Giorgio Albonico

 

Categoria  Scrittori

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Città:  22034 Brunate (Co)

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E-mail:  albonico.brunate@tiscali.it 

Data adesione:  Marzo 2006

Fotografia

 

 

Giorgio Albonico è nato nel 1953 a Como, città dove vive con la famiglia.

 

Si è laureato a Pavia in medicina e chirurgia.

 

Ha pubblicato tre romanzi: 

 

- nel 1998 "Il pensiero di Apollonio

 

- nel 2000 "La setta"

 

- nel 2005 "Il testamento di Pericle"

 

 
 
 

 

"... Il mondo classico, nella sua peculiare rielaborazione cristiano-germanica, non è soltanto uno degli elementi della nostra cultura: è la base di questa cultura, la matrice e l'archetipo della nostra tradizione, proponendosi come struttura di riferimento non solo della sua produzione intellettuale e artistica ma anche delle forme stesse della vita civile.

A darci una conferma di come l'antico possa ancora funzionare da paradigma, ecco questo libro di Giorgio Albonico, Il Testamento di Pericle, in cui l'antico statista dell'Atene del V secolo, in forza del suo ruolo di autentico protagonista della storia e della politica, diventa rappresentazione simbolica del potere ma anche occasione per interrogarsi sulle responsabilità di ognuno di fronte al destino, nell'attimo estremo in cui la vita fa giustizia di ogni falsità. ..."

 

Vincenzo Guarracino

 

 

 

 

 

 


 

COMMIATO

Tratto dal libro "Il testamento di Pericle"

 

"... Adesso sono stanco, credo di avere bene svolto il mio compito.
Ho passato tante primavere e, a parte questi ultimi mesi della mia vita, ho sempre beneficiato di una salute gagliarda.
Il mio corpo mi ha sempre fedelmente servito, senza mai tradirmi. Anche ora non urla che è tempo di terminare il viaggio, ma lo sussurra piano piano, quasi avesse il timore di darmi eccessivo turbamento o fastidio.
Non ho credulo mai agli dei sempiterni che hanno riempito le fantasie di molti miei concittadini, ma ho sempre guardato con rispetto alla nostra religione; ho agito da uomo mai mosso da risentimenti o dai desiderio di nuocere a qualcuno per invidia o astio: credo che gli Ateniesi non possano lamentarsi del mio operato e credo che nessuno di loro abbia avuto da soffrire per causa mia, anche se alcune mie decisioni si sono poi rivelate non esatte nella loro realizzazione. 

Ma le avevo formulate con alto intendimento. Di certo non con quello di nuocere alla mia gente.
Anche se ho ottenuto il consenso per la mia azione politica dalla parte più bassa della popolazione perché la democrazia era rivolta proprio ad essa, non ho mai dimenticato quello strato di popolazione dal quale ero provenuto e nelle mie segrete preghiere, un pensiero riverente era ri volto a coloro che mi avevano preceduto, da Temistocle a Clistene.
Ebbi nemici, ma sempre per differenze politiche.
A dividermi erano concezioni diverse dell'opportunità dei momenti o della politica da seguire, mai motivI personali di odio.
Nel mio intimo stimavo e ammiravo Cimone e persino quelli che mi criticavano ferocemente come il poeta Cratino, non riuscivano a divenir mi odiosi.
Fui attento alle emozioni dell'animo e non vanificai quelle degli altri.
Per tutti ebbi sempre un pensiero di compassione, consapevole come ero del comune cammino dell'uomo su questa terra intriso, di sogni che si frantumano contro un realtà a volte dura, come il marmo del Pentelico.
Capivo la precarietà, anche se tentai di batterla lanciando contro il ciclo azzurro della mia terra le forme perfette del Partenone o dei Propilei. Era questa la mia sfida al tempo.
L'eternità era alla loro portata e forse qualcosa di me vivrà con loro. 

