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Toscana
di origine, è nata e vive a Savona; si diploma al Liceo-ginnasio
cl. "S. Giuseppe Calasanzio" di Carcare, consegue la
laurea in russo presso l'Ateneo genovese.
Inizia,
in giovanissima età, a frequentare gallerie d'arte e botteghe di
ceramiche della vicina Albisola Marina; sperimenta l'arte figulina
sotto la guida di Antonio Fiori, scultore di scuola pesarese,
dimostrando grandi potenzialità, ma è come scrittrice che
ottiene consensi e riconoscimenti. Si esprime con pensieri lucidi
ed accessibili, indulgendo in particolari tolti dalla quotidianità:
"il gesto artistico deve esprimere la libertà di comunicare
sentimenti, reazioni, pensieri ma risultare un messaggio chiaro
per chi legge o ascolta". Apprezzato critico d'arte, si
distingue per l'incisività d'analisi e per saper evidenziare la
matrice profonda delle singole poetiche, nelle arti plastiche
quanto in letteratura. Predilige l'arte russa e le avanguardie del
Primo Novento. Frequenta le vallate del Bormida , è attenta
studiosa degli avvenimenti storici e segue le vicissitudini dello
sviluppo industriale di queste terre, ha spesso contatti con
ambienti culturali e intellettuali che arricchiscono le
straordinarie atmosfere delle cittadine valbormidesi.
Pubblicazioni:
-Traduzione dal russo de "L'ombrello giapponese",
racconti di Viktorija Tokareva per "La tartaruga",
Milano- 1991.-Pubblicazione di racconti sul settimanale ligure
"Arcobaleno", 1998. -
Прямая
Речь (Prjamaja reč): liriche tradotte
in russo da L. Barisova - Ivanovo, '04 - Pubblicazione di
"Voci della Valbormida", opera prima, ed.CaARTEiv, '04;
saggio su voci poetiche contemporanee di donne native della Val
Bormida .
Premi:-"Premio Almanacco"- segnalazione e pubblicazione
sulla collana Quaderni Letterari - Ferrara, 1999.- Edizione
"Odissea Poetica nel Nuovo Millennio", Euromedia
Editrice, Savona: premio speciale della giuria per la poesia, '01;
2° premio per la prosa ,'03, con pubblicazioni su antologie. -
Associazione caARTEiv, Millesimo- Sv: premio speciale per prosa,
'01; 1° premio e 3° premio per prosa, '02. -Associazione ANPAAI-
Concorso "Gente di Liguria": 1° premio di poesia - S.
Margherita Ligure - Ge, '02. - Centro d'Arte e cultura "La
Tavolozza", Premio Naz. di Poesia, 5° ed., 3° classificato,
'03 - Sanremo. 6° ed. dello stesso, 4°classificato,'04 -Sanremo.
Partecipazioni:-"Arte in Villa"-Villa Faraggiana
-Albissola Marina, '01: lettura di poesie inedite.- Galleria
"Eleutheros", Albissola M: nell'ambito della
mostra"Elastica" dell'artista Gianni Bacino: lettura ed
esposizioni di "poesie in trasparenza",'01; esposizione
di haiku in collettiva internazionale a Villa Faraggiana -
Albissola M.,'01. Esposizione di poesie a corollario per la mostra
della pittrice Letizia Fazio a Palazzo Nervi, Savona, '03.
-"La via dell'arte", Centro Culturale "Paraxo"
di Alassio (SV), installazione "Sole" Castelbianco -
Veravo (SV), '02. Partecipazione eventi - Urbe, '03. - Presidente
di giuria al concorso per le scuole a nome del poeta Mario Arena,
Mioglia, '03. - Lettura poesie di Maby Colombo, nell'ambito di
"Parole in libertà" - '03 Sassello - Partecipazione
allo spettacolo del gruppo sperimentale "Giardino del
Mago" - Albissola M.,'03- Sala Mostre Palazzo Nervi, '03:
curatore delle mostre delle Pittrici Luciana Bertorelli e Dolores
De Giorgi. Presentazione di opere della scrittrice Elisabetta
Giudici, Savona, '04 e di poesie della scrittrice M. Rita Pizzorno
per la rassegna "Vado per…Libri", Villa Groppallo,
Vado Ligure,2004. Collaborazioni con "L'Eco", mensile
della Euromedia Ed. - Savona, con la pubblicazione dell'Ass.
" Villa Cambiaso" - Savona; con il periodico culturale
"Espoarte" di Albissola M., con il mensile Italia Arte
di Torino. Ha diretto corsi presso l'UNITRE di Savona, per la
lingua francese e russa e presso l'UNISABAZIA di Vado Lig. per la
lingua russa e nello stesso ambito ha curato la presentazione di
artisti del Quilianoarte per la "Rassegna d'Arte". Ha
collaborato alla organizzazione del "Caffè Filosofico"
ideato da Giacinta Ferrero, del "Caffè Letterario" del
Circolo "M.Arena" a Savona.
Recensioni sulla attività e sulla esperienza creativa degli
artisti:
Silvana
Alliri, Luciana Bertorelli, Laura Bonfanti, Silvia Calcagno,
Giuseppe Carena,Fulvio Rossello, Aldo Sciascia, Franca Briatore,
Caterina Massa, Monica Ferretti, Carlo Giusto, Paola Grillo,
Flavio Roma, Massimo Ricci, Ines Ponzone, Carlo Sipz, Bruno Sullo,
Settimia Silvana Zerboni e tutte le personalità artistiche che
hanno partecipato a "Trasformare" mostra itinerante tra
Italia e Francia.
