Gabriella De Gregori

 

Categoria  Scrittori

Indirizzo:   Via XX settembre 21 /10

Città:  17100 Savona

Telefono:  019 7700507

Cell.:  338 2910558  -  349 1481867

Sito web:  

Blog, Social Network, ecc.:

Link Video:   

E-mail:  itaca_sv@libero.it

Data adesione:  Giugno 2009

 

 

Toscana di origine, è nata e vive a Savona; si diploma al Liceo-ginnasio cl. "S. Giuseppe Calasanzio" di Carcare, consegue la laurea in russo presso l'Ateneo genovese. 

Inizia, in giovanissima età, a frequentare gallerie d'arte e botteghe di ceramiche della vicina Albisola Marina; sperimenta l'arte figulina sotto la guida di Antonio Fiori, scultore di scuola pesarese, dimostrando grandi potenzialità, ma è come scrittrice che ottiene consensi e riconoscimenti. Si esprime con pensieri lucidi ed accessibili, indulgendo in particolari tolti dalla quotidianità: "il gesto artistico deve esprimere la libertà di comunicare sentimenti, reazioni, pensieri ma risultare un messaggio chiaro per chi legge o ascolta". Apprezzato critico d'arte, si distingue per l'incisività d'analisi e per saper evidenziare la matrice profonda delle singole poetiche, nelle arti plastiche quanto in letteratura. Predilige l'arte russa e le avanguardie del Primo Novento. Frequenta le vallate del Bormida , è attenta studiosa degli avvenimenti storici e segue le vicissitudini dello sviluppo industriale di queste terre, ha spesso contatti con ambienti culturali e intellettuali che arricchiscono le straordinarie atmosfere delle cittadine valbormidesi. 


Pubblicazioni:
-Traduzione dal russo de "L'ombrello giapponese", racconti di Viktorija Tokareva per "La tartaruga", Milano- 1991.-Pubblicazione di racconti sul settimanale ligure "Arcobaleno", 1998. - Прямая Речь (Prjamaja reč): liriche tradotte in russo da L. Barisova - Ivanovo, '04 - Pubblicazione di "Voci della Valbormida", opera prima, ed.CaARTEiv, '04; saggio su voci poetiche contemporanee di donne native della Val Bormida .
Premi:-"Premio Almanacco"- segnalazione e pubblicazione sulla collana Quaderni Letterari - Ferrara, 1999.- Edizione "Odissea Poetica nel Nuovo Millennio", Euromedia Editrice, Savona: premio speciale della giuria per la poesia, '01; 2° premio per la prosa ,'03, con pubblicazioni su antologie. - Associazione caARTEiv, Millesimo- Sv: premio speciale per prosa, '01; 1° premio e 3° premio per prosa, '02. -Associazione ANPAAI- Concorso "Gente di Liguria": 1° premio di poesia - S. Margherita Ligure - Ge, '02. - Centro d'Arte e cultura "La Tavolozza", Premio Naz. di Poesia, 5° ed., 3° classificato, '03 - Sanremo. 6° ed. dello stesso, 4°classificato,'04 -Sanremo. Partecipazioni:-"Arte in Villa"-Villa Faraggiana -Albissola Marina, '01: lettura di poesie inedite.- Galleria "Eleutheros", Albissola M: nell'ambito della mostra"Elastica" dell'artista Gianni Bacino: lettura ed esposizioni di "poesie in trasparenza",'01; esposizione di haiku in collettiva internazionale a Villa Faraggiana - Albissola M.,'01. Esposizione di poesie a corollario per la mostra della pittrice Letizia Fazio a Palazzo Nervi, Savona, '03. -"La via dell'arte", Centro Culturale "Paraxo" di Alassio (SV), installazione "Sole" Castelbianco - Veravo (SV), '02. Partecipazione eventi - Urbe, '03. - Presidente di giuria al concorso per le scuole a nome del poeta Mario Arena, Mioglia, '03. - Lettura poesie di Maby Colombo, nell'ambito di "Parole in libertà" - '03 Sassello - Partecipazione allo spettacolo del gruppo sperimentale "Giardino del Mago" - Albissola M.,'03- Sala Mostre Palazzo Nervi, '03: curatore delle mostre delle Pittrici Luciana Bertorelli e Dolores De Giorgi. Presentazione di opere della scrittrice Elisabetta Giudici, Savona, '04 e di poesie della scrittrice M. Rita Pizzorno per la rassegna "Vado per…Libri", Villa Groppallo, Vado Ligure,2004. Collaborazioni con "L'Eco", mensile della Euromedia Ed. - Savona, con la pubblicazione dell'Ass. " Villa Cambiaso" - Savona; con il periodico culturale "Espoarte" di Albissola M., con il mensile Italia Arte di Torino. Ha diretto corsi presso l'UNITRE di Savona, per la lingua francese e russa e presso l'UNISABAZIA di Vado Lig. per la lingua russa e nello stesso ambito ha curato la presentazione di artisti del Quilianoarte per la "Rassegna d'Arte". Ha collaborato alla organizzazione del "Caffè Filosofico" ideato da Giacinta Ferrero, del "Caffè Letterario" del Circolo "M.Arena" a Savona.



Recensioni sulla attività e sulla esperienza creativa degli artisti

Silvana Alliri, Luciana Bertorelli, Laura Bonfanti, Silvia Calcagno, Giuseppe Carena,Fulvio Rossello, Aldo Sciascia, Franca Briatore, Caterina Massa, Monica Ferretti, Carlo Giusto, Paola Grillo, Flavio Roma, Massimo Ricci, Ines Ponzone, Carlo Sipz, Bruno Sullo, Settimia Silvana Zerboni e tutte le personalità artistiche che hanno partecipato a "Trasformare" mostra itinerante tra Italia e Francia.

