it 

Data adesione:  Aprile 2008

 

 

Fabio Clerici, nato a Milano nel 1961 ove vive.


Diploma di Maturità Turistica.
Lavora nell'amministrazione pubblica locale.
Da oltre vent'anni impegnato nel sociale quale volontario c/o la Croce Bianca di Milano.
Amante della montagna e viaggiatore appassionato.


Dagli anni 80' scrive poesie.

Nell'anno 2006 secondo classificato al 2° Concorso Nazionale di Poesia "International Police Association" Sezione di Treviso con la lirica "Nevica".


Nell'anno 2007, presente con numerose liriche in varie antologie e inserito nell'albo d'oro del 2° Concorso Nazionale di Poesia "La Clessidra" con la lirica "Solitudine". 

Sempre nell'anno 2007 finalista con la poesia "Sono in pace con me stesso" alla 5a edizione del Concorso di Poesia e Narrativa "Insieme nel Mondo" e 9° classificato al Concorso Letterario Internazionale "Città di Castellana Grotte 2007" "Vittorio Sabatelli" con la lirica "Foglie al vento".

 


 

Curriculum letterario

Nome: Fabio Clerici
Data e luogo di nascita: 2 Gennaio 1961 a Milano
Luogo di residenza: Milano - Via Trasimeno, 40/12
Pubblicazione: raccolta di poesie intitolato "Dedicato a te" 

                    poesie dell'anima pubblicato nel mese di Aprile 2008 

                    dalla Casa Editrice Kimerik 

                    cod. ISBN 978-88-6096-202-7 

 



Presentazione del libro: 

- Fiera Internazionale del libro di Torino (Maggio 2008) a cura dell'associazione culturale

  "Carta e Penna" di Torino
- Settimana della poesia organizzata dal Comune di Binasco (MI), dal 31 Maggio al 7 Giugno

  2008, nell'ambito della rassegna "Poesia Giovane"
- Intervista radiofonica presso l'emittente locale radio Studio 1 di Torino nel corso 

  della trasmissione "dimensione autore" (Luglio 2008)
- Manifestazione "r…estate a Tricase" organizzata dal Comune di Tricase (LE), serata

  dedicata alla poesia e all'esclusiva presentazione dell'opera "Dedicato a te…" 


Stampa:

-intervista dell'autore sui quotidiani "DNEWS" di Giovedì 3 Luglio 2008 e "CRONACAQUI" 

 di Giovedì 17 Luglio 2008.


Internet:

www.cartaepenna.it 
www.numeroamico.org  (archivio articoli 30/06/2008)
www.kimerik.it  (autori)
www.unilibro.it 
www.webster.it 
www.ibs.it 


Recapiti dell'autore:

telefono cellulare 3351270005
e-mail 1 fclerici1@tin.it 
e-mail 2 clericifa@tiscali.it 

 

 

Visualizza la locandina in PDF della serata di Poesia del 2 agosto 2008 - ore 21,30 presso l'Atrio Paazzo Gallone nel Comune di Tricase (Lecce) - clicca qui -.

 

 

Leggi QUI l'intervista a cura del quotidiano "Il Giorno" per quanto mi riguarda e per quanto attiene il mio libro "DEDICATO A TE...".

 

 


 

11 Novembre 2009 

A giorni uscirà il mio nuovo libro di poesie intitolato "Le parole e la pietra".

 

 

 

Prefazione di Laura Boerci al libro "Le parole e la pietra"

Un profumo, un colore, un gesto possono diventare poesia.
Lo sa bene Fabio Clerici che, con la calma dei forti, racconta la vita così come la sente scorrere, senza paura d'apparire fragile.
"Le parole e la pietra", seconda opera del promettente autore milanese, è un insieme di intimi istanti incisi nell'anima, mostrati al pubblico senza ipocrisia. Le parole scelte, unite in armoniosi intrecci, segnano un percorso fatto di emozioni, mentre la pietra pare essere un sasso lanciato nello stagno delle nostre esistenze, in cui i cerchi concentrici segnano l'età dei ricordi. 
I personaggi, i luoghi e persino i profumi sembrano raccontare il quotidiano di ciascuno di noi. Non c'è distacco, supponenza o desiderio d'apparir immortale. Al contrario, tra le righe si sente forte il bisogno di scacciare la solitudine di concetti mai spiegati.
Tra i benevoli sorrisi di una madre, l'incedere stanco di un vecchio ed il magico inseguirsi delle stagioni, si ritrova un ricordo dimenticato o un pensiero da troppo tempo non pensato, e tutto appare semplice, naturale, conosciuto… Gli angoli bui del cuore e della mente assorbono la luce dei giorni più belli, fino a ritrovare i contorni di ciò che sembrava perduto.
Le immagini che le parole evocano e colorano, creano un panorama emotivo che, lentamente, da sfocato e fumoso diventa nitido e chiaro. Il "lontano da noi" si avvicina. Le esperienze del poeta si trasformano in esperienze nostre e, per tale ragione, gioiamo, piangiamo e sogniamo voltando le pagine che, con vulcanica forza, diventano sempre più intense.
Fabio Clerici, con dolcezza ed un soffio di malinconia, ci prende per mano e ci accompagna lungo le strade che l'hanno reso uomo. Fra i suoi amati monti, la gente amica e l'impegno di chi vede negli altri una speranza, lo conosciamo libero e fiero. Incontriamo il suo coraggio di parlare con il cuore e, silenti e commossi, urliamo il nostro "grazie". 