Tra gli artisti preferiti di cui ha parlato:
Carlo
Giusto, pittore savonese… la sua sete interiore non é mai
saziata … al punto di creare una realtà creativa parallela, in
cui l'Artista sembra cercare rifugio: scocca il gesto di scomporre
per poi ricomporre dei papiers collés e si avverte come una
deflagrazione… Laura Bonfanti, ceramista savonese: …sensibile
alla tradizione della sua terra, rivela, sia nelle tele che nel la
ceramica, uno sfrenato desiderio di affrancamento esistenziale,
che viene sdrammatizzato dalla sana ironia…. Andrea Pinketts,
giallista en noir milanese :…per lui non esiste un netto confine
tra finzione e realtà, l'una sconfina nell'altra fino a perdersi
in un' incredibile altra realtà. Il linguaggio scorre per
inerzia, trabocca simile ad una catena infinita di analogie… .
Ines Gastaldi Carretto, poeta di Bardineto, Valbormida(Sv): … il
suo stile è particolare e ben collima con i contenuti tratti
dalle vicende quotidiane e da avvenimenti dolorosi, che si
stemperano nel sentirsi come un essere unico con la sua terra ….
Gli artisti e gli appassionati di arte possono contattare la
scrittrice e seguire gli avvenimenti culturali che ogni mese
segnala e descrive su "L'ECO", il giornale di
Savona e Provincia nella pagina dedicata alla cultura (in vendita
in abbonamento e nelle principali edicole di Savona) e su "Italia
Arte" mensile torinese, diffuso in diverse regioni
italiane; ed è consulente per la stesura dei testi della
copisteria-grafica "ITACA" in piazza Cavallotti
24r a Savona
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A
destra: Gabriella De Gregori e al centro: Luciana
Bertorelli
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Sulla
brochure di presentazione di Villa Cambiaso a Savona, è stato
riportato questo mio scritto, pubblicato già sul giornale omonimo.
Tramite il Portale degli Artisti intendo promuoverlo ulteriormente
per il fatto che riporta un tema importante e di grande attualità,
come quello dell'Arte che necessariamente deve aprirsi anche al
pubblico più lontano e e dell'Artista che viene mitizzato e visto,
suo malgrado, come una specie di alieno.
Il muro di cinta di Villa Cambiaso si colora e si arricchisce di contributi sempre nuovi e differenti: impressi a fuoco su piastrelle di ceramica i pensieri di quanti sono stati ospiti dell'antica dimora si aprono finestre sul pensiero, sui valori antichi e nuovi dell'umanità. Ci sono contributi figurativi di pittori, ceramisti e scultori già noti od esordienti, sono state scritte poesie oppure semplici considerazioni.
Ogni persona o associazione ha voluto lasciare un segno non solo del proprio passaggio ma soprattutto aprire nuovi mondi, suscitare anche nel più distratto passante il desiderio di fermarsi a leggere o guardare e a porsi quelle domande che da tempo non si pone, trovando un piccolo spazio per capire meglio la realtà che non è fatta solamente di problemi quotidiani anche se molti urgenti.
La tentazione è forte, una volta scoperto questo variopinto libro, si
torna ad osservarlo spesso e si scoprono parole, segni e significati che in una prima lettura non si erano compresi o scoperti. Se poi si ha la gradita sorpresa di trovare delle pagine nuove, se ne studiano i contenuti e si cerca di comprendere il messaggio che l'autore vuole lanciare soprattutto ai più scettici e distratti. Un muro anonimo che si è trasformato in una singolare
creatura che vive di esperienze e di umanità.
Uscire dall'ombra e mostrarsi nella strada costituisce il mezzo per rendere la creazione artistica accessibile a chiunque vi si accosti; l'artista in questo modo può vincere il divario che si crea quando incontra il pubblico nel chiuso di un volume o in una occasione prefissata; per quanto elegante o invitante il luogo dell'incontro tra arte e individuo crea una serie di ostacoli psicologici: l'autore appare distante come una specie di divinità ed instaurare un dialogo autentico con i presenti è talvolta impossibile.
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In
alto la copertina della antologia dove è stato pubblicato il racconto
“Al di là del cancello”, la cui vendita è destinata in parte a scopo benefico come il concorso letterario che porta il nome di
INSIEME NEL MONDO e il cui bando è uscito sul sito omonimo
http://www.insiemenelmondo.org/
Al
di là del cancello
Ero impaziente di salire sulla corriera e mi sembrava che il tempo
si fosse fermato improvvisamente. Mi elettrizzavo all'idea di
varcare quel bel cancello, manufatto autentico in stile liberty,
non vedevo il momento di lasciarmi avvolgere dall'atmosfera magica
che emanava quella strana villa. Fin da piccola aveva attratto la
mia curiosità e avevo tessuto mille congetture su chi potesse
abitarla, chiunque fosse era stato da me sempre invidiato. Per me
non potevano essere che persone felici e fortunate. L'autobus
arrivò: - "Finalmente!"- esclamai ad alta voce, non mi
era mai capitato di esprimere la mia impazienza in quel modo, ad
ogni fermata l'ansia di arrivare aumentava: - "Ecco la
fermata dei pompieri ... è qui che mi conviene scendere".
Scesi spintonata dagli altri passeggeri, mi avvicinai al tanto
desiderato cancello: entrai, guardai attorno per vedere cosa mi
riservasse quel rigoglioso giardino di cui, fino a quel momento
avevo potuto osservare le cime degli alberi: era molto curato, le
aiuole segnate da pietre porose come quelle di certe rocce del
litorale, la loro scabrezza preannunciava la spiaggia vicina. Il
mare si sentiva rumoreggiare al di là del muro di cinta, questo
aumentò la mia invidia e accese ancor più la fantasia: avere il
mare ad un passo. - " Chissà quanto tempo si potrebbe
passare all'aria aperta ...godersi il sole o la burrasca,
guardando le onde che mutano quanto il nostro umore, ogni giorno
sentire quella voce amica sempre uguale, quando è calma, fremere
con il vento che rende il mare ostile e ad un tratto nemico."
