Norberto Sabatini

 

Categoria  Scrittori

Indirizzo:   Via Montemassi

Città:  58027 Ribolla (GR)

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Cell.:  339  8941596

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E-mail:  vidal52@libero.it 

Data adesione:  Agosto 2011

 

 

Norberto Sabatini, nato a Grosseto (GR) il 23.11.1952.

 

Benché la passione per la scrittura risalga all’età di sedici anni, comincia seriamente a scrivere soltanto a partire dal 1997, dopo aver conseguito la Laurea in Scienze Economiche e Bancarie all’Università degli Studi di Siena. Bancario, dipendente della Banca Monte dei Paschi di Siena SpA dal 1975, attualmente presta servizio a Grosseto.


Ad oggi ha scritto 28 racconti, conseguendo anche alcuni riconoscimenti. 

 

In particolare:
Dicembre 2002: vince con il racconto “L’arancio di Sicilia” la 1^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.
Maggio 2003: vince con il racconto “Miniera” la 1^ edizione del Premio Daniele Boccardi a Massa Marittima (GR) e il racconto viene pubblicato sulla raccolta RACCONTI DIVERSI edita da Stampa Alternativa.
Settembre 2003: terzo classificato con il racconto “Il Preludio di Hans Sachs” alla 2^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.
Aprile 2004: i racconti “L’arancio di Sicilia” e “Il preludio di Hans Sachs” vengono pubblicati nell’Antologia del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.
Ottobre 2004: segnalazione per il racconto “La Vigna” alla 3^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto
Maggio 2005: a cura della Biblioteca Comunale di Roccastrada viene pubblicata la raccolta di racconti “Vecchia Ribolla addio”: sette storie ambientate a Ribolla negli anni in cui era attiva la miniera di lignite della Montecatini, con particolare riferimento alla sciagura del 4 maggio 1954, al Pozzo Camorra, il disastro minerario più grave in Italia nel dopoguerra.
Luglio 2005: il racconto “Sale, signore?” è fra i sei superfinalisti a New York nel Premio Words of Salt, patrocinato dalla Comunità italiana in America e la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini di Arezzo.
Novembre 2005: vince con il racconto “Il macchinista” la 1^ edizione del Premio Elios a Messina.
Dicembre 2005: segnalazione per il racconto “Gloria” alla 4^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto.
Dicembre 2005: vince con il racconto “La Vigna” la 1^ edizione del Premio Decennale ZACEM a Savona per la sezione racconto a tema ‘Gli anziani, l’arte o l’amore’. Il racconto viene pubblicato nell’Antologia del Premio.
Aprile 2006: il racconto “Album dei ricordi” è secondo alla 2^ edizione Premio Amedeo d’Aosta IV° Stormo Grosseto. 
Giugno 2006: il racconto “Nozze d’oro” è terzo alla 7^ edizione Premio Creatività Itinerante a Vieste e secondo alla 4^ edizione Premio Fiori di campo a Tonco (AT) e viene inserito nell’Antologia del Premio.
Luglio 2006: il racconto “L’Incantesimo del Venerdì Santo”, già fra i sei finalisti nella 2^ edizione del Premio Filippo Lo Giudice a Piazza Armerina (EN), è secondo alla 16^ edizione del Premio Parole e Immagini a Mellana di Boves (CN). 
Settembre 2006: segnalazione di merito per il racconto “Davanti alla foto” alla 2^ edizione del Premio Città di Montieri.
Marzo 2007: il racconto “Laura Diniz” è secondo alla 2^ edizione del Premio Elios a Messina.
Maggio 2007: il racconto “Sale, signore?”, già superfinalista a New York Premio Words of Salt, giunge secondo alla 2^ edizione del Premio So Ridere a Torino.
Giugno 2007: la raccolta di racconti “Vecchia Ribolla addio”, già testo di lettura per l’anno scolastico 2006-2007 nelle classi terze della Scuola Media di Ribolla, vince, per la sezione editi, la 2^ edizione Premio Decennale ZACEM a Savona. 
Giugno 2007: il racconto “Il Preludio di Hans Sachs”, già terzo alla 2^ edizione del Premio AIEC CIPIA Città di Grosseto, consegue la segnalazione di merito alla 1^ edizione del Premio Fervaije de Literatura a Chivasso (TO).
Luglio 2007: il racconto “Com’eri bello figlio mio” vince la 4^ edizione del Premio Santa Barbara a Gavorrano (GR).
Febbraio 2008: il racconto “L’Incantesimo del Venerdì Santo”, già finalista a Piazza Armeria al Premio Filippo Lo Giudice e secondo a Mellana di Boves Premio Parole e Immagini, vince la terza edizione del Premio Elios a Messina.
Maggio 2008: il racconto “Pomeriggio con Paola” consegue la segnalazione di merito alla 5^ edizione del Premio Canapone d’argento a Grosseto.
Aprile 2009: il racconto “Arrocco Lungo” è quarto classificato alla quarta edizione del Premio Pennaecalamaio ZACEM Savona.
Febbraio 2010 il racconto “Arrocco Lungo” è segnalato alla 1^ edizione del Concorso Granelli di Parole Patti (ME)
Dicembre 2010: il racconto “Pomeriggio con Paola” vince la 4^ edizione del Premio Pennacalamaio ZACEM a Savona.
In corso di scrittura il suo primo romanzo, ambientato a Ribolla negli anni della miniera e della sciagura al Pozzo Camorra il 4. maggio 1954. Nel mese di maggio 2010 porta a termine un lavoro autobiografico incompiuto di una collega, dando al corpo narrativo la forma e la struttura di un romanzo. Titolo del lavoro: “In un’altra vita.” L’opera è stata presentata a Grosseto il 18 giugno 2011 e a Ribolla il 15 luglio successivo.


 
 
 


ALBUM DEI RICORDI

- Zio, guarda cosa ti ho portato! - 
L’esclamazione del nipote lo aveva svegliato dal torpore per guardare la foto che il ragazzo gli stava mostrando.
- E’ un Dornier, zio. Lo riconosci? -
Nino aveva fissato l’aereo e un’emozione improvvisa lo aveva addentato allo stomaco, annullando in un attimo i pensieri che gli agitavano la mente. Aveva fatto segno di sì con la testa, e allora il nipote si era seduto accanto, iniziando a raccontare di Monaco e del Museo della Scienza e della Tecnica. Per un po’ lo aveva ascoltato, ignorando quel senso di perenne stanchezza che lo aggrediva ormai da giorni, poi, quando il nipote si era alzato per andarsene, gli aveva indicato sul comò un album di pelle intarsiata, color verde scuro.
- Dammelo per favore - aveva chiesto.
Ecco, era cominciata così. 
Ora, seduto nella poltrona, avvolto nella vestaglia color mogano e incurante del caldo di luglio che entrava dalla porta finestra spalancata sul giardino, prese a sfogliare l’album. Lì c’era tutta la sua storia più importante, che la vista del Dornier DO17 aveva urgentemente chiamato alla ribalta, anche se di urgente c’era solo il tempo che scorreva lento e sottraeva alle sue attese di vita giorni preziosi. Aprì l’album. Con un occhio bendato non era facile mettere subito a fuoco, ma il gruppo di foto in bianco e nero e stinte dal tempo gli disse subito che aveva scelto giusto. Incollate in diagonale, le quattro più piccole incorniciavano quella grande al centro della pagina. Erano immagini di guerra, ed alcune lo ritraevano a solo o in gruppo con altri, ma sempre vicino ad un aeroplano. In quella centrale, di aerei ce n’erano addirittura tre. Tre Savoia Marchetti SM79 che volavano in formazione su uno sfondo di montagne e nuvole rade. La Croce di S. Andrea, dipinta sul timone, toglieva ogni dubbio che si trattasse della guerra di Spagna.
Un lieve sorriso gli increspò le labbra. 
Quella insieme al gruppo, se la memoria non lo stava tradendo, era stata scattata a Palma de Majorca nell’autunno 1937, quando erano giunti a pezzi e bocconi tutti quelli dell’8° Stormo. Dell’aereo si vedeva soltanto la coda, intorno alla quale posava l’equipaggio intero. “Scimmia” si leggeva sul timone: il nome della squadriglia di appartenenza, dopo che in Italia erano state cancellate tutte le Insegne di Nazionalità e le Matricole Militari. Una partecipazione clandestina, fatta di soli volontari, e lui si era offerto subito, appena conseguita la qualifica e il grado di Sergente Motorista. A Guidonia aveva conosciuto gli altri dell’equipaggio, che ora, in quella foto piccola, cercò di riconoscere. Il Tenente Ceretta, un friulano, spiccava su tutti. Era il primo pilota, ed anche in foto tradiva le sue origini nobili, che non riusciva a mascherare mai completamente, dietro quel suo modo di fare affabile e cameratesco. Non c’erano distanze tra lui e i subalterni: Battara il secondo pilota, Brighi navigatore e marconista, Valtolina osservatore e mitragliere superiore, Longoni il puntatore e mitragliere inferiore. Si era sentito subito a suo agio con tutti, alla prima occhiata, quando il Capitano Recchia Balducci li aveva presentati. Il primo volo, Ceretta aveva voluto farlo il giorno stesso. “Per conoscervi meglio” aveva spiegato, mentre il Savoia Marchetti rullava sulla pista. 
- Lo Sparviero - sussurrò Nino con enfasi, carezzando la foto al centro.
Il miglior bombardiere tattico che avesse mai avuto l’Italia. Ceretta, che veniva dalla Scuola di Passignano sul Trasimeno, lo pilotava con sicurezza e audacia non comuni. Si sentiva tranquillo con lui. Davanti alla consolle, appena dietro la cabina dei piloti, il suo compito consisteva nel tener sotto controllo i tre motori Alfa Romeo 128, muniti di iniettori a metanolo. Potenza, pressione, giri, surriscaldamento, questo gli dicevano gli indicatori sul cruscotto, quando l’aereo volava. “Nino come andiamo?” domandava Ceretta all’interfono. “Tutto bene tenente” gli rispondeva lui con un pizzico di orgoglio. I voli continuavano, l’equipaggio si affiatava, ma era durata poco. Dieci giorni e poi via, con i ‘Falchi delle Baleari’ nella Spagna insulare, ancora nelle mani del Generalissimo Franco. 
Una fitta allo stomaco lo distrasse. Il pensiero di quelle battaglie si faceva ancora sentire. Fuori una cicala cantò. Nino distolse lo sguardo dalla porta finestra per gettarlo sul comò, dove un ventilatore roteava le sue pale come un’elica, muovendo l’aria nella stanza. La caccia nemica non avrebbe destato preoccupazioni, avevano spiegato agli equipaggi. Il Savoia Marchetti era troppo più veloce dei Dewoitine D510 e dei Polikarpov, biplani sgraziati e poco maneggevoli. I bombardamenti a bassa quota sarebbero stati quasi una passeggiata. E invece no. Lo Sparviero raggiungeva i 430 chilometri orari sopra i 3000 metri, ma sui 400 i motori rendevano meno e si perdeva velocità a tutto vantaggio della contraerea repubblicana.
Nino chiuse gli occhi. 
“Un chilometro all’obiettivo” la voce roca di Battara gli risuonò nelle orecchie. Era in questi momenti che si avvertiva il morso vorace della paura attanagliare le gambe e salire su, per stringere il petto in una morsa che toglieva il fiato. Tenere sotto controllo gli strumenti diveniva un’impresa. Le mani inguantate tremavano, ma non per il freddo che pure rasentava i 30 sotto zero. Ceretta, invece, in quei frangenti manteneva tutta la sua imperturbabile calma. Poco a poco l’aereo picchiava, facendo vibrare la fusoliera e le ali, che parevano staccarsi. “Lo tenga fermo tenente” vociava Longoni, mentre piccoli batuffoli di fumo accompagnavano il fragore secco della contraerea. Non era facile puntare l’obiettivo, sganciare le bombe e venirsene via senza scalfitture. Longoni ci provava. “Va bene così?” gli domandava il tenente. “Sì” e le parole del puntatore anticipavano gli scossoni dei portelli che si aprivano e la leggera ripresa di quota dell’aereo appena sganciato il carico di bombe. 
Nino socchiuse l’occhio scoperto sul ventilatore.
Dal suo posto, attraverso la cabina di pilotaggio si vedeva l’elica del motore centrale. Quando partivano per una missione, benché i suoi strumenti lo informassero in pieno sullo stato dei motori, lui gettava sempre uno sguardo là, oltre la cabina, per accertarsi che gli indicatori non mentissero. Con il tempo, e tre missioni giornaliere, era divenuto un gesto scaramantico. E con il tempo aveva scoperto che ognuno aveva il suo, come Valtolina, che apriva e chiudeva il tettuccio superiore per tre volte prima del decollo. O Battara che al decollo toglieva la cuffia finché l’aereo non era in formazione.
Eravamo un grande equipaggio, pensò. Tutti giovani tra i ventidue e i ventisei anni, presi da sogni di gloria e senso del dovere. 
Erano passati indenni a Logrono, Huesca e Guadalajara tra la fine del ’37 e i primi mesi del ’38. Il Savoia Marchetti tornava a casa sempre sforacchiato in più parti, ma mai nei punti nevralgici. Appena a terra, in quella pista che dava sul mare di Palma de Majorca, c’era da fare l’inventario dei danni subiti. “Forza ragazzi” diceva Ceretta “contiamo i buchi prima che la mensa chiuda.” Ognuno si occupava quindi dei suoi problemi, e lui, insieme agli specialisti di terra, si dava da fare intorno ai motori, aperti e messi a nudo come carne viva. La tensione allora si scioglieva e lasciava spazio ad un'allegria scomposta e sguaiata, finché il tenente non rimetteva a posto le cose con la solita frase: “Siete proprio legionari eh?”
Una volta, di ritorno da una missione a Huesca, una bomba era rimasta incastrata nel vano. I portelli non si erano chiusi e la sicura si stava svitando lentamente. Per giunta, con i portelli aperti, l’aereo perdeva velocità, staccandosi dal resto del gruppo che rientrava. Longoni bestemmiava come un turco. L’aria entrava da sotto e gelava l’interno della fusoliera. In queste condizioni i motori sforzavano e lui non staccava neppure per un attimo gli occhi dai suoi strumenti. “Nino?” la voce di Ceretta gli tornò di nuovo in mente, come la risposta: “Tutto bene tenente.” 
Gli pareva di rivivere la scena, ora. Anche Brighi aveva lasciato la sua postazione per dare una mano al puntatore, ma la bomba rimaneva incastrata. “La sicura continua ad allentarsi” aveva detto Longoni e lui si era sentito percorrere da un brivido. Le mani, sudate dentro i guanti, armeggiavano con gli interruttori, mentre gli occhi guizzavano qua e là sulla consolle. “Caccia! Caccia!” aveva strillato Valtolina ad un certo punto. Lo Sparviero era bene attrezzato per difendersi, ma il problema che avevano con quella bomba ne attenuava la manovrabilità. “Dov’è?” aveva chiesto Ceretta. “A poppa tenente. E’ uno di quei cosi russi.” A Valtolina non veniva mai il nome Polikarpov, e Nino ricordò di aver sorriso in quel momento, poi l’aereo si era inclinato a sinistra perdendo quota, mentre la prima sventagliata era andata a vuoto colpendo di striscio carlinga e timone. In quei momenti, l’obbligo di fare qualcosa, cancellava perfino la paura, che restava gelida dentro l’anima per poi tornare a scatenarsi. Nell’aereo tutti tacevano e nell’aria la tensione si poteva toccare con le mani. Ma il pilota nemico aveva commesso un errore lanciandosi all’inseguimento in picchiata, perché si era esposto alla mitragliatrice superiore, quella montata sulla gobba dal tettuccio scorrevole. Una serie di raffiche si era anteposta al gemito dei motori, e poi “Preso! Preso! Preso!” aveva urlato come un matto Valtolina, mentre il caccia nemico precipitava con i motori urlanti e per un attimo, distogliendo gli occhi dai suoi strumenti, lui l’aveva visto picchiare giù e dal finestrino gli era parso di vedere il pilota tentare invano di aprire la carlinga. 
Chissà se gliel'aveva fatta a lanciarsi, si era sempre chiesto, e tornò a domandarselo anche ora. 
Dentro la carlinga e lungo la fusoliera, alle grida di Valtolina il silenzio si era poi fatto denso, e per un attimo aveva urlato come solo il silenzio può urlare in mezzo al fracasso. Erano tornati a casa indenni, nonostante la bomba. Ceretta era riuscito a portare sulla pista lo Sparviero, ormai quasi a secco di benzina, poi tutti erano scesi a precipizio, mentre un paio di armieri si incaricavano di disarmare la bomba. Era andata bene e questo aveva forse contribuito a instillare in loro un pericoloso senso di invulnerabilità.
Ma ci aspettava la battaglia di Teruel, pensò ora Nino, muovendosi nella poltrona. Un soffio d’aria agitò la tenda e un passero volò via. Le mani strinsero l’album. 
A Teruel si trattava di bombardare delle postazioni nemiche che da tempo tenevano inchiodati i Franchisti. Erano partiti a gruppi di tre, la giornata era splendida e la visibilità ottima, ma fu subito chiaro che non sarebbe stata una giornata come le altre. La contraerea repubblicana pareva si fosse concentrata lì, pronta ad accogliere i Savoia Marchetti per buttarli giù, uno ad uno. “Un chilometro all’obiettivo” la solita frase di Battara s’era persa nel fragore dei colpi di sbarramento. Ceretta aveva portato lo Sparviero a mille metri, continuando a scendere verso il nemico, quando… “Hanno abbattuto il comandante!” A Nino parve di udire le stesse parole, accompagnate da quel groppo alla gola e la stessa vaga sensazione di gelo lungo le gambe di allora. Siamo senza guida, aveva pensato, ma poi qualcosa aveva colpito anche loro. L’aereo aveva sbandato e la fusoliera si era subito impregnata dell’acre odore di cordite. “Lo tenga fermo tenente!” La voce di Longoni pareva giungere da un posto remoto. “Faccio del mio meglio” aveva risposto Ceretta, ma le parole erano state coperte da una grandinata abbattutasi nella cabina e lungo la fusoliera. Si era aggrappato alla consolle con gli occhi fissi sugli strumenti: i tre motori non sembravano colpiti, la pressione era buona e gli indicatori in zona verde. Ceretta stava certamente ultimando la picchiata. “Sgancia Longoni! Sgancia!” aveva urlato dopo un po’ nell’interfono il tenente, ma nulla, nessun segno. “Via! Andiamo via!” le urla di Battara avevano accompagnato una cabrata da ottovolante, mentre la contraerea inseguiva l’aereo con i suoi colpi. Non avevano sganciato. “Cos’è successo?” le parole di Ceretta erano echeggiate nell’aereo. Brighi era andato a vedere e…”Oddio!” aveva gridato quasi subito. Un’ultima occhiata ai motori ed anche lui era accorso: Longoni giaceva esanime e insanguinato nel suo abitacolo sotto il ventre dell’aereo. In due avevano tirato fuori il cadavere con fatica, poi era sceso Valtolina e avevano sganciato in mare prima di tornare alla base. Un viaggio di ritorno silenzioso, dove ognuno aveva cercato di ricacciare dentro rabbia e lacrime. Aveva ventidue anni, Longoni. Veniva dalla Sardegna e lo prendevano sempre in giro per quanto era innamorato della fidanzata, alla quale scriveva ogni giorno. Una volta alla base “Ai familiari scriverò io” aveva detto Ceretta guardando fisso Battara, che gli aveva mostrato la manica destra, rossa di sangue e lacerata, dicendo: “Me ne sono accorto solo ora”.
Quella era stata la loro ultima missione in Spagna. La salma di Longoni era stata rimpatriata subito, insieme al secondo pilota che rischiava di perdere il braccio.
L’orologio a pendolo stava suonando le ore, e quattro rintocchi invasero la penombra della stanza, si fecero largo tra i mobili di noce e accarezzarono il lampadario di cristallo. Il momento delle medicine si avvicinava e Nino fece scorrere la mano sull’album, finché non trovò le foto di Vittoria, sua moglie. Si erano conosciuti a Guidonia, poco dopo il rientro in Italia con il resto dell’equipaggio. Si erano innamorati subito, ma lui non ne aveva intuito l’età, finché lei non gli aveva detto “Ho diciassette anni.” La foto, inalterata nel tempo, la riprendeva seduta in terra, i capelli sciolti e lo stesso sorriso che le aveva visto quella prima volta.
- Nino, come ti senti? - la voce di lei lo distolse dai ricordi.
Era entrata in camera in punta di piedi e lui vide che teneva in mano due flaconi. I suoi sessant’anni non si indovinavano: i capelli erano ancora neri come gli occhi e il portamento lo stesso di quando gli aveva mostrato con orgoglio la loro unica figlia, nata alla fine della guerra. Dei due flaconi lui avrebbe accettato solo la Morfina e lei lo sapeva. Tuttavia, la sua insistenza affinché lui prendesse anche l’altra medicina, faceva parte di una recita. Un gioco delle parti, per rimandare, quanto più a lungo possibile, il momento in cui ogni bugia sarebbe stata vana. 
- Oggi mi sento un po’ meglio - le rispose.
Era la sua parte di recita. L’occhio bendato gli martellava sempre di più, le forze lo stavano abbandonando e il respiro si affievoliva. Solo la Morfina gli alleviava il dolore, e quando lei gli praticò l’iniezione, come sempre rifiutò le pastiglie, la medicina che a lui oramai non serviva più.
- Sei sempre il solito testone - disse affettuosamente Vittoria. - Se continui così …- e lasciò la frase sospesa. 
Lei lo aveva curato. Averla incontrata poco tempo dopo la battaglia di Teruel, quando tutti erano rientrati in Italia a pezzi per la morte di Longoni e Battara che aveva perso il braccio, era stato per lui come dare l’olio ad un lume. Poco a poco, il dolore per la perdita di quel ragazzo così semplice e buono, sfumò. E sfumò lo sguardo disperato di Battara ogni volta che andava a trovarlo all’ospedale militare. Tutto trovò un nuovo equilibrio, una sua ragione di essere, nelle parole di lei e nei suoi sguardi, in quelle passeggiate consumate durante la breve licenza. Ritrovare il resto dell’equipaggio, poi, fu di nuovo bello. A Guidonia conobbero i due sostituti: il secondo pilota Sforza e il puntatore Remondini, un milanese e un pisano che non perdeva occasione di sbraitare contro Livorno e la sua genia.
Altre pagine dell’album furono sfogliate e un lieve sorriso, infine, increspò le labbra di Nino.
- Perché ridi? - gli chiese Vittoria.
- Pensavo a quella volta che venni con Ceretta in aereo a sorvolare il paese.-
Lo SM79 allora portava già dipinta sul timone la croce di Casa Savoia. La guerra era scoppiata da poco ed erano in attesa di destinazione, con il 39° Stormo ricostituito. Il tenente non aveva perso quella parte di spirito goliardico che sfogava nel volo, sua vera grande passione, e capitava spesso di volare assieme a lui, loro due a soli, per provare il looping. Una figura acrobatica che, a dire il vero, non veniva poi mai eseguita, ma a Ceretta bastava essere lassù in mezzo alle nuvole. “Voglio che ci sia anche tu Nino” diceva sempre. “Ho bisogno di un buon motorista.” Ma quel giorno si erano spinti un po’ più in là, superando i confini della Maremma. “Tenente” aveva detto lui “due minuti di volo e siamo sopra il mio paese". La giornata era limpida e loro avevano tempo. Lo Sparviero impiegò due minuti scarsi per giungere a destinazione, poi Ceretta lo portò a bassa quota e sorvolarono a più riprese l’abitato. “Quella è la casa della mia fidanzata” gli disse lui, mentre erano sopra la via principale. “Ho capito perché tenevi tanto a venire qua” aveva risposto l’altro, che poi aveva chiesto cosa fossero quelle specie di torri sparse dappertutto. “E’ la miniera di lignite, e quelli sono i castelli sui pozzi, tenente".
L’aereo era quello che stava guardando ora nella foto, con l’equipaggio ripreso in fila indiana, mentre saliva a bordo per una missione. Erano a Rodi, riconosceva le tende da campo mimetiche e la torre di controllo mobile ai bordi della pista. Non erano trascorsi quindici giorni da quel volo sopra il paese, che li avevano destinati là, sul mare Egeo, a bombardare i convogli inglesi diretti al porto di Alessandria e le raffinerie di Haifa. Scriveva quasi ogni giorno a Vittoria, ripensando con un po’ di rimorso a quando bersagliava con gli altri il povero Longoni per lo stesso motivo. Lettere rassicuranti, dove le missioni erano descritte come semplici ricognizioni e niente più. Ma non era così. Dovevano fare i conti con Hurricanes e Spitfires, aerei veloci e bene armati, che pattugliavano le rotte delle navi, già scortate da corvette e fregate. La volta che avevano colpito l’Ark Royal, le aveva scritto in termini talmente entusiastici da fare apparire quella missione quasi una passeggiata. Oltre alla portaerei, il convoglio era formato da tre corazzate, due incrociatori e dieci cacciatorpediniere. Si era trattato di un’azione massiccia, portata a ondate successive da tutti gli equipaggi del 39° e 8° Stormo, che avevano sfidato lo sbarramento di cannoni e mitragliere pesanti Oerlikon con un coraggio non comune. Ceretta quel giorno si era superato, e con lui tutto l’equipaggio. In un cielo stranamente privo di caccia nemica, le picchiate si erano susseguite a più riprese. “Almeno una la dobbiamo colpire” gridava il tenente all’interfono, mentre i motori gemevano nella discesa. Con il cuore in gola, gli occhi spalancati sulla consolle, Nino armeggiava con i suoi strumenti, per tenere a bada pressione, giri e potenza. Ad ogni passaggio, i colpi rapidi degli Oerlikon che sfioravano l’aereo, “Fermo così tenente” gridava Remondini, prima di sganciare un grappolo di bombe da 250 chili l’una. Al terzo tentativo avevano colpito un cacciatorpediniere e il puntatore aveva gridato nell’interfono “Centrato! Centrato”, mentre lo Sparviero cabrava proprio sopra la portaerei. L’Ark Royal era stata poi colpita due volte a poppa e una bomba aveva centrato la corazzata Hood. L’intero convoglio era stato costretto ad invertire la rotta, senza che neppure un caccia nemico si fosse potuto alzare in volo.
- Ricordi quando ti scrivevo da Rodi? - disse improvvisamente Nino.
- Sì - rispose Vittoria.
- Sai, non ti raccontavo sempre la verità. -
Lei sorrise e poi prese una sedia e gli sedette accanto.
- L’ho sempre immaginato che le tue lettere non fossero del tutto vere - disse - ma mi piacevano i tuoi sforzi per farmi stare tranquilla. -
Lui la guardò. Quarantadue anni di matrimonio e si capivano oramai con un solo sguardo. Era strano, ma aveva la voglia di svelarle quel piccolo segreto, ora che sentiva la sua corsa alla fine, prossima ad una morte serena e diversa dalle altre che troppo spesso aveva sfidato.
- Quella volta che fui ferito alla gamba - disse. 
- Mi ricordo - disse lei. - Scrivesti che un aviere aveva fatto saltare una spoletta sul pullman, tornando a Rodi.-
Nino scosse la testa. Adesso il sole si era un po’ abbassato e la luce, filtrata dalla tenda, illuminava l’album di nuovo aperto. Allo SM79 avevano scoperchiato i motori, i vetri erano infranti e la fusoliera bucata in più parti, in quella foto scattata dopo quella missione a Haifa, dove avevano bombardato depositi di carburante. Un’azione alla quale aveva partecipato anche la 67a Squadriglia di aerosiluranti dislocata a Gadurrà. Al ritorno tutto pareva tranquillo ma…”Caccia a ore due!” il grido strozzato del secondo pilota gli percosse la mente. Si mosse sulla poltrona. 
- Stavamo tornando a casa da una missione - disse, - quando uno Spitfire spuntò dalle nuvole quasi di fronte a noi e cominciò a spararci contro. I colpi entravano dappertutto ed io mi sentii bruciare la gamba, proprio mentre Ceretta virava a sinistra. E’ così che fui ferito, non fu un incidente. -
Lei gli strinse forte la mano. Lui ricambiò la stretta. 
Dopo la degenza in ospedale era tornato a casa, destinato ai servizi di terra. Quella era stata la sua ultima missione, un ricordo che negli anni aveva invano cercato di rimuovere. “Caccia a ore due!” di nuovo la voce strozzata di Sforza nelle orecchie gli assorbì ogni pensiero. E poi il rumore secco dei colpi che foravano la carlinga, rompevano i vetri e sfondavano le pareti lungo la fusoliera. La virata tardiva di Ceretta che portava l’aereo a sinistra. Le urla dentro l’abitacolo dei piloti e il rombo dei motori diverso. Sul cruscotto, l’indicatore in zona rossa, gli confermò che qualcosa andava storto. “Motore destro in avaria, tenente” aveva gridato. “Lo vedo” aveva risposto Ceretta. Lo Spitfire intanto era sparito. Gli inglesi, che avevano battezzato il Savoia Marchetti il ‘Gobbo maledetto’, non lo affrontavano più da dietro per via di quella mitragliera sul tettuccio che dava filo da torcere. “Lo Spitfire sta virando sotto di noi” aveva dato l’allarme Remondini. Un nuovo attacco frontale li aspettava, così Ceretta “Bene” aveva detto all’interfono “adesso vediamo se è vero quel che dicono, che questo trabiccolo vola anche con due motori.” Poi si era infilato in mezzo alle nuvole. 
Quell’azione gli aveva lasciato una cicatrice profonda nel polpaccio destro, ed una ancora più profonda nell’anima. Come ora, la gamba sovente la toccava, ma nell’anima faticava ogni volta a frugarci dentro. Però… 
“Tenente, il motore di destra è andato” aveva confermato all’interfono, ed era stato allora che si era accorto della ferita. La gamba gli faceva un male atroce, ma doveva concentrarsi sul controllo degli strumenti. Con quel motore fuori uso era importantissimo. Per riequilibrare l’aereo Ceretta aveva dato gas e abbassato i flaps aumentando la portanza. “Navigatore mi ci vorrà una nuova rotta” stava dicendo all’interfono. Dal suo posto, stringendosi la gamba per fermare il sangue, Nino aveva visto Brighi darsi da fare con la bussola e dopo un po’ comunicare la nuova rotta al tenente. Poi il ragazzo era crollato sul pavimento. Un viaggio atroce, con il vento che entrava nella carlinga fracassata, la paura di non riuscire a seminare lo Spitfire e l’angoscia di ciò che era accaduto. Sforza, che non aveva più dato segni di vita dopo quel suo grido d’allarme, era morto. Le braccia gli penzolavano giù dal sedile inerti. Brighi si lamentava, e Nino aveva cercato di soccorrerlo aiutato da Remondini. Lo Sparviero, che Ceretta era riuscito a portare finalmente sull’isola di Rodi, era poi atterrato a Gadurrà, dove tutti erano stati soccorsi e portati all’ospedale da campo. Brighi era morto lì, due ore dopo, fra le braccia di Nino, invocando la mamma. Ventiquattro anni lui e ventisette Sforza.
Sospirò. Un respiro che fece sussultare Vittoria.
- Ti senti male? - chiese. 
- No - lui rispose.
Era il 1942, pensò, e la mia guerra finì. 
Nell’album, le pagine pareva aspettassero di essere ulteriormente sfogliate. Sì, mancava ancora qualcosa da rivivere, e le sue mani scorsero sicure, finché non trovarono ciò che cercava: le foto del suo matrimonio. Com’era bella Vittoria quel giorno di S. Stefano! Diciannove anni da compiere e lui ventotto, e lei era splendida nell’abito bianco, con lo strascico tenuto da due bambine, loro due in testa a quella fila di invitati che pareva non finisse mai. La foto era a colori. Un cromatismo sbiadito, ottenuto con ritocco di altri tempi, che conferiva a quelle immagini un che di fiabesco. Lui era in divisa e sul petto, le mostrine con le campagne di guerra, parevano sottolineare le decorazioni ottenute tra la Spagna e Rodi. Il mantello, il cappello e i gradi di Maresciallo sulla manica, sembravano accentuare la sua aria di compunta austerità, sottolineata dallo sguardo fermo e la mascella quadrata e rigida.
Ma era l’emozione, pensò ora Nino. 
L’emozione di riuscire a coronare quel sogno che era parso difficile, quando era andato dal padre di lei a chiederla in sposa, e il suocero non si era mostrato per niente colpito dalle tre medaglie e la Croce di guerra. “Bada che Vittoria è giovane” aveva detto squadrandolo da capo a piedi. “Se ti comporti male con lei dovrai fare i conti con me.” Ma non c’era stato mai bisogno. Una vita che era scorsa felice, con pacata tranquillità dopo le guerre, scalfita qua e là dai dispiaceri, ma quelli di tutti, del tempo che trascorre, inevitabili come il rincorrersi dei giorni. Il negozio di articoli per la caccia, l’apertura annuale alla penna, la figlia che cresceva, si sposava e diventava madre. I giorni erano volati via, in quel paese di miniere e minatori. Chissà cosa sarebbe stato se…
Adesso il sole si era abbassato e un ombra fresca avvolgeva la stanza. Fuori, le cicale avevano smorzato il tono e due passeri sostavano tra i rami del ciliegio, proprio di fronte alla porta finestra. 
Aveva rivisto il tenente Ceretta dopo la guerra. Conservava ancora quell’aria di vaga nobiltà, ma la goliardia pareva affievolita. “Nino!” l’esclamazione, quel giorno alla base di Guidonia, lo aveva colto di sorpresa “Tenente!” aveva risposto travolto dall’emozione. Si era fatto tutta la guerra Ceretta, e disse di essere in attesa di prendere una decisione. “Quale, tenente?” lui aveva chiesto. “Vorrei entrare nell’Aviazione Civile, ma avrei bisogno di un buon motorista” era stata la risposta.
- Se fossi andato con Ceretta nella Compagnia di bandiera… - ora disse Nino, lasciando la frase sospesa nell’aria. 
Vittoria lo guardò. Aveva un’espressione ferma e serena, ma la sua voce tradì una certa emozione, quando parlò.
- Lo sai - disse. - Con te sarei venuta in capo al mondo.-
Era la risposta che conosceva, la stessa di quel giorno e che aveva sempre amato. Di nuovo il tempo sembrò correre all’indietro, a quel mattino di Guidonia, mentre con il tenente non la finivano di abbracciarsi e darsi pacche sulle spalle.
“Dì, Nino. Ci verresti con me nell’Aviazione Civile? Io pilota e tu motorista, come ai vecchi tempi” aveva detto Ceretta.
“Tenente, con lei andrei in capo al mondo” lui aveva risposto, - ma dovrò parlarne a mia moglie. -
Aveva fatto appena in tempo a esporle quel progetto così affascinante, poi si era messo in mezzo il destino. Dopo tante battaglie nei cieli d’Europa, senza neppure una scalfittura, Ceretta era morto un mese dopo, da passeggero, in un volo di linea Roma Milano precipitato poco dopo il decollo.
Nino sospirò. Un respiro profondo e liberatorio. Con nessun altro avrebbe mai accettato di volare. Con lui aveva vissuto la guerra e condiviso il pericolo, guardando ogni giorno in faccia la morte, ma non aveva mai capito il senso della morte e della vita. La fine del tenente… Le giovani vite di Brighi, Longoni e Sforza… L’invalidità di Battara…
- Sono stanco Vittoria - disse all’improvviso. 
- Sì, è meglio che riposi un po’ - lei rispose. Poi gli strinse la mano e la tenne tra le sue. 
Il ronzio del ventilatore era l’unico rumore nella stanza. Appoggiò la testa allo schienale, e con la mano libera, Nino sfogliò l’album su una nuova foto dello Sparviero. Scattata contro sole, mostrava l’aereo sopra un manto argentato di nuvole, e non si vedeva né la Croce di S.Andrea né quella di Casa Savoia. Non era possibile stabilire a quale guerra appartenesse. 
Che importanza può avere ormai? pensò lui prima di chiudere gli occhi. 
Presto, sarebbe giunto il momento in cui tutto si mescola e si fonde, per forgiare un’unica e sola verità.