 

 

Prefazione del libro "Le parole e la pietra" a cura del Dott. Artuffo.

 

Un tonfo secco, profondo e sordo. È il rumore della pietra che cade nell'acqua a scandagliare l'ignoto fondale della stratificazione marina. È il rumore delle parole di Fabio Clerici che, nette, solide e concrete come una roccia dalla storia lontana, aiutano con la loro schietta semplicità ad indagare la profondità della nostra stratificata interiorità. 
Parole come pietre dunque che raccontano una quotidianità pronta a rivelare il proprio nascosto segreto, in un'epifania della realtà che si rivela al tempo stesso condivisa e personalissima, da cui ognuno evince una diversa carica semantica ed emotiva. 
Parole come pietre che trapassano la nostra superficie, come quella di una liquida eternità, per arrivare al fondo, al centro del nostro celato paradigma esistenziale, mostrandosi all'esterno come riflessi d'onda. 

Raccontare è sentire nella diversità del reale una cadenza significativa, una cifra irrisolta del mistero, la seduzione di una verità sempre sul punto di rivelarsi e sempre sfuggente. La monotonia è un pegno di sincerità. Ciascuno ha il suo gorgo, e basta che vi palpiti dentro l'estrema tensione di cui la sua coscienza è capace; raccontare vorrà dire lottare per tutta una vita contro la resistenza di quel mistero 1.