 


Tra gli artisti preferiti di cui ha parlato

Carlo Giusto, pittore savonese… la sua sete interiore non é mai saziata … al punto di creare una realtà creativa parallela, in cui l'Artista sembra cercare rifugio: scocca il gesto di scomporre per poi ricomporre dei papiers collés e si avverte come una deflagrazione… Laura Bonfanti, ceramista savonese: …sensibile alla tradizione della sua terra, rivela, sia nelle tele che nel la ceramica, uno sfrenato desiderio di affrancamento esistenziale, che viene sdrammatizzato dalla sana ironia…. Andrea Pinketts, giallista en noir milanese :…per lui non esiste un netto confine tra finzione e realtà, l'una sconfina nell'altra fino a perdersi in un' incredibile altra realtà. Il linguaggio scorre per inerzia, trabocca simile ad una catena infinita di analogie… . Ines Gastaldi Carretto, poeta di Bardineto, Valbormida(Sv): … il suo stile è particolare e ben collima con i contenuti tratti dalle vicende quotidiane e da avvenimenti dolorosi, che si stemperano nel sentirsi come un essere unico con la sua terra ….

 



Gli artisti e gli appassionati di arte possono contattare la scrittrice e seguire gli avvenimenti culturali che ogni mese segnala e descrive su "L'ECO", il giornale di Savona e Provincia nella pagina dedicata alla cultura (in vendita in abbonamento e nelle principali edicole di Savona) e su "Italia Arte" mensile torinese, diffuso in diverse regioni italiane; ed è consulente per la stesura dei testi della copisteria-grafica "ITACA" in piazza Cavallotti 24r a Savona

 

 
 
 

A destra: Gabriella De Gregori e al centro: Luciana Bertorelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla brochure di presentazione di Villa Cambiaso a Savona, è stato riportato questo mio scritto, pubblicato già sul giornale omonimo. Tramite il Portale degli Artisti intendo promuoverlo ulteriormente per il fatto che riporta un tema importante e di grande attualità, come quello dell'Arte che necessariamente deve aprirsi anche al pubblico più lontano e e dell'Artista che viene mitizzato e visto, suo malgrado, come una specie di alieno.

 

 

Il muro di cinta di Villa Cambiaso si colora e si arricchisce di contributi sempre nuovi e differenti: impressi a fuoco su piastrelle di ceramica i pensieri di quanti sono stati ospiti dell'antica dimora si aprono finestre sul pensiero, sui valori antichi e nuovi dell'umanità. Ci sono contributi figurativi di pittori, ceramisti e scultori già noti od esordienti, sono state scritte poesie oppure semplici considerazioni. 
Ogni persona o associazione ha voluto lasciare un segno non solo del proprio passaggio ma soprattutto aprire nuovi mondi, suscitare anche nel più distratto passante il desiderio di fermarsi a leggere o guardare e a porsi quelle domande che da tempo non si pone, trovando un piccolo spazio per capire meglio la realtà che non è fatta solamente di problemi quotidiani anche se molti urgenti. 
La tentazione è forte, una volta scoperto questo variopinto libro, si
torna ad osservarlo spesso e si scoprono parole, segni e significati che in una prima lettura non si erano compresi o scoperti. Se poi si ha la gradita sorpresa di trovare delle pagine nuove, se ne studiano i contenuti e si cerca di comprendere il messaggio che l'autore vuole lanciare soprattutto ai più scettici e distratti. Un muro anonimo che si è trasformato in una singolare
creatura che vive di esperienze e di umanità.
Uscire dall'ombra e mostrarsi nella strada costituisce il mezzo per rendere la creazione artistica accessibile a chiunque vi si accosti; l'artista in questo modo può vincere il divario che si crea quando incontra il pubblico nel chiuso di un volume o in una occasione prefissata; per quanto elegante o invitante il luogo dell'incontro tra arte e individuo crea una serie di ostacoli psicologici: l'autore appare distante come una specie di divinità ed instaurare un dialogo autentico con i presenti è talvolta impossibile. 


 
 

 

 

 

In alto la copertina della antologia dove è stato pubblicato il racconto “Al di là del cancello”, la cui vendita è destinata in parte a scopo benefico come il concorso letterario che porta il nome di INSIEME NEL MONDO e il cui bando è uscito sul sito omonimo http://www.insiemenelmondo.org/ 

 

 