 
 


ARROCCO LUNGO

Non dimenticherò mai quel mese di agosto del 1962. Come ogni anno lo trascorsi a Roccatederighi, insieme a mio cugino Abele. Mio cugino era uno che non stava fermo un minuto, neanche se lo legavi all’albicocco dell’aia, quell’aia dei nostri giochi, dove troneggiava un caseggiato enorme abitato dai nonni e gli zii. L’estate la trascorrevamo lassù e con noi, grande amico, c’era anche Dario, detto Stecco. Un brindellone allampanato dall’aria seria e compita, che abitava lì, alla Rocca, in contrada Ventosa, la via dell’aia insomma. 
E poi c’era il capo. Il capo vero, dico. Quello che comandava e teneva le redini del gioco, decidendo cosa andava fatto e cosa non andava fatto. Era un ragazzo alto e ben piazzato, con gli occhi chiari come l’acqua marina e lo sguardo spiritato. Biondiccio, i capelli sconclusionati in testa, era sempre occupato a fare o pensare la prossima mossa. Si chiamava Ado, abitava in contrada Nobili, e alla nostra nonna non andava giù. “Alla larga da quello, eh?” diceva a me e ad Abele. “Perché vi porta nei pericoli.”
Ado mi piaceva, invece. 
Mi piacevano anche Stecco e mio cugino, ma Ado aveva un che di speciale. Intanto era due anni più vecchio di noi tre, che ne avevamo nove, e questo voleva dire parecchio. Per noi era un grande. Quasi un uomo, insomma. Un uomo fatto e con il crisma del comando. Quando decideva una cosa, tutti dietro a lui e senza neanche discutere. Lo conoscevamo già dall’anno prima, ma senza impegno: un saluto, laggiù in Piazzetta, e ognuno per i fatti suoi. 
Ma quel mese di agosto… 
Era capitato nell’aia, dove stavo giocando con Abele e Stecco, proprio la prima settimana, e ci aveva guardato di traverso, come se stesse valutando le nostre capacità. “Mi servono tre elementi nuovi per la mia banda” aveva annunciato con aria spavalda, poi s’era ficcato le mani in tasca. “Ci…Ci siamo noi” aveva balbettato Stecco. 
“Ecco, bravi. Giusto tre tipi come voi cercavo” aveva concluso Ado. “Andremo a caccia ai gatti. Ce ne sono un paio in Contrada che aspettano solo voi. Voglio vedere come ve la sbrigate.” Era andata così che lo avevamo conosciuto. I gatti quel giorno se l’erano cavata, ma solo perché noi tre non eravamo abbastanza esperti. Ci avvicinavamo a loro con troppa foga, quando invece avremmo dovuto essere più accorti. “Più furbi” ci aveva detto Ado, ma noi invece ci eravamo scagliati su un paio di povere bestie a pelo rossastro che se l’erano squagliata appena sentiti i nostri passi. 
“Non si fa così” aveva detto Ado. “Dovete essere più silenziosi e più furbi.” 
Mio cugino Abele l’aveva guardato un po’ di traverso. Stecco si stava pesticciando i piedi ed io sentivo di essere arrossito. “Nonno dice che sono i gatti ad essere più furbi” aveva detto poi mio cugino. 
“Tutte storie. Siete voi a non essere convinti della vostra forza. Perché credete che vi abbia scelto, eh?”
Il capo aveva ragione, naturalmente. E quelle parole erano state come una sferzata per me, ma anche per gli altri due. E così, da quel pomeriggio torrido d’agosto, noi tre cambiammo rotta. Ci facemmo più furbi, come aveva chiesto Ado. 
“Giuratemi che sarete più furbi dei gatti” disse.
Giurammo solennemente, Abele, Dario ed io, proprio sotto l’ombra dell’albicocco che sonnecchiava in mezzo all’aia. Vespa, Berretto e Kira, i cani da lepre degli zii, ci guardarono curiosi per tutto il tempo del giuramento, e noi ci sentimmo improvvisamente più forti e più furbi di prima.
Eh, sì. Ado era un capo vero.
Alla fine di quella prima settimana, mio cugino Abele gli domandò dove diavolo fosse il resto della banda.
“L’ho liquidata” rispose Ado. “Voi tre bastate e avanzate. Avete già ammazzato un gatto a testa, ve ne siete dimenticati?”
Dopo queste parole, io mi sentii pronto per qualunque missione mi fosse affidata in futuro. Gettai un’occhiata a Dario e mio cugino Abele, e mi sembrarono anche loro orgogliosi. Glielo lessi negli occhi e nel modo con cui presero a pavoneggiarsi, dopo le parole di Ado. I tre gatti li avevamo uccisi due giorni prima, e le immagini mi tornarono in mente al rallentatore. 
Mio cugino Abele il suo lo aveva impiccato con una fune rubata nel frantoio di nonno Aristide, che se l’avesse saputo l’avrebbe legato all’albicocco. Io avevo ammazzato il mio con tre sassate nel capo e Stecco…Eh già! Il bravo e mansueto Dario detto Stecco aveva mandato all’altro mondo il suo con il coltellaccio che suo padre cacciatore usava per spellare le lepri. Ado aveva assistito a tutte e tre le esecuzioni con aria sorniona e compiaciuta.
“Ora possiamo dare una bella lezione a quelli lassù di Rocca Alta” aveva proclamato dopo.
“I Roccaltini?”
Ci guardammo sgomenti, mentre il nostro gemito era rimbalzato sulle mura del frantoio di nonno Aristide, dentro il quale ci eravamo andati a nascondere per precauzione, trattandosi di una riunione segreta. “Certo! I Roccaltini” aveva insistito Ado. “Li conosco, sono dei cacasotto. Mica come voi, che invece avete fegato da vendere.”
Mamma mia che rivelazioni!
Che scoperte, in quel mese caldo e ricco di avventure. Il giorno di Ferragosto andammo alla Torre, su in Rocca Alta, per una missione molto pericolosa: rubare le biglie a qualcuno di quei cacasotto. Un paio di Roccaltini, però, presero mio cugino Abele, lo legarono, lo coprirono con un cartone e poi lo frustarono nelle gambe con l’ortica. 
S’era fatto beccare durante il ripiegamento tattico, come aveva chiamato Ado la nostra fuga a gambe levate, quando ci eravamo accorti che i Roccaltini ci stavano per circondare. “Quando si ripiega si deve essere più veloci.” Con queste parole, il capo aveva spiegato che, in pratica, se avevano pizzicato Abele, la colpa era nostra, mia e di Stecco. 
“Beh, per questa volta vi faccio vedere io come si fa” aveva aggiunto subito dopo. “Ma alla prossima chi sbaglia paga. Intesi?”
Io e Dario ci eravamo guardati negli occhi senza capire. Mio cugino Abele era ritornato a casa con le gambe rosse come se avesse avuto la Scarlattina, quella sera di quel Ferragosto. Come premio, zio Ottavio e zia Marta, lo avevano picchiato con il battipanni e a me era toccato di andare a letto senza cena. Nonna, poi, mi aveva fatto un’altra predica su Ado e come ci avrebbe fatti ritrovare tutti male. “Verranno i Carabinieri e vi arresteranno, prima o poi” aveva piagnucolato a lungo, poi s’era chetata e il suo russare lieve aveva accompagnato quello del nonno. Io mi ero addormentato tardi, invece, preso a fantasticare e rivivere l’intera giornata.
Il giorno dopo, Abele ed io, non potemmo uscire dall’aia, in punizione tutti e due perché, nel frattempo, si era venuto a sapere che due dei tre gatti uccisi erano proprietà di una signora della Contrada, una vecchia bacucca con la casa sempre invasa da quelle bestie cui dava, a quanto pareva, vitto e alloggio, in cambio di compagnia. La donna s’era messa a strillare per ore, come una gallina spennata, quando aveva visto quello che Abele aveva impiccato all’albero, un vecchio mandorlo millenario, che faceva ombra sul suo giardino. Sotto il gatto che penzolava tra i rami, su quel muretto sbrindellato, sbadatamente io ci avevo lasciato il mio con la testa sanguinolenta e certo lo spettacolo non doveva essere stato un granché per la signora Erminia, così si chiamava la donna.
“Vergognatevi!” ci avevano sibilato in coro gli zii Savio e Bertrando. “Se lo sapesse nonno Aristide…” Ma nonno era alla vigna e sarebbe tornato a notte inoltrata per via della trebbiatura.
“E se lo avessero fatto a voi, quello che voi avete fatto a quelle povere bestie?” avevano rincarato la dose nonna Tullia, e le zie Marta e Germana, mentre, affacciata alla finestra del piano di sopra, l’altra zia Ivana continuava a scuotere la testa. La sentenza, approvata da tutti i parenti, era stata inappellabile: avremmo passato l’intera giornata nell’aia. 
“E poi si vedrà” aveva concluso zio Ottavio, guardando Abele con occhi infocati.
Beh, l’aia era grande, questo sia chiaro. Ma metteteci i tre cani - Vespa, Kira e Berretto - metteteci le rispettive cucce, e poi il lavatoio e l’albicocco più due susini, cosa rimaneva a noi due per sgranchirci un po’ le gambe?
- Che coglioni, oggi - borbottò mio cugino appena fummo rimasti soli. - E ora che si fa, Guido? -
Io mi strinsi nelle spalle. E proprio in quel momento, vedemmo Ado varcare il cancello con la faccia tumefatta e il sangue che gli colava dal naso.
- Che t’è successo? - gli domandai.
Il nostro capo fece un gesto di non curanza, come se fosse abituato, tutti i giorni, a circolare per la Rocca conciato in quel modo. Si accostò, sedette e poi sbuffò in aria, come un cavallo quando gli mettono la cavezza.
- Non è niente - disse. - Dovreste vedere come ho sistemato quei due di Rocca Alta. -
Si trattava di Titto e Virgilio, ci spiegò, quei due infami che avevano frustato a tradimento Abele con l’ortica. Lui, Ado, li aveva pestati come guanciali, ma poi aveva dovuto soccombere all’orda di Roccaltini giunta in loro soccorso.
- Erano almeno in cinque - disse. - Più di così non potevo fare. Ma a te, caro Abele, non ti toccheranno più, vedrai. -
Mio cugino lo guardò con occhi carichi di ammirazione ed anche io mi sentii di colpo orgoglioso di avere per amico uno come Ado. Uno che non aveva avuto paura ad affrontare ben cinque Roccaltini per vendetta. Cacasotto, li aveva definiti, ma cinque cacasotto erano pur sempre in tanti e chissà che battaglia, che scazzottata era stata. Ma lui non volle entrare in particolari perché, spiegò, solo i vanitosi raccontano le loro avventure e lui non era un vanitoso.
- Piuttosto che si fa ora? - chiese.
Gli raccontammo della nostra punizione, mentre lui stava ad ascoltare con aria sempre più contrita, stringendo gli occhi e i denti, ogni volta che cercava di tamponarsi il naso con un fazzoletto che doveva essere stato di color bianco. Poco dopo giunse anche Stecco, che, appena aperto il cancello, ci guardò con aria interrogativa.
- Oggi si sta tutti nell’aia - gli annunciò Ado, riponendo in tasca il fazzoletto.
Andò così che maturammo la vendetta.
Per ingannare il tempo, mio cugino Abele corse a prendere una scacchiera, che teneva in camerina nascosta sotto il letto, perché la notte, quando tutti dormivano, poteva capitare di giocarci un po’. Ma il sonno, fino ad ora, lo aveva sempre colto impreparato e la scacchiera non aveva mai lasciato il suo posto. Così, quando ce la mostrò, era polverosa come un tappeto in una soffitta.
- Bella - commentò Ado, rigirandosela tra le mani. 
- Bella sì, ma come si gioca? - volle sapere Stecco. 
Abele allora cavò di tasca un libretto d’istruzioni, unto e spiegazzato, che tutti ci mettemmo subito a studiare, finché non c’imbattemmo nella parola Arrocco.
- Arrocco lungo e arrocco corto - commentò Ado grattandosi il mento. - Certo, la mossa che fa il Re per mettersi al riparo. -
Il sangue aveva smesso di colargli giù dal naso, ma c’era voluto anche il fazzoletto bianco immacolato di Stecco per finire il lavoro. Il livido sotto l’occhio, invece, stava diventando sempre più paonazzo ad ogni ora che passava. Mi faceva pena, a vederlo. E più lo guardavo, più mi accorgevo degli sforzi che il nostro capo faceva per mascherare il dolore. Era in gamba, accidenti!
Sentii che gli volevo bene. Non un bene come quello che provavo verso mio cugino, e neppure quello che nutrivo verso Dario, ma qualcosa di diverso. Un misto di ammirazione, riconoscenza, simpatia e affetto, che sentivo aumentare verso di lui quando faceva qualcosa di nuovo. 
Come ora, per esempio, che era andato a farsi picchiare per vendicare Abele. Aveva coraggio, Ado, e dentro di me sentii che con lui sarei stato al sicuro. Ma con me, anche Abele e Dario potevano stare tranquilli, qualunque impresa avessimo tentato. Forse furono questi pensieri a farmi venire l’idea, non lo so. O forse, semplicemente, le cose vanno sempre come devono andare.
- Perché non si va da quelli di Rocca Alta e ci si vendica? - domandai a un certo punto.
- Vendicarci di cosa? - chiese Ado.
- Di quello che ti hanno fatto i Roccaltini - gli dissi.
- Già, perché no - disse mio cugino, mollando un cazzotto sulla scacchiera che mandò all’aria la partita che stava giocando con Stecco.
- Ecco - disse questi - sei contento ora? -
Ado si stava di nuovo carezzando il mento, pensieroso e come rapito da un’immagine lontana. 
- Come idea mi pare buona - disse. - Ma non possiamo farlo subito. -
- E perché? - chiese mio cugino Abele.
- Che volete fare? - disse Dario, cominciando a rimettere a posto gli Scacchi sulla scacchiera.
- Dare una bella strigliata ai Roccaltini - gli rispose mio cugino, mostrando un pugno chiuso.
- Subito è meglio di no - disse Ado.
E ci spiegò che adesso, dopo quello che era successo per Ferragosto ad Abele e la scazzottata di oggi, non sarebbe stato prudente avventurarsi a Rocca Alta, dove tutti ci stavano sicuramente aspettando per prenderci a randellate.
- Bisognerà che ci si prepari - concluse. - Ma una settimana basterà. -
Ce ne volle una e mezzo, invece.
Mio cugino ed io rimanemmo in punizione anche il giorno dopo, una giornata di nuovo trascorsa in compagnia di Ado e Dario, ma non per giocare a Scacchi. Il capo ci chiamò, ad uno ad uno, a formulare un piano di attacco alla roccaforte dei Roccaltini, lassù, oltre la chiesa e vicino ai massi che dominavano l’intera pianura sottostante. 
Avventurarsi da quelle parti sarebbe stato pericoloso, ma giocando d’astuzia forse no. 
- Vi voglio furbi più dei gatti, ve l’ho detto no? - ci disse Ado dopo averci ascoltati. - Voi vorreste arrivare alla chiesa di Rocca Alta tutti insieme. Bravi! Così ci facciamo scoprire subito, e se ci beccano ci picchiano a tutti e quattro. Devo pensare che siete anche voi dei cacasotto, che non avete il coraggio di salire fin lassù da soli? Uno per uno? -
Noi tre ci guardammo e poi scuotemmo la testa.
- Così vi voglio - disse Ado, con gli occhi che gli lustravano.
Fu stabilito che ci saremmo avventurati a Rocca Alta ad uno ad uno, ma passando per strade diverse, visto che di vicoli e vicoletti che portavano alla chiesa ce n’erano da perdere il conto. Il nostro capo pensò anche a come comportarsi durante l’attesa, perché, ci spiegò, non sarebbe stato prudente attirare su di noi l’attenzione della gente che abitava in Contrada e neppure dei nostri genitori, o zii o nonni o chissà chi. Non si poteva correre il rischio d’incappare in altre punizioni. Quando sarebbe stato il momento di agire, avremmo dovuto avere le mani libere.
- Inoltre, - concluse, - se ci comportiamo bene, non daremo nell’occhio, e nessuno potrà mai sospettare che cosa stiamo preparando a quei cacasotto dei Roccaltini. -
Andò così che, per dieci giorni, in Contrada Ventosa tutti respirarono più tranquilli. Niente pallonate nei muri, né vetri rotti o caccia ai gatti. Un silenzio assordante aleggiò per tutto il tempo nella via.
Ma la tensione saliva, invece.
A mano a mano che ci si avvicinava al giorno fatidico, quel ventisette agosto già segnato dentro di noi come la data della vendetta, la nostra spavalderia prese a calare, come il vino nel bicchiere di nonno Aristide. Anche Dario appariva sempre più nervoso. Cominciò anche a balbettare, una cosa che non gli era mai successa prima. Ado invece era tranquillo come un giorno di Pasqua. Io lo guardavo sempre, quando mi sentivo teso, e vederlo così noncurante di niente mi faceva di nuovo stare bene.
Poi, quel giorno arrivò.
- Mi raccomando - ci disse Ado prima che ci avventurassimo verso Rocca Alta e i massi. - Le stradine che dovete prendere le conoscete bene, oramai. Ci si ritrova tutti davanti al piazzale della chiesa. Camminate tranquilli, come quando fate una passeggiata, e se capita qualcuno di loro, non attaccate briga. Uno contro uno si sarebbe svantaggiati. Quando siamo tutti e quattro, allora si va a caccia, ma sempre se siamo superiori di numero. Intesi? -
Facemmo di sì con la testa, mio cugino, Dario ed io.
- Se c’è pericolo - riprese Ado. - Se sono più di noi, allora si grida ‘Arrocco lungo’. E tutti si scappa verso casa. Va bene? -
- Arrocco lungo - ripetei ad alta voce.
- Va bene - dissero Dario e mio cugino.
Mi tremavano le gambe, quando partimmo verso Rocca Alta. Era pomeriggio e il sole spaccava le pietre. Avevamo le tasche piene di sassi e ognuno di noi teneva un bastone, ma facendo finta che fosse un fucile. Dovevamo dare l’idea di voler giocare a guerra. E per questo, in testa, ognuno di noi aveva un elmetto di plastica, come quelli che portavano gli Americani nella Seconda Guerra Mondiale. Li avevamo comprati un giorno che alla Rocca c’era stato il mercato. Una bancarella vendeva queste cose e gli elmetti erano andati a ruba. 
Avrei dovuto sentirmi sicuro, con l’elmetto, ma invece continuavo a sentirmi tremare le gambe a mano a mano che, superato il Corso e la chiesa di San Sebastiano, ci avventuravamo su per la salita che conduceva alla porta medievale di Rocca Alta, dove ci saremmo divisi e ognuno avrebbe proseguito per conto suo.
Le cose però andarono bene. Giungemmo alla Porta, ci separammo e ognuno di noi s’infilò in un vicolo diverso, finché non sbucammo quasi insieme sulla strada sassosa che conduceva alla chiesa. 
- Com’è andata? - ci chiese Ado. 
- Bene - disse mio cugino.
- Non s’è visto nessuno - disse Dario.
Io mi strinsi nelle spalle. 
Mentre mi arrampicavo su per Vicolo delle scale, il silenzio intorno a me si sarebbe potuto toccare con le mani. Sentivo i miei passi ticchettare sul selciato sassoso e pensavo che la gente fosse andata a dormire, Roccaltini compresi. Ma la paura d’incontrarne qualcuno mi aveva fatto compagnia finché Ado non mi era apparso davanti all’improvviso. Ed ora stavamo tutti e quattro lì, proprio davanti alla chiesa di Rocca Alta, soli, a guardarci intorno con aria vagamente minacciosa. 
- Guardate là - disse mio cugino Abele a un certo punto, indicando oltre la chiesa e verso i massi che strapiombavano sulla pianura sottostante. Ci voltammo e, appoggiato alle mura della chiesa, vedemmo un ragazzetto basso e secco che teneva in mano un listello di legno. 
- E’ Soldo di Cacio - disse Ado. - Chissà che ci fa a solo da queste parti. -
Soldo di Cacio era anche lui un Roccaltino, ma era piccolino e gracile, e per questo lo chiamavano così e per questo gli altri suoi compari gli affidavano compiti poco pericolosi. Come per esempio quello di raccogliere le biglie per terra, quando il gioco era finito e tutti se ne tornavano a casa. 
Era andata così che, per Ferragosto, avevamo preso di mira proprio lui per rubare le biglie. Un gesto poco onorevole, lo ammetto, ma delle biglie ne avevamo bisogno e gli ordini erano stati di non guardare in faccia a nessuno. Poi erano spuntati i suoi compari, capeggiati da Mizzica, un ragazzone alto e moro, figlio di siciliani emigrati quassù, uno che menava sberle a tutto spiano, così ce l’eravamo squagliata. Tutti meno mio cugino che…Beh, il resto lo sapete. Ed ora eravamo quassù, in quattro contro uno, pronti a picchiarlo come se fosse un materasso.
- Soldo di Cacio lasciamolo stare - disse Ado autoritario. 
Noi tre ci guardammo perplessi.
- E’ troppo piccino. E non è lui che voglio ma gli altri - continuò il nostro capo incamminandosi verso i massi. Noi lo seguimmo, ma guardandoci sempre attorno con circospezione, mentre Soldo di Cacio se la squagliava dietro la chiesa. Cominciavo a sentire di nuovo la tensione salire. Possibile che non ci fosse nessun altro in giro?
Ma Ado sembrava tranquillo e continuava a camminare nello spiazzo tra la chiesa e i massi, come se niente fosse. Dietro a lui c’ero io e più dietro ancora venivano mio cugino e Dario.
- Stecco guardaci le spalle - comandò Ado. - E te, Guido, vai a dare un’occhiata dietro alla chiesa, ma stai attento, eh? Te, Abele, vieni con me. -
Stecco si fermò dietro di me, io m’incamminai verso destra, la direzione che aveva preso Soldo di Cacio, e vidi, con la coda dell’occhio, mio cugino e Ado dirigersi verso i massi. Mi tremavano le gambe, strinsi il bastone con forza e mi aggiustai l’elmetto in testa. Il silenzio era sovrano. Sentivo solo il frusciare dei miei piedi sull’erba e cominciavano a sudarmi le mani.
- Sono qui! Sono qui! - strillò in quel momento Stecco. - Arrocco lungo! Arrocco lungo! - 
Sentii un colpo allo stomaco. Mi voltai verso di lui e li vidi. Erano almeno sette otto, con loro c’era il capo Mizzica e oramai ci avevano chiuso la via d’uscita verso casa nostra, quella che avremmo dovuto imboccare alle parole Arrocco lungo. Di sicuro si erano nascosti dentro la chiesa, ci avevano fatti passare e, una volta dentro lo spiazzo, fra la chiesa e i massi, ci avevano presi alle spalle. 
Sgomento, guardai verso Ado, mentre Stecco indietreggiava verso di noi e verso i massi, spinto dai Roccaltini che, vidi, se la stavano prendendo comoda. Giocavano come il gatto con il topo.
- Forza! - ci gridò Ado - venite quassù e riparatevi là. Ai cacasotto ci penso io. -
I massi erano una cresta di rocce carsiche, disposta a semicerchio dietro la chiesa, che dava su uno strapiombo sotto cui si apriva la pianura che da Ribolla arrivava fino a Grosseto. Era un panorama mozzafiato, ma il luogo era molto pericoloso. Si sapeva, questo, ed io stetti molto attento a mettere i piedi per paura di scivolare, mentre i Roccaltini, un passo dietro l’altro, venivano a prenderci. 
Insieme a Stecco e mio cugino mi nascosi dietro una cresta più bassa, mentre Ado, con l’elmetto ben calato in testa e il bastone tra le mani, s’era messo sulla punta più alta e aspettava. Dietro di lui, lo strapiombo.
- Facciamo una cosa, Mizzica - disse a un certo punto. - Ci si batte io e te e gli altri si lasciano fuori. Chi vince, dopo fa quello che gli pare. Ti va bene così? -
Mizzica grugnì qualcosa che doveva essere un sì, poi fece cenno ai suoi compari che si allontanarono. Li contai e vidi che erano in sette, tutti coi bastoni in mano, e fra loro c’erano anche Titto e Virgilio, quelli dell’ortica. Li avrei presi volentieri a cazzotti, ma la paura mi bloccava lì, in quella specie di barriera protettiva che dava asilo a me, a Stecco e mio cugino Abele. 
Mizzica cominciò ad avvicinarsi ai massi. Aveva uno sguardo cattivo, torvo, da bestia che ha fiutato la preda. Camminava a passi lenti, tenendo stretto il bastone, e ghignando come uno squinternato in direzione di Ado, che stava lassù, in piedi sulla cresta più alta di quelle rocce, i capelli biondicci che spuntavano dall’elmo e gli occhi spalancati, ma non dalla paura. 
Pensai che ce la stavamo vedendo brutta, davvero brutta stavolta. Chissà quante ce ne avrebbero date anche gli zii, dopo. Mi venne voglia di darmela a gamba levate, ma laggiù c’erano i Roccaltini schierati. Mi sentivo come un topo e guardai verso Abele e Stecco per farmi coraggio.
- T’ammazzo! - urlò in quel momento Mizzica e si avventò verso Ado.
- Vieni, vieni - disse il nostro capo. - Che ti tronco il bastone su codesta testa bacata. -
Dopo fu un attimo. 
Un solo, brevissimo, ma interminabile attimo. Mizzica finì di arrampicarsi sui massi e Ado lo colpì con una bastonata sulle spalle. Poi, chissà perché, si fermò. Aveva il vantaggio di aver picchiato per primo, Mizzica era rimasto disorientato, ma Ado non stava approfittando di questo vantaggio. Poi vidi. L’attimo lunghissimo cominciò con il nostro capo che allargava le braccia, mollava il bastone e cercava, in un ultimo e disperato tentativo, di aggrapparsi a Mizzica, oppure all’aria, o chissà a che cosa, ma non ce la fece. Non gli riuscì. Con terrore, lo vidi brancolare ancora di più, sbarrare gli occhi, mettere un piede dietro l’altro.
- Aiuto! Aiuto! - gridò.
Poi cadde all’indietro, nello strapiombo profondo chissà quanti metri.
Ci fu un momento di silenzio. Stecco s’era coperto il viso e mio cugino boccheggiava. I Roccaltini stavano laggiù, impietriti.
- Non l’ho toccato! Non sono stato io! - gridava Mizzica, come un disperato.
Uscii dalla mia tana, mi arrampicai lassù, sulla cresta più alta, e mi sporsi giù, verso il basso.
E poi…