Queste parole furono scritte tra il 6 ed il 12 agosto del 1949 da Cesare Pavese e, con esse il poeta dimostra di considerare il "mestiere" dello scrittore come un monocorde insistere sulle stesse tematiche, un continuo ed ossessivo ritmare gli stessi significanti affinché essi possano svelare il loro mistero, il loro significato nascosto, la loro verità. In questo modo, e solo in questo modo, il poeta potrà conoscere il mito soggiacente alla propria arte, il mostro che domina il labirinto del proprio inconscio, il personale paradigma esistenziale: se stesso. 
Raccontare significa dunque "lottare" contro "la resistenza" di "quel mistero" che caratterizza non solo l'esperienza umana del poeta, ma anche quella artistica. Raccontare è nuotare in una "massa indistinta" di acqua che oltre a sostenere la narrazione, ne "determina i movimenti", gli stili dando loro un senso ed un fine:.
Il poeta, il vero poeta, è paragonabile al nuotatore che sorretto da una massa indistinta d'acqua la mette alla prova, la usa e la sfrutta, con il suo ritmo cadenzato e monotonamente preciso, al fine di far sì che da quelle tenebrose profondità il mistero venga a galla e si manifesti sotto forma di tematiche ricorrenti, di simboli, di "cerchi di schiuma". 
Se il poeta è il nuotatore, la massa d'acqua è, dunque, la Vita stessa, la Vita nel suo significato universale, la Vita che da remote e primordiali oscurità determina e condiziona l'esistenza, gli stili del singolo uomo - nuotatore. Nuotare è vivere, è avere un inconscio che condiziona e guida da lontano, è avere un mito, che come il fondale marino è unico e per tutti uguale, ma che differentemente modella i singoli stili di nuotata, le singole esistenze. 
In questo senso, oltre a comprendere che ognuno possiede il proprio mito, notiamo anche il carattere passivo dell'esistenza umana: l'uomo non decide, non sceglie, non nuota, è nuotato. È la massa d'acqua a fare il movimento, a determinare lo stile, i gesti, i "cerchi di schiuma". All'uomo non resta che tentare di comprendere la propria natura, tentare, mediante l'analisi di quei "cerchi di schiuma", che sono le attitudini, i simboli, le tematiche monotonamente ricorrenti, tentare appunto di avere una piena coscienza di sé, di svelare il proprio mistero, il proprio mito occultato dalle nebbie del tempo, dalla profondità delle acque, dalla stratificazioni della propria coscienza. 
Mitico, dunque è un evento che avviene fuori del tempo e dello spazio: un evento unico, paradigmatico, rivestito di una certa sacralità, fortemente caratterizzante la vita dell'individuo. Questi eventi accaduti "una volta per tutte" diventano "moduli supremi della realtà" e le vicende quotidiane prendono da essi significato perché ne sono fedele ripetizione. In questo senso ogni mito è simbolico, assume, in pratica, un diverso significato secondo la realtà in cui è immerso. Il mito è unico e sempre uguale, ogni individuo possiede il proprio dimenticato tra le nebbie del tempo e occultato da stratificazioni sempre più fitte di ricordi. 
Il mito è dunque il fondale marino che invisibilmente sostiene e determina il movimento, lo stile del nuotatore - narratore. Il mito è qualcosa di originario, di primordiale, di sempre identico ma che assume significazioni particolari a seconda dell'esperienza esistenziale in cui è calato. Il mito è la norma, è il medesimo punto di partenza dell'umanità che, in base al cammino di ognuno, porterà a mete differenti e diversissime. Il mito è l'impulso a vivere, è il fuoco vitale, è l'energia universale che ha creato l'uomo.
Il mito ha accezione non solo universale, e in questo senso riguarda l'intero genere umano, ma anche particolare, e in quest'altro senso riguarda l'esperienza di vita del singolo individuo. Il mito è l'elemento vitale che regge l'intera umanità, ma è anche l'elemento che rivela la propria presenza attraverso l'esperienza, lo stile del singolo uomo.
Il mito non è il ricordo, ma ciò che guida il ricordo, il mito non è un sogno, ma ciò che guida i sogni. Il mito è l'esistenza e l'esistenza, ogni esistenza, è la tacita risposta ad un mito.
Comprendere se stessi, il proprio mito, la propria valenza, oltre a gettare luce sulle oscure stanze della propria labirintica interiorità, permette all'uomo di sentirsi parte di un progetto universale di esistenza, di sentirsi elemento caratterizzante e determinante la Vita, di sentirsi immerso e fuso in un oceano di impulsi energetici ognuno diverso, ma proprio per questo fondamentali e necessari alla creazione della "massa indistinta d'acqua". 
Il mito di Fabio Clerici indagato attraverso <l'amica penna> che <traduce del cuore i virtuosi palpiti> è una ricerca del vero significato del proprio vivere e scrivere passando attraverso i ricordi e la quotidianità, le cicatrici delle passioni andate e l'impazienza verso l'inaspettato e il nuovo: <storie di umane amicizie e quotidiani gesti> nascoste sotto la spessa coltre di una divisa, ma da poeta. 

 


[1] C. Pavese, Raccontare è monotono, in: C. Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1990, p. 308.

 

 

 
 
 

 

DEDICATO A TE
FABIO CLERICI


Non conoscevo sin qui FABIO CLERICI, nulla dei suoi studi, della sua anima. Leggendo le sue poesie ho, forse, intravisto la strada per conoscere quest'uomo dalle tante sorprese… Non oso giudicare. Oso solo confessarvi le impressioni che ne ho tratto. 
Avvicinandomi a DEDICATO A TE di FABIO CLERICI, poeta dell'anima, cosi' come l'han definito, mi è sembrato di scoprire un palinsesto per affrontare l'ignoto quotidiano, in pretesti quasi narrativi, espressive cronache di una quotidianità sprofondata nella temibile verticalità del subconscio.
La sua area di scavo è estremamente vertiginosa ed enormemente vasta , un buco nero dove trovi personaggi che precipitano e si muovono come anime perse. Che siano uomini o pietre agiscono a ridosso di una normalità in affanno, problematica e lunare, portata alla ribalta da Clerici, nello spazio scenico, giocando col gesto della metafora, dell'iperbole e del paradosso, della pura e innocente finzione. Che siano angeli custodi o eccelsi inquisitori, contrabbandieri o bracconieri per fame, viandanti, assassini o callidi adulatori, i personaggi s'affannano attorno in crude apparizioni o dolci nostalgie.
E Fabio marcia dritto, senza ripensamenti. In quel mondo non se ne possono avere perchè è un mondo nel quale si agitano le pulsioni del vivere quotidiano e nel quale si è nudi sotto il cielo, e Dio come unico spettatore: è la dimensione solitaria e verticale del dramma, l'essenza dell'uomo che si guarda dentro, che misura l'abisso, che dilania l'anima. Il dolore non ha storia e non c'è tempo per averne. E Fabio ne e' attratto perchè è costretto a vivere in un assioma che chiede del domani. "Smetto la mia armatura e mi piego al fato", - dice -, forse in un momento in cui maggiore è il peso delle sue scelte di vita e lo interpreti come un'ancora di salvezza, un estremo tentativo di ribellione ad un mondo mai amico. 
Mi spiego così gli scenari conflittuali, in una raffica di immagini eteree e nostalgiche, di esistenze e luoghi pietrificati dal dolore nell'inganno della memoria: "irrealmente abbracciarti", "è già mattina, il giorno della speranza", "godi la tua libertà e vivi appieno la natura" e tante altre. 