Al di là del cancello

Ero impaziente di salire sulla corriera e mi sembrava che il tempo si fosse fermato improvvisamente. Mi elettrizzavo all'idea di varcare quel bel cancello, manufatto autentico in stile liberty, non vedevo il momento di lasciarmi avvolgere dall'atmosfera magica che emanava quella strana villa. Fin da piccola aveva attratto la mia curiosità e avevo tessuto mille congetture su chi potesse abitarla, chiunque fosse era stato da me sempre invidiato. Per me non potevano essere che persone felici e fortunate. L'autobus arrivò: - "Finalmente!"- esclamai ad alta voce, non mi era mai capitato di esprimere la mia impazienza in quel modo, ad ogni fermata l'ansia di arrivare aumentava: - "Ecco la fermata dei pompieri ... è qui che mi conviene scendere". Scesi spintonata dagli altri passeggeri, mi avvicinai al tanto desiderato cancello: entrai, guardai attorno per vedere cosa mi riservasse quel rigoglioso giardino di cui, fino a quel momento avevo potuto osservare le cime degli alberi: era molto curato, le aiuole segnate da pietre porose come quelle di certe rocce del litorale, la loro scabrezza preannunciava la spiaggia vicina. Il mare si sentiva rumoreggiare al di là del muro di cinta, questo aumentò la mia invidia e accese ancor più la fantasia: avere il mare ad un passo. - " Chissà quanto tempo si potrebbe passare all'aria aperta ...godersi il sole o la burrasca, guardando le onde che mutano quanto il nostro umore, ogni giorno sentire quella voce amica sempre uguale, quando è calma, fremere con il vento che rende il mare ostile e ad un tratto nemico." - Ero presa dalle continue 
scoperte ed ero come inebriata più di quanto l'immaginazione avesse fatto fino a quel momento; nonostante non riuscissi a frenare la fantasia, sentivo che qualche cosa di stonato ci fosse: nessuna presenza né un adulto né un bambino stava godendosi la serenità che comunicava quel posto così, 
accattivante, pieno di benessere e di pace, sia per il fisico che per il corpo. Salii lentamente la rampa senza scalini, quella a sinistra, all'ombra, che formava un semicerchio con quella di destra in tutto simile ma assolata. Nessuno mi venne incontro eppure sapevano che stava arrivando un visitatore, che senza i debiti permessi non sarebbe potuto entrare. Ero arrivata alla porta abbellita con splendidi vetri decorati, li osservai con attenzione. - "Sono stati lavorati da mani esperte, assomigliano a quelli delle antine della vetrinetta di nonna... della stessa epoca… trattati con l'acido e perfettamente in stile." Aprii con grande cura uno dei battenti e nessuno mi venne incontro, c'era uno strano silenzio che scendeva dal magnifico scalone centrale: esso riprendeva le rampe esterne, mentre un grande affresco campeggiava nella tromba delle scale, attirando lo sguardo su di sé. Una figura di donna esile con indosso un abito che doveva assomigliare a quello di una matrona romana.- " Mi ricordo...uno simile anche lungo lo sc..." Ad un tratto uno strano suono ferì l'orecchio immerso in quel silenzio artificiale: lì per lì non capii chi o che cosa avesse provocato quel suono. Si aprì una porta accompagnata da uno strano cigolio, ne spuntò una strano arnese con sopra un qualcosa che pareva muoversi ma stentai a riconoscere una figura umana, rimasi impietrita, mentre si avvicinava: il viso contratto in una smorfia grottesca, il corpo rattrappito ma costretto da cinghie a sembrare disteso, emetteva di quando in quando quel suono gracchiante e a volte acuto che mi aveva fatto sussultare. - " Ecco chi abita questa superba villa piena di raffinatezze artistiche!" - mi sentii sprofondare. Quell'immagine mi fece precipitare dall'alto dell'estetismo più raffinato ed esaltante nel baratro di una realtà, ascoltata, ma mai sperimentata con i sensi. -"Il regno del silenzio, della non visione del reale per quanto tremendamente bello e consolante, l'indifferenza del patire, l'inutilità di un corpo in balia di forze scatenanti e "scatenate" da una qualsiasi razionalità. Questi privilegiati, per me, rari abitanti, chi più chi meno rimanevano i n d i f f e r e n t i a tanta bellezza che la natura o l'arte hanno imbandito ... che mi hanno fatto invidiare!!!."- D'istinto cercai di tornare indietro, come per non accettare una realtà troppo crudele, quasi impensabile. Poi, improvviso nella mente esplose un " Dove sto andando? Stai scappando forse...la realtà è proprio questa: ombra-luce, bello e grottesco...bianco e nero, ma è troppo nero!"- ritrovai le mie energie e quasi urlai all'assistente di quell'essere deforme dove potessi trovare Rosalba, volevo scusarmi di essere lì io, sana in tutto, mente e corpo, con la mia esaltazione estetica nella LORO realtà, anzi nella realtà. Avevo profanato un mondo che non mi apparteneva.
Dietro una porta, che si spalancò improvvisa come uno schiaffo, sbucò la testa rossa e riccioluta di Rosalba, tutta sorridente mi invitò con "Dai ! ... vieni...sei arrivata finalmente! Vanessa ed io ti stiamo aspettando!".
Sì, erano anni che sognavo di varcare il cancello di quella specie di Eden, almeno così nel mio immaginario appariva la villa: ora la verità era lì davanti a me. Ad ogni passo si intrecciava il bello della creatività con i suoi contrari, il grottesco ed il dolore. Vanessa era autistica, una stupenda bambina destinata all'isolamento e a non godere di tutta quella bellezza che mi aveva fatto sognare. 
Quando varcai di nuovo il cancello il sole al tramonto giocava con le vetrate dell'antica villa, la guardai a lungo: - "Ancora magie..." - pensai e mi diressi a piedi verso la città. Mi portai a casa un sogno infranto in cambio di una verità dolorosa: il Bene e il Male si intrecciano come i motivi floreali sulla facciata di quella dimora signorile, che per me fino ad allora mi era apparsa come l'irraggiungibile Regno del Bello. 

 
 

 