*****

….E poi non ricordo più niente. Solo immagini confuse di gente che urla, Stecco e Abele che piangono, Mizzica che sta lì, fermo come un povero ebete e i Roccaltini che scappano qua e là. E poi rivedo il prete, ma confuso nella nebbia, una nebbia biancastra che lo avvolge tutto. E i Carabinieri, e poi gli zii e nonna Tullia, ma in casa, nell’aia. In quell’aia dove tutti piangono e gridano come animali impazziti, mentre soltanto io me ne sto zitto, impietrito, inebetito. E piango dentro di me, senza poter liberare l’anima di una sola lacrima.
Sono trascorsi ormai quarant’anni da quel giorno di agosto del 1962, ed ogni anno, in quel giorno, ritorno qui, sui massi di Roccatederighi. Passeggio un po’, guardo qua e là, ma tutto affinché giunga il coraggio di arrampicarmi lassù, sulla cresta più alta, quella che dà sulla pianura sottostante, quella da dove cadde Ado.
Mi hanno sempre detto che è morto subito, sul colpo. Mi hanno sempre detto che non deve aver sofferto e neppure essersi accorto di nulla, ma io me lo ricordo ancora, né mai lo scorderò, quel suo sguardo di terrore mentre spariva, giù, di là dai massi e verso l’ignoto.
Così ogni anno mi affaccio oltre quella cresta e guardo in basso, nella vana speranza che lui sia laggiù e mi tenda la mano per essere tratto in salvo. Chi mi vede penserà che sono pazzo. Chissà…
Tante volte mi sono chiesto perché lo faccio, pur sapendo che Ado non c’è più, né mai ci sarà qui ad aspettarmi. Tuttavia io ritorno, puntuale come un orologio, pioggia o sole non importa. E’ un appuntamento cui non posso mancare ed io non manco mai. Se c’è il vento, come oggi per esempio, me ne sto un po’ ad ascoltare, prima di salire lassù sulla cresta. Ascolto e chiudo gli occhi, e mi sembra di sentire ancora quel grido: - Arrocco lungo! Arrocco lungo! -
Poi salgo, mi sporgo, e guardo a lungo, verso le rocce giù in basso e in mezzo all’erba e i rovi, finché non mi stanco e mi siedo con le spalle alla pianura.
Ogni uomo torna sempre, prima o poi, alla sua infanzia.
Ed è qui che io persi la mia.

 
 