Dirò che in "Dedicato a te", Clerici dipinge la storia dell'umanità, in tutte le dimensioni che diventano infinite, perché l'ansia dell'assoluto è connaturata all'essenza dell'essere umano.
E allora? S'alza potente la gigantesca personalità di Clerici eppur timida, capace di guardare il sole senza averne sconcerto, che inventa un imprevedibile riscatto che non è una facile conquista nell'immensa e sconfinata natura, ma è aprir immensità su ignoti confini, far proprie idee che non sono quelle vincenti del branco, senza sentirsi un intruso. Insomma, la ricerca di quella pozione capace di darti l'immortalità per illuderti di una salvezza dall'oblio.


Oronzo Russo

 


 

DEDICATO A TE… 

poesie di Fabio Clerici 

Edizioni Kimerik, Patti, 2008.


Questa silloge poetica di Fabio Clerici è intrisa di sentimento, di passione, di emozioni, ma
anche di generosità; egli s'immedesima degli eventi senza assumere il ruolo di presuntuoso
protagonismo ma, piuttosto, di umile cireneo costretto ad affrontare le traversie della
vita facendo affidamento soltanto sulle sue capacità di logica reazione e sulla forza che
può dare una fede profonda. La poesia di Clerici è quanto mai intimistica, personalizzata, oserei dire, ingerita completamente in maniera convincente; essa esprime il suo modo di pensare e di vedere la realtà, senza infingimenti, solo alla luce di quei principi sani che egli ha assimilato dalla personale esperienza vissuta intensamente. I suoi versi hanno il merito di scolpire l'argomento prescelto con quella maestria linguistica che non tutti hanno; una poesia raffinata, metaforicamente pregevole, che riesce a far vibrare le corde intime dell'essere. Questo autore ha in sé il carisma del vero poeta che riesce a dare all'argomento quella valenza contenutistica che lo rende accattivante. Al fondo di ogni composizione c'è, più o meno espresso, l'amore, quel sentimento che alloggia nelle sue poesie come dna personale. "Scorre sul veloce treno / il film della mia vita / dall'animo profondo / sopite sensazioni / profumi conosciuti." da "Silenzio". Da questi versi si può dedurre quello che è il vero senso della personalità di Clerici, un misto di realtà e di ricordi, accenni a momenti felici passati che hanno lasciato il segno. 

Estrapolo dalla composizione "Senso della vita" nella quale l'autore dice: "Giorno dopo giorno / dare un senso alla vita / guardare l'intimo dolore / ascoltare, non giudicare / il pensiero riconduce / a trascorsi silenzi / che tu non coglievi". Anche in questo caso l'autore conferma la sua razionalità logica, vagliando quelli che sono gli effetti delle cose che si avvicendano,
ma poi, come è sua consuetudine, rievoca momenti di doloroso silenzio "che tu non coglievi", un accenno alla incomprensione. Queste sue estrinsecazioni sono una ulteriore conferma di una vitalità esistenziale che Clerici immortala con questa raccolta di versi, specchio di un animo molto sensibile, intensamente innamorato delle persone care che gli sono vicine, o
che sono passate a miglior vita.

 

Pacifico Topa

 


 

Bella la poesia di Fabio dal titolo: "EREMITA". 