LA COMMESSA anno 1995/1999


L'orgoglio spesso porta a fare dei sacrifici non richiesti. Appena concluso con il liceo, iniziai a frequentare l'università, allora decisi, come molte mie coetanee, di trovarmi un lavoro par-time, per questo accettai di lavorare al pomeriggio in un ben fornito negozio di giocattoli. Non ho mai avuto simpatia per i bambini, l'idea però di incontrare molte persone, per giunta di ogni estrazione sociale, età e sesso, mi divertiva, lavorare mi piaceva anche se, sotto Natale, diventava faticoso e mi impediva di studiare quanto avrei dovuto. Mi bastarono poche settimane per riuscire a distinguere i frequentatori del negozio e, per così dire, a catalogarli nonché ad inquadrarli al loro primo apparire; naturalmente i clienti più assidui erano i bambini che venivano, spesso più del necessario, a vedere le novità e a chiedere se avessimo quel tale giocattolo pubblicizzato dalla televisione. Mi divertivo a studiare le persone e talvolta mi capitava di non inquadrare subito le esigenze del probabile acquirente, quando mi sentivo alle strette guardavo le calzature indossate. Questo accessorio risultava uno strumento infallibile per individuare lo status del cliente.
Calzature da donna con decorazioni metalliche: alta e media borghesia parsimoniosa. Scarpa da uomo dal pellame supermorbido: libero professionista con poca fantasia e tanta fretta. Scarpa da tennis di marca: parvenu agiato e pieno di storie, oppure benestante intelligente che si sbilancia sul prezzo quando il gioco proposto promette di sviluppare l'intelligenza del destinatario. Quelle che non sopportavo erano le signore impellicciate e piene di costosi profumi: prima di tutto perché soffrendo di allergopatie, al loro avvicinarsi mi procuravano noiosi pruriti e mi provocavano sgradevoli starnuti, ma quello che non riuscivo a capire era il fatto che in fin dei conti si erano vendute a caro prezzo, non si curavano di porre rimedio alla loro ignoranza ed il più delle volte erano sgradevolmente arroganti.
Un pigro pomeriggio di novembre, incappai in una signora, con tanto di figli appresso, che catalogai mio malgrado fra i clienti sgradevoli. L'interessato all'acquisto era una bimbetta dall'abbigliamento longhette, camicia bianca, scarpe e calze rigorosamente blu, tipico per una "caconcella", prodotto di certi ambienti noti della nostra vita provinciale e che per me erano off limits. 
Naturalmente mi fece impazzire perché le mostrassi le bambole appena arrivate di una nota serie e, dopo stordimenti di naso e smorfie a non finire, si degnò di scegliere sotto le direttive della madre altrettanto pignola e poco gentile nei modi; per spirito di contraddizione divenni mielosa più del solito e più disponibile, non lesinando di sfoggiare la mia preparazione in fatto di bambole americane.
Altrettanto un supplizio risultò la scelta dell'abbigliamento per quella bamboletta, tipico modello States, al che intervenne inaspettatamente un ragazzino occhialuto e leggermente paffutello, con uno strano papillon, o qualche cosa del genere al posto della cravatta; questo particolare mi fece ricordare di un mio ex compagno di classe, un cervellone: trattavasi del fratello maggiore il quale, non so come, meno cieco delle altre due membri della famiglia, si era reso conto che non potevo essere una semplice commessa da strapazzare a loro piacere.
Non so se egli avesse l'intenzione o meno, ma mi venne in aiuto e disse che, vista la lungaggine della sorella, voleva approfittare per vedere dei modellini da collezione di treni e vetture, aveva notato tra i nuovi arrivi alcuni che gli interessavano in modo particolare. Abbandonai per un attimo le mie aguzzine e disposi sul banco quello che mi aveva chiesto; mi accinsi ad elencare alcune caratteristiche che erano scritte in inglese e in francese come fosse la cosa più normale di questo mondo.
La madre si mise ad ascoltare come parlassi con competenza di cose così fuori del comune e con la sicurezza dovuta, il ragazzo in battuta, mi chiese se fossi straniera ma io, prontamente gli buttai lì che stavo per laurearmi in lingue e che in casa c'erano altri laureati, mio padre insegnava da tempo, mentre mia madre aveva avuto l'opportunità di lavorare all'estero, in scuole straniere.
Anche quel ragazzo frequentava corsi universitari giustamente in una sede prestigiosa, dove si era laureato già suo padre e forse, pensai io, anche suo nonno: non mi rimase simpatico neppure lui, mentre apprezzai il suo intervento con il quale voleva scusarsi della cafonaggine di madre e sorella.
Si era fatto tardi perciò sarebbe tornato con calma per esaminare meglio i modelli e conoscere i prezzi. La madre si decise a mollarmi e si diresse alla cassa, lui rimase ancora e mi chiese se fossi in grado di tradurre per lui qualche pagina in francese, una lingua che aveva trascurato e che faceva fatica a ricordare, gli risposi che dovevo vedere di che materiale si trattasse per verificare se fossi all'altezza, chiarendo che, a volte le microlingue non sono alla portata neanche dei più esperti. Mi salutò dicendo che, appena gli fosse possibile, sarebbe tornato, ringraziò e raggiunse la madre che naturalmente aveva una gran fretta. Non diedi molta importanza all'interesse per me da parte di quel ragazzo, che aveva la disgrazia di avere una madre così pedante e una sorella viziata.