- Ero presa dalle continue
scoperte ed ero come inebriata più di quanto l'immaginazione
avesse fatto fino a quel momento; nonostante non riuscissi a
frenare la fantasia, sentivo che qualche cosa di stonato ci fosse:
nessuna presenza né un adulto né un bambino stava godendosi la
serenità che comunicava quel posto così,
accattivante, pieno di benessere e di pace, sia per il fisico che
per il corpo. Salii lentamente la rampa senza scalini, quella a
sinistra, all'ombra, che formava un semicerchio con quella di
destra in tutto simile ma assolata. Nessuno mi venne incontro
eppure sapevano che stava arrivando un visitatore, che senza i
debiti permessi non sarebbe potuto entrare. Ero arrivata alla
porta abbellita con splendidi vetri decorati, li osservai con
attenzione. - "Sono stati lavorati da mani esperte,
assomigliano a quelli delle antine della vetrinetta di nonna...
della stessa epoca… trattati con l'acido e perfettamente in
stile." Aprii con grande cura uno dei battenti e nessuno mi
venne incontro, c'era uno strano silenzio che scendeva dal
magnifico scalone centrale: esso riprendeva le rampe esterne,
mentre un grande affresco campeggiava nella tromba delle scale,
attirando lo sguardo su di sé. Una figura di donna esile con
indosso un abito che doveva assomigliare a quello di una matrona
romana.- " Mi ricordo...uno simile anche lungo lo sc..."
Ad un tratto uno strano suono ferì l'orecchio immerso in quel
silenzio artificiale: lì per lì non capii chi o che cosa avesse
provocato quel suono. Si aprì una porta accompagnata da uno
strano cigolio, ne spuntò una strano arnese con sopra un qualcosa
che pareva muoversi ma stentai a riconoscere una figura umana,
rimasi impietrita, mentre si avvicinava: il viso contratto in una
smorfia grottesca, il corpo rattrappito ma costretto da cinghie a
sembrare disteso, emetteva di quando in quando quel suono
gracchiante e a volte acuto che mi aveva fatto sussultare. -
" Ecco chi abita questa superba villa piena di raffinatezze
artistiche!" - mi sentii sprofondare. Quell'immagine mi fece
precipitare dall'alto dell'estetismo più raffinato ed esaltante
nel baratro di una realtà, ascoltata, ma mai sperimentata con i
sensi. -"Il regno del silenzio, della non visione del reale
per quanto tremendamente bello e consolante, l'indifferenza del
patire, l'inutilità di un corpo in balia di forze scatenanti e
"scatenate" da una qualsiasi razionalità. Questi
privilegiati, per me, rari abitanti, chi più chi meno rimanevano
i n d i f f e r e n t i a tanta bellezza che la natura o l'arte
hanno imbandito ... che mi hanno fatto invidiare!!!."-
D'istinto cercai di tornare indietro, come per non accettare una
realtà troppo crudele, quasi impensabile. Poi, improvviso nella
mente esplose un " Dove sto andando? Stai scappando
forse...la realtà è proprio questa: ombra-luce, bello e
grottesco...bianco e nero, ma è troppo nero!"- ritrovai le
mie energie e quasi urlai all'assistente di quell'essere deforme
dove potessi trovare Rosalba, volevo scusarmi di essere lì io,
sana in tutto, mente e corpo, con la mia esaltazione estetica
nella LORO realtà, anzi nella realtà. Avevo profanato un mondo
che non mi apparteneva.
Dietro una porta, che si spalancò improvvisa come uno schiaffo,
sbucò la testa rossa e riccioluta di Rosalba, tutta sorridente mi
invitò con "Dai ! ... vieni...sei arrivata finalmente!
Vanessa ed io ti stiamo aspettando!".
Sì, erano anni che sognavo di varcare il cancello di quella
specie di Eden, almeno così nel mio immaginario appariva la
villa: ora la verità era lì davanti a me. Ad ogni passo si
intrecciava il bello della creatività con i suoi contrari, il
grottesco ed il dolore. Vanessa era autistica, una stupenda
bambina destinata all'isolamento e a non godere di tutta quella
bellezza che mi aveva fatto sognare.
Quando varcai di nuovo il cancello il sole al tramonto giocava con
le vetrate dell'antica villa, la guardai a lungo: - "Ancora
magie..." - pensai e mi diressi a piedi verso la città. Mi
portai a casa un sogno infranto in cambio di una verità dolorosa:
il Bene e il Male si intrecciano come i motivi floreali sulla
facciata di quella dimora signorile, che per me fino ad allora mi
era apparsa come l'irraggiungibile Regno del Bello.
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LA
COMMESSA anno 1995/1999
L'orgoglio spesso porta a fare dei sacrifici non richiesti. Appena
concluso con il liceo, iniziai a frequentare l'università, allora
decisi, come molte mie coetanee, di trovarmi un lavoro par-time,
per questo accettai di lavorare al pomeriggio in un ben fornito
negozio di giocattoli. Non ho mai avuto simpatia per i bambini,
l'idea però di incontrare molte persone, per giunta di ogni
estrazione sociale, età e sesso, mi divertiva, lavorare mi
piaceva anche se, sotto Natale, diventava faticoso e mi impediva
di studiare quanto avrei dovuto. Mi bastarono poche settimane per
riuscire a distinguere i frequentatori del negozio e, per così
dire, a catalogarli nonché ad inquadrarli al loro primo apparire;
naturalmente i clienti più assidui erano i bambini che venivano,
spesso più del necessario, a vedere le novità e a chiedere se
avessimo quel tale giocattolo pubblicizzato dalla televisione. Mi
divertivo a studiare le persone e talvolta mi capitava di non
inquadrare subito le esigenze del probabile acquirente, quando mi
sentivo alle strette guardavo le calzature indossate. Questo
accessorio risultava uno strumento infallibile per individuare lo
status del cliente.