Scorrevole nella semplicità della forma, spontanea nell'espressione dell'emozione. Siamo tutti un po' Eremiti, ma pochi sono quelli che lo ammettono. L'Arcano n.9 dei Tarocchi, l'Eremita appunto, è rappresentato da un vecchio saggio che con il suo bastone, alla luce tremolante di una lampada, è in cammino verso la ricerca di "qualcosa" d'indefinito, d'imprecisato, ma dal valore assai significativo: l'ascolto dell'anima. Per fare ciò, procede passo dopo passo, in solitudine, vivendo il tempo interiore e non quello materiale. Quest'archetipo rappresenta in pieno ciò che Fabio vuole comunicarci con la sua poesia: la solitudine vissuta come malinconico, nostalgico distacco dal brulicante mondo, la fuga dalla "logica vita" dentro una "baita in fondo al bosco" per purificarsi "nel silenzio" L'attenzione ai piccoli dettagli del paesaggio come l'ascolto di "voci ammalianti", di "rauchi lamenti" di "esseri erranti"(così come errante è l'Eremita), non sono altro che i sussurri dell'anima, che spingono Fabio a fermare il SUO tempo, perseguendo un ritmo di vita che si discosta da quello della realtà circostante. E dopo il vedere, l'ascoltare, il sentire, ciò che la montagna bisbiglia, ecco il riscoprirsi EREMITA DELLA PROPRIA VITA, e sapere che lentamente è tempo di lasciare la baita, e tornare "al verde alpeggio", proseguendo un percorso circolare, che si apre e si chiude conservando all'interno del cerchio, un tempo prezioso per ritrovare se stesso. Mi permetto allora di chiedere a Fabio: "Sei proprio sicuro che la tua anima sia spenta in questo essere Eremita?" Io credo di no. E' un'anima solitaria, è vero, ma porta dentro più luce di quanto tu possa immaginare e la poesia che hai scritto ne è la conferma. Ciao Eremita!

 

SABINA POLLET

 

 

 

 

 

 

 

 

DEDICATO A TE

Il cielo può oggi essere stellato, 
L'uccellino cantare, il fiume scorrere lento,
Le piante profumare,
Ma tu non sei qui con me;
Posso oggi compiere gli anni,
Posso oggi soffrire o gioire,
Ma tu non sei qui con me;
Posso oggi o domani pensarti
E vedere il contorno del tuo viso, 
Il tuo sorriso,
I tuoi occhi
Posso stanotte sognarti,
E irrealmente abbracciarti
Ma tu non sei qui con me;
Potrò un giorno sentirti,
Ma non sarai più con me;
La gioia ed il dolore
Di momenti spesi insieme,
Forse a non dirsi tutto,
Forse
Inconsapevoli del dolore di vite separate.

 

 

 
 

SENSO ALLA VITA

Giorno dopo giorno
Dare un senso alla vita,
Guardare l'intimo dolore
Ascoltare, non giudicare
Il pensiero riconduce
A trascorsi silenzi,
Che tu non coglievi;
Ciò che l'anima voleva gridare
La parola non più traduceva,
Quella parola avrebbe voluto
Solo sussurrarti
La bellezza del creato,
L'importanza del giorno che nasce,
Il sorriso del bambino,
Una montagna al calar del sole,
La sensazione del caldo che ti avvolge,
Il dolore di affetti mancati,
Quella parola sarebbe entrata
Nel tuo cuore, per sempre
Ma le mie labbra si chiudevano
Senza respiro, inesorabilmente
Avanti a chi, avevo amato
E non più riconosciuto.

 

 

 
 

SEMPLICI MERAVIGLIE

Il cielo terso
Di questo Settembre,
Ai miei sensi
Pacifica alla vita,
Lo stagno ritma il tempo
Di giornate mai trascorse,
Il verde di un'erba incolta
Nasconde fervente vita,
Il tepore del giorno
Gioca con dormienti nottate,
Il mio pensare si perde
Nel gioco di due libellule,
La mia vita,
Semplice diviene
Al cospetto
Della meraviglia di un fiore;
Tutto appare ovvio,
Il volo dell'uccello,
Il silenzio della natura;
Si chiude il cerchio,
Ora che respiro
Il profumo della semplicità
Essenza del nostro essere.

 

 

 
 

IMMUTATO TEMPO

Dei crotti, l'odore intenso
Del vivace convivio;
Dei nobili palazzi
Montagne sentinelle;
Di acqua corrente
Il fiume spumeggia;
Antiche fonti
Rinnovano l'immutato giacer;
Maestosa la cascata,
Partorita
Fra monti compiacenti;
Vicoli e case
Raccontano di medievali nobiltà;
Acre profumo di legno
Stimola dei sensi la voluttà;
Antichi mestieri qui custoditi
Da garanti silenzi e montagne immutate;
La notte cala su le antiche case
Di luci discrete, oramai pervase.