Passarono i giorni e mi dimenticai dell'accaduto, i pomeriggi erano lenti e presagivano gli arrembaggi da parte dei clienti per i regali di Natale. Un pomeriggio uggioso mi riservò una sorpresa: il ragazzotto di famiglia bene si fece vedere per tornare su quei modellini di cui faceva collezione. Mi sembrò leggermente pedante anche perché io da un pezzo non amavo collezionare più niente: mi ero stancata di tutto quello che ingombrava le bacheche e purtroppo le vetrine della gigantesca libreria, che occupava quasi tutte le pareti della camera a me destinata.
Dopo un accurato esame dei singoli modelli ne scelse uno d'inizio secolo e prenotò uno più recente, poi cortese, come sempre e con un po' d'imbarazzo, mi chiese quando sarebbe stato possibile farmi visionare le pagine di francese di cui aveva accennato la volta prima, non aveva molta fretta ma sarebbe stato meglio che gli avessi dato al più presto una risposta per programmare i suoi esami. Distrattamente gli dissi di portarmi il materiale in negozio, così nei momenti liberi avrei potuto dare un'occhiata.
Non passò neanche un giorno che tornò portandomi stralci di giornali il cui contenuto era di una facilità strepitosa, al che mi venne il sospetto che lo facesse per attaccare corda. Mi dovetti ricredere perché vedevo che al contrario era seriamente preoccupato: non riusciva ad afferrare neanche il significato generale di quello che c'era scritto: infine gli feci la proposta di dettargli la traduzione per accelerare i tempi.
Passato il periodo delle grandi vendite natalizie sarei rimasta a casa, perché durante i primi mesi dell'anno il lavoro si sarebbe rallentato.
Mi diede appuntamento in un bar di Piazza Giulio.
Erano suonate le cinque da un pezzo all'orologio ancora funzionante del fatiscente Ospedale Vecchio che formava il lato maggiore della piazza: questo fatto mi diede i brividi, e per giunta cominciavo a sentirmi a disagio anche se il bar era frequentato da signore "bene" e da qualche "caconcello" della mia età.
Mi persi ad osservare il locale: l'arredamento non era sgradevole, era lo spazio che faceva difetto, anche se astutamente l'architetto era intervenuto con grandi specchi che decoravano al parete di fondo, in quanto al resto era inappuntabile e pulito; avevo ordinato una bibita per far passare il tempo e la bevevo a piccoli sorsi per giustificare la mia presenza, tirai fuori anche i miei arnesi da studentessa: penne, matite, quaderni e notes, per evitare di essere importunata da qualche scocciatore.
Il mio cliente finalmente arrivò, venne accolto da acclamazioni e dal saluto chiaramente interessato di una brunetta tutta tirata, ma lui tagliò corto e si diresse verso di me con la faccia stravolta, si profuse in mille scuse: non era sua abitudine farsi attendere ma confessò di essere rimasto vittima dei capricci della famosa sorella minore. Gli credetti subito anche perché mi punse l'orgoglio aggiungendo che non aveva potuto troncare la cosa per non far sapere di avere un appuntamento con me. Rimasi male e lui si rese conto del mio dispiacere: cercò di chiarire che lo faceva per non essere subissato di domande da parte della madre. Sapeva che lei spesso diventava troppo invadente. Per metterlo a suo agio gli confessai che ero arrivata con un ritardo mostruoso e avevo temuto io che mi avesse ritenuto una bella maleducata e perciò non mi avesse aspettato.
L'argomento era tecnico e quindi lontano dalle mie solite traduzioni a carattere letterario; lavoravo nei ritagli di tempo e fino a tarda sera pur di mantenere l'impegno preso: il mio giovane cliente ogni tanto passava dal negozio per sapere come procedesse la traduzione.
Ci incontrammo diverse volte al solito bar e ben presto mi accorsi di suscitare l'invidia di certe sue amiche, probabilmente, anche se fisicamente non era interessante, costituiva un'attrazione per quelle "oche", come ritenevo che fosse quel tipo di ragazze. Lo scoprii molto più avanti che imparentarsi con lui faceva gola a parecchie della sua cerchia: la cosa mi lasciò come mi aveva trovato. Avevo abbastanza intelligenza ed esperienza per apprezzare le persone per quelle che valgono individualmente e non per quello che fosse piovuto loro gratis, per nascita. In passato avrei senz'altro sofferto di un certo complesso d'inferiorità ma ora mi divertiva l'idea di far credere alle " oche" che stavo portando via loro un bel osso.
Il giorno del mio trionfo arrivò inaspettato: andando al solito appuntamento al bar ci trovai anche la madre e la sorellina. La signora era stata informata dell'opera che stavo prestando per accelerare gli studi del suo amato figliolo. In quest'occasione si mostrò meno ottusa di quanto mi parve la prima volta che la vidi e con un tono un po' di rimprovero gli consigliò di ricevermi a casa, visto che lì c'era chiasso, poca concentrazione e niente spazio. Ci congedò scandendo bene nei miei confronti con un "mia cara domani starai più comoda da noi". Le "oche" si fecero di mille colori e una in particolare mi fulminò, non sapeva che a me interessava solo il mio lavoro.