Calzature da donna con decorazioni metalliche: alta e media
borghesia parsimoniosa. Scarpa da uomo dal pellame supermorbido:
libero professionista con poca fantasia e tanta fretta. Scarpa da
tennis di marca: parvenu agiato e pieno di storie, oppure
benestante intelligente che si sbilancia sul prezzo quando il
gioco proposto promette di sviluppare l'intelligenza del
destinatario. Quelle che non sopportavo erano le signore
impellicciate e piene di costosi profumi: prima di tutto perché
soffrendo di allergopatie, al loro avvicinarsi mi procuravano
noiosi pruriti e mi provocavano sgradevoli starnuti, ma quello che
non riuscivo a capire era il fatto che in fin dei conti si erano
vendute a caro prezzo, non si curavano di porre rimedio alla loro
ignoranza ed il più delle volte erano sgradevolmente arroganti.
Un pigro pomeriggio di novembre, incappai in una signora, con
tanto di figli appresso, che catalogai mio malgrado fra i clienti
sgradevoli. L'interessato all'acquisto era una bimbetta
dall'abbigliamento longhette, camicia bianca, scarpe e calze
rigorosamente blu, tipico per una "caconcella", prodotto
di certi ambienti noti della nostra vita provinciale e che per me
erano off limits.
Naturalmente mi fece impazzire perché le mostrassi le bambole
appena arrivate di una nota serie e, dopo stordimenti di naso e
smorfie a non finire, si degnò di scegliere sotto le direttive
della madre altrettanto pignola e poco gentile nei modi; per
spirito di contraddizione divenni mielosa più del solito e più
disponibile, non lesinando di sfoggiare la mia preparazione in
fatto di bambole americane.
Altrettanto un supplizio risultò la scelta dell'abbigliamento per
quella bamboletta, tipico modello States, al che intervenne
inaspettatamente un ragazzino occhialuto e leggermente paffutello,
con uno strano papillon, o qualche cosa del genere al posto della
cravatta; questo particolare mi fece ricordare di un mio ex
compagno di classe, un cervellone: trattavasi del fratello
maggiore il quale, non so come, meno cieco delle altre due membri
della famiglia, si era reso conto che non potevo essere una
semplice commessa da strapazzare a loro piacere.
Non so se egli avesse l'intenzione o meno, ma mi venne in aiuto e
disse che, vista la lungaggine della sorella, voleva approfittare
per vedere dei modellini da collezione di treni e vetture, aveva
notato tra i nuovi arrivi alcuni che gli interessavano in modo
particolare. Abbandonai per un attimo le mie aguzzine e disposi
sul banco quello che mi aveva chiesto; mi accinsi ad elencare
alcune caratteristiche che erano scritte in inglese e in francese
come fosse la cosa più normale di questo mondo.
La madre si mise ad ascoltare come parlassi con competenza di cose
così fuori del comune e con la sicurezza dovuta, il ragazzo in
battuta, mi chiese se fossi straniera ma io, prontamente gli
buttai lì che stavo per laurearmi in lingue e che in casa c'erano
altri laureati, mio padre insegnava da tempo, mentre mia madre
aveva avuto l'opportunità di lavorare all'estero, in scuole
straniere.
Anche quel ragazzo frequentava corsi universitari giustamente in
una sede prestigiosa, dove si era laureato già suo padre e forse,
pensai io, anche suo nonno: non mi rimase simpatico neppure lui,
mentre apprezzai il suo intervento con il quale voleva scusarsi
della cafonaggine di madre e sorella.
Si era fatto tardi perciò sarebbe tornato con calma per esaminare
meglio i modelli e conoscere i prezzi. La madre si decise a
mollarmi e si diresse alla cassa, lui rimase ancora e mi chiese se
fossi in grado di tradurre per lui qualche pagina in francese, una
lingua che aveva trascurato e che faceva fatica a ricordare, gli
risposi che dovevo vedere di che materiale si trattasse per
verificare se fossi all'altezza, chiarendo che, a volte le
microlingue non sono alla portata neanche dei più esperti. Mi
salutò dicendo che, appena gli fosse possibile, sarebbe tornato,
ringraziò e raggiunse la madre che naturalmente aveva una gran
fretta. Non diedi molta importanza all'interesse per me da parte
di quel ragazzo, che aveva la disgrazia di avere una madre così
pedante e una sorella viziata.
Passarono i giorni e mi dimenticai dell'accaduto, i pomeriggi
erano lenti e presagivano gli arrembaggi da parte dei clienti per
i regali di Natale. Un pomeriggio uggioso mi riservò una
sorpresa: il ragazzotto di famiglia bene si fece vedere per
tornare su quei modellini di cui faceva collezione. Mi sembrò
leggermente pedante anche perché io da un pezzo non amavo
collezionare più niente: mi ero stancata di tutto quello che
ingombrava le bacheche e purtroppo le vetrine della gigantesca
libreria, che occupava quasi tutte le pareti della camera a me
destinata.
Dopo un accurato esame dei singoli modelli ne scelse uno d'inizio
secolo e prenotò uno più recente, poi cortese, come sempre e con
un po' d'imbarazzo, mi chiese quando sarebbe stato possibile farmi
visionare le pagine di francese di cui aveva accennato la volta
prima, non aveva molta fretta ma sarebbe stato meglio che gli
avessi dato al più presto una risposta per programmare i suoi
esami. Distrattamente gli dissi di portarmi il materiale in
negozio, così nei momenti liberi avrei potuto dare un'occhiata.