 

 

 
 

PAROLE

Solo parole
Parole che scaldano il cuore,
Parole che tolgono il fiato,
Parole che non vorresti sentire,
Parole materne,
Parole quando lasci qualcuno,
Parole quando ti lascia qualcuno,
Parole di amore eterno,
Mai mantenuto in quelle parole;
Si levano nell'aria parole
Dobbiamo solo coglierle e racchiuderle,
Custodirle ed interpretarle,
Scriverle sulla roccia
Come sacre scritture,
Il nostro parlare dura un secondo,
Si trasforma in pensiero
E già appartiene al passato,
Mutevole storia di un amore cancellato.

 

 
 

NON SOLO UN PALLONE

Attimi di attesa,
In quella porta troppo grande
Lo scorrere della vita
E delle emozioni
Nel vedere l'avversario avvicinarsi,
La paura dell'errore nelle tue mani,
La consapevolezza
Di voler per sempre,
Scacciare quel pallone
Dalla tua porta,
dalla tua vita;
Per poi riprendere un'altra azione
E sperare che la sfera
Non varchi mai la soglia, 
Della tua intima solitudine,
Nel ruolo che ti sei scelto
Nello sport e nella vita,
Portiere e custode
Di tante solitarie emozioni,
Ultimo baluardo,
Del confronto fra uomini.

 

 

 
 

EREMITA

Eremita nell'anima,
solo nei miei pensieri;
sfuggo alla logica vita
nella baita in fondo al bosco,
mi purifico nel silenzio
dei miei monti,
spettri lontani
della mia spenta anima;
il buio della notte
evoca voci ammalianti,
rauchi lamenti
di esseri erranti;
ora, eremita della mia vita,
lascio la baita
e torno al verde alpeggio

 
 

PROFUMO DI LIBERTA'

Lascia che come un gabbiano
spicchi il volo più alto,
sereno dalle quotidiane rabbie,
volando su mari infiniti;
non alle genti affidar il destino
ma al vento ed alla pioggia;
colpo d'ali vibrar
in elegante ascesa,
libero da ogni terrena tribolazione;
fossi un bianco uccello
seguirei le correnti,
verso inesplorate terre, fluttuando;
troverei refrigerio all'invidia
e lenirei umane stupidità;
con batter d'ali, arriverei da te,
onde gustare profumo più vero,
di quella fanciullezza ricordata
nei quotidiani sapori;
volerei lungo il percorso
della mia tortuosa vita,
a te donando i miei ricordi
e quel profumo di libertà,
a me tanto caro.

 
 

SOGNO D'INVERNO

Soffice neve,
lenta cadendo,
magica si posa sugli inermi fusti,
le ovattate strade,
nascondono i suoni,
del frenetico vivere
e frettolosi umani,
rallentano gli svelti passi;
la natura dormiente si veste a festa,
al suo consapevole essere,
bianca, neve, senza tempo
dona felicità a vocianti bambini,
eccitati dal candido dono,
e fuori le città,
il bosco dorme,
dalla scintillante coltre abbracciato;
diamanti di ghiaccio
risplendono nei luoghi senza tempo,
dove il bianco mantello,
di orme ricamato,
accoglie degli animali, l'intenso sonno;
soffice neve, lenta cadendo sul monte,
la roccia decora;
il torrente protegge la coltre in su le rive;
appar fermarsi il creato
e la vitale terra,
lì sotto, protetta, riposa;
scricchiolanti passi, varcano il confine,
delle dormienti piante,
di bianco protese,
fino al primo tepor, dalla neve difese;
respiro l'intenso profumo d'inverno,
di gioia mi riempie la mente,
nel sogno di bimbo ancor presente.