Passai una notte insonne per l'agitazione: per la prima volta entravo nel mondo delle famiglie "bene", dal quale ero stata sempre esclusa.
Rimasi un po' imbarazzata, entrando nel portone monumentale del palazzo dove abitava il mio giovane datore di lavoro, il quale mi aspettava nell'androne per evitarmi di salire a piedi fino al loro appartamento. La porta d'ingresso era massiccia, un lavoro da mani esperte, l'interno ebbe la mia approvazione, era stupendo per i grandi spazi, vecchiotto ma arredato con gusto.
La padrona di casa si fece ben presto viva e consigliò di stare comodi nello studio del marito, che per quel giorno era in trasferta. Si dimostrò molto interessata ai miei studi e al modo di gestirmi la vita, rimase compiaciuta del fatto che fossi preoccupata di non pesare sulla famiglia, anche se questa era in grado di sostenere le spese per i miei studi, e le feci capire che avevo un buon dialogo con i miei genitori e avevamo deciso che dovevo già prendermi una fetta di responsabilità senza intaccare il tempo per svaghi sani e vacanze, nonché non trascurare i pochi e selezionati amici che avevo scelto strada facendo, diversi per estrazioni con in comune sani principi morali.
Imparare a proprie spese quanto costi il pane e tutte quelle cose di cui ci circondiamo, l'aveva colpita positivamente; alla fine di questa specie di interrogatorio azzardò a chiedermi se avessi un amico speciale, il che provocò imbarazzo nel figlio, che tingendosi di rosso fiamma quasi con stizza esclamò un "Ma, mamma!". Lei si scusò e si affrettò subito a giustificare la domanda personale per il semplice fatto che le amiche del figliolo avevano un atteggiamento, come dire, disinvolto nei confronti dell'altro sesso da dubitare della loro condotta. Io, per tirare l'acqua al mio mulino, confermai che in certi ambienti purtroppo è facile cadere nella noia e nella faciloneria, ma soprattutto farsi trascinare in situazioni particolarmente pericolose. Sottolineai che purtroppo il benessere economico a volte da alla testa, certamente non a tutti. Ci lasciò lavorare fino a l'ora del tè, quando appunto ci invitò ad accomodarci nel salone per la cerimonia delle cinque. Non mi sentivo per niente a mio agio e osai farlo notare per non apparire scontrosa, la padrona di casa si mostrò comprensiva e mi disse che in fin dei conti erano tutte formalità cui lei dava poca importanza, erano semplici abitudini domestiche che con il tempo si stavano semplificando senza cadere nello squallido. E mi parve ancora meno vanesia di quanto mi fosse apparsa la prima volta, meno ostile, certamente aveva chiesto informazioni sul mio conto…
Una sera, erano circa le sette, iniziò a piovere e bene presto si tramutò in un acquazzone con tanto di tuoni e fulmini; la mia ospite ebbe un'idea che mi parve soprattutto dettata dalle circostanze, ma che tornò a mio vantaggio o svantaggio?. Cercò di convincermi ad aspettare che il tempo migliorasse e mi consigliò di telefonare ai miei genitori per avvisare che sarei rimasta a cena da loro, appena si fosse calmato il temporale mi avrebbero accompagnato a casa.
Quella sera era rientrato presto anche il padre del mio datore di lavoro: mi sentivo tremendamente in imbarazzo ma ero contenta ma ero contenta che uno di quei proverbiali temporaloni, che si abbattono frequentemente sulla nostra sonnacchiosa città, mi desse l'opportunità anzi il divertimento di capire e studiare le persone di un ceto così particolare, direi di una classe in estinzione.
Prima di andare a tavola trascorse un po' di tempo: ci fu la presentazione con il padrone di casa, tutto studio e lavoro, colto per inerzia, che sembrava avesse clonato i figli, poi ci soffermammo a seguire un notiziario, tanto per un aggiornamento, ci tenne a chiarire il padrone di casa che rivelò non amare il piccolo schermo, ed infine, visto che la cena era ancora in fase di preparazione, mi chiesi se volessi ascoltare della musica, classica naturalmente, e dato che mi chiedeva cosa gradissi ascoltare, buttai un Debussy, non che lo amassi molto ma per far capire che conoscevo non solo la musica declassata a pubblicizzare note marche. Intanto la signora si scusò del ritardo in quanto era il giorno libero della cara Amelia e le cose andavano più lentamente, anche se aveva un piccolo aiuto da parte di sua figlia. A proposito, forse leggendo la meraviglia sul mio volto, espressione della sincerità di sentimenti, mi disse che, nonostante il loro tenore di vita, le era parso opportuno che i suoi ragazzi imparassero almeno a sopravvivere in caso di necessità. Inoltre aggiunse che per una donna, futura padrona di casa, era indispensabile avere le nozioni sul da farsi dentro le pareti domestiche per poi impartire ad altri gli ordini necessari. Mi piacque sempre di più e mi resi conto di avere dato un giudizio troppo affrettato su di lei e gli altri membri della famiglia e di averli messi nel mucchio dei "puzzoni" senza conoscerli a fondo. Rimasi male e per aver sbagliato valutazione e per aver peccato di presunzione, infine per aver giudicato male delle persone che sapevano rispettare le cose che la Provvidenza aveva fatto trovare nel piatto.
Di quando in quando lavoro ancora in quel negozio di giocattoli, il ragazzo paffutello è diventato un amico prezioso e… 