Non passò neanche un giorno che tornò portandomi stralci di
giornali il cui contenuto era di una facilità strepitosa, al che
mi venne il sospetto che lo facesse per attaccare corda. Mi
dovetti ricredere perché vedevo che al contrario era seriamente
preoccupato: non riusciva ad afferrare neanche il significato
generale di quello che c'era scritto: infine gli feci la proposta
di dettargli la traduzione per accelerare i tempi.
Passato il periodo delle grandi vendite natalizie sarei rimasta a
casa, perché durante i primi mesi dell'anno il lavoro si sarebbe
rallentato.
Mi diede appuntamento in un bar di Piazza Giulio.
Erano suonate le cinque da un pezzo all'orologio ancora
funzionante del fatiscente Ospedale Vecchio che formava il lato
maggiore della piazza: questo fatto mi diede i brividi, e per
giunta cominciavo a sentirmi a disagio anche se il bar era
frequentato da signore "bene" e da qualche "caconcello"
della mia età.
Mi persi ad osservare il locale: l'arredamento non era sgradevole,
era lo spazio che faceva difetto, anche se astutamente
l'architetto era intervenuto con grandi specchi che decoravano al
parete di fondo, in quanto al resto era inappuntabile e pulito;
avevo ordinato una bibita per far passare il tempo e la bevevo a
piccoli sorsi per giustificare la mia presenza, tirai fuori anche
i miei arnesi da studentessa: penne, matite, quaderni e notes, per
evitare di essere importunata da qualche scocciatore.
Il mio cliente finalmente arrivò, venne accolto da acclamazioni e
dal saluto chiaramente interessato di una brunetta tutta tirata,
ma lui tagliò corto e si diresse verso di me con la faccia
stravolta, si profuse in mille scuse: non era sua abitudine farsi
attendere ma confessò di essere rimasto vittima dei capricci
della famosa sorella minore. Gli credetti subito anche perché mi
punse l'orgoglio aggiungendo che non aveva potuto troncare la cosa
per non far sapere di avere un appuntamento con me. Rimasi male e
lui si rese conto del mio dispiacere: cercò di chiarire che lo
faceva per non essere subissato di domande da parte della madre.
Sapeva che lei spesso diventava troppo invadente. Per metterlo a
suo agio gli confessai che ero arrivata con un ritardo mostruoso e
avevo temuto io che mi avesse ritenuto una bella maleducata e
perciò non mi avesse aspettato.
L'argomento era tecnico e quindi lontano dalle mie solite
traduzioni a carattere letterario; lavoravo nei ritagli di tempo e
fino a tarda sera pur di mantenere l'impegno preso: il mio giovane
cliente ogni tanto passava dal negozio per sapere come procedesse
la traduzione.
Ci incontrammo diverse volte al solito bar e ben presto mi accorsi
di suscitare l'invidia di certe sue amiche, probabilmente, anche
se fisicamente non era interessante, costituiva un'attrazione per
quelle "oche", come ritenevo che fosse quel tipo di
ragazze. Lo scoprii molto più avanti che imparentarsi con lui
faceva gola a parecchie della sua cerchia: la cosa mi lasciò come
mi aveva trovato. Avevo abbastanza intelligenza ed esperienza per
apprezzare le persone per quelle che valgono individualmente e non
per quello che fosse piovuto loro gratis, per nascita. In passato
avrei senz'altro sofferto di un certo complesso d'inferiorità ma
ora mi divertiva l'idea di far credere alle " oche" che
stavo portando via loro un bel osso.
Il giorno del mio trionfo arrivò inaspettato: andando al solito
appuntamento al bar ci trovai anche la madre e la sorellina. La
signora era stata informata dell'opera che stavo prestando per
accelerare gli studi del suo amato figliolo. In quest'occasione si
mostrò meno ottusa di quanto mi parve la prima volta che la vidi
e con un tono un po' di rimprovero gli consigliò di ricevermi a
casa, visto che lì c'era chiasso, poca concentrazione e niente
spazio. Ci congedò scandendo bene nei miei confronti con un
"mia cara domani starai più comoda da noi". Le
"oche" si fecero di mille colori e una in particolare mi
fulminò, non sapeva che a me interessava solo il mio lavoro.
Passai una notte insonne per l'agitazione: per la prima volta
entravo nel mondo delle famiglie "bene", dal quale ero
stata sempre esclusa.
Rimasi un po' imbarazzata, entrando nel portone monumentale del
palazzo dove abitava il mio giovane datore di lavoro, il quale mi
aspettava nell'androne per evitarmi di salire a piedi fino al loro
appartamento. La porta d'ingresso era massiccia, un lavoro da mani
esperte, l'interno ebbe la mia approvazione, era stupendo per i
grandi spazi, vecchiotto ma arredato con gusto.
La padrona di casa si fece ben presto viva e consigliò di stare
comodi nello studio del marito, che per quel giorno era in
trasferta. Si dimostrò molto interessata ai miei studi e al modo
di gestirmi la vita, rimase compiaciuta del fatto che fossi
preoccupata di non pesare sulla famiglia, anche se questa era in
grado di sostenere le spese per i miei studi, e le feci capire che
avevo un buon dialogo con i miei genitori e avevamo deciso che
dovevo già prendermi una fetta di responsabilità senza intaccare
il tempo per svaghi sani e vacanze, nonché non trascurare i pochi
e selezionati amici che avevo scelto strada facendo, diversi per
estrazioni con in comune sani principi morali.