Soffice neve,
lenta cadendo,
magica si posa sugli inermi fusti,
le ovattate strade,
nascondono i suoni,
del frenetico vivere
e frettolosi umani,
rallentano gli svelti passi;
la natura dormiente si veste a festa,
al suo consapevole essere,
bianca, neve, senza tempo
dona felicità a vocianti bambini,
eccitati dal candido dono,
e fuori le città,
il bosco dorme,
dalla scintillante coltre abbracciato;
diamanti di ghiaccio
risplendono nei luoghi senza tempo,
dove il bianco mantello,
di orme ricamato,
accoglie degli animali, l'intenso sonno;
soffice neve, lenta cadendo sul monte,
la roccia decora;
il torrente protegge la coltre in su le rive;
appar fermarsi il creato
e la vitale terra,
lì sotto, protetta, riposa;
scricchiolanti passi, varcano il confine,
delle dormienti piante,
di bianco protese,
fino al primo tepor, dalla neve difese;
respiro l'intenso profumo d'inverno,
di gioia mi riempie la mente,
nel sogno di bimbo ancor presente.

 
 

SUSSURRA IL MARE

Sussurra il mare
ai miei sensi stupiti,
l'acqua, corpo diviene
sinuosa ed ondeggiante
nel vestito di grigio color;
il complice vento,
schiaffeggia gli inermi scogli
libero di correre,
così danzando con l'umida salsedine;
l'inverno reclama la sua presenza,
spruzzi gelidi sul viso,
di un mare desueto,
catturano l'anima;
passi nella sabbia scolpiti
e dall'acqua cancellati;
tenendoti per mano,
assaporo le nuvole 
di un cielo d'altri tempi,
orfano dell'estivo sole;
il silenzio prelude
alla sinfonia dei flutti
e pesci finiti,
offrono i corpi,
alle spumeggianti acque;
tutto si compone nella mia mente,
creando il divino dipinto;
si arresta il tempo,
unico attimo, del tuo amarmi.

 
 

E' ARRIVATA PRIMAVERA


E' arrivata primavera,
respiro il caldo sole,
ed il tepore mi bacia l'anima;
si desta la natura, accompagnata dal giocoso vento;
rinasce il mandorlo,
nell'esplosione di bianchi ornamenti
e l'alberi sorridono a nuove vesti;
tiepido è l'incedere dei miei pensieri
che prendono forma in punta di piedi,
ricordando trascorse primavere
quando nell'aria mi libravo,
come giovane gabbiano
la mia rotta perseguendo;
oggi serenamente mi racconto
come reduce di vita,
qui seduto sul rinato prato;
chiudendo gli occhi
del profumo di odoroso fieno,
m'inebrio;
è arrivata primavera,
tutto cambia;
odo il festoso gracchiar del rospo,
lo sguardo ammirato
al volteggiar dei corvi;
di solitudine non patirò,
finchè i miei sensi
percepiranno il mutar del tempo,
fino a che la mia mente,
accetterà il trascorrere delle primavere,
finchè le mie gambe,
sorreggermi potranno
e i miei occhi il cielo donarmi;
è festa,
anche oggi è arrivata primavera.

 
 

BIANCHI CAMICI E ROSSE DIVISE

Nostalgico mi appare,
il lontano osservare di quella foto
ove stretto appaio a giovani sorrisi,
di adolescenza compagni;
acerbi sguardi,
di fiera appartenenza
bianchi camici indossando, 
che raccontavano di notti insonni
ed eterne amicizie;
l'urlo della sirena
ha lacerato il tempo mai trascorso,
nell'atto di amorevole soccorso
a bisognevoli uomini;
oggi come allora,
un'ambulanza corre in soccorso
di umana richiesta,
accompagnando della vita 
le mortali sofferenze;
non più acerbi giovani,
ma umili uomini,
privilegiati sguardi
sull'onorata povertà,
consapevoli di solidale fraternità;
un'ambulanza corre ancora
lasciando agli attimi
la speranza di una vita umana;
oggi siamo ancora lì,
divise rosse indossando,
ove gli uomini soffrono
e muoiono nella solitudine
di un'ultima carezza negata.

 
 

IL LENTO CANTO

Scorre il lento canto
di cristallino fiume,
nell'ospitale letto
l'ode a musicar;
specchiate le colline 
nell'immutata acqua,
riflette di vino vero
il duplice filar;
di medievale storia,
testimoniano i castelli
eretti a sentinelle
di storiche epopee;
il ribollir dell'acqua,
purifica la danza
di millenar guerrieri
cavalcando i lor destrieri,
del nuovo mondo a conquistar;
il rio racconta vita
di storia ormai sopita,
di feudi e contadini
di fiabe ai lor bambini;
sornione scorre il Trebbia,
donando vita 
a verdeggianti valli 
e piccoli paesi,
ancor oggi
nel tempo sospesi;
nell'acque chiare,
perdo il mio orizzonte,
accecato dal sol che gioca
col gorgogliar di spuma;
Trebbia hai accolto,
della mia gioventù i patimenti,
scandendo della mia vita
il lento scorrere;
seduto ancora 
innanzi a te,
mi perdo nel tuo più dolce canto.