COME UN ROMANZO

Non dimostrava i suoi ottant’anni. Quando furono nel centro del paese, e il nipote ebbe spento il motore, il vecchio Ingegnere aprì lo sportello e scese dall’auto con insolita energia, stringendo gli occhi al sole di maggio. 
- Caro Maurizio - disse - ho paura che la mia vecchia Ribolla sia davvero irriconoscibile. -
- Non importa, nonno, mi basta trovare del materiale per il mio romanzo. -
Il vecchio Ingegnere lo guardò sentendosi un po’ a disagio. Il nipote gli si avvicinò e lo prese sottobraccio.
- Dove andiamo? - chiese.
- Penso che cominceremo da là - disse il vecchio Ingegnere indicando l’ex Cinema Teatro Montecatini.
Non aveva voluto ritornarci per il cinquantenario del 4 maggio ’54. Però aveva seguito, qualche giorno dopo, i servizi del TG2 e di Costume e Società, riscoprendo emozioni che credeva perse. Per un momento vacillò, nel farsi avanti, ma fu un attimo solo.
- Vi sentite bene nonno? - disse Maurizio. 
- Sì, sì. Sto bene, grazie. -
Ma l’emozione non voleva andarsene. Troppi ricordi lo legavano a quella piazza e all’edificio del Cinema Teatro. Ricordi belli e dolorosi, una mescolanza di immagini e sensazioni che sentiva tracimare dal profondo dell’anima. Chissà se dentro era ancora lo stesso di allora. 
- Vieni, entriamo - disse.
Oltre la porta d’ingresso, un’altra si spalancò sulla platea, e un’unica fila di poltrone rosse apparve come per incanto. 
Oddio, pensò il vecchio Ingegnere, è tutto cambiato.
Alle pareti, foto d’epoca ingrandite; e lassù, dove prima c’era lo schermo che si apriva sul palco del piccolo teatro, adesso un soppalco, protetto da grosse vetrate e di nuovo foto ingrandite appese ovunque. 
Maurizio si stava guardando intorno. 
- Vieni con me - gli disse.
E insieme salirono le scale, che lui ricordò uguali ad allora, quando tutti aspettavano l’arrivo del Direttore della miniera perché iniziasse lo spettacolo. La galleria era riservata alle maestranze. Dirigenti e impiegati, e rispettive famiglie, facevano a gara per occupare i posti più vicini al Direttore, ma lui non era mai stato uno di questi. Un ruffiano no, anche se a quei tempi ce n’erano, chi per natura, chi per convenienza, chi per sopravvivere. Lui era riuscito a restarne fuori, ma aveva pagato con l’emarginazione. Sorrise, ripensando alla parola inglese ‘mobbing’, così di moda ai tempi d’oggi. Allora non c’era niente di simile a sottolineare lo stile della Montecatini nella gestione del personale, ma i metodi lui sapeva che erano gli stessi. Era la Storia che si ripeteva….
Maurizio saettò oltre la vetrata, diretto verso una grande tavolo, proprio al centro della stanza. 
- E questo cos’è, nonno? - chiese.
Lui si avvicinò e quel che vide quasi lo tramortì. Nomi come Littorio, Pozzo Due, La Cernita, Raffo, gli balzarono alla vista e dentro la mente, scavando e graffiandogli l’anima, per resuscitare storie che credeva oramai perse. Cercò e trovò Pozzo Camorra e gli occhi gli si inumidirono. Non riusciva a parlare.
- E questi nomi, cosa sono? - insisté il nipote.
- Quella che stai vedendo - lui rispose dopo essersi schiarita la voce - dovrebbe essere una mappa dei pozzi della miniera. -
Maurizio rimase in silenzio. Qualche persona sostava nell’ampio salone, alcuni osservavano le foto, altri sfogliavano libri. Il vecchio Ingegnere si avvicinò al bancone dove sedeva un ragazzo, tutto preso dallo schermo del suo computer.
- Mi scusi - gli disse. - Una volta questo era un cinema, ma adesso vedo che è molto cambiato. -
- Ora è un Centro Civico - rispose prontamente il ragazzo con una nota di orgoglio nella voce.
Anche Maurizio si era avvicinato e stava ascoltando la conversazione.
- Un Centro Civico? - disse il vecchio Ingegnere. - E allora, quella mappa dei pozzi che significa? -
Il ragazzo lo guardò con evidente curiosità.
- Perché questa è anche la Porta del Parco Minerario - disse.
Il vecchio Ingegnere rimase senza parole. Due anni fa, per il cinquantesimo della sciagura, il TG2 aveva mostrato poche immagini del paese, e Cultura e Società aveva focalizzato la sua attenzione sui ruderi del Camorra, che lui aveva stentato a riconoscere, più un’intervista a un vecchio minatore, uno dai capelli color latte, che aveva alternato frasi smozzicate a singhiozzi trattenuti a stento. Due servizi di neppure cinque minuti, troppo poco per una sciagura come quella. E nessuna parola su… Su questo Parco Minerario. 
- Dunque qui potrei trovare del materiale sulle miniere? - chiese Maurizio al ragazzo.
- Sì, certo. Quanto ne vuole - questi rispose. 
Poi disse: - Accomodatevi. -
Sugli scaffali della biblioteca trovarono libri ed altro. Il vecchio Ingegnere si guardò intorno, e mentre il nipote sfogliava catalogava e sceglieva, lasciò lo correre lo sguardo sugli ingrandimenti delle foto alle pareti, sulle foto del cinquantenario, su immagini che immancabilmente lo riportavano a quegli anni. Un’epoca piuttosto lontana, che ora si stava rendendo conto di non aver mai veramente dimenticato. Era incredibile come quei ricordi tornassero a farsi vivi. 
Materiale per un romanzo, pensò e sorrise tra sé. 
Era orgoglioso che Maurizio fosse un giovane scrittore, ma certe volte questo lo sconcertava. Si avvicinò pensieroso al nipote.
- I libri, quanto tempo posso tenerli? - questi stava chiedendo al ragazzo.
- Non più di due mesi. -
- Fatemi vedere - disse il vecchio Ingegnere.
C’era di tutto. 
Glielo aveva spiegato che sulle miniere di letteratura ce n’era già abbastanza. “Abbastanza?” aveva detto il nipote “c’è sempre un motivo per una nuova storia.” Non si poteva discutere con lui, se si metteva in testa un’idea. E questa… Questa pareva scaturire da scampoli di conversazione consumati insieme, quando lui aveva rievocato i suoi trascorsi di ingegnere minerario, sbattuto dalla Montecatini in tutte le parti d’Italia, finché…”Parlatemi di Ribolla, nonno” aveva detto il nipote una sera, quando, dopo tanto peregrinare, il discorso era caduto proprio su quel paese. “Che vuoi che ti dica” lui aveva risposto “ho lavorato lì per dieci anni, fino alla chiusura della miniera, nel ’59.” Non si era mai veramente affezionato ai posti dove aveva prestato servizio. Una specie di disciplina interiore, più che altro, dettata dalla consapevolezza che ogni luogo sarebbe stato sempre provvisorio. Ma Ribolla…No, non aveva saputo tacere di quel disastro minerario. Non gli era stato possibile tenerlo nascosto al nipote, come fece ai suoi tempi la Montecatini con il resto del Mondo, quasi che, quella chiacchierata, fosse l’occasione da tanto tempo attesa per parlare finalmente di quella tragedia. Era stato così che Maurizio aveva insistito e lui non aveva potuto rifiutare.
Materiale per un romanzo, pensò di nuovo.
A giudicare da quei libri, che lui aveva un po’ sfogliato distrattamente, c’era la possibilità di farsi una buona idea su cosa fosse un bacino minerario. Ed anche sulla vita di un villaggio minerario. Aveva visto I MINATORI DELLA MAREMMA ed anche altre cose, forse scritte da persone del luogo, che però lui non aveva riconosciuto. Tuttavia, mancava ancora qualcosa, forse la cosa più importante. Il ragazzo, che nel frattempo era sparito, ritornò con un grosso volume in braccio che consegnò a Maurizio.
- Questo può tenerlo - gli disse. - E’ gratuito. - 
Il vecchio Ingegnere si avvicinò abbastanza da leggere il titolo: LA MINIERA A MEMORIA.
Il ragazzo spiegò che era il sunto delle celebrazioni per il cinquantenario della sciagura. Scritti e foto riesumate miracolosamente dai cassetti della gente del luogo. Foto d’epoca dei pozzi, delle vie, delle persone di allora, della vita di un paese che fu. Il nipote sfogliava, e pagina dopo pagina, il vecchio Ingegnere sentì crescere in sé un senso di struggente nostalgia. La Ribolla che conosceva era lì. Lì c’erano i suoi dieci anni di vita. Lì c’erano le sue gioie e le sue delusioni. Lì c’era il dolore di una tragedia e la doppia faccia della stessa medaglia. 
- Questo libro credo che mi sarà molto utile - disse Maurizio.
- E’ realizzato molto bene - disse il ragazzo.
Il vecchio Ingegnere li guardò entrambi. Due giovani. Trent’anni e non di più, che potevano sapere? Ma forse il ragazzo era del paese e...
- Mi scusi, lei abita qui a Ribolla? - gli chiese.
- Sì, Perché? -
- Oh, niente. Mi chiedevo se conosceva la sua storia mineraria. -
- Mica tanto - disse il ragazzo. - Ho cominciato a interessarmene da poco. Dal cinquantenario della sciagura e poi grazie alla nascita del Parco Minerario. -
Il vecchio Ingegnere sospirò. Non era per niente stupito. Chissà quanti ce n’erano come lui e non solo della sua età. Il nipote continuava a sfogliare il libro, alternando esclamazioni entusiaste ad ogni pagina. Forse era convinto di aver trovato tutto quello che gli occorreva, ma non poteva essere così.
- Io credo, Maurizio, che dovremmo fare una passeggiata dove prima erano i pozzi e per il paese - gli disse.
Il nipote sollevò un attimo gli occhi dal libro e guardò il nonno.
- Immagino di sì - rispose.
- Non c’è rimasto quasi più niente - s’intromise il ragazzo. - Vi sarà difficile anche riconoscere i posti. E meno male che, due anni fa, per le celebrazioni, sono stati affissi anche dei cartelli indicatori. -
Si fermò un attimo, pensoso e forse un po’ incerto se aggiungere qualcosa o no, poi riprese: - La domenica, per tutto questo mese di maggio, ci saranno le visite guidate. Se volete approfittarne. -
- La ringrazio, ma non ce ne sarà bisogno - disse il vecchio Ingegnere. E si sentì improvvisamente orgoglioso, quando aggiunse: - Io ho lavorato qui, tanti anni fa. -
Uscirono nel sole. All’ombra di una fila di alberi, lungo il marciapiede e proprio di fronte a quello che un tempo era il Dopolavoro, alcuni avventori sostavano ai tavoli. Di fronte, le abitazioni per gli impiegati, ristrutturate e irriconoscibili, se non fosse stato per quella striscia di vetro che copriva all’esterno la tromba delle scale. Aveva abitato lì, quei dieci anni. Case pulite e accoglienti, con riscaldamento e acqua corrente tutto l’anno.
- Vedi Maurizio - disse indicando i palazzi - qui ci abitavano le maestranze della Montecatini. Le famiglie di impiegati e ingegneri, che l’azienda intendeva tenere separate da quelle operaie, per le quali erano state costruite altre abitazioni molto più scadenti, senza acqua e riscaldamento. Case piccole e basse e identiche l’una all’altra, con i bagni in comune e all’aperto. L’acqua le donne andavano ad attingerla alla fonte. Per gli scapoli, invece, l’azienda aveva fatto costruire dei veri e propri dormitori, con camere di sei otto posti letto e docce in comune. E poi la mensa. -
- Separati? - disse il nipote. - E perché? -
- Una politica di gestione del personale - rispose il vecchio Ingegnere stringendosi nelle spalle.
Era stato vittima di quella politica, l’assurda pretesa della Montecatini di voler tracciare un solco profondo tra esseri umani di diversa estrazione sociale. Nessuna confidenza con gli operai, solo un freddo rapporto gerarchico, fatto di ordini e risposte affermative e nessuna obiezione. Non si era mai sentito a proprio agio in quel ruolo, e tuttavia aveva dovuto assolverlo nel miglior modo possibile, conciliando gli slanci del proprio carattere con gli ordini dei superiori. I suoi guai erano cominciati proprio per questo.
- Voglio raccontarti un episodio Maurizio - disse.
Entrarono in macchina. L’ombra dei pini non l’aveva protetta dal sole, e nell’abitacolo ristagnava un caldo denso. Il vecchio lesse la curiosità negli occhi del nipote e cominciò.
- Era il mio primo inverno qui, il 1950, un inverno freddo come pochi. Per scaldarsi, gli operai si arrangiavano. E arrangiarsi significava portare a casa, ogni giorno e di nascosto, uno o due ciocchi di legno, presi dalla segheria. Legname buono, adatto alle armature per le gallerie. Lo facevano un po’ tutti, rischiando una multa se venivano presi la prima volta. La multa e una sospensione la seconda e il licenziamento alla terza. Era successo che qualcuno fosse stato sorpreso e punito, ma niente, quando faceva freddo il rischio lo correvano tutti. Famiglie numerose, quelle operaie, tre o quattro figli per casa. Ed anche i genitori anziani, qualche volta. Fu una sera, di gennaio mi pare, una sera che il freddo pelava le mani. L’operaio si chiamava Gualtiero, ma lo conoscevano tutti come ‘Cinquino’ perché gli piaceva bere cinque centesimi di vino alla fine del turno. Cinquino viveva alle Camerate, il quartiere operaio di Ribolla est, con moglie tre figli e il padre di ottantadue anni, malato di silicosi per aver lavorato la pirite a Gavorrano, un altro villaggio minerario poco distante da Ribolla. All’uscita di ogni turno i sorveglianti perquisivano sempre chi vedevano con qualche fagotto in più, che non fosse la panierina con gli avanzi del mangiare. Perquisivano chi vedevano con un rigonfio sotto il cappotto, o chi camminava in modo strano perché poteva aver nascosto la legna nei pantaloni. Cinquino aveva nascosto tre o quattro pezzi di legno nelle maniche della giacca, una giacca unta e sdrucita ai gomiti. Quando uscì, io me ne accorsi, ma non lo fermai perché sapevo che a casa, oltre al padre malmesso, aveva anche il minore di quattro anni con la polmonite, ed erano disperati. Al cancello lui mi salutò con deferenza, ma ricordo che aveva gli occhi impauriti, terrorizzato dalla paura di essere scoperto. Lo lasciai passare convinto che l’avesse fatta franca, ma mi sbagliavo. Prima che salisse sul pullman un Sorvegliante lo scoprì. Corse voce che si fosse accorto di un pezzo di legno che aveva bucato la manica della giacca di quel poveraccio. Io non potei fare niente. Cinquino ebbe tre giorni di sospensione e mille lire di multa, soldi a quei tempi. Andai dal Direttore del Personale, il giorno dopo. Cercavo di far qualcosa, affinché almeno la multa gli fosse risparmiata, ma il Direttore era un carrierista, un fedelissimo dell’azienda. Lo sai cosa mi disse? -
Maurizio scosse la testa.
- Sono parole che ricordo ancora bene - riprese il vecchio Ingegnere. - Mi disse: “Allora è vero quel che si sente in giro. Ho saputo che lei ha fatto finta di non vedere l’operaio portarsi via la legna. Se tutti facessero come quell’uomo, la Montecatini andrebbe fallita in un mese. Mi stupisce che lei non se ne renda conto.” Poi mi congedò senza prendere provvedimenti. Credevo di essermela cavata così, ma sbagliavo. Da quel giorno fui catalogato come inaffidabile, con tutte le conseguenze del caso. Ero giovane e con buone prospettive, ma la mia carriera ne soffrì. Non ho mai saputo chi avesse fatto la spia. - 
- Spia? - chiese il nipote. - Perché? C’erano anche le spie? -
Il vecchio Ingegnere tacque. Maurizio era un letterato, un artista. E la Ribolla di quei tempi una realtà complessa e difficile da spiegare. La miniera in perdita. Dopo la grande abbuffata della Seconda Guerra, durante la quale si era arrivati ad occupare quasi quattromila operai, la Montecatini aveva cominciato a ridurre il personale. Parlare di chiusura non si poteva per non allarmare i Sindacati, ma gl’intenti erano chiari. Lui lo sapeva già da tempo. Nelle riunioni se ne parlava, ma la consegna era di non lasciar trapelare niente. 
- Questa qui non è una storia qualunque, Maurizio - riprese. - Non può essere banale la storia di un paese che sorse grazie alla Montecatini. Un paese che era proprietà della Montecatini e dove la Montecatini agiva da padre padrone. Con una mano dava e con l’altra levava. Una conduzione paternalistica, tutta carota e bastone. Certo che c’erano le spie, cosa credi? Servivano all’azienda in ogni modo possibile, soprattutto quando si trattò di raccogliere prove per licenziare gli operai. Servivano a raccogliere il malcontento, quando si decisero metodi di coltivazione insicuri ma più economici. Servirono a intessere una ragnatela di timore diffuso, utile ad ottenere l’obbedienza cieca del personale. Non può essere banale la storia di un villaggio minerario sorto così, dal nulla e grazie alla lignite che prosperava, un villaggio cresciuto e divenuto poi un paese. Un paese colpito dalla sciagura mineraria più grave nel dopoguerra. Quarantatré morti e…Sai cosa ti dico? Secondo me, con gravi responsabilità dell’azienda. Ne sono sempre stato convinto. -
Si fermò. L’emozione gli aveva preso la mano, Maurizio però taceva e lo stava guardando attento, come in attesa di ogni sua prossima parola.
- Fu una tragedia sai? - lui disse dopo un po’. - Una cosa immane, indescrivibile. Nei libri che hai preso credo che troverai molte cose. Testimonianze, fotografie, numeri. Ma non credo che così ti avvicinerai con il cuore a questa storia. Ti ci vorrà del tempo e forse dovremo ritornare ancora qui. E quando avrai colto l’anima di quella sciagura, quando sarai entrato nella galleria buia del 4 maggio ’54 e tutto ti sembrerà chiaro, allora dovrai fare i conti con l’altro dramma che seguì. Secondo me, il vero dramma, quello che il paese si trascinò dietro per lunghi anni. E forse…-
Come poteva sapere ciò che era adesso? Il paese era cambiato, facce nuove si vedevano in giro e giovani dappertutto. Sì, il tempo risanava ogni ferita, ma cinquant’anni potevano essere un buon medico? 
- Quando avrai digerito la sciagura, allora arriverà il processo di Verona, Maurizio - riprese il vecchio Ingegnere. - Quella farsa. Dovrai capire il perché di un’assoluzione colpevole, come quella che ottenne la Montecatini nel ‘58, dopo aver pagato e convinto i parenti delle vittime a lasciar perdere. Oh! Sì. Furono dati soldi in cambio della rinuncia a procedere. Gli orfani mantenuti agli studi in quel collegio ad Anzio, oppure assunti in altre aziende collaterali. La Montecatini trasformò così la sua colpa in fatalità. In termini economici le costò non poco, prendere sulle ginocchia intere famiglie. In termini morali, beh…Si potrebbe discutere su molte cose. Soprattutto su chi fosse il vero colpevole, se i Dirigenti pagati per fare quel che fecero, o la Proprietà. Ma ora dimmi, Maurizio, può essere banale una storia come questa? -
Ancora assorto ad ascoltare, il nipote ci mise un po’ a scuotersi, e quando lo fece stette poi un po’ a pensare. 
- Io credo che sia una storia affascinante - disse infine. - E non vedo l’ora di scriverla. -
- Ma dovrai renderla viva - disse il vecchio Ingegnere. - Perché questa storia è anche una lezione di vita. -
Si sentiva eccitato. Per anni aveva chiuso in sé il peso di quei ricordi. Perfino con Federica, la sua amatissima moglie, aveva sempre evitato di parlarne. Un patto, una specie di tacito accordo ad evitare l’argomento, portato avanti nel tempo con diligente disciplina. Ma ora…Ora il passato tornava prepotente grazie al progetto del nipote di scrivere questo romanzo. Sulle prime era stato scettico, ma adesso non più.
- Facciamo un giro per il paese - disse.
Così girarono un po’ per Ribolla. Maurizio guidava piano e lui lo indirizzò sicuro per le vie, quelle conosciute, gettando occhiate ansiose qua e là. 
- E’ incredibile come questo paese sia sopravvissuto - disse a un certo punto. - A vederlo ora, Maurizio, ci crederesti che un tempo fosse un villaggio minerario? - 
- No, direi proprio di no. -
L’auto si fermò davanti a un supermercato e il vecchio Ingegnere lo indicò al nipote.
- Là c’erano gli uffici della Montecatini e il campo da tennis in terra battuta, riservato ai dirigenti e impiegati. Una cosa che non ho mai potuto digerire - disse. - Certo, i figli degli operai non potevano permettersi questo gioco, ma spesso li vedevo, aggrappati alla recinzione, che guardavano giocare uomini e donne in calzoncini e gonna e magliette candide. Dirigenti, figli e figlie di dirigenti e impiegati. Un’elite, allora, che la Montecatini manteneva tenacemente separata dalla plebe. Te l’ho detto, Maurizio, un modo di gestire il personale. E nel caso di Ribolla, anche un modo di governare il paese. Un modo di essere. L’azienda qui era tutto. Lo Spaccio era suo e ci potevi comperare qualsiasi cosa, che poi te la trattenevano al momento della paga. Il novanta per cento delle case, a parte qualcuna di privati, lo costruì la Montecatini, anno dopo anno, a mano a mano che il bacino si sviluppava. Anche il Cinema Teatro fu opera dell’azienda. Si presero una giornata di lavoro dalle paghe dei dipendenti, ma il resto lo mise lei. Lei mise l’idea, la progettazione, il lavoro ed anche i soldi restanti. Qui era un mondo a parte, dove la vita ti apparteneva solo un po’. Il tempo e le abitudini erano scandite dalla sirena, che suonava a intervalli regolari, alla mattina al pomeriggio e la sera ad ogni cambio di turno. Le donne, che aspettavano il ritorno degli operai, si regolavano con la sirena. Ci potevi rimettere l’orologio, con la sirena. - 
Si fermò un momento a raccogliere le idee. 
- Sì, era un mondo a parte - riprese subito. - Un mondo oggi riprodotto in foto, e di foto, nei libri che hai preso, ne hai già viste a iosa. -
Tacque e prese LA MINIERA A MEMORIA, cominciando a sfogliarlo. Maurizio gli si accostò. Da una tasca aveva estratto un piccolo registratore e il vecchio Ingegnere sorrise vedendo che era già acceso. Si sentiva davvero importante. Ma come trovare le parole giuste per condurre il nipote nella magia di quegli anni? 
- Continuate, nonno - lo esortò questi.
- Sì, certo - lui riprese - io potrò raccontarti tutto quello che vuoi, ma dovrai essere tu, poi, a saperti calare in quella realtà. Guarda qui, per esempio, guarda questa fotografia. -
L’immagine in bianco e nero mostrava il Cinema Teatro Montecatini in una Piazza del Popolo priva di alberi e senza la grande aiuola spartitraffico. La strada, non ancora asfaltata, ospitava una folla di persone che sembravano festeggiare qualcosa. Abiti dimessi, stazzonati, che a quei tempi sarebbero apparsi eleganti, parevano sottolineare anche in foto la semplicità di allora.
- Guarda quest’altra - disse il vecchio Ingegnere.
Una foto estiva. Uomini in canottiera bianca, ragazzi e ragazze e bambini di ogni età in calzoncini corti e vestitini increspati con le maniche corte, sostavano intorno ad una specie di cerchio. Dall’immagine non si capiva con cosa fosse stato fabbricato, ma s’intravedevano tante piccole caselle, numerate e vuote, rivolte verso l’interno.
Il gioco del maialino, pensò il vecchio.
Il nipote guardava assorto.
- Cos’è? - chiese. 
Il vecchio Ingegnere sorrise.
- Questo passatempo, allora, prendeva l’intera giornata - disse. - Vedi quelle caselle numerate? Un maialino d’India veniva deposto dentro al cerchio e tutti aspettavano che si decidesse ad entrare in una delle caselle, facendo vincere chi aveva puntato su quel numero. Il maialino non si vede, credo lo tenga quello che raccoglie i soldi. - 
- E in questo modo trascorrevano tutto il giorno? -
- Sì - lui ammise. - La vita era molto meno sofisticata di oggi, sai? Ci si divertiva con poco e la gente era anche più felice. Meno complicata e meno difficile, soprattutto. -
Sfogliò altre pagine. Era sicuro di aver visto bene, prima, dentro al Cinema Teatro, quando il ragazzo aveva consegnato loro il libro. La foto di una processione e quel vecchio prete, bene in vista, davanti alla statua portata a spalla da quattro uomini incappottati, proprio di fronte alla chiesa.
- Guarda Maurizio - disse quando l’ebbe trovata. - Questa è la Processione di Santa Barbara, la protettrice dei minatori. Il quattro dicembre di ogni anno. - 
Una giornata che era come un armistizio. Ne aveva vissute a Ribolla, ed ogni volta la sorpresa lo aveva colto impreparato. Lui non era tipo da scansare gli operai incontrandoli in paese, ed anche per questo la Direzione lo guardava malevola. Le direttive erano perentorie: evitare ogni confidenza con il personale operaio e le famiglie. Ma il quattro dicembre era un’altra cosa.
- Sembrava che la gente si volesse più bene per Santa Barbara - disse quasi a se stesso. - Era un giorno speciale, il quattro dicembre. Alla mattina si sparavano le mine. Poi c’era la Messa, ogni anno in un posto diverso. -
Sopra la foto della processione, altre mostravano momenti differenti.
- Guarda qui - disse - questa è la Messa al pozzo Due. E questa alla Cernita. Sono di sicuro scattate in anni diversi. E guarda queste altre - continuò voltando la pagina. - Queste sono scattate al Dieci. Vedi Maurizio? Si vedono persone ben vestite ed altre con abiti peggiori. Dirigenti e operai, tutti insieme. Sì, per Santa Barbara, il muro voluto dalla Montecatini per un giorno cadeva, e tutti fraternizzavano. Era festa a scuola. Nelle case si preparava un pranzo speciale, e la sera tutti a ballare al Cinema Teatro. -
Tacque.
Chissà se ancora oggi è così, pensò poi. Chissà se il tempo ha mantenuto intatta questa tradizione o l’ha portata con sé.
Maurizio stava guardando le foto con attenzione, quasi volesse imprimersi bene in mente quelle immagini. 
- Ribolla era un paese con una forte presenza comunista - riprese il vecchio Ingegnere, dopo averlo osservato a lungo. - Eppure, per Santa Barbara, anche molti di loro seguivano la Messa e la Processione. Non era una cosa da poco, sai? Dava la percezione di quanto fosse radicato il rispetto e la fede per questa Santa. La statua la tenevano giù, nelle gallerie, e usciva solo per la sua festa. I minatori la toccavano, prima di entrare a lavoro. E nei momenti di sconforto, quando il marito il figlio o il fratello erano laggiù, sottoterra, in quei momenti, la presenza di Santa Barbara dava conforto a tutti. -
Si fermò, pensoso. Sì, una festa che era un avvenimento eccezionale, una sorta di firma in calce nella società di allora, al pari delle lotte sindacali, della miseria diffusa, degli abusi e di quella specie di latente sortilegio che era il costante e quotidiano pericolo. Maurizio continuava a sfogliare LA MINIERA A MEMORIA, fermandosi di tanto in tanto su immagini che forse lo incuriosivano. Il vecchio Ingegnere lo lasciò fare per un po’ poi disse: - Se posso darti un consiglio per il tuo romanzo, io credo che dovrai dare vita al libro che stai osservando con tanto interesse. Se ho visto bene, lì dovrebbe esserci tutto lo spaccato di una società che oggi non esiste più, cancellata dagli anni e dall’inevitabile progresso. Una società per certi versi da prendere a modello, però. Osserva quelle facce, studia le espressioni di quei volti, guarda negli occhi delle persone. Guarda le foto della miniera, dei pozzi, del lavoro quotidiano sotto terra e in superficie. Ci sono immagini di case operaie e di abitazioni più confortevoli. Ci sono immagini di festa come le gite aziendali e le serate danzanti con quel complesso di gente del luogo, la Riorita. E poi c’è la tragedia del 4 maggio ’54. Osserva il dolore, la tensione, la preoccupazione malcelata nei volti della gente asserragliata intorno al Camorra. Prova a calarti in loro. Prova a calarti nel dolore diffuso, scolpito in ogni viso, in ogni atteggiamento, in ogni angolo di quelle foto dei funerali, dove il fiume di persone si perde a vista d’occhio e non è possibile, neppure per un attimo, pensare che ognuno non abbia pianto dentro di sé anche solo un minuto. E’ questo che darà vita alla tua storia, quando la tua storia riuscirà a recuperare tutto ciò che queste fotografie celano oltre l’immagine fermata nel tempo. C’è la cultura del lavoro; la cultura della famiglia e del sacrificio; la cultura delle tradizioni come Santa Barbara e quella di appartenenza, come essere iscritto alla CGIL o CISL o UIL. C’è la cultura dell’onestà e la non cultura della disonestà. Del bisogno quotidiano, della miseria materiale e umana. C’è la cultura del coraggio, perché ce ne voleva a scendere laggiù. C’è la disperazione della morte e l’ineluttabilità della morte. C’è l’inganno e la prepotenza del potere. Questa storia è una lezione di vita, Maurizio.-
Il sole era più obliquo. Il pomeriggio stava scivolando via silenzioso, disturbato dai rumori delle auto e delle moto che transitavano lungo la strada. Davanti al supermercato, il via vai della gente stava crescendo a vista d’occhio. Maurizio sospirò, poi avviò il motore.
- Vorrei andare dov’era la miniera - disse.
- Prendi quella strada laggiù - disse il vecchio Ingegnere.
Era quella che conduceva ai Pozzi Due e Cortese, passando davanti alla Lampisteria. Il vecchio Ingegnere chiuse gli occhi. Il nuovo Direttore, Lionello Padroni, era arrivato a Ribolla nel settembre del ’51 e dopo pochi giorni lo aveva chiamato nel suo ufficio. Era un romano, dai modi cortesi ma arroganti. “So che lei ama molto i minatori” disse subito. Lui aveva pensato un attimo, prima di rispondere: “Che c’è di male, sono esseri umani anche loro”. Non gli era piaciuta, questa risposta, al nuovo Direttore della miniera di Ribolla. E durante il colloquio, nel manifestare tutta la sua sorpresa e il disappunto per una simile condotta da parte di un ingegnere della Montecatini, era saltato fuori anche il famoso incidente di ‘Cinquino’. “Un comportamento deplorevole” disse Padroni. Poi era sceso il gelo. A casa ne aveva parlato con Federica, che l’aveva incoraggiato a non desistere. “Non avere paura” aveva detto “nessuno ti farà del male”.
Adesso, ripercorrendo la strada che conduceva nel cuore del bacino minerario, il vecchio Ingegnere ricordò quei tempi. Come ritorsione, l’azienda lo aveva impiegato nelle mansioni più umili. Il controllo delle lampade in Lampisteria, per esempio. Il controllo in segheria che tutto procedesse bene e che nessuno si portasse dietro pezzi di legno. Le sue discese nei pozzi, erano più numerose di quelle degli altri Ingegneri e Capi servizio messi insieme. Dopo qualche tempo aveva chiesto un colloquio con Padroni, ma era stato peggio. “Lei è amico dei minatori no?” aveva detto il Direttore. “Dunque io lo faccio stare a contatto con loro. Dovrebbe essere contento e invece si lamenta”. Poi l’aveva congedato. Da allora, un ostracismo diffuso poco a poco si era alzato contro di lui. Un ostracismo che aveva finito per coinvolgere anche la loro unica figlia Emanuela, non più bene accetta al campo da tennis. Era come se l’aria di Ribolla, già satura di polvere e carbone, avesse ad un certo punto iniziato a rarefarsi. “Io credo che sia giunto il momento di andare via” aveva detto un giorno a Federica, un giorno in cui Padroni gliene aveva fatte vedere di tutti i colori, prima con il problema dell’acqua nei pozzi e poi con la ventilazione nelle gallerie. “Andare via?” lei aveva chiesto con costernazione. “Proprio ora che ci siamo ambientati?” Federica era ben vista in paese, le mogli dei minatori l’apprezzavano per il garbo che aveva nei rapporti personali ed anche per la generosità che mostrava davanti al bisogno. Ma lei non doveva fare i conti con Direttori e capi di ogni genere tutti i giorni. Adesso il vecchio sorrise ripensando alle discussioni di allora, ma gli anni ’52 e ’53 erano stati molto difficili. Aveva messo a posto tutto Padroni, quando, oramai stufo di subire arroganza e prevaricazioni di ogni genere, gli aveva detto di voler essere trasferito. “Trasferito?” aveva riso il Direttore. “Non ci penso nemmeno. Se non sta volentieri a Ribolla, allora rimarrà proprio a Ribolla. Così imparerà a mettersi contro di me e…” e qui aveva alzato il dito “soprattutto, contro l’azienda che le da’ da mangiare.” Parole pesantissime, che non aveva mai scordato nonostante gli anni. 
- Nonno, dove stiamo andando? - la voce del nipote lo scosse dai pensieri. 
- Ma… - balbettò, guardandosi intorno.
Dappertutto sorgevano nuove costruzioni. Palazzi, villette singole e a schiera, facevano compagnia alle vecchie case della Montecatini rimesse a nuovo. Nessuna traccia dell’officina aziendale e neppure del garage. Quel garage che aveva accolto i corpi dei quarantatre minatori del Camorra. Eppure la via era quella giusta. Si snodava a sud di Ribolla, verso i cantieri, tra due ali di eucalipti e di abeti che sembravano sorvegliare la strada come sentinelle. Una strada asfaltata, ora, non più polverosa e sterrata come allora, quando brulicava di operai a piedi o in bicicletta. Quando i pullman la percorrevano chissà quante volte al giorno, vuoti o carichi di minatori. Pullman coperti di polvere che lasciavano per la strada scie di olio serpeggianti e sollevavano nubi di polvere grigia e pesante. Il vecchio Ingegnere guardò davanti a sé e fu allora che vide la Cernita. 