Imparare a proprie spese quanto costi il pane e tutte quelle cose
di cui ci circondiamo, l'aveva colpita positivamente; alla fine di
questa specie di interrogatorio azzardò a chiedermi se avessi un
amico speciale, il che provocò imbarazzo nel figlio, che
tingendosi di rosso fiamma quasi con stizza esclamò un "Ma,
mamma!". Lei si scusò e si affrettò subito a giustificare
la domanda personale per il semplice fatto che le amiche del
figliolo avevano un atteggiamento, come dire, disinvolto nei
confronti dell'altro sesso da dubitare della loro condotta. Io,
per tirare l'acqua al mio mulino, confermai che in certi ambienti
purtroppo è facile cadere nella noia e nella faciloneria, ma
soprattutto farsi trascinare in situazioni particolarmente
pericolose. Sottolineai che purtroppo il benessere economico a
volte da alla testa, certamente non a tutti. Ci lasciò lavorare
fino a l'ora del tè, quando appunto ci invitò ad accomodarci nel
salone per la cerimonia delle cinque. Non mi sentivo per niente a
mio agio e osai farlo notare per non apparire scontrosa, la
padrona di casa si mostrò comprensiva e mi disse che in fin dei
conti erano tutte formalità cui lei dava poca importanza, erano
semplici abitudini domestiche che con il tempo si stavano
semplificando senza cadere nello squallido. E mi parve ancora meno
vanesia di quanto mi fosse apparsa la prima volta, meno ostile,
certamente aveva chiesto informazioni sul mio conto…
Una sera, erano circa le sette, iniziò a piovere e bene presto si
tramutò in un acquazzone con tanto di tuoni e fulmini; la mia
ospite ebbe un'idea che mi parve soprattutto dettata dalle
circostanze, ma che tornò a mio vantaggio o svantaggio?. Cercò
di convincermi ad aspettare che il tempo migliorasse e mi
consigliò di telefonare ai miei genitori per avvisare che sarei
rimasta a cena da loro, appena si fosse calmato il temporale mi
avrebbero accompagnato a casa.
Quella sera era rientrato presto anche il padre del mio datore di
lavoro: mi sentivo tremendamente in imbarazzo ma ero contenta ma
ero contenta che uno di quei proverbiali temporaloni, che si
abbattono frequentemente sulla nostra sonnacchiosa città, mi
desse l'opportunità anzi il divertimento di capire e studiare le
persone di un ceto così particolare, direi di una classe in
estinzione.
Prima di andare a tavola trascorse un po' di tempo: ci fu la
presentazione con il padrone di casa, tutto studio e lavoro, colto
per inerzia, che sembrava avesse clonato i figli, poi ci
soffermammo a seguire un notiziario, tanto per un aggiornamento,
ci tenne a chiarire il padrone di casa che rivelò non amare il
piccolo schermo, ed infine, visto che la cena era ancora in fase
di preparazione, mi chiesi se volessi ascoltare della musica,
classica naturalmente, e dato che mi chiedeva cosa gradissi
ascoltare, buttai un Debussy, non che lo amassi molto ma per far
capire che conoscevo non solo la musica declassata a pubblicizzare
note marche. Intanto la signora si scusò del ritardo in quanto
era il giorno libero della cara Amelia e le cose andavano più
lentamente, anche se aveva un piccolo aiuto da parte di sua
figlia. A proposito, forse leggendo la meraviglia sul mio volto,
espressione della sincerità di sentimenti, mi disse che,
nonostante il loro tenore di vita, le era parso opportuno che i
suoi ragazzi imparassero almeno a sopravvivere in caso di
necessità. Inoltre aggiunse che per una donna, futura padrona di
casa, era indispensabile avere le nozioni sul da farsi dentro le
pareti domestiche per poi impartire ad altri gli ordini necessari.
Mi piacque sempre di più e mi resi conto di avere dato un
giudizio troppo affrettato su di lei e gli altri membri della
famiglia e di averli messi nel mucchio dei "puzzoni"
senza conoscerli a fondo. Rimasi male e per aver sbagliato
valutazione e per aver peccato di presunzione, infine per aver
giudicato male delle persone che sapevano rispettare le cose che
la Provvidenza aveva fatto trovare nel piatto.
Di quando in quando lavoro ancora in quel negozio di giocattoli,
il ragazzo paffutello è diventato un amico prezioso e…
1 novembre 1999
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A
Riofreddo di Murialdo "Poetando in Valbormida"- premio
speciale- 10 luglio 2001
Lezione di pianoforte Anno 1985
L'orologio tintinnante della torretta mi ricordava che sarei
arrivata in ritardo, se non avessi spiccato una corsa….
Ogni martedì, giovedì, e sabato, alle due e un quarto, mi
toccava andare a lezione di pianoforte. Non avevo un'idea precisa
se mi piacesse o meno, al contrario mi pareva chiaro il fatto che
non riuscissi assolutamente a vedere un nesso logico fra tutti
quei segni, direi magici, per questo motivo, dopo due anni di
disperati tentativi di apprendere l'uso dei tasti bianchi e neri,
ritmo, tempo e vocalizzare le scale, maestra e genitori si
arresero e mi lasciarono per sempre in pace.
Non so da chi fosse partita l'idea ma dovevo per forza calcare le
orme di mia sorella, la maggiore, dovevo per forza essere quella
più dotata intellettualmente, dovevo per forza studiare anche le
cose più strane, quali le lingue straniere, ovviamente mi
spedirono a scuola che sapevo già perfettamente leggere e
scrivere. Così fui molto colpita dalle parole della mia prima
maestra che consigliò ai genitori di dare a noi bambini fogli di
carta qualunque per cominciare, perché intanto, i primi giorni,
non avremo che scarabocchiato qualche disegno. Ricordo che sfogai
la cocente delusione in un pianto alquanto ingiustificato alla
vista dei grandi, perché ero di casa in quell'edificio enorme dai
muri rossicci, dove avevo trascorso qualche anno di asilo, mentre
trascorrevo il fine settimana nell'annesso oratorio.