 
 

L'AURA DI LAURA

Due pepite scure
ornano il solcato viso,
parlano, amano, abbracciano;
fili di scura seta svolazzano
all'aria di quest'estate;
serene le parole 
nel fluire dei suoi accadimenti,
donate da morbide labbra;
materno il sorriso,
quando gli occhi si posano
sull'universo del suo giardino,
della presenza rassicurando
la bianca fedele amica
accanto accucciata;
la piccola casa in legno,
sogno del suo esistere
profuma di semplice vita,
appare un raggio di sole
nel buio della notte;
un vento che spazza
il pregiudizio e 
percorre di umiltà 
il sentiero di vita;
Laura è una brezza
leggera e tiepida,
le parole sono canzoni,
la vita le appartiene;
un'aura avvolge le sue membra,
l'infante linea del suo sguardo,
lo scolpito viso,
mostrano divina bellezza
a più desolante fato
di mai poter in un prato correre;
una sedia son le gambe
e due angeli le sue braccia,
ma Laura vive di percezioni,
sensazioni, sentimenti,
la vita è continua emozione
e Laura si nutre di essa;
mi allontano dal suo mondo
volgendo un ultimo sguardo
ai fiori del suo giardino,
alla pacificata rabbia con la vita;
saluto i suoi angeli
e penso di poter morir contento,
se questo è il paradiso.

 
 

SAI COM'ERA IL MIO NATALE

Sai com'era il mio Natale
figlio mio?
La neve ammantava le strade
e piccole botteghe, ornavano 
di colorate foglie,
le povere vetrine;
noi, bambini, correvamo
tirandoci soffici 
perle di bianca magia
e per le odorose vie, 
ricurvi uomini vendevano
castagne e dolciumi
ai meritevoli bimbi;
nei villici cuori,
il mistico evento
le sociali differenze
eguagliava;
il di della vigilia,
uomini e donne 
della Santa Notte
in fremente attesa,
il serale convivio ultimavano
in grezzi teli insaccando,
piccoli doni di legno creati;
la nonna dondolando
l'incerta sedia,
lavorava la grezza lana
creando al nipote
il primo maglione;
odoroso profumo di legno bruciato
invadeva vicoli e case,
ove la fioca luce dei deboli lampioni,
annunciava del Redentor la nascita;
assiepate persone,
nell'unica chiesa del paese,
intonavano canti,
attendendo gelida mezzanotte
di Nostro Signore, la luce divina;
la neve, lenta, cadeva copiosa,
il gelido vento, annunciava l'inverno;
guardavo mamma e papà
col cuore scoppiante,
i miei regali attendendo; 
una spada, un piccolo monopattino,
alcune caramelle e un pupazzo di stoffa,
sotto l'albero di rossi fili ornato,
vicino al presepe in legno intarsiato;
il buon Signore mi aveva pensato,
per la bontà che in tutto l'anno
avevo donato;
felice il sorriso dei miei genitori,
morbida carezza alle mie emozioni;
il mio Natale è nel ricordo di un attimo,
nella dignitosa cena, accanto 
allo scoppiettante camino,
alle preghiere di mia madre,
all'ultimo Natale della nonna
e al suo ultimo maglione;
figlio mio, è così che vorrei
terminare il racconto,
lasciando a te il testimone
di emozioni passate,
nel tuo futuro di uomo tornato bambino.

 
 

DOVE ANDIAMO

Dove andiamo,
se non abbiamo buone scarpe
buone gambe e la tenacia 
dei verdi anni;
dove andiamo se di noi stessi
rispetto non abbiamo;
come vivremo 
senza dar voce a chi vuole spiegare,
senza il confronto dover affrontare,
senza il dolore dover esternare;
come saremo, 
senza donare neppur un sorriso
sordi all'aiuto di un amico deriso;
come vivremo
rifiutando la mano all'anziano
compagno,
oggi malato, confuso ed inerme
di futili scuse facendosi scudo;
rimane il sorriso dell'anziano padre,
che di me chiede rassicurante presenza;
dove andrò se gli ultimi passi 
non saranno sorretti,
l'ultima alba, un violento temporale,
l'ultimo respiro
un gelido grido di solitudine;
non andrò, ma attenderò,
che da tanto dolore,
possa così dalla morte
rinascere, 
rinnovato amore.