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COMMIATO
Tratto
dal libro "Il testamento di Pericle"
"...
Adesso sono stanco, credo di avere bene svolto il mio compito.
Ho passato tante primavere e, a parte questi ultimi mesi della mia
vita, ho sempre beneficiato di una salute gagliarda.
Il mio corpo mi ha sempre fedelmente servito, senza mai tradirmi.
Anche ora non urla che è tempo di terminare il viaggio, ma lo
sussurra piano piano, quasi avesse il timore di darmi eccessivo
turbamento o fastidio.
Non ho credulo mai agli dei sempiterni che hanno riempito le
fantasie di molti miei concittadini, ma ho sempre guardato con
rispetto alla nostra religione; ho agito da uomo mai mosso da
risentimenti o dai desiderio di nuocere a qualcuno per invidia o
astio: credo che gli Ateniesi non possano lamentarsi del mio
operato e credo che nessuno di loro abbia avuto da soffrire per
causa mia, anche se alcune mie decisioni si sono poi rivelate non
esatte nella loro realizzazione.
Ma
le avevo formulate con alto intendimento. Di certo non con quello
di nuocere alla mia gente.
Anche se ho ottenuto il consenso per la mia azione politica dalla
parte più bassa della popolazione perché la democrazia era
rivolta proprio ad essa, non ho mai dimenticato quello strato di
popolazione dal quale ero provenuto e nelle mie segrete preghiere,
un pensiero riverente era ri volto a coloro che mi avevano
preceduto, da Temistocle a Clistene.
Ebbi nemici, ma sempre per differenze politiche.
A dividermi erano concezioni diverse dell'opportunità dei momenti
o della politica da seguire, mai motivI personali di odio.
Nel mio intimo stimavo e ammiravo Cimone e persino quelli che mi
criticavano ferocemente come il poeta Cratino, non riuscivano a
divenir mi odiosi.
Fui attento alle emozioni dell'animo e non vanificai quelle degli
altri.
Per tutti ebbi sempre un pensiero di compassione, consapevole come
ero del comune cammino dell'uomo su questa terra intriso, di sogni
che si frantumano contro un realtà a volte dura, come il marmo
del Pentelico.
Capivo la precarietà, anche se tentai di batterla lanciando
contro il ciclo azzurro della mia terra le forme perfette del
Partenone o dei Propilei. Era questa la mia sfida al tempo.
L'eternità era alla loro portata e forse qualcosa di me vivrà
con loro.
Ho
amato teneramente Aspasia, che ora abbandono ad un destino che mi
auguro sia benevolo con lei e con mio figlio, l'unico rimastomi
dopo la morte degli altri due.
Ho amato Aspasia perché ho amato l' Idea stessa del volere bene
ad una persona.
Aspasia è riuscita a dare corpo alle mie percezioni ed in un
mondo dove l'amore fra uomo e donna era raro, ho voluto, anche a
costo di alcune rinunce, portare un segnale importante.
Che i miei concittadini vedessero quanta armonia e serenità
esiste in rapporto sereno e non da trascorrere nell'oscurità.
Le mie terre e quanto mi rimane in denaro, dopo avere pagato la
multa di cinquanta talenti che gli Ateniesi hanno voluto
infliggermi incolpandomi per la guerra in corso, andranno a loro,
ad Aspasia e a mio figlio Pericle. E' poco per ricompensare tutto
quanto mi è stato donato da lei, in termini di finezza di ingegno
e di serenità di comportamento.
Ho amato teneramente i mici amici più intimi, da Anassagora a
Damone, da Lampone a Fidia. Alcuni furono maestri di vita per me
ed il loro ricordo mai si affievolirà nel mio cuore, perché
l'amicizia come l'amore, vince in questo mondo sulla morte e su
quanto di opaco in esso regna.
Ai miei concittadini e alla mia città, che ho desiderato fare
sempre più bella e onorata, andrà
il
ricordo della mia vita spesa al servizio di questo ideale.
La guerra non riuscirà a disperdere questa eredità e nelle sue
spire di morte e di fuoco, nulla di quanto è stato di grande e di
prezioso, andrà perduto.
Il cielo, l'azzurro delle onde ed il calore del sole, tutto questo
per me a brevissimo non sarà più.
Rimarranno questi rotoli di papiro che provvederò a nascondere in
una nicchia ricavata nel muro.
Forse un giorno verranno alla luce o forse no.
Non
importa.
Mi hanno tenuto compagnia negli ultimi istanti della mia vita ed
hanno riempito ancora per un poco le mie ore, facendo tornare
sulla scena anche solo per un momento, ombre credute disperse.
Spero che il mio corpo venga deposto accanto a quello dei miei
figli Paralo e Santippe, di mia sorella e di Arifrone, nella tomba
in cui già riposano mio padre e mia madre.
Socchiudo gli occhi e come ultima immagine vedo il Pireo
brulicante di cittadini e di meteci.
Tutti in attività nel fulgore della vita di Atene.
Le navi da guerra schierate e pronte a prendere il largo agli
ordini del navarco.
I
rematori consci della loro raggiunta importanza sociale
perchè consapevoli che grazie a loro il mare ha ristretto la
terra.
Le merci, perchè al di Là di tutto, quello Ateniese è rimasto
un popolo di commercianti e tutto ruotava attorno alla possibilità
di aprire o di conservare i mercati.
Sento
le voci delle donne che vengono dal piano sottostante della casa.
Una
di loro, credendosi non udita, stà dicendo che le ho suscitato,
l'ultima volta che mi ha visto, una pessima impressione e di come
pensi che la mia fine sia ormai vicina.
Non
ha torto.
Avverto
salire dentro di me ondate di debolezza infinita e la luce dei
miei pensieri si sta lentamente spegnendo.
Mi
rimane ancora la forza di deporre questi rotoli nella nicchia di
inondare le distese dei miei pensieri con l'azzurro intenso del
cielo di Atene e di scivolare nel letto e fra le onde del tempo.
Entrare
nell'indeterminato o nella Nous, come in un infinito sonno
che spero non sia popolato da sogni.
E
lasciare Atene con l'ultimo sguardo rivolto a lei, perchè gli
occhi dell'uomo che muore cercano solo l'eterno.
E
Atene non morirà come muore Pericle ora, ma vivrà per sempre.
Perché
ciò che è manifestazione del divino, anche su questa terra non
diviene soffio evanescente.
E'
finito il mio tempo, è ora di andare, on ulteriormente mi volterò
indietro.
Non
credo ne valga ancora la pena.
Fate
che il sonno scivoli su di me, spegnete il lume, che le voci si
affievoliscano fino a tacere per sempre.
Infine
che sia solo silenzio.
Fate
che la terra mi sia lieve.
Per
l'eternità. ..."
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