- Non credevo che sarebbe rimasta in piedi - disse.
- Cosa? - domandò il nipote.
- La vedi? - lui proseguì indicandola. - Quella costruzione che sembra una palafitta. Vieni, andiamo laggiù. -
Grigia e ammuffita. Chiazzata qua e là di macchie più scure e i vetri delle finestre frantumati, pareva una vecchia mucca stanca, ansante, con le sei botole simili a mammelle, arrugginite dal tempo e le intemperie. Il nastro trasportatore, che la univa al Pozzo Due come un cordone ombelicale, era stato demolito con la chiusura, ma il vecchio Ingegnere aveva sempre pensato che sarebbe crollata anche lei.
- La Cernita - disse indicandola di nuovo. - Lassù sceglievano il carbone migliore, per caricarlo poi sui vagoni diretti alla stazione di Giuncarico. Ci lavoravano anche le donne, sai Maurizio? - 
Il nipote aveva di nuovo acceso il piccolo registratore e guardava in alto, verso le finestre dell’edificio. 
- Le donne? - domandò. - Scendevano anche nei pozzi? - 
- No, solo lavori in superficie. In genere venivano impiegate nelle cucine o a servizio. Ma erano sfruttate. Scambiate spesso tra cucina, cernita e servizi per 750 Lire al giorno. -
Il sole era sceso e l’ombra della Cernita copriva l’auto in sosta. Il piazzale, un tempo solcato da binari di diverso scartamento, adesso appariva come la tavolozza di un pittore. Papaveri qua e là, e poi margherite, schizzavano il suolo di colori vivaci, spezzando la monotonia del terreno, alleviando la tristezza un po’ dimessa che cumuli di detriti producevano alla vista, frutto di anni d’incuria. Il vecchio Ingegnere taceva. Si guardò intorno, mentre uno stormo di rondini si levava in cielo e i ricordi tornarono a fargli visita. I castelli sui pozzi li avevano demoliti ai primi anni sessanta. Il legname, troppo pregiato per essere lasciato lì, fu caricato e portato via chissà dove. I pozzi sigillati da colate di cemento armato e ciò che rimaneva laggiù, a diverse profondità, fu lasciato a marcire, ad arrugginire, a sfaldarsi a mano a mano che l’acqua, mai più pompata fuori, sarebbe salita fino a colmare chilometri e chilometri di gallerie. Uno sfacelo che lui non era mai riuscito a giustificare, né a spiegarsi. Ed ora, nel silenzio quieto di quel pomeriggio, ora sentì ancora prepotente il bisogno di calcare quei luoghi. Si guardò di nuovo intorno indicando una costruzione diroccata che sembrava circondata da un orto.
- Quello che vedi laggiù è il Pozzo Due - disse. - Da quel seminterrato - proseguì indicando una scaletta di metallo che scendeva sotto terra - veniva estratto il carbone da inviare lassù, alla Cernita, grazie ad un nastro trasportatore che pareva una lunga galleria all’aperto. Ora è tutto arrugginito, Maurizio, lo vedi anche tu. Tutto abbandonato. Ma un tempo… -
- E gli altri pozzi dov’erano? - chiese il nipote.
- Là - rispose il vecchio Ingegnere, indicando la vallata oltre le mura del Due e oltre la strada.
Si mossero, e l’auto rallentò sensibilmente nell’abbandonare la strada principale per inoltrarsi in una sterrata e sassosa. Ogni tanto dal suolo emergevano pezzi di metallo arrugginiti, incastonati in colate di cemento sbriciolato e corroso. Maurizio stette attento a non calpestarli con le ruote, zigzagando e frenando di volta in volta, mentre l’auto sussultava fra buche e piccoli dossi. 
- Fermati qui - gli disse il vecchio Ingegnere a un certo punto.
La strada procedeva verso il paese, biforcandosi più in su. Davanti a loro, oltre la curva a gomito, un’altra stradina sommersa dall’erba conduceva ad un ponte oramai mangiato dal tempo, sul quale i rovi si erano perennemente accampati. Il vecchio Ingegnere sfogliò LA MINIERA A MEMORIA cercando una foto.
- Guarda qui, Maurizio! - esclamò quando l’ebbe trovata.
Il nipote si accostò, guardò la foto e il paesaggio, ma sembrò non capire. 
- Non mi direte che sono la stessa cosa, nonno - disse indicando il ponte. 
- E invece sì - lui rispose.
Sentiva un formicolio dentro di sé come quando, da bambino, si struggeva nell’attesa di un evento gioioso. La stessa emozione diffusa, la stessa eccitazione.
- E’ proprio lo stesso ponte - riprese. - Per lì transitava la ferrovia. Chilometri e chilometri di binari che s’inoltravano dappertutto e mettevano in comunicazione i vari pozzi. Qui era tutto un viavai di treni che non si fermavano neppure di notte, sai? Era come…-
Si fermò, pensoso. Non sarebbe stato facile descrivere compiutamente l’attività frenetica del bacino minerario. Non si trattava di una descrizione pura e semplice. Si trattava di farla vivere, di darle un’anima. Chiuse gli occhi per un po’ e poi li riaprì. Niente di quegli anni era andato perso nelle pieghe della memoria. La vallata non era irriconoscibile, ma solo mutata dal tempo, e per un momento lui l’aveva vista come allora: viva, densa e pulsante di attività.
- Vieni dietro a me Maurizio - disse incamminandosi sul ponte.
I rovi e l’erba, cresciuti a dismisura, stringevano il passaggio in un abbraccio di verde. Un ramarro guizzò via, quando nonno e nipote passarono. Il sole batteva sul prato di spighe. Più in là, separati da un viottolo, due folti cespugli di rovi stringevano in un abbraccio desolato pietre e pezzi di ferro contorti e scuri di ruggine. 
- Quello è il Pozzo numero Otto - disse indicando un cespuglio. - Ma era conosciuto come Pozzo Raffo dal nome dell’ingegnere che l’aveva progettato. -
- Ma non c’è rimasto niente - osservò il nipote. - Siete sicuro che questo sia il posto giusto? -
- Diamine figliolo, potrei portarti a spasso ad occhi chiusi. Vedi? Guardati intorno e prova a immaginare questo posto completamente diverso. Quando funzionava la miniera non c’era un filo d’erba. Dappertutto strade e stradine polverose, che si arrampicavano sui dislivelli, sulle buche, intrecciandosi e separandosi per dirigersi ai vari pozzi. -
Fece una pausa per raccogliere le idee.
- Guarda lassù - disse poi, indicando a nord una chiazza di verde più intenso. - Quello era il Pozzo Littorio. E lassù, su quella collina, dove ci sono ancora quelle costruzioni, quello era il Pozzo Dieci. Immaginati una ferrovia che li tenesse uniti. Immaginati binari a scartamento diverso. Rotaie che attraversavano tutta questa vallata, percorse da locomotive e vagoni grandi e piccoli, e i fili dell’alta tensione e i tralicci. Non ti sarà difficile, guardando le foto di quel libro, immaginarti i castelli sui pozzi. Qui - e lo disse allargando il braccio lungo tutta la piana - ai tempi della miniera era come un vespaio. Minatori, sorveglianti, capi servizio, ingegneri di ogni tipo calpestavano il suolo ciascuno preso dal proprio lavoro. Più in là c’era la Segheria, dove preparavano il legname per le armature delle gallerie, e il rumore della sega si sentiva dappertutto. Si sentivano ansare le locomotive, la Meda, la Doria, e il fischio acuto della sirena che le annunciava. Vicino ai pozzi, il rumore degli argani, un suono rugginoso che si accompagnava a quello stridulo dei canapi, avvertiva ogni volta che l’ascensore, quella gabbia, saliva o scendeva con il suo carico d’uomini o legname. La sirena aziendale suonava ai cambi di turno, e allora vedevi giungere i pullman carichi di operai pronti a scendere e vedevi operai salire su, finalmente, e uscire all’aria aperta con certe facce nere da non riconoscerli. E poi le ruspe che sbancavano il terreno e i camion carichi di detriti, che si avviavano verso il paese. Era una piccola città, Maurizio. Una città, tante volte ho pensato, di martiri e di eroi, perché ci voleva coraggio a fare questo lavoro, specie se dovevi scendere sotto terra a più di duecento metri. Se guardi le foto che li riprendono, con quegli elmetti di bachelite, i minatori sembrano soldati, combattenti chiamati ad affrontare la battaglia, una lotta quotidiana troppo spesso impari. -
Tacque un attimo. Sospirò.
- Del resto le miniere hanno sempre voluto il loro pedaggio - aggiunse. - Basta guardarsi intorno. -
- Parlate del Pozzo Camorra nonno? -
- Di quello e di altri - rispose il vecchio Ingegnere. 
Il nipote tacque, pensoso. Spense il piccolo registratore, inserì una nuova minuscola cassetta e lo riaccese.
- Il Camorra lo vedrei volentieri - disse. - Ci sarà rimasto ancora qualcosa? -
- Sì, qualcosa c’è rimasto. Almeno, a giudicare da quello che ho visto in TV. -
Salirono in auto e il nipote guidò lentamente, seguendo le indicazioni del nonno, e di nuovo percorsero il paese e di nuovo ne uscirono, prendendo la strada che portava a Montemassi. Il vecchio Ingegnere sapeva che non stavano andando al Camorra, ma voleva rivedere l’ultimo pozzo costruito dalla Montecatini a Ribolla. La strada si arrampicava su una collinetta. Ai lati, qualche quercia di tanto in tanto pareva indicare il cammino, e il marrone scuro dei tronchi e quello più chiaro della strada, piacevolmente armonizzavano il verde smeraldo dei campi di grano. Quando furono giunti, scendendo dall’auto, il vecchio Ingegnere disse: - Questo è il Pozzo Dieci. Il Camorra è vicino e potremo andarci a piedi. -
Dallo spiazzo si dominava l’intera vallata, e la Cernita apparve laggiù, a sud ovest, oltre una fila di eucalipti che non riuscivano a nasconderla. Il verde più scuro che copriva il Raffo e il Littorio si scontrava con quello tenue dei prati intorno, e come un residuo archeologico spuntava, ancora più a sud, la sagoma grigia e sporca della cisterna. Il vecchio Ingegnere era senza parole. Respirò a fatica, travolto dall’emozione e da un improvviso attacco di nostalgia che lo colse impreparato. Come era difficile immaginare, davanti a questo spettacolo, la devastazione che il bacino minerario aveva imposto per anni. Com’era difficile, anche chiudendo gli occhi, rivedere buche e dirupi e dislivelli, ed anche strade ferrate luccicanti alla luce del sole, percorse da vagoni neri e tristi e colmi di lignite lucente, una lignite a tocchi e a pezzi, che cadeva giù e costringeva donne in grembiuli neri a raccoglierla con pale di ferro, in mezzo a quelle strade unte d’olio, dove la polvere annebbiava la vista e soffocava il respiro. Com’era difficile, in mezzo a questo silenzio appena disturbato da qualche grido di rondine, riascoltare i molteplici rumori dei cantieri. Il rombo delle ruspe e dei camion, lo sferragliare dei treni, i canapi che gemevano nel trascinare su le gabbie arrugginite, tutto era sparito nel tempo, inghiottito dal tempo e restituito finalmente così, in forma di silenzio. Una quiete disarmata, che costringeva a riflettere.
- Guarda Maurizio, - disse il vecchio Ingegnere - è come se la natura si fosse ripresa la miniera. - 
- Cosa intendete dire, nonno? -
- Vedi come tutto è nascosto? Vedi l’erba e gli alberi? E poi, la senti la quiete che regna dappertutto? Se tu avessi vissuto qui, come me, a quei tempi, capiresti meglio come tutto questo abbia un po’ il sapore di una riconquista. E’ la natura che si riappropria di quello che era suo e che le era stato…Sì, che le era stato confiscato con la costruzione di un bacino minerario. Ti sembra questo un pensiero un po’ folle? - 
Il nipote tacque e prese a passeggiare sull’ampio spiazzo, gettando intorno occhiate prolungate, soffermandosi sui particolari, accoccolandosi sul terreno per toccare, esplorare.
- Non mi sembra affatto un pensiero folle - disse dopo un po’ - e forse avrei dovuto portare con me una telecamera. Sarebbe stato bello riprendere tutto questo. E peccato che, a quanto mi pare di capire e di vedere, molto sia andato perso. -
- Sì - disse il vecchio Ingegnere - una storia volutamente cancellata. -
- Perché? - gli domandò il nipote.
Lui si mosse un po’ intorno. Ai suoi tempi il Dieci era un gioiello. La stanza dell’argano pareva un palazzo e le infrastrutture che la Montecatini aveva fatto costruire comprendevano anche le docce. Il castello sul pozzo appariva maestoso ed ora lui guardò quella buca, coperta da cemento armato e rasa dall’erba che per anni doveva averla nascosta, e poi guardò i quattro pilastri che tenevano il castello, intatti e quasi impertinenti, unici testimoni, insieme a quelle costruzioni ormai in disarmo, di anni memorabili. Un paio di lucertole si rincorsero sul muro che arginava il terrapieno, dando vita, con il loro verde vivace, a quello più ombroso del muschio secco e attaccato alle pietre da chissà quanto tempo. 
- Il perché lo capirai, Maurizio, quando avremo parlato della sciagura del Pozzo Camorra - disse infine, e poi sospirò.
Il nipote lo guardò, ma quasi di sfuggita.
- Se non ve la sentite di andarci possiamo farne a meno - disse.
- Oh no! No! - esclamò il vecchio Ingegnere. - Non sarebbe possibile parlare della miniera di Ribolla, e neppure della miniera in generale, senza conoscere la sciagura del Camorra. Sembrerebbe di aver fatto solo una bella passeggiata nel tempo, aver visto le cose di quel tempo, la vita e i disagi di quel tempo, le abitudini e i costumi, le gioie e …E non i dolori. Non i dolori, Maurizio, e questo sarebbe inaccettabile perché la miniera è anche dolore. Il dolore della tragedia. Il dolore della perdita. Il dolore del sopruso e dell’ingiustizia. Il dolore dell’oblio, dopotutto. -
Si fermò. Aveva di nuovo bisogno di raccogliere le idee.
- Avrai letto Cronin e Zola, immagino - riprese dopo un po’. - ‘E le stelle stanno a guardare ‘ e ‘Germinal’ raccontano due disastri minerari e descrivono la miniera in epoche diverse. Orwell si calò nei pozzi per scrivere ‘La strada di Wigan Pier’. Ecco, la sciagura del Camorra potrebbe aggiungere qualcosa di nuovo alla storia tragica delle miniere, ma non tanto per il fatto in sé, non solo per il disastro e i morti che provocò, ma soprattutto per ciò che lo precedette e quello che seguì. E’ una storia di eroismi e di viltà. E’ storia di slanci umanitari e bassezze infinite. C’è la dignità della persona doma ma non vinta e la codardia dell’opportunismo fine a se stesso. C’è la fuga dalle responsabilità. Ma, soprattutto, c’è una lezione che non è stata mai recepita negli anni a venire. E questo nonostante i proclami, i tanti proclami ufficiali che si fanno nelle cerimonie e dove ognuno giura che niente sarà dimenticato e che tutto quel che è stato non dovrà ripetersi. Per non dimenticare, si dice sempre, ma poi si dimentica. Bene, la vicenda del Pozzo Camorra è emblematica e da sola basterebbe per scriverci su un romanzo. Solo, non ha insegnato nulla. Dopo c’è stata Marcinelle e dopo ancora Lievin. Ed oggi, lo vedi anche tu cosa succede nelle miniere russe e cinesi. - 
Il vecchio sapeva cosa stava dicendo. Gli ultimi disastri minerari in Russia e Cina, proprio questi avevano stimolato Maurizio a scrivere qualcosa in merito. L’idea del romanzo era venuta dopo, quando lui, spinto dalle domande e le insistenze del nipote, aveva cominciato a raccontare. 
- Vieni - gli disse - il Camorra è qui vicino. - 
La strada era stretta e solcata di buche, e la percorsero lentamente, costeggiando cespugli di ginestre in fiore e folte siepi di more. Il sole era più basso e gettava le ombre degli alti eucalipti lungo il sentiero, mentre intorno la campagna poltriva, immersa in un silenzio che sapeva di pace. Quando svoltarono all’ultima curva, i resti del Pozzo Camorra si mostrarono finalmente ai loro occhi.
- Eccolo là - disse semplicemente il vecchio Ingegnere.
Ma il cuore prese a battergli forte e sentì che per un po’ non sarebbe riuscito a parlare. In netto contrasto con la quiete del posto, altre immagini gli tornavano in mente come le sequenze di un film. Tentò di scacciarle, sorpreso della loro nitidezza dopo tanti anni, ma non era facile. L’urlo feroce della sirena, che suonò fuori orario, sembrò subito presagio di morte. Lui era al Dieci, in quel momento, e subito dissero che la botta pareva partita da lì, ma non era vero. Una corsa veloce verso il Camorra, vedere il pozzo di riflusso scoperchiato e la tettoia per terra, e poi l’Ingegner Baseggio ferito alla testa, fu per lui l’inizio di un incubo. 
Ed ora, come raccontarlo? Pensò.
Come rendere vivo il dramma di quei giorni, ora e qui, davanti a questo rudere, la cui immagine cozzava in modo irrimediabile con quelle de LA MINIERA A MEMORIA? Nessun affollamento intorno, niente ambulanze e minatori con l’elmetto e squadre di soccorso coi respiratori. Nessun volto angosciato, nessun grido silenzioso strappato dalla macchina fotografica impietosa, a parlare di quei momenti. Solo un blocco di cemento rotondo, con un secchio pieno di garofani posato su; due tranci di binario arrugginiti seminascosti nell’erba; i quattro pilastri del castello e la stanza dell’argano sventrata da un albero di fichi. Un monumento crollante, disastrato, abbandonato a se stesso, come i minatori quel 4 maggio di cinquantadue anni fa.
Il vecchio Ingegnere sentì arrivare le lacrime agli occhi e cercò svelto un fazzoletto per asciugarsi. Maurizio gli si fece vicino e lo tenne per un braccio.
- Nonno, volete andare via? - gli domandò.
Lui scosse la testa. 
- No, è passato - rispose.
Poi, poco a poco si sentì meglio e cominciò a parlare.
- Quella del Pozzo Camorra fu una tragedia annunciata - disse. - Tutti si aspettavano che succedesse qualcosa di grosso da un momento all’altro, a causa delle condizioni di sicurezza molto precarie. I minatori scendevano in preda alla paura, ma scendevano perché non c’era scelta. Per un nonnulla l’azienda licenziava, una politica inaugurata dall’ingegner Padroni, il nuovo Direttore, mandato dalla Montecatini con il solo obiettivo di ridurre il personale per facilitare la chiusura. -
Fece una pausa. Un paio di rondini si rincorsero nel cielo e lui le guardò sorvolare la stanza dell’argano finché si persero oltre le foglie del fico.
- Non ti starò a spiegare la differenza fra sistema di coltivazione a ripiena e a franamento - riprese poi. - Troverai tutto nei libri che hai preso, immagino. Padroni scelse il più economico dei due e naturalmente il più pericoloso, quello a franamento. Ci furono proteste sindacali, lettere al Distretto minerario di Grosseto, ma niente, nessun risultato concreto. La miniera divenne sempre più pericolosa. Erano gli anni ’52 ’53, quando avevo preso la decisione di andarmene da qui…-
- Ma poi siete rimasto - lo interruppe il nipote.
- Sì, poi rimasi, ma contro la mia volontà - rispose il vecchio Ingegnere. - E tante volte mi sono chiesto se fu un bene o un male. -
- Perché? -
- Perché vedere ciò che ho visto, e vivere quel che ho vissuto allora, in un certo senso mi ha arricchito. E contemporaneamente disgustato. -
- Non capisco, nonno. -
- Scelgo un episodio su tutti, Maurizio - disse il vecchio Ingegnere. - Padroni portò con sé un certo Riccardi e lo fece Capo dei servizi assistenziali. Riccardi era un comunista rinnegato e si comportava con il personale come un cane. Nel ’53, durante un’occupazione al Pozzo Raffo, fece scendere la Celere, e tutti gli occupanti, quarantatre o quarantaquattro minatori mi pare, furono fatti uscire in manette. Li licenziarono, e toccò a me dare loro la lettera di licenziamento. Fu un’imposizione. Conoscevano le mie simpatie verso gli operai. - 
Tacque. 
- Ma non voglio fare un discorso politico, non mi fraintendere - riprese subito. - Ho visto comunisti buoni e comunisti cattivi e poi democristiani buoni e democristiani cattivi. Dopo tutto questo tempo, del resto, si cerca solo di essere obiettivi. Oggi posso dire che, nel consegnare quelle lettere, lessi negli occhi di quegli uomini la rabbia, il dolore, il disprezzo, ma anche la dignità. Capisci Maurizio? La dignità. E questo è un grande insegnamento. Ci lavoravano persone di ogni tipo, di ogni paese e Regione d’Italia, a Ribolla. Sì, c’erano le spie e i leccapiedi e i disonesti, ma la stragrande maggioranza erano persone per bene. E quando giravo per i cantieri, o più spesso quando scendevo nei pozzi, leggevo sempre, in quegli occhi spiritati e anneriti dalla polvere di carbone, una grande dignità. La dignità del lavoro, di guadagnarsi a rischio della vita una paga per dar da mangiare a casa. E questa dignità, in quegli anni, l’azienda la calpestò in ogni modo possibile. -
Respirò a fondo, poi riprese: - Ai funerali, nessuno volle portare le corone della Montecatini, figurati un po’. -
S’era sentito profondamente umiliato, quel giorno. In disparte, discreto, abbracciato a Federica, aveva seguito le esequie con un senso di grande frustrazione. Molti minatori lo avevano salutato e lui aveva espresso loro il suo cordoglio, ma neppure questo aveva alleviato la sua vergogna. Non si era sentito meglio neppure ripensando alle ore trascorse nel Cinema Teatro allestito da camera ardente. Lui e la moglie avevano recato conforto a tutte le famiglie ed ora ricordò cose che credeva rimosse.
- Tognozzi Rolando - disse all’improvviso - era un ragazzetto di diciassette anni che lavorava all’avanzamento del cantiere 12. Fu ritrovato a settantadue ore dallo scoppio. Suo padre, la mattina della sciagura, lo tenevano in quattro perché voleva scendere a tutti i costi, mentre giù era saturo di ossido di carbonio. Ci vollero ore prima che arrivassero i Vigili del fuoco coi respiratori e intanto…-
Si mosse verso la buca del pozzo e appoggiò un piede sulla muratura che emergeva dal terreno. I garofani si erano un po’ appassiti, ma il rosso porpora spiccava ancora sul grigio del cemento. Ricordò le ore snervanti, consumate in attesa di notizie e nella speranza che uscisse qualcuno vivo da là sotto. 
- Tirarono fuori i primi tre nel pomeriggio - riprese. - Li portarono al garage aziendale e li composero, ma erano irriconoscibili. Come la maggior parte degli altri, del resto. L’identificazione delle salme fu un calvario da non augurare a nessuno. Una protesi dentaria, un paio di calzini di lana, il modo di legarsi gli scarponi, in molti furono riconosciuti così. Morirono giovani che aspettavano di sposarsi. Morirono anziani prossimi alla pensione, come Ferruccio Petri. Morì gente che aveva cambiato turno e gente che con il sottosuolo non c’entrava niente, come Luschi Amleto, elettricista, che quella mattina scese per un’ora a riparare una ventola. E il Santucci? Veniva da Vetulonia e aveva fatto tardi al pullman. Gli corse dietro in bicicletta e lo raggiunse. E poi ci salì per venire al Camorra, incontro alla morte. -
Si voltò verso il nipote che lo stava ascoltando con attenzione rapita.
- La morte, Maurizio, è sempre andata a braccetto con la miniera. E nella sciagura del Pozzo Camorra la morte si presentò in tutta la sua beffarda ineluttabilità. Non ci sono risposte ai tanti perché di quella giornata. Tutti sapevano che prima o poi a qualcuno sarebbe toccata. Restava solo di vedere a chi. -
Sentiva un’oppressione al petto e riprese fiato. La gola stretta gl’impediva anche di respirare e allora si mosse per appoggiarsi ad uno dei pilastri che un tempo reggevano il castello. Il nipote gli si avvicinò, il piccolo mangianastri in mano, e ancora quell’attenzione negli occhi. Poi lui si riprese e proseguì: - Il paese si mobilitò, Maurizio. Ed anche quelli limitrofi. Turni massacranti per chi scendeva in quell’inferno, e sopra, le donne che preparavano qualcosa di caldo, che assistevano…-
- Voi scendeste, nonno? - 
- Io scesi dopo, quando fu tutto finito e bisognò stimare i danni e preparare la ricostruzione delle gallerie. Fu così che mi resi conto di come potevano essere andate le cose. Ma questo riguarda il processo di Verona, quello intentato dallo Stato contro la Montecatini per disastro minerario. Un processo addomesticato, una schermaglia a colpi di perizie e mancate testimonianze. Una beffa, l’ultima beffa della Montecatini verso le famiglie delle vittime. -
Ciò che aveva visto laggiù, nella Vecchia 31 e nelle Discenderie 31 e 32, era stato di una chiarezza estrema. Tutto parlava di un’esplosione avvenuta lì: le armature piegate verso l’interno della Vecchia 31 e verso le Discenderie non mentivano. E quella era colpa dell’azienda.
- Ricordate qualcosa di quel processo, nonno? - la voce del nipote lo scosse dai pensieri.
- Sì, certo - lui rispose. - Ricordo che, dopo aver liquidato le famiglie ed ottenuto da parte loro la rinuncia a procedere contro di lei, la Montecatini si adoperò per escludere dal processo testimoni scomodi. E poi, in sede di dibattito, si adoperò per influenzare chi testimoniò attraverso intimidazioni ed altro. Tutte cose a cui, chi gestisce veramente il potere, è bene avvezzo. Naturalmente, io avrei voluto partecipare al processo, ma non mi fu possibile. E poi…E poi sarebbe stato inutile perché la sentenza era già scritta. La colpa fu data alla fatalità. Padroni e gli altri assolti e con loro anche l’azienda, la proprietà, colei che li aveva mandati a Ribolla per chiudere il bacino minerario. Per Ribolla, le famiglie delle vittime ed anche il resto del paese, fu un dramma. Un dramma che scavò gallerie di risentimento nelle coscienze e negli animi. Le discussioni e i rancori si sprecarono. Si doveva firmare, non si doveva firmare. E poi i soldi. Corse voce che gli ultimi a cedere fossero stati pagati più dei primi. E la colpa fu data ai Sindacati, e poi alla politica. E tutto questo divenne un nuovo dramma, quello che il paese, io credo probabilmente stia ancora pagando. Un prezzo che è costato cinquant’anni di silenzio…-
- Non capisco - lo interruppe il nipote.
Il vecchio Ingegnere lo guardò dritto negli occhi. 
- A Marcinelle - disse - tirarono fuori i cadaveri di notte, al buio, perché non fossero visti e non si potesse sapere subito qual’era stata l’entità del disastro. Anche lì, la proprietà fece l’impossibile per uscirne fuori pulita, come a Lievin del resto. Ma a Ribolla, alla Montecatini non le bastò uscire indenne. A Ribolla, lo hai visto anche tu che non c’è rimasto più niente. Tutto raso al suolo, tutto distrutto, un intero bacino minerario che, se non fosse per un paio di costruzioni o tre, avrebbe cancellato per sempre ogni sua traccia di vita passata. Gli abitanti cosa dovevano fare, se non chiudersi nel silenzio e cercare di dimenticare? E non sembrò vero all’azienda che fosse così, perché questo avrebbe significato l’oblio, la cancellazione del ricordo. Come se tu, adesso, cancellassi le bobine che hai registrato, oppure sabotassi la memoria del tuo computer. Tutto calò nel silenzio, dopo. La miniera chiuse nel ’59, dopo faticosi accordi con i Sindacati. Molti operai furono trasferiti altrove, alcuni subito dopo il processo addirittura. E tutto questo fu fatto per cancellare la memoria. E il paese, che a quanto ho visto oggi è sopravvissuto alle sue stesse ceneri, allora si adattò, cedette, chiuse questo capitolo della sua storia sottoterra, come i tanti minatori che sotto terra erano scesi per non uscire mai più. Ma certe volte la storia ritorna e… -
Sì, questo viaggio a Ribolla, la visita all’ex Cinema Teatro Montecatini e questa idea del Parco Minerario, gli avevano stimolato passo dopo passo nuove riflessioni. Non avrebbe saputo dire cosa, ma tutto era iniziato quando, mentre scivolavano a sud del paese, verso il bacino minerario, improvvisamente aveva visto che quel folto bosco di eucalipti, quell’opera di rimboschimento messa in piedi dalla Montecatini dopo la chiusura, adesso non ‘c’era più e tutto era di nuovo emerso alla luce del sole. I tanti libri sull’argomento che aveva raccolto Maurizio, LA MINIERA A MEMORIA e quell’iniziativa a cui aveva accennato il ragazzo all’ex Cinema Teatro, quella delle passeggiate guidate, lui ne era sicuro, potevano essere iniziative valide per recuperare un bagaglio di storia creduto perso.
- Nonno… -
- Sì? -
- Stavate dicendo che la storia ritorna - disse il nipote.
Lui si scosse di nuovo. Quanto tempo era stato dietro a questo suo pensiero? Guardò Maurizio e poi, a passo svelto, si diresse verso la buca murata.
- La colpa della sciagura fu della Montecatini - disse all’improvviso. - Se fossero stati ascoltati tutti i testimoni, sarebbe emerso che di esplosioni ce ne furono due, anziché una. Sarebbe venuto fuori, con più chiarezza, l’incendio in corso nel crocevia tra la Galleria Vecchia 31 e le Discenderie 31 e 32, che si trovavano nel lato ovest della Sezione Camorra Sud. Pressappoco là sotto vedi? - disse indicando in basso dietro la muratura del pozzo. - Un incendio che non riuscivano a domare da un anno. Chiusero la Discenderia 31 con due tappi, per togliere ossigeno al fuoco e riaprirono i due tappi alla vigilia del 4 maggio ’54, ma l’incendio riprese subito. Lì, si erano formati gas di distillazione e ad un certo punto la galleria esplose, e l’esplosione proiettò fuoco e fiamme lungo la Vecchia 31 e verso la Principale di carreggio, piena zeppa di polvere di carbone perché l’azienda non voleva che si consumasse troppa acqua per innaffiare. E lì, la polvere di carbone esplose di nuovo, trasformando tutto il carreggio in una canna di fucile e spandendo fuoco e fiamme nei cantieri 40 e 41 nella sezione est. Da quest’altra parte - disse indicando in basso un punto dietro al pozzo, opposto a quello di prima. - La Montecatini rifiutò questa tesi, perché sapeva che, se dimostrata, non avrebbe avuto scampo. E poi, come ti ho già detto, lasciò calare tutto nel silenzio. Ma la Storia ritorna, sì. E il tempo porta giustizia. Giustizia nei ricordi e nei pensieri, finalmente. -
- Non capisco, nonno - disse il nipote. 
- Io credo che tutto sia partito con il cinquantesimo anniversario della sciagura - rispose il vecchio Ingegnere. - Da allora, io penso, la gente di Ribolla ha cominciato a ricordare. E’ sorto questo Parco Minerario, i libri si sono moltiplicati, ed anche le foto, tante foto ho visto, sono state riesumate da cassetti per troppi anni tenuti chiusi. E’ come se questo paese, da tempo sopravvissuto al disastro e quasi resuscitato, si stesse poco a poco riappropriando della sua storia. Allo stesso modo in cui la natura è tornata padrona laggiù, dove hai visto il Raffo e il Littorio, e quassù, al Dieci e al Camorra. E la Storia di questo paese è importante, sai Maurizio? Ed io ti auguro di scrivere presto il tuo romanzo, e portare così un’altra minuscola pietra per la sua ricostruzione. Perché, quando altro tempo sarà trascorso e non ci saranno più testimoni di quegli anni, quando non ci saranno più vecchi come me, cosa resterà ai giovani per ricordare e per conoscere? Ecco in che senso la Storia ritorna e ci permette di ricordare ciò che credevamo dimenticato, ma ci permette di scoprire anche ciò che non si sapeva. Ci permette, infine, di tramandare. -
- Sì - disse Maurizio dopo un po’. - Ora credo di capire. -
Poi aggiunse: - Grazie, nonno, di questa giornata. -
- No! No! - esclamò il vecchio Ingegnere. - Sono io che ringrazio te. Sono io che oggi ho vissuto un giorno eccezionale. Un giorno che non avrei mai pensato di poter vivere. -
Il nipote spense il piccolo registratore e se lo infilò in tasca. 
- Torneremo vero, nonno? Lo avete promesso. -
- Certo che torneremo, figliolo. Io voglio che tu la scriva questa storia. -
Sì, davvero, si sentiva proprio felice. E si sentiva anche orgoglioso di aver portato questo piccolo contributo al nipote. Guardò in alto, verso sud. Il sole era ormai calato e i suoi raggi filtravano attraverso i buchi della stanza dell’argano e le foglie del fico, schizzando d’oro l’erba intorno ai pilastri in cemento. Sulla buca murata, i garofani apparivano di un rosso più scuro e tenace.
- Torniamo alla macchina, Maurizio - disse il vecchio Ingegnere.
Poi s’incamminò con il nipote e insieme ripercorsero la stradina verso il Pozzo Dieci, inoltrandosi tra le ginestre e i cespugli di more, sotto l’ombra fresca degli eucalipti intorno, in un silenzio appena disturbato dal latrare di un cane in lontananza.
E il Camorra rimase lì, in mezzo ai rovi e l’erba medica, solo con la sua Storia.