1 novembre 1999

 

 
 

 

A Riofreddo di Murialdo "Poetando in Valbormida"- premio speciale- 10 luglio 2001

Lezione di pianoforte Anno 1985 



L'orologio tintinnante della torretta mi ricordava che sarei arrivata in ritardo, se non avessi spiccato una corsa….
Ogni martedì, giovedì, e sabato, alle due e un quarto, mi toccava andare a lezione di pianoforte. Non avevo un'idea precisa se mi piacesse o meno, al contrario mi pareva chiaro il fatto che non riuscissi assolutamente a vedere un nesso logico fra tutti quei segni, direi magici, per questo motivo, dopo due anni di disperati tentativi di apprendere l'uso dei tasti bianchi e neri, ritmo, tempo e vocalizzare le scale, maestra e genitori si arresero e mi lasciarono per sempre in pace.
Non so da chi fosse partita l'idea ma dovevo per forza calcare le orme di mia sorella, la maggiore, dovevo per forza essere quella più dotata intellettualmente, dovevo per forza studiare anche le cose più strane, quali le lingue straniere, ovviamente mi spedirono a scuola che sapevo già perfettamente leggere e scrivere. Così fui molto colpita dalle parole della mia prima maestra che consigliò ai genitori di dare a noi bambini fogli di carta qualunque per cominciare, perché intanto, i primi giorni, non avremo che scarabocchiato qualche disegno. Ricordo che sfogai la cocente delusione in un pianto alquanto ingiustificato alla vista dei grandi, perché ero di casa in quell'edificio enorme dai muri rossicci, dove avevo trascorso qualche anno di asilo, mentre trascorrevo il fine settimana nell'annesso oratorio.
Frequentavo quello che adesso si chiama scuola materna sulle alture della città, in una zona, perfino ora, ritenuta per pochi eletti e per raggiungere il maestoso convento passavo tra stradine rimaste medievali dai muri troppo alti per una bambina di quella età; dai giardini e lungo le scalette traboccavano vegetazioni di ogni tipo, alberi, arbusti vari, talvolta agrumi e gelsomini e forse le buganwillee, da me troppo amate. Spesso mi fermavo ad osservare le continue novità che la natura mi regalava ogni giorno: lo sbocciare dei fiori in primavera come i colori dell'autunno.
Ero orgogliosa di essere diversa dai miei compagni di classe, tanto che non mi rendevo conto che l'assoluta indigenza della mia famiglia fosse motivo di ostacolo alla apertura con gli altri. Mia madre cercava di non farci mancare l'essenziale e ci portava spesso fuori ; la domenica, quando era molto freddo, andavamo nel mai dimenticato cinema del Monturbano.
Me lo sento ancora addosso il freddo che faceva al suo interno, forse più che fuori: tra un tempo e l'altro mi mettevo a contemplare la forma a teatro dello strano ambiente, le logge a cerchio attorno alla platea, il grande sipario, le scene dipinte sul soffitto, che forse rappresentavano la conquista di qualche terra selvaggia, forse l'omaggio al tanto conteso Cristoforo Colombo.
Il pensiero che tutto ciò sia stato lasciato andare alla rovina, per la stupidità e la avarizia di non si sa bene chi, mi intristisce ogni volta che passo accanto a quell'edificio e mi dà la misura di come sia rovinata una città che avrebbe potuto dare moltissimo alla cultura.
Fra tanti ricordi di allora non posso certo scordare le lezione di pianoforte tenute da una energica suora di quel convento, che esiste ancora vicino alla chiesa di Sant' Andrea, a quel tempo una delle parrocchie più frequentate.
Ricordo quei pomeriggi quando il sole di maggio era già cocente e mi rifugiavo volentieri all'ombra dei grandi edifici che formano quei caratteristici portici, frequentatissimi ma non a quell'ora . 
I miei erano passi solitari perché mia madre si guardava bene d'accompagnarmi: era un'abitudine che aveva conservato venendo via dal paese di origine; inoltre non si rendeva neanche conto di quanto timore mi mettesse attraversare tutte quelle strade note ma solitarie, per lei era un modo per imparare a guardarci da sole.
Allora io mi facevo accompagnare da strane figure inesistenti e quel gioco sarebbe durato nel tempo se non avessi scoperto che solo i pazzi vedono chi non c'è. E fu un vero peccato lasciare i miei amici nel cassetto della memoria infantile.
Quando ero libera dai compiti, mi dedicavo al solfeggio oppure ripetevo quegli esercizi scritti che la buona suora mi assegnava di volta in volta insieme però ad un fioretto. A furia di fioretti forse mi venne in uggia anche la musica, oltre al fatto che ero e sono ancora priva di orecchio musicale; lo strano è che seguo ogni tipo di ritmo benissimo, solamente con il movimento.
Mi rimase un'altra ferita e un grande dubbio di essere portata per la danza : non mi fu concesso di provarla a causa della mentalità distorta di mio padre per il quale mostrare le gambe sembrava una cosa più che sconveniente. E quella frase mi si ripropone alla mente quando qualche cosa va storto. 
Più volte mi sono detta se non sarebbe stata la mia vita danzare, visto che amo la musica sopra ogni altra forma di espressione artistica e per me il movimento al ritmo delle note l'espressione più libera dell'uomo.
Spesso mi risuona in mente quella specie di ninna nanna che inutilmente, per due anni, la mia buona suora mi ha ripetuto le note nel tentativo di sciogliere le mie orecchie, due strumenti inutili per capire quale sia do quale mi, oppure un bemolle o un fa diesis: sono bellissimi nomi ed esteticamente mi affascinano.
Ebbene ogni volta che la vita mi chiude una porta o spegne la speranza di riuscire ad ottenere quello che più desidero da tempo, oppure mi assale un forte sentimento o la solitudine cerca di impossessarsi ancora di me, quella musica da carillon mi sveglia al mattino e vorrei poterla ripetere su di una tastiera.
L'idea di riprendere a studiare la musica di quando in quando mi assale e sono presa tra la paura di non farcela ancora una volta e il desiderio di sconfiggere la mia sconfitta di allora.
Ci vogliono giorni per dimenticare di quando cadenzavo lentamente, a modo mio, quel pezzo che era, per mia disgrazia, brioso.
Che fine abbia fatto quella suora solerte ed energica non ho mai saputo. 
Al contrario con certezza che fine hanno fatto i miei sogni di gloria, di carriera certa in un mondo che non mi è piaciuto, che mi ha schiacciato prima ancora di cominciare: è rimasto tutto dentro di me come la musica che so a memoria ma non riesco né a ripetere e neppure a far ripetere.
Non mi dispiace che nella testa, nell'angolo dei ricordi ci sia questo, senza colori, senza segni ma solo e puro suono, come una melodia magica che mi fa tornare alla mia fanciullezza piena di sole e di buone intenzioni, di aria aperta, di vento caldo e freddo al mutare delle stagioni.
Nessuno sa che cosa mi ronzi nella testa, quando rimango in solitudine, senza parole e senza cenni, con lo sguardo apparentemente nel vuoto: cerco di ricostruire quel filo che il dolore a volte spezza.
La musica di quel minuetto, che per me faceva da ninna nanna, riesce a far dondolare i pensieri ma soprattutto a tornare al garrire delle rondini, la sera, quando la calura di quelle estati torride infuocava ancora le piastrelle della mia amata terrazza e posso riudire le grida di Cicci nel suo giardino che mi arrivano nitide come allora. 
Lei sapeva suonare il pianoforte e le note del suo pianoforte arrivavano nei caldi pomeriggi d'estate fin nelle nostre stanze ed io provavo un certo sentimento di ingiustizia e mi rodeva il pensiero che lei avesse imparato ed io no.
Nel mezzo del grigiore di una città ormai spenta, percorsa dai fantasmi viventi dei miei coetanei, quasi tutti arrivati, che mi salutano con gli sguardi spenti, risuona, dalla memoria più lontana ma ancora tutta da vivere della mia infanzia quel susseguirsi breve, ma ancora pieno di suono, di quel "Amorino" rimasto nel libro di musica, tutto segnato a matita e pieno di chiose.
Arriva intatto alla mente e vorrei poterlo suonare, magari meccanicamente, senza la pretesa di riconoscere le note sul pentagramma. 
Quando mi dondolano per la testa quelle note, i desideri, i buoni propositi di quando abitavo su quella magica collina ritornano e con essi la speranza che il futuro sarà migliore anche per me.
La voglia di farcela nonostante tutto, nonostante io non abbia mai capito quei magici segni. 
A volte, riordinando o cercando qualche cosa negli scaffali tra i libri, mi vengono in mano gli spartiti, un po' ingialliti, sempre fasciati nella carta da zucchero, li sfoglio pensierosa e mi soffermo sulle annotazione lasciate a matita, ancora intatte, dalla calligrafia svolazzante, ma sicura, della mano energica della mia maestra, suo malgrado, di pianoforte.
Non mi è mai sfiorato per un attimo il pensiero di mandarli al macero, anzi li ripongo con cura e allo stesso posto per trovarli con facilità. 
Nonostante siano trascorsi tanti anni non riesco a dimenticare "Amorino", la paziente monaca e la mia amica Cicci. Ogni volta che lo rimetto al suo posto è come se volessi convincere me stessa che : "L'anno prossimo, forse …se avrò un po' di tempo…. ci riprovo". 