Frequentavo quello che adesso si chiama scuola materna sulle
alture della città, in una zona, perfino ora, ritenuta per pochi
eletti e per raggiungere il maestoso convento passavo tra stradine
rimaste medievali dai muri troppo alti per una bambina di quella
età; dai giardini e lungo le scalette traboccavano vegetazioni di
ogni tipo, alberi, arbusti vari, talvolta agrumi e gelsomini e
forse le buganwillee, da me troppo amate. Spesso mi fermavo ad
osservare le continue novità che la natura mi regalava ogni
giorno: lo sbocciare dei fiori in primavera come i colori
dell'autunno.
Ero orgogliosa di essere diversa dai miei compagni di classe,
tanto che non mi rendevo conto che l'assoluta indigenza della mia
famiglia fosse motivo di ostacolo alla apertura con gli altri. Mia
madre cercava di non farci mancare l'essenziale e ci portava
spesso fuori ; la domenica, quando era molto freddo, andavamo nel
mai dimenticato cinema del Monturbano.
Me lo sento ancora addosso il freddo che faceva al suo interno,
forse più che fuori: tra un tempo e l'altro mi mettevo a
contemplare la forma a teatro dello strano ambiente, le logge a
cerchio attorno alla platea, il grande sipario, le scene dipinte
sul soffitto, che forse rappresentavano la conquista di qualche
terra selvaggia, forse l'omaggio al tanto conteso Cristoforo
Colombo.
Il pensiero che tutto ciò sia stato lasciato andare alla rovina,
per la stupidità e la avarizia di non si sa bene chi, mi
intristisce ogni volta che passo accanto a quell'edificio e mi dà
la misura di come sia rovinata una città che avrebbe potuto dare
moltissimo alla cultura.
Fra tanti ricordi di allora non posso certo scordare le lezione di
pianoforte tenute da una energica suora di quel convento, che
esiste ancora vicino alla chiesa di Sant' Andrea, a quel tempo una
delle parrocchie più frequentate.
Ricordo quei pomeriggi quando il sole di maggio era già cocente e
mi rifugiavo volentieri all'ombra dei grandi edifici che formano
quei caratteristici portici, frequentatissimi ma non a quell'ora
.
I miei erano passi solitari perché mia madre si guardava bene
d'accompagnarmi: era un'abitudine che aveva conservato venendo via
dal paese di origine; inoltre non si rendeva neanche conto di
quanto timore mi mettesse attraversare tutte quelle strade note ma
solitarie, per lei era un modo per imparare a guardarci da sole.
Allora io mi facevo accompagnare da strane figure inesistenti e
quel gioco sarebbe durato nel tempo se non avessi scoperto che
solo i pazzi vedono chi non c'è. E fu un vero peccato lasciare i
miei amici nel cassetto della memoria infantile.
Quando ero libera dai compiti, mi dedicavo al solfeggio oppure
ripetevo quegli esercizi scritti che la buona suora mi assegnava
di volta in volta insieme però ad un fioretto. A furia di
fioretti forse mi venne in uggia anche la musica, oltre al fatto
che ero e sono ancora priva di orecchio musicale; lo strano è che
seguo ogni tipo di ritmo benissimo, solamente con il movimento.
Mi rimase un'altra ferita e un grande dubbio di essere portata per
la danza : non mi fu concesso di provarla a causa della mentalità
distorta di mio padre per il quale mostrare le gambe sembrava una
cosa più che sconveniente. E quella frase mi si ripropone alla
mente quando qualche cosa va storto.
Più volte mi sono detta se non sarebbe stata la mia vita danzare,
visto che amo la musica sopra ogni altra forma di espressione
artistica e per me il movimento al ritmo delle note l'espressione
più libera dell'uomo.
Spesso mi risuona in mente quella specie di ninna nanna che
inutilmente, per due anni, la mia buona suora mi ha ripetuto le
note nel tentativo di sciogliere le mie orecchie, due strumenti
inutili per capire quale sia do quale mi, oppure un bemolle o un
fa diesis: sono bellissimi nomi ed esteticamente mi affascinano.
Ebbene ogni volta che la vita mi chiude una porta o spegne la
speranza di riuscire ad ottenere quello che più desidero da
tempo, oppure mi assale un forte sentimento o la solitudine cerca
di impossessarsi ancora di me, quella musica da carillon mi
sveglia al mattino e vorrei poterla ripetere su di una tastiera.
L'idea di riprendere a studiare la musica di quando in quando mi
assale e sono presa tra la paura di non farcela ancora una volta e
il desiderio di sconfiggere la mia sconfitta di allora.
Ci vogliono giorni per dimenticare di quando cadenzavo lentamente,
a modo mio, quel pezzo che era, per mia disgrazia, brioso.
Che fine abbia fatto quella suora solerte ed energica non ho mai
saputo.
Al contrario con certezza che fine hanno fatto i miei sogni di
gloria, di carriera certa in un mondo che non mi è piaciuto, che
mi ha schiacciato prima ancora di cominciare: è rimasto tutto
dentro di me come la musica che so a memoria ma non riesco né a
ripetere e neppure a far ripetere.
Non mi dispiace che nella testa, nell'angolo dei ricordi ci sia
questo, senza colori, senza segni ma solo e puro suono, come una
melodia magica che mi fa tornare alla mia fanciullezza piena di
sole e di buone intenzioni, di aria aperta, di vento caldo e
freddo al mutare delle stagioni.
Nessuno sa che cosa mi ronzi nella testa, quando rimango in
solitudine, senza parole e senza cenni, con lo sguardo
apparentemente nel vuoto: cerco di ricostruire quel filo che il
dolore a volte spezza.
La musica di quel minuetto, che per me faceva da ninna nanna,
riesce a far dondolare i pensieri ma soprattutto a tornare al
garrire delle rondini, la sera, quando la calura di quelle estati
torride infuocava ancora le piastrelle della mia amata terrazza e
posso riudire le grida di Cicci nel suo giardino che mi arrivano
nitide come allora.