 
 

COM’ERI BELLO FIGLIO MIO

“Aiuto! Mamma…Aiuto! Mamma! Mamma! Aiuto…Aiutami, mamma…”
Le aveva sentite rimbombare nella testa, mentre strofinava il pavimento di casa con un cencio vecchio e strappato. Un cencio bagnato e sporco di polvere nera, come quasi tutto lì intorno. Alessia, la minore, avrebbe fatto la sua prima Comunione domenica prossima, e quel primo martedì del mese di maggio le era apparso finalmente bello. La casa voleva che brillasse, per questo strofinava il cencio in terra. Tutto doveva essere in ordine e adatto all’occasione. La sua bimba, già l’immaginava, avrebbe indossato un vestitino bianco. Un vestito modesto, ottenuto da uno vecchio che lei aveva scovato nel cassetto del comò. Strofinava e sognava. Strofinava e pensava, il cuore finalmente disteso in un abbraccio di gioia. L’attesa era ricca di bei presagi, come solo le attese sanno essere. E lei strofinava, mentre il sudore, colando giù, le rigava le guance mescolandosi a lacrime leggere, per una volta non di paura né di preoccupazione.
“Aiuto! Mamma…Aiuto! Aiutami mamma! Aiutami…”
Di nuovo le parole nell’aria, ma questa volta più nette. 
Chiare e forti, questa volta, come quello splendido mattino di sole. Un sole che entrava in casa, dappertutto, e illuminava il pavimento di mattoni ancora bagnato. S’era fermata ad ascoltare e un grido di rondini aveva attraversato la quiete di quel mattino. Un mattino faticoso, come sempre. Gianfranco pei campi, Giordano a riparar biciclette, ma soprattutto con il marito Augusto alla Cernita e Rolando, il quarto della nidiata, di prima gita al Camorra. 
Le panierine, pronte dalla sera, l’aveva ispezionate un’ultima volta, prima che partissero. “Ciao mamma” aveva detto Rolando, baciandola in fronte come sempre. Era a due passi da lì, dalla casa cantoniera dove abitavano in otto, il Camorra. Chiudendo gli occhi, aveva immaginato il figlio saltellare qua e là, in mezzo ai rovi e i sassi, per raggiungere il pozzo in orario e lavare la lambretta dell’Ingegner Baseggio. “L’Ingegnere mi vuole bene” diceva sempre il suo ragazzo. “La lambretta gliela lavo volentieri per questo. E perché lui, poi, mi fa scendere un po’ dopo”. Una rarità, in quella miniera disgraziata che stava avvelenando a poco a poco la vita di quel paese. Aveva ripreso a strofinare il cencio in terra, spostandosi in cucina, dopo averlo sciacquato nella tinozza piena d’acqua grigia come le nuvole prima di un temporale. 
“Aiuto! Mamma! Aiuto…Aiutami mamma…Aiutami…”
Questa volta le parole erano proprio chiare. S’era fermata di nuovo con il cuore che aveva preso a battere forte. La voce era quella! Inconfondibile. Forte, giovane e limpida, era la voce di Rolando. 
“Aiuto…Mamma…Aiuto…”
Una voce che si stava perdendo nell’aria e nella sua mente. Parole che frusciavano via come un grattare nel muro.
Rolando! aveva pensato. 
E di corsa era uscita, in quella strada sterrata che portava al pozzo, con il sole alto nel cielo che non riusciva a scaldarla. 
Era come se lui fosse stato lì in casa - dietro di lei, inginocchiata a strofinare il pavimento - e quella voce che non veniva da nessuna parte, ma era nell’aria e nelle stanze. L’angoscia l’aveva percossa come un pugno nello stomaco, una sensazione di violenza e freddo insieme che cresceva ad ogni passo, a mano a mano che s’avvicinava al pozzo. 
La gente le era apparsa all’improvviso. 
Un groviglio indistinto. Uomini e donne che gesticolavano e camminavano con passo svelto, da fuggiaschi, diretti verso il Camorra. E allora la paura l’aveva aggredita, anche se oramai lo sapeva. Subito, appena udita la voce di Rolando, aveva capito che il suo bimbo era in pericolo, laggiù, al cantiere 13, in quel budello lungo buio e umido, che lui, ogni volta ne parlava, per farla stare tranquilla, si ostinava a descrivere come un corridoio bene illuminato. 
Aveva preso a correre incontro a quelle persone. 
Una corsa disperata, alla ricerca di parole che non sarebbero venute, una corsa col cuore che pareva volesse uscire dal seno e in testa la stessa frase che non voleva ascoltare “E’ successa una disgrazia…E’ successa una disgrazia”. 
“No!” aveva urlato. E poi ancora “No! No!” finché non aveva raggiunto quegli uomini e quelle donne, che l’avevano sorretta e accompagnata fin là, dove la tragedia le era apparsa in tutta la sua atroce verità. Lo spiazzo intorno al pozzo Camorra era invaso di gente. Minatori, Carabinieri, Guardie giurate e Infermieri. Urla, imprecazioni, comandi secchi. E poi pianto di donne. Lamenti. Bestemmie di uomini. Un vociare che saliva nell’aria e di nuovo piombava giù, tornando a perdersi tra i legni del castello e la stanza dell’argano. L’avevano sorretta, non sapeva chi, e poi avevano cercato di portarla via. Ma lei aveva resistito, afferrando subito il legno del pozzo, abbracciandolo come se fosse il collo di Rolando, un collo forte, da minatore, un collo giovane, sano e bello.
“Venga via Anna! Venga via!” le gridava la gente, ma lei no. “No! No!” aveva continuato a urlare finché non era uscito che un soffio.
Poi aveva visto Augusto correre verso la buca del pozzo, subito preso, afferrato e tenuto a forza da due, tre, quattro persone. “Fermo! Fermatelo!” gridavano. “Tenetelo!” gridavano. E lui che si dibatteva. Lui che ansimava e mugolava come una bestia al macello. Lui che urlava “C’è il mi’ figliolo laggiù! C’è il mi’ figliolo!” L’avevano retto a forza, strappandogli di dosso la giubba, agguantandolo per le braccia, come se fosse un delinquente pronto a fuggire e scappare lontano da lì. E lei aveva lottato contro l’impulso di staccarsi dal castello, un istinto che aveva subito domato, respinto come un brutto spettro, uno spettro peggiore che stare ad aspettare.
Aspettare.
“E’ scoppiato il gas” continuava a dire la gente. “C’è rimasta tutta la prima gita”. Si parlava di feriti, di intossicati, due dei quali gravissimi L’Ingegner Baseggio l’avevano portato all’ambulatorio aziendale e poi all’ospedale di Massa Marittima, ferito alla testa dal tetto del pozzo che gli era cascato addosso dopo lo scoppio.
Baseggio, lei aveva pensato, ma non doveva lavargli la lambretta il mio Rolando?
La folla intorno al Pozzo aveva preso ad ingrossarsi. Carabinieri e Guardie giurate tentavano di arginarla, ma invano. Gli uomini si battevano i pugni in testa e le donne si strappavano i capelli e si asciugavano le lacrime con scialli neri e a quadri. Scialli sdruciti e vecchi, raccattati coi soldi della miseria, una miseria che si vedeva, che si toccava, in mezzo alla folla stipata oramai ovunque, sui binari della ferrovia, accanto all’argano e tra le macchine in sosta e le ambulanze, gente che continuava ad accorrere calandosi giù dal poggio adiacente al cantiere, una collina dolce e verde d’erba medica. Una collina che sapeva di quiete e serenità.
Poi era suonato il campanello dell’arganista e il silenzio era esploso con un fragore assordante.
Era cominciata così, l’attesa.
Augusto, domato e sfinito, le era sbucato accanto ansimando “Torna a casa. Questo non è posto per te”. Ma lei aveva detto no, con la testa e con il corpo, avvinghiandosi ancora di più al legno del castello, decisa a non cedere un millimetro. “Aspetto Rolando” aveva biascicato a fatica e suo marito l’aveva guardata come se fosse la prima volta che la vedeva. Poi aveva capito. Gli occhi di lui la fissavano attraverso un sottile velo di lacrime. Occhi disperati, da animale braccato. 
Rolando era il suo preferito, che poteva essergli accaduto laggiù in quel buco? 
Sì, le era parso di indovinare i pensieri di Augusto, mentre il cuore si stava facendo freddo e sentiva aumentare la paura. La voce non l’aveva più sentita! Niente più grida d’aiuto e quel nome, mamma, prima urlato e poi sussurrato… Un suono dolce, la parola mamma, che il suo ragazzo aveva smesso di invocare e lei non se n’era neppure accorta. 
E’ già morto, aveva pensato.
No! Aveva pensato poi. Iddio non può farmi questo.
“Vattene a casa” aveva continuato a dirle Augusto. “Sono scese giù due squadre e presto tireranno fuori tutti. E anche Rolando, vedrai”. 
Le squadre erano uscite che il campanello aveva appena cessato di suonare. 
Uomini sudati, neri di polvere e di carbone erano sgusciati via dalla gabbia. Uomini affranti, che avevano scosso le teste e mandato gli sguardi lassù, sulla collina che sapeva di quiete, evitando altri sguardi intorno. “Il gas è dappertutto” qualcuno di loro aveva detto. “Ci vogliono maschere e respiratori se no non si va avanti”. 
E le grida erano ricominciate, insieme all’attesa.
Si scosse.
Questo era successo due giorni prima. 
Ed ora era sempre lì, dietro alla buca del pozzo, avvinta ai pali che sostenevano il castello, stringendo forte il legno, così forte che nessuno era riuscito a smuoverla, una stretta disperata che la teneva aggrappata ad un tenue filo di speranza. Indossava ancora il vestito nero e liso di quella mattina, e una mantella, che qualcuno di casa, non ricordava più chi, le aveva portato dopo. Una mantella nera, di lana, che lei s’era ostinatamente stretta al collo, rifiutando di metterla in testa, per non... 
Per non portare il lutto, aveva continuato a pensare per tutto quel tempo.
Un pensiero che tornava a martellarle in testa, ricacciato sempre e subito giù, nelle pieghe della mente, proprio come le squadre di soccorso che salivano e scendevano a intervalli diversi, insieme al legname e ad altri attrezzi che lei non conosceva. “E’ franato tutto” dicevano in giro. “Bisogna riarmare tutte le gallerie”. 
Non avrebbe saputo dire quante volte la gabbia era salita e scesa quel primo giorno. A un certo punto, s’era sparsa la voce che al Raffo ne avevano tirati fuori…Chi diceva uno, chi due, chi quattro. Le voci si moltiplicavano e si rincorrevano, smentendosi l’una con l’altra. In molti erano andati al Raffo, di corsa, invocando nomi e vociando imprecazioni. Donne che lei conosceva avevano ripreso a piangere e disperarsi, certo nella paura di sapere tra quelli una persona cara. Era tutto vero: al Raffo erano scesi e due avevano un nome. “Vannini e Petri” diceva la gente. Il Petri lei lo conosceva, lo conoscevano tutti, tutti sapevano che tra un mese sarebbe andato in pensione. Ma intanto… “C’è l’ossido di carbonio” si continuava a dire in giro. E poi: “Non c’è niente da fare, ci vogliono i Vigili del fuoco coi respiratori”.
E l’angoscia in lei era salita, alimentata da quell’attesa senza fatti e senza notizie certe. La voce di Rolando non s’era più fatta sentire, chissà forse ere svenuto, oppure ferito senza alcuna possibilità di parlare.
Era stato verso mezzogiorno, di quel 4 maggio che mai più avrebbe dimenticato, che avevano tirato fuori al Camorra i primi tre. Lei non s’era neppure mossa, quando il campanello dell’arganista aveva suonato, un suono diverso questa volta che subito aveva gettato nel panico tutti. Ma lei no. Ancora aggrappata al castello del pozzo, le pareva di tenersi in contatto con il suo ragazzo, laggiù in fondo a quelle gallerie, grazie a quei pali conficcati in terra, quasi che fossero una specie di cordone ombelicale. Non si era mossa, ma da lì aveva visto e di nuovo la paura l’aveva sommersa. Non c’era segno di vita in quei tre ammassi di cenci e coperte, tirati fuori dalla gabbia e subito riposti in tre barelle e subito portati via, lontano dalla vista e al riparo delle ambulanze in sosta. Tre, quattro, cinque donne avevano urlato altrettanti nomi correndo dietro alle barelle, aiutate, sorrette da mariti, fratelli chissà…
“Anselmi” qualcuno aveva detto. 
“Civilini” aveva detto qualcun altro.
Mioddio fa che Rolando sia vivo, aveva pregato lei, carezzando il legno del castello come se fosse un Rosario.
Li portavano al Garage aziendale, s’era saputo. La voce aveva preso a circolare piano piano, poco dopo che le ambulanze erano partite. Il Garage era quello di fronte al pozzo Cortese. 
Perché proprio laggiù? Lei aveva pensato. 
Perché non li portavano a casa?
Un pensiero sciocco, che il tempo aveva demolito, insieme alle notizie e i racconti che giungevano da laggiù. Si parlava di corpi orrendamente sfigurati e identificazioni difficili. Uno l’avevano riconosciuto per un’otturazione ai denti. Gl’indumenti bruciati addosso ai corpi e fusi con la carne, qualche volta avevano aiutato a riconoscere altri. Un brandello di camicia, un pantalone. L’ultimo, ieri sera, un certo Rossi, la moglie aveva capito che era lui per come s’era legato gli scarponi. 
E Rolando, come l’avrebbero trovato? Pensò. 
- Anna! -
La voce la riportò in sé.
- Sì? - chiese con gli occhi socchiusi, come se si fosse svegliata allora.
- Prenda un po’ di brodo. E’ da quando sta qui che non ha ancora mangiato niente. -
Una delle donne che aiutavano, la vide attraverso la nebbia sottile che le velava la vista. Donne del Paese ed anche dintorni che s’erano subito date da fare a preparare qualcosa per chi restava lì, intorno a quel pozzo maledetto ad aspettare e morire un po’ alla volta.
- No grazie - le rispose. - Non mi va niente. -
Non aveva più toccato cibo, solo un po’ d’acqua di tanto in tanto. Il liquido scendeva giù, freddo, e le sembrava di avere di nuovo uno stomaco, allora, qualcosa pronto ad accogliere poco più che un bicchiere d’acqua. Per il resto, passando le ore, le pareva di non aver più niente dentro di sé, a parte un’anima sospesa chissà dove e alla ricerca del suo ragazzo.
- Lo troveranno, vedrete - disse ancora la donna, come se le avesse indovinato i pensieri. Ma nei suoi occhi lei non vide certezza.
Era da un pezzo che non ne vedeva più intorno a sé. Quando erano arrivati i Vigili del fuoco, il pomeriggio del primo giorno, dopo che avevano trovato i primi tre, nuove speranze erano sorte. Si poteva sfidare il gas, ora, e arrivare dappertutto, finalmente. Per un momento era parso che tutte quelle frane di cui si parlava, l’ossido di carbonio, le gallerie chiuse da cumuli e cumuli di detriti, non sarebbero stati più ostacoli insormontabili. Raggiungere quei disgraziati laggiù, ovunque si trovassero, adesso poteva essere facile. Ma era durata poco. Un tenue sollievo l’aveva precorsa come un brivido di freddo. Rolando, chissà, forse s’era mosso, s’era spostato per raggiungere una via di fuga. Altre voci, intorno a lei, dicevano le stesse cose, formulavamo gli stessi pensieri. Ma poi la notizia era giunta come l’esplosione di un temporale. “Erano in nove” aveva detto uno appena uscito dalla gabbia. “Gli altri sei li stiamo per raggiungere, ma sono morti. Galleggiano tutti nell’acqua”. Aveva teso le orecchie, di nuovo morsa dalla paura. “Dove sono?” qualcuno aveva chiesto. “Nella principale” aveva risposto l’uomo scotendo la testa.
La galleria principale, aveva pensato lei, quella bella e illuminata.
Com’era tenero Rolando nell’ostinarsi a dire che tutta la miniera era in quel modo, come la galleria principale di carreggio, che ospitava una doppia corsia di binari. Urla di gente intorno, di nuovo, più forti di prima. Le aveva udite come in lontananza. 
Se è franata quella, che ne sarà delle altre gallerie? aveva pensato torcendo le mani al legno. 
La sera poi era arrivata e con essa altri morti. Augusto e Gianfranco, il figlio maggiore, avevano ripreso a insistere che lei venisse via, ma lei aveva voluto parlare con Doriana, la secondogenita, quella in grado di mandare avanti la casa. Per tutta la giornata nessuno aveva buttato giù un boccone, ci sarebbe stato da preparare un po’ di cena, sistemare Carla di dodici anni e Alessia di dieci. E lei non poteva farlo, ora che Rolando si trovava laggiù, più morto che vivo, chissà.
Un improvviso movimento intorno alla buca del pozzo la scosse dai pensieri.
Un’agitazione diversa, non la solita che accompagnava l’arrivo delle squadre di soccorso, era come se in arrivo ci fossero delle novità. La gente si animò. Altri operai accorsero al pozzo. Dalla stanza dell’argano l’arganista stava dicendo qualcosa. La donna di prima tornò.
- Sembra che abbiano sentito dei colpi. Come se qualcuno battesse nelle tubazioni - disse tutto d’un fiato.
Dio fa’ che sia vero, pensò Anna sentendo aumentare i battiti del cuore.
Ma invece di alzarsi e correre a sentire, rimase ancora lì, aggrappata ai legni, in ascolto di qualcosa che potesse giungere da sotto terra. Il cuore martellava forte e un’emozione improvvisa le stava stringendo la gola. Ci voleva una buona notizia, dopo due giorni passati a tirare fuori cadaveri e in giro si parlava ormai di quarantadue morti. Oramai pareva che si fossero arresi tutti a quest’idea.
S’era abituata anche al campanello dell’arganista. Aveva imparato a riconoscere quel suono. Lo stesso suono, ma più particolare. Qualcosa che non avrebbe saputo spiegare, uno scampanellio che lei riusciva a sentire diverso, e che ogni volta segnalava l’arrivo dei morti. All’inizio l’angoscia la strozzava, fino a quando la gabbia non era salita e non avevano tirato fuori quei disgraziati. Ma poi, con le ore e due giorni trascorsi lì, aveva preso a non farci più caso, come se qualcosa dentro le dicesse che la gabbia non stesse trasportando Rolando. 
L’agitazione intorno al Camorra si stava facendo più forte.
Gli uomini parlavano tra loro in modo più concitato, chi correva da una parte, chi da un’altra. Dopo un po’, una nuova squadra coi respiratori si preparò a scendere insieme ad un’altra dei Vigili del fuoco. Augusto, che s’aggirava sempre in mezzo ai soccorritori, prendendo a calci sassi e parlando con chi gli capitava, arrivò trafelato.
- Hanno sentito dei rumori! - esclamò. 
- Sì, sì - lei disse - speriamo. -
Mio Dio fa’ che sia vero, pensò di nuovo.
Sentiva però di essere egoista. Provare a sperare, e poi gioire, quando gli altri erano travolti dalla disperazione, era una cosa brutta, che non stava bene. Non era da Cristiani. Vide gli uomini con gli elmetti e i respiratori sparire nella gabbia e poi sentì il cigolio dei canapi mentre la gabbia scendeva. Intorno al pozzo s’era di nuovo accalcata più gente, ora. Dopo il temporale di ieri, da cui s’era riparata alla meglio stando appoggiata alla baracca dietro al castello, era tornato il sole e forse anche questo voleva dire speranza. Si fece il segno della croce, mormorò un’Ave Maria, poi lasciò che la mente tornasse di nuovo a vagare.
Diciassette anni erano trascorsi da quando erano venuti via dalla provincia di Pistoia. Ricordava solo che gli ultimi tre di una nidiata di sette figlioli erano nati qui, in questo Paese. Ricordava anche i motivi di quella fuga. Il podere, che Augusto mandava avanti a mezzadria aiutato da Gianfranco, non rendeva più come una volta. Il padrone aumentava ogni anno la quota di raccolto che teneva per sé. “Le tasse” diceva. “Le tasse aumentano sempre. E chi le paga? Le pago io, certo non voi”. Un uomo arido, attaccato al denaro come l’edera al muro. Per anni avevano mandato avanti il suo podere, lei che aiutava il marito e Gianfranco alle prese con la prima elementare. Avevano dovuto vendere due piccioni per comprargli cartella, quaderni, lapis, penna e calamaio. Ma Gianfranco non era adatto agli studi e così aveva preso il posto di lei, quando era rimasta incinta ancora una volta. Là, in mezzo ai campi di grano, il ruscello e la grande distesa di peschi e ciliegi, s’era sentita felice e utile. In casa si contentavano di poco. Il mangiare tutti i giorni, veder crescere i raccolti e la messa alla domenica, giorno in cui, una settimana sì e una no, compariva anche la carne. Aveva pianto due notti intere, quando con Augusto s’erano decisi a venire via. Ancora non lo sapeva, ma Rolando, proprio lui, quella bocca in più da sfamare, era quello che gli sgambettava nella pancia in quei giorni.
Il suo bimbo era nato in questo paese, Ribolla, pochi mesi dopo che erano arrivati, carichi di poche masserizie, tante speranze e tanti rimpianti. Ma qui non era come là. A parte qualche raro eucalipto, il verde pareva che qualcuno l’avesse cancellato dalla terra. Polvere dappertutto, una specie di nebbiolina nell’aria, color grigio scuro, che entrava nel naso, nella pelle e negli occhi facendoli bruciare. Augusto l’avevano messo al pozzo Due, ma con i polmoni che si ritrovava per le sigarette, c’era poco da sperare che ci rimanesse. Anche lei era entrata a lavorare con la Montecatini, ma come tuttofare. Poco importava che aspettasse una creatura, in quel paese immerso nel carbone non c’era posto per queste cose. Così la mandavano dappertutto, ovunque ci fosse da fare qualcosa: in cucina della mensa per gli operai, in quella degli impiegati, a far le pulizie negli uffici e nei dormitori degli scapoli. Qualche volta le era capitato di cucinare anche nella casa di qualche ingegnere, case signorili, con l’acqua corrente e mobili che non aveva mai visto. Dopo aver avuto il bimbo, però, le cose erano peggiorate. Sempre più spesso la impiegavano a raccattare i pezzi di carbone caduti giù dai vagoncini. La Cernita e la ferrovia lungo la tratta che da San Feriolo portava al pozzo Due, era lì che s’ingobbiva a giornate intere. Il carbone, nero e lucente, lo buttavano nelle ceste per riportarlo in cantiere, in quei posti che parevano l’antro dei diavolo, percorsi in su e in giù da camion, biciclette, ruspe e quelle locomotive che sbuffavano in aria un fumo nero e denso come carbone evaporato. Aveva contato due alberi in giro. Due querce intorno al pozzo Raffo, poi più niente. E la nostalgia del podere le aveva mangiato l’anima, in quei primi tempi. Poi s’era abituata. Ci si abitua a tante cose, nella vita. 
Sospirò.
Intorno alla buca del pozzo la calca era più silenziosa, più attenta. Sembravano tutti in attesa di qualcosa d’imminente. Augusto pareva un cane randagio. La barba di tre giorni gli dava un’aria trasandata e scialba e lei lo guardò tirare un nuovo calcio a un sasso e ficcarsi le mani nelle tasche dei pantaloni.
Aveva retto nove anni al Due, poi la polvere di carbone aveva finito di squassargli i polmoni. Così, s’era messo in malattia, al minimo di paga e in attesa di chissà cosa.
Era appena finita la guerra e lei aveva creduto che fosse ormai alle spalle il peggio, ma s’era sbagliata. Il marito quasi senza lavoro, una colonia di figlioli giunta a sette dopo la nascita di Carla e Alessia tra il ’42 e il ’44, Gianfranco bracciante a ore con l’Ente Maremma che portava a casa neppure ventimila lire al mese, in quel mese di novembre del ’46 era morta Adriana. Gemella di Giordano, a ventidue anni se l’era portata via un’appendicite in peritonite.
Il pensiero la fece sobbalzare.
Non bastava una, Signore? pensò.
Un’infiammazione trascurata, un’appendicite che nessuno aveva riconosciuto, tanto era bastato per aggiungere un dolore senza eguali in quella casa già assalita da problemi e preoccupazioni quotidiane. La Montecatini le aveva concesso cinque giorni di riposo e basta. Di nuovo a lavoro, poi, su e giù per la ferrovia e sotto la Cernita, o in quelle cucine buie e fumose che quando usciva fuori si sentiva prosciugata di ogni energia. Per Santa Barbara, un 4 dicembre soleggiato e rigido, aveva pregato a lungo sotto il castello del pozzo Due, durante la messa, affollata come lo era solo in quel giorno consacrato ai minatori. Aveva pregato e guardato dritto negli occhi la Santa, quella statua che i minatori tenevano laggiù, all’ingresso dei pozzi. Un giorno di festa il 4 dicembre, ma non lo era stato per loro, che s’erano stretti in quella casa senza bagno nel quartiere San Feriolo, per mangiare un po’ di polenta e fagioli. Augusto aveva tenuto gli occhi bassi per tutto il tempo. “Non ti devi vergognare” gli aveva detto lei. “Se questa è la volontà di Dio, bisogna accettarla”. 
La volontà di Dio, pensò ora. Quale sarà la volontà di Dio per il mio bimbo?
Da ore stava seduta poggiando su una gamba. Cambiò posizione, ma senza lasciare il legno del castello. Alto nel cielo, il sole di maggio le scaldava le ossa, calando sui campi attorno, quei campi verde smeraldo, con le spighe del grano mosse appena da un accenno di brezza. Guardò là, verso il podere, e i tempi della mezzadria le tornarono in mente. Dopo aver perso il lavoro, Augusto aveva accarezzato a lungo l’idea di lavorare lì, in quei campi che sovrastavano e fiancheggiavano il Camorra, ma la proprietà era privata e non avevano bisogno di nessuno. Una nuova delusione, che si aggiungeva a vecchie delusioni e dolori mai sopiti, in quel paese dove il tempo pareva scandito dal suono della sirena e basta.
Poi qualcosa era cambiato.
Augusto aveva ripreso il lavoro, ma non sotto terra. La Montecatini l’aveva trasferito alla Cernita, a manovrare i nastri trasportatori che tiravano su il carbone dal Due. E la famiglia poi, per il fatto di essere così numerosa, l’azienda aveva concesso che si trasferisse nella casa cantoniera dove abitavano ora, vicino al torrente Bruna. “Un padre padrone, la Montecatini” aveva commentato Augusto, allora.
In quella casa c’era il gabinetto, intanto. Poi era spaziosa, e la vicinanza al torrente faceva pensare ad un altro torrente, quello del podere nel pistoiese, dove tanti, ma tanti anni prima, quando erano fidanzati, Augusto le faceva compagnia mentre lei andava a fare il bucato. Sì, a poco a poco la famiglia s’era assestata, sul finire degli anni quaranta. Giordano a lavoro da un meccanico, Doriana che dava una mano in casa, restavano a zonzo solo Rolando e la piccola Alessia, quando tornava dall’asilo. Carla andava a scuola. Non avevano dovuto vendere due piccioni per comprarle l’occorrente, grazie al Cielo. E la bimba stava facendo cose che non avrebbero mai immaginato, né lei né Augusto. 
Al pensiero di Carla associò di nuovo quello di Rolando.
Mio Dio ma che cosa stava succedendo là sotto?
Da oltre un’ora, tanto il sole s’era spostato, erano scesi i Vigili del fuoco ed altri coi respiratori e ancora niente. La gente parlava nuovamente di frane e di riarmare le gallerie. Sembrava così difficile raggiungere il cantiere 13, qualcosa di irraggiungibile. Sentì tornare la tensione. 
Carla, come del resto Alessia, non sapeva niente. Alle più piccole avevano tenuto nascosto tutto, dicendo che Rolando era giù, ma per soccorrere gli altri. Erano rimaste a casa, vigilate a turno da Doriana, Giordano e Gianfranco, ma era uno strazio. Carla era attaccata al fratello in modo quasi morboso. Era stato proprio lui a insistere affinché la bimba andasse a scuola. Lui aveva rinunciato agli studi apposta. “E’ brava, non lo vedete le cose che scrive?” diceva sempre. “Io non ho voglia di andare a scuola, ho voglia di lavorare”. 
Chiuse gli occhi colta da nuovo rimorso. Un rimorso che l’aveva presa subito, non appena la sciagura s’era manifestata in tutta la sua cruda verità. 
Che colpe ha una mamma, nel mettere al mondo dei figli? pensò.
Poteva esserci colpa nella maternità? Dare la vita a chi non l’aveva chiesta e farlo vagare per il mondo, poteva questo essere una colpa?
Scosse la testa.
Aveva provato una gioia indescrivibile ad ogni attesa. Una gioia moltiplicatasi alla nascita. Una gioia che neppure il dolore per la perdita di Adriana aveva scalfito mai, perché donare la vita era sempre stato per lei un atto d’amore e di fede. Ma ora… Di fronte alla possibilità di perdere anche Rolando si sentiva atrocemente in colpa. Aveva capito che anche lui era speciale sin dal primo giorno che aveva sentito, nel ventre gonfio, i primi calci. Piccoli colpi che le avevano fatto compagnia, aiutandola a superare il primo impatto con questo paese, apparso subito brutto, tetro e irto di insidie. Carezzarsi la pancia, ad ogni lieve tocco del bimbo, era stato, in quei giorni, come dare l’olio a un lume. Una folata d’aria fresca. Fin da allora, sì, aveva capito che sarebbe stato un figlio speciale, e il tempo le aveva dato ragione. Rolando era bello e vivace, un bimbo buono e affettuoso che a un certo punto della sua vita aveva però manifestato l’idea scellerata di scendere in miniera. “Non se ne parla neppure” gli diceva Augusto ogni volta che entravano in argomento, ma lui…
Sospirò.
Nel cielo assolato un gruppo di rondini si rincorse e lei le guardò perdersi oltre la collina che sapeva di quiete. 
Pace, pensò. Non avrò mai più pace.
Tanti figlioli e non aver mai avuto la possibilità di garantire loro un vero futuro. Era questo che aveva scatenato la colpa. La ricerca di qualcosa di migliore per i figli. Una posizione e un lavoro più decoroso, che non fosse spezzarsi la schiena nei campi o marcire sottoterra, al buio, al caldo e con la morte appresso ad ogni metro di galleria. Forse s’erano aspettati troppo da questo paese, forse più di così non avrebbero mai potuto fare. Solo Carla studiava con profitto, ma lei sapeva che anche Rolando avrebbe potuto seguirla se…
Di nuovo il rimorso l’agguantò a tradimento. Si strinse nello scialle nero, appoggiando la testa al legno del castello. Nel piazzale del Camorra regnava un silenzio profondo, denso e immobile come l’erba medica sulla collina, ora che la brezza pareva essersi calmata. 
Sì, Rolando, se fosse andato a scuola, anche lui sarebbe stato bravo. Scriveva bene, era curioso e riusciva con profitto a Matematica. Non entravano però abbastanza soldi in casa, solo per questo aveva lasciato perdere.
E la colpa è stata mia, pensò Anna, che non l’ho saputo fermare. Che non l’ho aiutato. 
Non aveva voluto sentire ragioni, Rolando, opponendosi perfino ad Augusto.
Giorno dopo giorno s’era messo a martellare e insistere per lavorare in miniera. “Non faccio niente tutto il tempo” diceva. “Almeno porterò a casa dei soldi”.
“La Montecatini non può assumere un’altra persona della stessa famiglia e mamma si dovrà licenziare” gli diceva suo padre, ma il ragazzo niente. “Tanto meglio” insisteva. “Mamma se ne starà a casa e al suo posto andrò io. Lavorerò a cottimo e potrò guadagnare più di lei”. 
Non c’era stato verso di farlo ragionare, così, un giorno, s’era licenziata per far posto al figliolo. Quel ragazzone bello e robusto che ora si trovava laggiù, chissà dove, e forse aveva bisogno di lei, ma non poteva dirlo. Non poteva…
Chissà perché non chiede più aiuto, pensò.
Poi ricordò che dal primo giorno non lo sentiva più. Forse s’era spostato in qualche galleria e aspettava solo i soccorsi. Forse era uno di quelli che battevano nei tubi. Chissà…
Non aveva sentito storie: né Partiti, né Sindacati e neppure il Prete. “Non avrò bisogno di nessuno” aveva detto. “Lavorerò con impegno e la Montecatini di me se ne accorgerà, vedrete”. Tre mesi in officina, all’aperto, poi l’aveva mandato subito al Camorra, la Montecatini, un pozzo che si diceva in giro fosse una destinazione punitiva. Ma perché proprio lui? Per punirlo di cosa? Un ragazzo di quindici anni. Tanti ne aveva il suo primo giorno da manovale, quando era uscito di casa con la panierina in mano e l’aveva baciata sulla fronte e gli occhi gli brillavano come se avesse la febbre. 
Sentiva salire le lacrime, ma non le riuscì di piangere.
Preparargli la panierina era stato ogni volta un atto d’amore. Una specie di rito che lei faceva con cura, attenta che non mancasse nulla e tutto fosse in ordine. Ma niente serviva a scacciare quel senso di colpa, sottile e viscido, che non l’aveva mai abbandonata da quando Rolando aveva preso il suo posto in miniera. Un tormento che le faceva compagnia, insieme alla paura, per l’intera durata del turno. Un supplizio che finiva non appena il suo ragazzo tornava a casa, sudicio in viso, stanco morto, ma contento come un giorno di festa. 
Ogni ritorno era una festa, pensò.
Poi pensò: Come ritornerà questa volta?
Dal primo giorno non avevano tirato fuori che morti. Poco a poco, gente che lei conosceva era sparita dal piazzale. Uomini e donne che aveva visto disperarsi se n’erano andati verso quel garage, e poi al Cinema Teatro della Montecatini trasformato in camera ardente. S’era fatta forza di non ascoltare le voci, ma le voci erano dappertutto lì attorno. La gente parlava, commentava. Era impossibile non sentire le notizie che parlavano di venticinque bare allineate nella sala del Cinema Teatro. Venticinque minatori. Venticinque vite spezzate, povere famiglie.
Dio fa’ che Rolando sia vivo, pensò.
Ma non aveva senso chiedere. Era solo un atto di puro egoismo. E se il Signore avesse disposto in maniera diversa?
Sia fatta la volontà di Dio. 
Era facile dirlo quando in ballo c’erano cose più semplici. Ma la vita di un figlio…
Un figlio speciale, di cui conosceva tutto, che capiva al primo sguardo. Un ragazzo che la vita aveva trasformato in uomo troppo presto, e a cui troppo presto ora gli veniva chiesta la vita. Avrebbe pianto, per sfogare quella cappa di piombo che le pesava sul cuore, ma ancora una volta non le riuscì. 
Vide Augusto staccarsi dalla bocca del pozzo, farsi largo tra la gente e venirle incontro. Aveva lo sguardo perso nel vuoto. Gli occhi infossati parevano prossimi al pianto e guardandolo meglio si accorse di un tremore che gli muoveva le mani. Lui si avvicinò a passi lenti, barcollando.
- Prepariamoci al peggio, Anna - disse quando le fu vicino. 
- Cosa? - disse lei. 
Lui scosse la testa.
- Che succede, dimmelo! -
Con una mano s’era staccata dal legno del castello e aveva afferrato il marito per la manica.
- Che succede?! - insisté.
- I tubi - disse lui.
- I tubi? Che tubi? -
Augusto scosse il capo.
- I colpi nei tubi - borbottò. - Non era vero niente. Nessuno batteva nei tubi. Erano frane, tante frane. Una dietro l’altra. Questa maledetta miniera frana dappertutto. - 
- E allora… -
- E allora… - Augusto allargò le braccia poi scoppiò a piangere.
Singhiozzi convulsi, trattenuti, forse per pudore o chissà. Singhiozzi che gli squassavano il corpo e le spalle, quelle spalle un po’ curve e provate da anni di miniera e sigarette. Anna lo accarezzò piano.
Devo fare forza a tutti, pensò. E a me? A me chi mi darà la forza?
Il campanello dell’arganista suonò. Un lungo lamento, stridulo e sinistro, che percosse l’aria intorno al pozzo. Era quel suono, ma lei non si mosse. Tenne il marito per un braccio, mentre la gente rumoreggiava giàIl campanello dell’arganista suono’. Un lungo lamento, stridulo e sinistro, che percorse l’aria intorno al pozzo. Era quel suono, ma lei non si mosse. Tenne invece suo marito per un braccio, mentre la gente vociava già, accostandosi alla buca, subito respinta dai Carabinieri e le Guardie giurate. Poi si fece silenzio e il ronzio dei canapi si udì accompagnare la gabbia che saliva, finché questa non si arrestò con un cigolare sguaiato e rugginoso.
Arrivarono quattro barelle. In camice bianco, gl’infermieri s’accostarono alla buca facendosi largo nell’ondeggiare della gente. Di nuovo grida, pianti, imprecazioni squarciarono l’aria e si persero nel cielo chiaro. E la scena fu la stessa. Già vista oramai per troppe volte. Li portarono via di corsa, avvolti in vecchi coltroni o coperte militari o semplici coperte di lana, per nascondere l’orrore alla vista.
Anna si fece il segno della Croce.