Ho amato teneramente Aspasia, che ora abbandono ad un destino che mi auguro sia benevolo con lei e con mio figlio, l'unico rimastomi dopo la morte degli altri due.
Ho amato Aspasia perché ho amato l' Idea stessa del volere bene ad una persona.
Aspasia è riuscita a dare corpo alle mie percezioni ed in un mondo dove l'amore fra uomo e donna era raro, ho voluto, anche a costo di alcune rinunce, portare un segnale importante.
Che i miei concittadini vedessero quanta armonia e serenità esiste in rapporto sereno e non da trascorrere nell'oscurità.
Le mie terre e quanto mi rimane in denaro, dopo avere pagato la multa di cinquanta talenti che gli Ateniesi hanno voluto infliggermi incolpandomi per la guerra in corso, andranno a loro, ad Aspasia e a mio figlio Pericle. E' poco per ricompensare tutto quanto mi è stato donato da lei, in termini di finezza di ingegno e di serenità di comportamento.
Ho amato teneramente i mici amici più intimi, da Anassagora a Damone, da Lampone a Fidia. Alcuni furono maestri di vita per me ed il loro ricordo mai si affievolirà nel mio cuore, perché l'amicizia come l'amore, vince in questo mondo sulla morte e su quanto di opaco in esso regna.
Ai miei concittadini e alla mia città, che ho desiderato fare sempre più bella e onorata, andrà

il ricordo della mia vita spesa al servizio di questo ideale.
La guerra non riuscirà a disperdere questa eredità e nelle sue spire di morte e di fuoco, nulla di quanto è stato di grande e di prezioso, andrà perduto.
Il cielo, l'azzurro delle onde ed il calore del sole, tutto questo per me a brevissimo non sarà più.
Rimarranno questi rotoli di papiro che provvederò a nascondere in una nicchia ricavata nel muro.
Forse un giorno verranno alla luce o forse no.

Non importa.
Mi hanno tenuto compagnia negli ultimi istanti della mia vita ed hanno riempito ancora per un poco le mie ore, facendo tornare sulla scena anche solo per un momento, ombre credute disperse.
Spero che il mio corpo venga deposto accanto a quello dei miei figli Paralo e Santippe, di mia sorella e di Arifrone, nella tomba in cui già riposano mio padre e mia madre.
Socchiudo gli occhi e come ultima immagine vedo il Pireo brulicante di cittadini e di meteci.
Tutti in attività nel fulgore della vita di Atene.
Le navi da guerra schierate e pronte a prendere il largo agli ordini del navarco

I rematori consci della loro raggiunta  importanza sociale perchè consapevoli che grazie a loro il mare ha ristretto la terra.
Le merci, perchè al di Là di tutto, quello Ateniese è rimasto un popolo di commercianti e tutto ruotava attorno alla possibilità di aprire o di conservare i mercati.

Sento le voci delle donne che vengono dal piano sottostante della casa.

Una di loro, credendosi non udita, stà dicendo che le ho suscitato, l'ultima volta che mi ha visto, una pessima impressione e di come pensi che la mia fine sia ormai vicina.

Non ha torto.

Avverto salire dentro di me ondate di debolezza infinita e la luce dei miei pensieri si sta lentamente spegnendo.

Mi rimane ancora la forza di deporre questi rotoli nella nicchia di inondare le distese dei miei pensieri con l'azzurro intenso del cielo di Atene e di scivolare nel letto e fra le onde del tempo.

Entrare nell'indeterminato o nella Nous, come in un infinito sonno che spero non sia popolato da sogni.

E lasciare Atene con l'ultimo sguardo rivolto a lei, perchè gli occhi dell'uomo che muore cercano solo l'eterno.

E Atene non morirà come muore Pericle ora, ma vivrà per sempre.

Perché ciò che è manifestazione del divino, anche su questa terra non diviene soffio evanescente.

E' finito il mio tempo, è ora di andare, on ulteriormente mi volterò indietro.

Non credo ne valga ancora la pena.

Fate che il sonno scivoli su di me, spegnete il lume, che le voci si affievoliscano fino a tacere per sempre.

Infine che sia solo silenzio.

Fate che la terra mi sia lieve.

Per l'eternità.  ..."