Lei sapeva suonare il pianoforte e le note del suo pianoforte
arrivavano nei caldi pomeriggi d'estate fin nelle nostre stanze ed
io provavo un certo sentimento di ingiustizia e mi rodeva il
pensiero che lei avesse imparato ed io no.
Nel mezzo del grigiore di una città ormai spenta, percorsa dai
fantasmi viventi dei miei coetanei, quasi tutti arrivati, che mi
salutano con gli sguardi spenti, risuona, dalla memoria più
lontana ma ancora tutta da vivere della mia infanzia quel
susseguirsi breve, ma ancora pieno di suono, di quel
"Amorino" rimasto nel libro di musica, tutto segnato a
matita e pieno di chiose.
Arriva intatto alla mente e vorrei poterlo suonare, magari
meccanicamente, senza la pretesa di riconoscere le note sul
pentagramma.
Quando mi dondolano per la testa quelle note, i desideri, i buoni
propositi di quando abitavo su quella magica collina ritornano e
con essi la speranza che il futuro sarà migliore anche per me.
La voglia di farcela nonostante tutto, nonostante io non abbia mai
capito quei magici segni.
A volte, riordinando o cercando qualche cosa negli scaffali tra i
libri, mi vengono in mano gli spartiti, un po' ingialliti, sempre
fasciati nella carta da zucchero, li sfoglio pensierosa e mi
soffermo sulle annotazione lasciate a matita, ancora intatte,
dalla calligrafia svolazzante, ma sicura, della mano energica
della mia maestra, suo malgrado, di pianoforte.
Non mi è mai sfiorato per un attimo il pensiero di mandarli al
macero, anzi li ripongo con cura e allo stesso posto per trovarli
con facilità.
Nonostante siano trascorsi tanti anni non riesco a dimenticare
"Amorino", la paziente monaca e la mia amica Cicci. Ogni
volta che lo rimetto al suo posto è come se volessi convincere me
stessa che : "L'anno prossimo, forse …se avrò un po' di
tempo…. ci riprovo".
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MEDITERRANEO:
è
un vocabolo che da qualche tempo corre da una parte all'altra
delle isole culturali liguri.
Il
movimento mediterraneo si concretizza attraverso iniziative che
arrivano dalla vicina Provenza con Art Mobil, alla quale si
affianca con un percorso annuale recente La via dell'Arte. Gli
intellettuali e gli artisti che respirano atmosfere già
multietniche, come le nostre della costa ligure, rimangono
facilmente coinvolti da questo movimento che affonda le sue radici
in epoche remote. Dopo parentesi storiche tendenti a delimitare
l'arte con caratteri nazionali e creare gerarchie qualitative o di
leader fra le diverse aree culturali, si avvertono sintomi
positivi di confronto e non di scontro: la natura stessa delle
nostre terre, che traggono sostegno e nutrimento fisico e mentale
da questo mare atipico, che non è esteso ma che tuttavia
raccoglie e sottolinea diversificazioni e distanze per via delle
eterogenee civiltà che si affacciano da sempre sulle sue coste.
Un bacino ricco di culture, meno burrascoso dal punto di vista
climatico di un oceano, da sempre rimane crogiolo incandescente di
scontri tra popoli. Un elemento che riesce a superare queste
discordie etniche rimane l'arte e l'attività creativa, anche
nelle manifestazioni che un tempo si consideravano minori: basti
pensare al percorso della ceramica che sembra in ogni epoca poter
saldare le incrinature sul piano umano e culturale.
Questo misterioso mare ha sempre favorito scambi tangibili di
materiali e generi necessari per la sussistenza delle diverse
popolazioni che da esso dipendono: ma nei movimenti intellettuali
e nelle ultime generazioni di artisti si è andato creando una
forma di interazione spontanea e fertile, la cui forza serve da
collante e nello stesso tempo da elemento rigeneratore in un
momento di crisi per la creatività e di incomprensione tra genti
che, sebbene vicine, sembrano vivere in tempi diversi la
contemporaneità.
Anche gli artisti del QuilianoArte operano nell'ambito di questo
tentativo di comunione con l'altro mentre aprono un dialogo con
gli abitanti di una regione, il vicino Piemonte, che in parte ha
origini comuni con la loro, sebbene questi legami siano sepolti
sotto spesse stratificazioni storiche. Portatori di immagini
solari e marine lasceranno su di un terreno del tutto continentale
e brumoso le loro tracce colme di cromatismo vivace e ne
riceveranno in cambio l'atmosfera tra religiosa ed intima della
madre terra, sulla quale il ritmo del tempo meglio si distingue
col passare delle stagioni.
Gabriella De Gregori
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mag.
dietro vapori di caldo
si spegne il sole
La foschia ingrigisce la luce
Incapaci di filtrare lo spessore della realtà presente
Sentimenti, sensazioni
Smorzano i colori accesi dei desideri non appagati.
Gabriella De Gregori
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Silenziosa
presenza
Eretto col busto stecchito
I rami dolcemente ricurvi
Carichi di frutti legnosi
Di foglie tremule
dai mille colori autunnali.
Antica nobil pianta
Ti beffi delle miserie umane
delle urla sgangherate degli sciocchi
rimani nella tua certezza
bagnato dalle lacrime della rugiada
disegni nitidi ghirigori
sul muro grigio del palazzo accanto
sulla soffice neve
sempre più avara
Potessero i giusti e gli onesti
mostrare le loro braccia forti
la loro tenacia
la antica volontà
sconfiggere come piante centenarie
la corruzione di questa umanità
senza radici!
Zampilli cascate dai mille colori autunnali
Produci frutti compatti e aspri
Per le generazioni senza speranza
Dignitoso simulacro di valori dispersi nei fiumi di arido cemento
Fremi impercettibilmente di foglie timidi ma tenaci
Tra il chiasso di voci e suoni sgangherati.
26 agosto 2001 - San Giacomo di Roburent
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