Il ronzio dell’argano e il frusciare dei canapi per un po’ furono gli unici rumori. Le portiere delle ambulanze infine sbatterono e le auto partirono, ma senza suonare la sirena. C’era un che di ineluttabile nell’aria, come una muta resa, un’accettazione ormai totale della tragedia. Intorno al pozzo si muovevano tutti, ma senza più l’agitazione convulsa delle prime ore e dei primi giorni. Vide Gianfranco aggirarsi tra la gente. Muoveva le labbra come se stesse parlando da solo. Passo dopo passo, Giordano lo seguiva con gli occhi sbarrati, come un cane randagio che segua un nuovo padrone appena trovato. Li amava tutti, naturalmente. Amava tutta la sua ciurma, di un amore infinito, un amore che si nutriva di ricordi e immagini sparse qua e là, tra il carbone di questo Paese e il verde del podere in provincia di Pistoia. Di fronte a…
Oddio fa’ che non sia così, si raccomandò. Ma il pensiero tornò.
Di fronte a questa tragedia le si sarebbero stretti tutti intorno, lei lo sapeva. Così era stato per Adriana e così sarebbe stato per Rolando. Ma un figlio o una figlia non si sostituiscono con niente. Adriana era andata per sempre e anche Rolando oramai…
No! Niente e nessuno, neppure un esercito di altri figlioli avrebbe potuto mai rimpiazzare un figlio morto. Come le mancava Adriana le sarebbe mancato anche Rolando. Non ci sarebbero più stati ritorni. Mai più gli avrebbe fatto trovare la tinozza con l’acqua calda pronta. Mai più gli avrebbe preparato la panierina e gli scarponi. Suo figlio non le avrebbe mai portato una nuora, una ragazza seria e perbene, una ragazza bella, così come era bello lui.
E il dolce brivido del suo bacio sulla fronte? pensò.
Mai più. 
Le mani le dolevano, ma continuò a tenersi al legno del castello.
Con quelle mani aveva confezionato a Rolando un paio di calze di lana. Lana nera e marrone, alcuni rimasugli scovati chissà dove, quando aveva trovato il vestito da arrangiare per Alessia e la sua Prima Comunione.
Chissà se ci saranno le Comunioni, pensò.
Si parlava di funerali, oramai. Funerali solenni, da sbrigare al più presto perché quei poveri corpi, lassù nella sala del Cinema Teatro, correva voce non potessero più resisterci. Gonfi di grisou, alcuni avevano fatto saltare il legno delle bare ed era toccato rifarle nuove o inchiodarle da capo.
Oddio, come sarà Rolando? pensò. 
Un alito di vento si alzò leggero. Percorse lo spiazzo, muovendo i baveri delle camice agli uomini e gli scialli alle donne, per poi spingersi lassù, sulla collina verde d’erba medica, e un po’ la spettinò come una carezza a lungo insistita.
Anna guardò la collina.
Chissà come sarebbe stato se fossero rimasti in quel podere nel pistoiese, e tutti avessero trovato da lavorare nei campi. Chissà come sarebbe stato se Rolando avesse continuato ad andare a scuola, così come faceva Carla, con lo stesso profitto e lo stesso impegno e amore di lei. 
Chissà cosa sarebbe stato se l’Ingegner Baseggio fosse giunto in orario, due giorni fa, quel 4 maggio assassino, e avesse così permesso a Rolando di lavargli la lambretta come sempre. Il suo ragazzo sarebbe sceso un po’ dopo gli altri e forse…
Scosse il capo.
Sentiva crescere dentro di sé la disperazione, ma una disperazione definitiva che era come precipitare in un pozzo senza fine, un pozzo buio e umido, profondo più dell’attesa di quei giorni fatti di speranza e terrore, e poi nuova speranza e nuovo terrore. Un’altalena di emozioni che l’aveva spossata e privata di ogni energia, lasciandole solo la forza di restare lì, ai bordi di quella buca, aggrappata ai legni del castello come un Cristo in croce.
Augusto, intanto, s’era seduto su un sasso e i due figlioli gli giravano intorno, gettando lunghi sguardi verso la gente assiepata intorno al Camorra. 
Chi glielo avrebbe detto a Carla e Alessia? Certo non loro, che gli si sarebbe letta la disgrazia in faccia anche se fosse stato buio pesto. Una famiglia unita. Fratelli e sorelle che si volevano bene, senza gelosie né musi lunghi, ed ecco il destino che se li portava via, ad uno ad uno. Come se non fossero bastate miseria, rinunce e privazioni. 
Torse le mani intorno al legno e una scheggia le entrò nella mano facendola sanguinare. Ecco, avrebbe dato anche il suo sangue per essere laggiù, al posto di Rolando. Avrebbe ceduto la propria vita in cambio di quella del suo ragazzo, se solo fosse stato possibile. Se soltanto Dio glielo avesse chiesto. Ma dov’era Dio? Possibile che volesse da lei, da Augusto e tutti gli altri figlioli questo nuovo sacrificio? 
Il campanello dell’arganista suonò.
Sembrò che la gente avesse trattenuto il respiro e per un momento nessun rumore disturbò quel silenzio, profondo e irreale, che scese su tutto.
Era quel suono.
Anna si alzò, e per la prima volta dalla mattina del quattro maggio staccò le mani dai legni del castello. Poi, a passi lenti e barcollando, cominciò ad avvicinarsi al pozzo. Era lui, lo sentiva. Rolando era lì, nella gabbia che stava salendo, tirata dai canapi che scricchiolavano nell’aria, quella gabbia arrugginita dal tempo che si sentiva sbattere lungo le pareti a mano a mano che saliva dall’inferno. 
Il marito e i due figlioli le si fecero accanto, ma lei rifiutò di essere aiutata. I piedi le dolevano, le ossa e la schiena le dolevano, ma erano niente rispetto all’anima. La gente intorno al castello si allargò, le fece spazio, e per un momento lo scalpiccio si unì al rumore dei canapi.
Sì, il suo bimbo stava arrivando. Aveva sentito battere i suoi piedini dentro di sé. Lo stesso scalpicciare un po’ frenetico che le aveva fatto compagnia quando erano arrivati qui, in questo paese. Un tocco inconfondibile, che avrebbe potuto riconoscere tra mille altri. Si toccò la pancia, ma poi, subito, si strinse nello scialle, colta da un tremito improvviso. Il suo bimbo aveva ora diciassette anni, cosa poteva aver sentito nel grembo? Due infermieri cercarono di trattenerla, ma si arresero subito, frenati forse da quella voce che tagliò l’aria come una lama.
- No! - 
Una voce senza tono, come se nessuna emozione la comandasse, ma fosse lei, con quel suono netto e tagliente, a comandare ogni emozione.
Quando il corpo, avvolto in due coperte militari, spuntò dal pozzo e fu adagiato nella barella, niente era visibile sotto quei cenci. Ma lei si avvicinò. E prima che qualcuno la fermasse, scostò la coperta e scoprì un piede, e nello scarpone bruciacchiato un calzino di lana le apparve. Un calzino a strisce marroni e nere, ma un nero che non era polvere di carbone. Un nero che era la lana che lei conosceva bene, lana scovata tra i rimasugli chissà dove, quando aveva cercato qualcosa per il vestito di Alessia.
- Anna! -
- Mamma! -
Voci di uomini, voci di donne. Lamenti. Il marito e i due figli si fecero largo tra la folla, mentre la barella, portata via a forza dagli infermieri, s’allontanava verso l’ambulanza. Una delle tante, in sosta e coi motori accesi, pronta a partire verso…
Dove lo portano? pensò come in un sogno.
Poi rammentò il garage aziendale, davanti al pozzo Cortese, era lì che li portavano per farli riconoscere. Doveva andare lì per vedere il suo ragazzo. Doveva andare lì per parlargli, per…
Prese a correre su per la collina, quella collina verde d’erba medica che sembrò spalancarsi davanti a lei, e corse e toccò l’erba e le foglie, nel cuore un tumulto che era tempesta, un battito furioso che pareva lasciarla senza fiato ad ogni passo. Non aveva visto alcun movimento sotto quel mucchio di stracci, nessun segno di vita. Solo quei calzini che aveva riconosciuto senza ombra di dubbio.
Continuò a correre, inciampando tra l’erba e i cespugli di rovi, graffiandosi, impigliando il vestito, quel vestito nero e sporco e oramai strappato e sbrindellato da tre giorni d’incuria e da quei rovi che parevano spuntare ovunque.
L’ambulanza era partita subito, senza indugio. Poteva darsi che il suo ragazzo fosse ferito e l’ambulanza fosse sfrecciata via per raggiungere in tempo l’ospedale più vicino. In tempo per salvarlo.
Mio Dio, pregò, fa’ che non sia morto.
Una preghiera che le infuse nuova speranza, ma una speranza che era come un lumicino. Una piccola lampada ad acetilene che s’allontanava nel buio cupo e denso di una galleria. Una fiammella tenue e fioca, sbattuta qua e là da folate d’aria e sempre sul punto di spegnersi, agonizzante e tremula.
Spoggettò e raggiunse il pozzo Raffo.
Altre persone la videro e le si fecero incontro. Carabinieri, gente qualunque, minatori con gli elmetti in testa, tutti provarono a fermarla, ma lei corse, senza guardare, senza vedere, come se correndo, ad ogni passo potesse infondere un istante di vita al suo ragazzo. Corse a perdifiato, mentre il cuore pareva scoppiarle dentro, senza sentire più niente, né le gambe, né le braccia e neppure il suo stesso respiro che rantolava dentro di lei come l’angoscia, quell’angoscia dura e pesante e ostinata a non trasformarsi in pianto. Superò correndo la Cernita e il pozzo Due, quei posti che aveva lungamente calpestato, alla ricerca di pezzi di carbone caduti dai decauville in corsa. Il sole splendeva alto nel cielo proiettando l’ombra di due eucalipti sulla strada polverosa, e su quella strada, poco più avanti scorse il garage aziendale. Davanti, camionette dei Carabinieri, ambulanze in sosta, la gente che entrava e usciva, chi con le mani tra i capelli, chi coprendosi il volto. Quando giunse sulla soglia era esausta. Le gambe le cedettero e due uomini la tennero. Li guardò senza vederli, ma non le parvero né Augusto né alcuno dei due figli.
- Venga signora - le disse un infermiere.
Il camice bianco era sporco di sangue in più parti, e l’uomo indossava guanti di gomma. La fece entrare e con delicatezza l’accompagnò, passo dopo passo, finché non giunsero in un angolo della stanza. Altri uomini, in giacca e cravatta, le si fecero intorno.
- Da questa parte - disse uno di loro. 
Sussurravano tutti, in quello stanzone dove pianti e lamenti squarciavano l’aria, e tuttavia quei sussurri si udivano. Anna sentì le gambe farsi di nuovo molli, e di nuovo altre persone la tennero, con delicatezza e rispetto.
Il mucchietto di coperte militari le si parò davanti all’improvviso e lei si fermò incapace di muoversi. Le mani sul volto, sentiva di soffocare, le mancava il respiro, mentre il cuore che pareva impazzito era sul punto di salirle in gola. Guardò gli uomini, guardò in terra, poi ancora gli uomini.
- Si faccia forza signora - disse uno di questi. - Dovrà dirci se lo riconosce. - 
E indicò le coperte, sotto le quali, ora lei lo vide, spuntava lo scarpone bruciacchiato e la calza di lana nera e marrone. Per un lungo istante non sentì più i battiti del cuore. Non un movimento sotto quel mucchio di stracci, niente che potesse indicare segni di vita. Lentamente si abbassò e altrettanto lentamente, la mano scossa da un tremito convulso, tirò via un pezzo di coperta. E il viso le apparve.
Era Rolando.
I capelli castani erano arruffati e rappresi di sangue e sudore. Il volto annerito mostrava una ferita sullo zigomo, le palpebre erano chiuse, le ciglia bruciate e lei ebbe voglia di aprirle per vedere ancora il verde di quegli occhi, quel verde che tanto somigliava a un prato erboso. La bocca era nera e screpolata, ma composta, come se il suo ragazzo avesse affrontato il suo destino senza soffrire. Per un momento si attaccò a questa speranza, che fosse morto senza soffrire.
E fu allora che seppe dentro di sé, con certezza assoluta, che Rolando era morto. E saperlo la travolse, annullando angoscia e tensione, e quel peso che le aveva stretto il petto e la gola in quei giorni. Stranamente si sentì serena, ma sapeva che ora sarebbe arrivato il dolore. Un dolore senza eguali, che sarebbe salito di minuto in minuto e poi di giorno in giorno finché la morte, una morte liberatoria, non avesse preso anche lei. 
Sentì gridare dietro di sé. Sentì imprecare.
- Rolando! Rolando! -
- Maledetti bastardi! -
- Zitto babbo! Zitto! -
- Hanno ammazzato il mi’ figliolo! Me l’hanno ammazzato! -
- Rolando! Oddio! Rolando! -
Augusto e i miei figlioli, pensò. 
Non c’era verso di tenerli. Si dibattevano, si facevano largo, sgomitavano, scalciavano in preda a chissà quale furia. Vide i Carabinieri accorrere, vide due infermieri tenere Augusto per le braccia e poi i Carabinieri portare via Giordano e Gianfranco, portarli fuori da lì, che si calmassero. 
E lei rimase sola, sopra il corpo del suo ragazzo, ed ebbe voglia di abbracciarlo, baciarlo, carezzarlo.
- E’ lui. E’ il mi’ figliolo - disse rivolta ad un infermiere. - E’ Rolando. -
- Venga fuori, signora, starà meglio - rispose l’infermiere.
Ma lei scosse il capo.
Sarebbe rimasta lì tutta la vita se fosse stato possibile. Ma c’era da sistemarlo, lavarlo, mettergli un vestito decente addosso.
E poi chiuderlo in una bara e portarlo lassù, pensò, al Cinema Teatro Montecatini.
Poco a poco sentì che le lacrime arrivavano, che finalmente quel pianto a lungo trattenuto sarebbe esploso dentro fino a uscire fuori e sfogare tutta la rabbia e il dolore repressi fin lì. 
Si chinò di nuovo sul corpo del figlio. Voleva fargli un ultima carezza. Una carezza, come quando, se tornava arrabbiato da lavoro, proprio con una carezza lei riusciva a calmarlo, a farlo di nuovo star bene.
Allungò la mano e gliela appoggiò su una guancia. 
Un pezzo di carne si attaccò alla sua mano e venne via, lasciando scoperto lo zigomo, scavando una fossa in quel viso che era stato bello. Anna sentì crescere l’orrore dentro di sé e una profonda pietà. Stando attenta, facendo piano, poco a poco rimise il pezzo di guancia al suo posto, con una tenerezza infinita.
E finalmente il pianto venne.
Cominciò lentamente, quasi in sordina, per crescere e poi dilatarsi in quello stanzone che rimbombava di altri pianti e grida. Finché di pianto non rimase che il suo. E quelle parole, che erano una litania senza fine. Parole che salirono in alto, nel garage aziendale, come un ultimo disperato atto d’amore.
- Com’eri bello figlio mio…Com’eri bello figlio mio…Com’eri bello figlio mio…-