 

 
 

 

MEDITERRANEO: 

 

è un vocabolo che da qualche tempo corre da una parte all'altra delle isole culturali liguri. 

Il movimento mediterraneo si concretizza attraverso iniziative che arrivano dalla vicina Provenza con Art Mobil, alla quale si affianca con un percorso annuale recente La via dell'Arte. Gli intellettuali e gli artisti che respirano atmosfere già multietniche, come le nostre della costa ligure, rimangono facilmente coinvolti da questo movimento che affonda le sue radici in epoche remote. Dopo parentesi storiche tendenti a delimitare l'arte con caratteri nazionali e creare gerarchie qualitative o di leader fra le diverse aree culturali, si avvertono sintomi positivi di confronto e non di scontro: la natura stessa delle nostre terre, che traggono sostegno e nutrimento fisico e mentale da questo mare atipico, che non è esteso ma che tuttavia raccoglie e sottolinea diversificazioni e distanze per via delle eterogenee civiltà che si affacciano da sempre sulle sue coste. Un bacino ricco di culture, meno burrascoso dal punto di vista climatico di un oceano, da sempre rimane crogiolo incandescente di scontri tra popoli. Un elemento che riesce a superare queste discordie etniche rimane l'arte e l'attività creativa, anche nelle manifestazioni che un tempo si consideravano minori: basti pensare al percorso della ceramica che sembra in ogni epoca poter saldare le incrinature sul piano umano e culturale.
Questo misterioso mare ha sempre favorito scambi tangibili di materiali e generi necessari per la sussistenza delle diverse popolazioni che da esso dipendono: ma nei movimenti intellettuali e nelle ultime generazioni di artisti si è andato creando una forma di interazione spontanea e fertile, la cui forza serve da collante e nello stesso tempo da elemento rigeneratore in un momento di crisi per la creatività e di incomprensione tra genti che, sebbene vicine, sembrano vivere in tempi diversi la contemporaneità. 
Anche gli artisti del QuilianoArte operano nell'ambito di questo tentativo di comunione con l'altro mentre aprono un dialogo con gli abitanti di una regione, il vicino Piemonte, che in parte ha origini comuni con la loro, sebbene questi legami siano sepolti sotto spesse stratificazioni storiche. Portatori di immagini solari e marine lasceranno su di un terreno del tutto continentale e brumoso le loro tracce colme di cromatismo vivace e ne riceveranno in cambio l'atmosfera tra religiosa ed intima della madre terra, sulla quale il ritmo del tempo meglio si distingue col passare delle stagioni.


Gabriella De Gregori

 

3 mag.
dietro vapori di caldo
si spegne il sole
La foschia ingrigisce la luce
Incapaci di filtrare lo spessore della realtà presente
Sentimenti, sensazioni
Smorzano i colori accesi dei desideri non appagati.

Gabriella De Gregori

 

 
 

 

Silenziosa presenza


Eretto col busto stecchito
I rami dolcemente ricurvi
Carichi di frutti legnosi
Di foglie tremule
dai mille colori autunnali.
Antica nobil pianta
Ti beffi delle miserie umane
delle urla sgangherate degli sciocchi
rimani nella tua certezza
bagnato dalle lacrime della rugiada
disegni nitidi ghirigori
sul muro grigio del palazzo accanto
sulla soffice neve
sempre più avara
Potessero i giusti e gli onesti
mostrare le loro braccia forti
la loro tenacia
la antica volontà
sconfiggere come piante centenarie
la corruzione di questa umanità
senza radici!
Zampilli cascate dai mille colori autunnali
Produci frutti compatti e aspri
Per le generazioni senza speranza
Dignitoso simulacro di valori dispersi nei fiumi di arido cemento
Fremi impercettibilmente di foglie timidi ma tenaci
Tra il chiasso di voci e suoni sgangherati.

26 agosto 2001 - San Giacomo di Roburent