 

 
 

GAMBETTO DI DONNA

Seduti ai due capi del tavolo, in mezzo una vecchia scacchiera d’alabastro e l’invisibile e ingombrante presenza di Paco, parevano due giocatori pronti per una partita. Il sole di maggio filtrava dalle tende socchiuse, mentre lei si guardava le mani, incerta e pensosa, e lui non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Avrebbe dato qualunque cosa per sfiorarle il volto con una carezza, tanto ne era innamorato. Paco, l’amico venuto in città i primi giorni di scuola, si era incuneato tra loro come per caso. Finché… “Sai, avevo visto giusto” gli aveva annunciato cinque giorni prima. “Lei mi ha confessato che si è innamorata di me.”
“Come sarebbe?” gli aveva chiesto lui, senza riuscire ad aggiungere altro. Il pomeriggio assolato era divenuto troppo caldo, la gente per le vie troppo rumorosa, e il suo amico s’era messo a ridere sommessamente. “Avresti dovuto insegnarle tu a giocare a scacchi” aveva risposto. Non aveva chiuso occhio tutta la notte. Come pure le notti successive, spese a rimuginare se aveva indovinato ad aspettarla fino ad ora, la soglia dei loro diciott’anni, scommettendo su di lei la propria adolescenza. Il quarto giorno s’era fatto vivo il fratello, un amico d’infanzia. “Paco è un bugiardo” aveva detto. “Mia sorella è innamorata di te. E’ un po’ confusa, ma tu devi solo insistere. Starle vicino.” Ecco perché ora si trovava seduto a quel tavolo con lei, e in mezzo quella scacchiera pronta per una partita. 
- E’ vero che ti sei innamorata di Paco? - le chiese muovendo il Pedone di Regina in d4. L’emozione gli faceva tremare la voce.
- No. Non gli ho detto questo - lei rispose, rompendo quel silenzio ostinato. - Gli ho solo detto che mi piace la sua compagnia. - 
Ma si guardava le mani, come se volesse trovarci istruzioni per muovere. Nella stanza, l’orologio a pendolo scandì il tempo. 
Pedone di Regina in d5, lei mosse alzando gli occhi. 
Si fronteggiavano, ora, come i due pezzi sulla scacchiera.
- Paco dice il contrario. Dice che potrebbe fare qualunque cosa di te. -
Lei arrossì violentemente. Poteva significare vergogna, o rabbia, o piacere. Gli occhi non l’aiutavano. Avrebbe voluto scrutare oltre quello sguardo per vedere quanto il suo smarrimento fosse vero. Un segnale sarebbe bastato. Un sorriso. Oppure un lampeggiare furibondo per le affermazioni di quello scanzonato di Paco, maledetto lui e la sua aria da ragazzo di riformatorio. Invece, niente. 
- Se non sei innamorata di lui, allora sei ancora innamorata di me - azzardò. 
Il cuore gli scoppiava quando mosse, subito dopo, il Pedone di Alfiere due caselle avanti: c4.
Gambetto di Donna! Pensò. 
Una sfrontata mossa d’attacco, che non avrebbe saputo dire come gli fosse sfuggita. Dove avesse trovato il coraggio, per aprire la partita in maniera così temeraria. Lei lo guardò a lungo, finalmente. Non pareva in difficoltà. L’orologio scandì di nuovo il tempo, impietoso e imparziale. Lui attese la mossa di lei, una parola che non veniva, confinata con ostinazione dietro quelle labbra serrate. Come la sua passata adolescenza, le stava ora offrendo in sacrificio il Pedone di Alfiere. Un gioco chiuso. Una partita tra loro due soltanto, se appena lei avesse accettato quel sacrificio.
Ma lei mosse il Pedone di Re in e6.


E lui sentì strapparsi il cuore.
Perché aspetta così tanto a lungo per dirmi di sì? pensò. Perché non coglie quest’occasione e non mi assicura che è ancora innamorata di me?


Perché non la smette di farmi soffrire e non mi dice che non è mai esistito un Paco in tutta la sua vita?

Domande con una sola risposta.


- Stai mentendo, vero? - le chiese dopo un po’, con voce strozzata. - Di tutti quanti, è proprio Paco che dice la verità. E’ così? -


Lei non rispose, ma quel guizzo nei suoi occhi parlò da solo. Senza indugio, lui si alzò e uscì. Sentiva la gola stringersi, soffocata dal gelo che gli schiacciava il petto. Conosceva quel tipo di partita. Era senza scampo. E quando lei gli abbatté con indifferenza il Re sulla scacchiera, quel tonfo secco lo raggiunse, come una stilettata, mentre chiudeva la porta.

 
 

IL MACCHINISTA

 

Sebbene avesse superato gli ottanta, al vecchio parve di aver visto giusto guardando lì, fra l’erba, accanto a quella piazzola murata vagamente rotondeggiante, che pareva sbucare fuori dalla terra. Quando si avvicinò, abbassandosi, il nipote gli si accostò e lo tenne.
- State attento a non cadere, nonno - gli disse.
- Ce la faccio, diamine - questi rispose abbassandosi ancora di più.
Sì, aveva visto proprio giusto: due binari a scartamento ridotto, arrugginiti e consumati dal tempo, uscivano dal terreno erboso e si andavano ad infilare proprio sotto alla piazzola murata. 
- Che ti avevo detto? - disse. - Qualcosa della vecchia ferrovia c’è rimasto. - 
Il nipote rise e il vecchio lo guardò. Gran bravo ragazzo, Dino. Educato, rispettoso, non sarebbe stato da tutti fare ciò che lui aveva fatto. Da sei giorni andavano a spasso per Ribolla, in Maremma, aspettando che finalmente smettesse di piovere, per poter visitare dove un tempo c’era il bacino minerario. Erano giunti da Firenze la mattina del 4 maggio, per il cinquantenario della sciagura al pozzo Camorra, in tempo per sentire la sirena suonare ancora, come quel giorno del ’54. Ma aveva piovuto fino a sera ed anche i giorni successivi. Non era stato possibile tornare laggiù, in quei posti che lui aveva misurato in lungo e in largo per più di trent’anni. Giusto oggi che era spiovuto, e un pallido sole si stava affacciando sempre più coraggioso, giusto oggi avevano preso la via del Camorra, ed ora erano lì, sulla bocca di quel pozzo maledetto, murata a cemento armato, con quel secchio di garofani rossi proprio sopra la gettata.
- E’ qui che morirono quarantatré minatori - disse il vecchio rialzandosi da terra.
Dino taceva. Stava guardando intorno a sé con aria assorta, forse ripensando ai tanti racconti che aveva ascoltato su questa storia.
- Li vedi quei mozziconi di binario? - gli chiese il vecchio. - Quando successe la disgrazia diventarono incandescenti a furia di scarrozzare i vagoncini decauville, pieni di legname da mandare laggiù, in fondo al pozzo, a meno duecentosessantacinque metri. Legname che serviva a rifare tutte le armature delle gallerie franate. -
- E voi nonno? -
- Io ero uno dei macchinisti - rispose il vecchio. - Turni di dodici ore su e giù per tutta la miniera, che alla fine la locomotiva viaggiava anche da sola. -
Tacque. Aveva perso tanti amici nella disgrazia. Persone con le quali aveva condiviso molto. Il lavoro, le lotte sindacali, le serate al bar a bere un goccio per dimenticare il grigiore di quella vita da minatori. Eppure, lui, con quel suo lavoro in superficie era un privilegiato, uno che non rischiava tutti i giorni la vita. Ma non significava nulla. La miniera era la miniera per tutti, e quando un tuo amico moriva era un po’ come se morissi anche tu. Il tempo aveva come sempre lenito le ferite, ma al cinquantesimo non aveva voluto mancare.
- Andiamo via Dino - disse. - Se hai un po’ di pazienza, vorrei dare un’ultima occhiata a quello che c’è rimasto di allora. -
La strada che portava al Dieci era breve. Tutto curve e solchi lasciati sul terreno bagnato, il sentiero sembrava sparire all’improvviso tra i cespugli di more e le ginestre. Il pozzo Dieci, l’ultimo costruito, era ancora maestoso seppure oramai dimesso. A nord, la stanza dell’argano dominava un largo spiazzo, su cui emergeva la buca del pozzo, cementata e circondata da una corona di mattoni rossi.
- La ferrovia qui non fecero in tempo a portarcela - disse il vecchio. - La miniera nel ’59 chiuse, ma la Montecatini aveva già da un pezzo smesso di investire. -
- Ma allora - obiettò il nipote - dov’era questa ferrovia? -
- Laggiù - disse il vecchio indicando la vallata sottostante. - Ora c’è l’erba e non ci si può rendere conto, ma allora era tutto un groviglio di binari che collegavano i pozzi tra di loro, fino alla Cernita e da lì alla stazione di Giuncarico. -
- La Cernita? - chiese il nipote. - E cos’era? -
- Guarda - disse il vecchio indicando in basso una costruzione annerita, vagamente somigliante ad una palafitta, che pochi alberi tentavano di nascondere senza successo.
- La vedi quella cosa? Lì sceglievano il carbone e lo caricavano sui vagoncini diretti a Giuncarico. -
- E’ lontana? - chiese il nipote.
- No. -
- Se volete, vi ci porto nonno. -
Il vecchio assentì con la testa. E quando furono in auto, scendendo lentamente giù per quelle stradine sterrate e insidiose, i ricordi lo assalirono. Aveva cominciato da ragazzo, come frenatore, al cantiere San Feriolo. Un lavoro pericoloso, che consisteva nel viaggiare sui decauville in corsa, per frenare i vagoncini nelle curve e alle fermate. “Stai attento, quando freni” gli aveva raccomandato un sorvegliante. “Prima di scendere assicurati che il vagoncino sia fermo. E alle curve non ti piegare troppo.” Poi gli aveva raccontato la storia di Ciani Ferrer, un bimbo di sedici anni, che era morto nel ’26 per aver avuto una gamba mozzata da un carrello. Quanto tempo era trascorso da allora, e il vecchio sorrise ripensando a quel suo desiderio di diventare prima o poi un macchinista. Le locomotive lo affascinavano. Quando poteva, lavorando in mezzo ai vagoni, subito si avvicinava ad uno di quei mostri di acciaio per guardarlo ed anche carezzarlo. Gli piaceva lo sbuffo del fumo, unica cosa bianca in mezzo a tutto quel nero che odorava di carbone. Gli piaceva l’odore del carbone da infilare nella caldaia rovente e quelle lingue di fuoco che sbucavano fuori all’improvviso.
- Fermati un momento Dino. - 
Erano giunti in fondo alla vallata. Davanti a loro, cumuli di sassi franati, avvolti dai rovi e schizzati di muschio, giacevano nel sole. E nell’auto, il ronzio del motore al minimo, era l’unico rumore al mondo. 
- Quello è il pozzo Raffo - spiegò il vecchio indicando a sud. - E quello lassù, verso il paese a nord, è il Littorio. -
Era stato lì, in quel tratto, il suo primo viaggio da macchinista, ed ora lui sentì rimescolare il sangue dentro. La Dora era una locomotiva costruita nel 1903. La 04 OT era comparsa a Ribolla nel ‘25 e lui l’aveva guidata dal ’45 al ’53, finché non era stata demolita. Ma ce n’erano anche altre più piccole, come la Meda, adattate a scartamenti diversi per meglio servire a tutta la rete ferroviaria della miniera. 
- La spina dorsale di tutta la ferrovia era qui, vedi? - proseguì tracciando con la mano una linea immaginaria tra le rovine dei due pozzi. - Dopo il Littorio, verso il paese a nord est, i binari raggiungevano il cantiere di San Feriolo, l’unico a cielo aperto. -
Dino guardava assorto, seguendo le indicazioni del nonno. A un certo punto scese dall’auto e si mise a cercare tra l’erba e i sassi.
- Sarà difficile che tu possa trovare qualcosa - lui gli disse dal finestrino. - La Montecatini, quando chiuse, smantellò tutto. E’ già tanto aver trovato quei due pezzi di ferro al Camorra. -
- Ma voi, nonno, voi come fate a ricordare tutto così bene? -
Il vecchio sorrise di nuovo. Quei posti erano stati la sua vita. Si era fatto i muscoli facendo il fuochista su una Orenstein & Koppel, una locomotiva del 1909, che ingoiava carbone quasi fosse un altoforno. Era una macchina da 150 cavalli, che trainava i decauville fin sotto la Cernita per essere riempiti di carbone scelto. Durante la guerra rimase danneggiata, e quando fu demolita, nel ’45 gli pareva di ricordare, lui dovette dividersi tra il dispiacere per la demolizione e la gioia di essere passato macchinista. Era stato proprio con quella locomotiva che…
- Portami alla Cernita Dino - disse con voce un po’ rotta. 
L’auto ripartì e lui indirizzò il nipote con sicurezza, a proprio agio in mezzo a quei viottoli che salivano e scendevano i dislivelli che il tempo aveva scavato nella piana. Il sole si era fatto più audace e rifletteva il verde dei campi. La Cernita, nella sua composta immobilità, si ergeva su sei pilastri in mezzo a quel piazzale sassoso e tappezzato qua e là da vecchi rottami lasciati lì da anni d'incuria. Il pozzo Due, seminascosto dagli alberi e da folti cespugli d'erba medica, pareva anch’esso una locomotiva, ora che il castello che si ergeva sul pozzo non c’era più. Dino fermò l’auto poco dentro lo spiazzo e scesero.
- Li vedi quei cosi là sotto che sembrano mammelle? - disse il vecchio indicando la Cernita. - Da lì il carbone scendeva sui vagoncini e poi la ferrovia proseguiva laggiù, verso la stazione. Quanti viaggi ho fatto qui… -
Tacque. L’anno prima sua moglie Angela era mancata. Gli sarebbe piaciuto ritornare qui con lei, ma Iddio aveva voluto così. Per un po’ l’emozione gli impedì di parlare. Dino passeggiava intorno, avventurandosi sotto la costruzione per meglio osservare, forse, quelle botole chiuse da sportelli arrugginiti. 
- Nonna la conobbi proprio qui - disse il vecchio a un certo punto. Poi rise, ma in un modo un po’ amaro che certamente non sfuggì al nipote.
- Che avete nonno? - questi disse.
- Il quattro dicembre si festeggiava Santa Barbara - continuò il vecchio preso da un ricordo lontano. - La mattina sparavano le mine in galleria e si faceva festa tutto il giorno. Poi, a sera, tutti a ballare al Cinema Teatro Montecatini. Tutti puliti e azzimati, col vestito buono, per fare colpo sulle ragazze. Ed io… - Si fermò trattenendo a stento le lacrime che premevano, la gola di nuovo stretta in un groppo che pareva non volersi sciogliere.
- La tu’ nonna lavorava lassù - riprese dopo un po’, indicando le finestre in alto della Cernita. - Era addetta alla scelta del carbone e il giorno che ci siamo conosciuti fu perché si era affacciata come sempre a…-
- E voi? - lo interruppe il nipote.
- Io ero dentro la locomotiva, proprio qui sotto, con i vagoncini allineati e pronti al carico, sudicio che non ti dico e una faccia nera che si distingueva dal carbone per via degli occhi. Lei mi vide e mi salutò, ed era la prima volta che la vedevo, non mi ero mai accorto di lei prima. Ci siamo innamorati subito e mi è sempre parso buffo che fosse andata così, che io fossi così sporco dal lavoro, con quante volte, col viso pulito e sbarbato di fresco, avevo cercato una ragazza al veglione di Santa Barbara. -
Si fermò. Adesso le lacrime avevano preso a scendergli giù lungo le guance e allora lui si scostò avvicinandosi ai piedi di quella costruzione fatiscente. “Era da un pezzo che ti osservavo” lei gli aveva confessato qualche giorno dopo che si erano conosciuti. “Ogni volta mi affacciavo, ma te eri sempre così preso su quella locomotiva che pensavo non ti saresti mai accorto di me”. Lui l’aveva guardata a lungo e poi “E’ da poco che sono macchinista” le aveva risposto. “Bisogna che stia attento a tutti questi strumenti, a tenere la caldaia sotto pressione, a controllare i vagoncini che siano riempiti bene”. Era l’ottobre del ’45, un anno dopo si erano sposati e con lei era sempre stato felice. 
Due rondini si stavano rincorrendo in cielo. Si abbassarono sotto la Cernita e poi sparirono oltre, verso il sole che calava sugli alberi. Lui le seguì con lo sguardo finché poté. Gli sarebbe piaciuto davvero rivisitare questi posti con Angela. Insieme avrebbero ricordato quell’incontro e tutte le volte che lui, contravvenendo agli ordini, le aveva fatto fare un giro in locomotiva. “Sali sulla mia automobile che ti porto a fare una passeggiata” le diceva, stringendo la mano di lei nella sua, annerita e unta, per aiutarla a salire. Girardelli, il fuochista diciassettenne, allora scendeva promettendo di stare zitto, mentre loro due partivano immaginando di viaggiare in posti nuovi e sconosciuti ogni volta che doppiavano il Raffo, il Littorio e lassù, fino a San Feriolo, dove lui, con le mani più sporche di prima, l’aiutava a scendere. Un viaggio breve, che di notte diventava ancora più bello. Il faro allora fendeva il buio, illuminando i binari che serpeggiavano davanti alla locomotiva, accozzandosi e dividendosi in altri rami che avrebbero condotto entrambi in posti nuovi. L’aria fresca teneva svegli, e Angela si lasciava scompigliare i capelli e chiudeva gli occhi nell’affacciarsi ai finestrini. Ma si doveva stare attenti, e lei si nascondeva alle fermate e vicino agli scambi, dove si doveva rallentare. Poi nacque Maria e i viaggi cessarono. Ma lui non aveva mai dimenticato moglie e figlia che venivano a trovarlo sul lavoro. Quando la bambina cresceva e Angela soleva portarla alla fermata del Raffo ed anche lì, tra il pozzo Due e la Cernita. La bimba gli si aggrappava al collo, allora, sporcandosi il viso ed anche il vestito di nero. “Macchinitta” diceva. “Macchinitta.” E in quei momenti lui si sentiva ancora più fiero. 
Si scosse dai ricordi. 
Adesso si sentiva meglio. Sciolto quel groppo alla gola e le lacrime che si stavano asciugando, non ebbe vergogna di voltarsi. Sì, ci stava bene a casa della figlia, che lo aveva voluto con sé dopo la morte della mamma. Dino era un bravo ragazzo ed anche Ivano, il genero, era sempre affettuoso e pieno di premure. In quella stanza, nella grande casa adiacente alla Stazione di Santa Maria Novella, lo avevano dotato di tutti i comfort. Sul comodino, bene incorniciata, l’unica foto delle nozze con Angela, faceva compagnia a quella che lo riprendeva sulla Meda, insieme a Girardelli. E in un cassetto del comò, Maria gli aveva persino riposto l’ultima tuta rimasta di quando era macchinista. Pulita, stirata, piegata con l’amore di una figlia che aveva vissuto un po’ anche lei l’emozione di salire su una locomotiva sbuffante. La finestra, poi, dava sulla stazione e lui passava ore a guardare i treni, e quei locomotori così belli e moderni e lucidi.
- Dino, sarà meglio andare - ora disse. - Non vorrei che babbo e mamma stessero in pensiero. -
Il ragazzo si avvicinò e lui vide, negli occhi del nipote, l’espressione un po’ dispiaciuta di chi è costretto e smettere un divertimento. 
- Per me possiamo restare, nonno. Forse avete ancora altro da vedere. - 
- No no, ho visto tutto - lui rispose. - Tutto quello che m’interessava. -
Ed era proprio così.
Per tutta la passeggiata, le immagini di una miniera abbandonata, e oramai avvolta come un biliardo nel verde dei campi, si erano alternate a quelle ben diverse, che parlavano di pozzi e castelli, di binari e scambi, di vagoni e strade sterrate e annerite dalla polvere di carbone. Come in un sogno, laggiù, lungo quella strada dove un tempo era il deposito delle locomotive, per un momento aveva scorto la vecchia Dora, e il rumore ferroso e ansante del motore che sbuffava gli era rimbalzato negli orecchi come un’eco. Al Raffo, quel ponte malandato e rosicchiato dal tempo come un osso, a lui era apparso per un momento uguale ad allora, come quando lo attraversava sferragliando nei suoi viaggi con Angela. Dappertutto aveva scorto i fili elettrici dell’alta tensione cavalcare chilometri di binari, mentre nell’aria, misto ai gridi delle rondini, di tanto in tanto il fischio conosciuto di una locomotiva gli aveva fatto schizzare il cuore in gola. 
Sì, aveva rivisto davvero tutto.
Ma il pomeriggio stava ormai morendo, e la luce traversa del sole gettava l’ombra della Cernita sull’auto parcheggiata. Nonno e nipote si avvicinarono all’auto, aprirono gli sportelli ed entrarono. E quando Dino accese il motore, per un attimo, un attimo solo, al vecchio parve di sentire lo stesso brontolio sordo che faceva la Orenstein & Koppel, ogni volta che lui infornava una palata di carbone, sognando di fare un giorno il macchinista.

 

 
 

LA VIGNA

Al vecchio piaceva sentirsi chiamare nonno. Gli occhi chiari, un po’ acquosi, guizzarono di soddisfazione, quando Angelo gli disse: - Nonno, da questa parte. -
Il sole batteva forte, in quel primo pomeriggio di giugno. Il vecchio abbassò lo sguardo a terra, cercando l’ombra dell’antico glicine, ma non la trovò, e lasciò vagare lo sguardo intorno a sé, allora, sull’ampia veranda, adesso riparata da un folto pergolato di vite canadese.
- Oh! - esclamò. E poi disse: - Ma come avete fatto? -
- Ci siamo dati da fare - rispose Angelo sorridendo.
Il tavolo era apparecchiato per due, e il vecchio si lasciò condurre fin lì dal nipote e lasciò che il giovane lo aiutasse a sedersi. Faceva caldo. Il cappello di panno, con la penna di fagiano infilzata nella fascia, gli dava fastidio, e allora il vecchio lo tolse appoggiandolo sul tavolo. Poi, con le mani rugose e scarne, carezzò la tovaglia, continuando a guardarlo. La penna di fagiano risaliva al 1938. L’animale, che sembrava ormai fuori tiro, lo aveva come sfidato a una fucilata memorabile, e lui non si era lasciato ripetere l’invito. Qualche piuma, con gli anni era andata persa, ma la penna resisteva al tempo, proprio come i ricordi. “Domani, nonno, vi porto là, all’inaugurazione” gli aveva detto Angelo. Ed ora, l’immagine di quel luogo cozzava con quella che portava in sé da sempre: un pezzo di terra proprio sotto ‘i massi’ di Roccatederighi. Da laggiù, alzando lo sguardo, si poteva vedere il campanile della Chiesa farsi largo tra i sassi secolari. Cinque ettari, un po’ pianeggianti e un po’ scoscesi, circondati da un bosco di querce, laggiù fino al ruscello e lassù verso ‘i massi’, quasi volessero gli alberi incamminarsi incontro alla Chiesa. Il vecchio si guardò intorno. Tutto era cambiato, solo il nome restava. LA VIGNA, scritto in grande sotto la parola Agriturismo. Aveva fatto appena in tempo a leggerlo. E poi… Tutta quella gente che stava arrivando all’improvviso. Persone giovani e ben vestite. Uomini e donne dalla risata pronta, che a stento gli gettavano un’occhiata.
- Angelo, chi sono? - domandò.
- Sono gli invitati, nonno. -
Il vecchio si mosse sulla sedia. Era un po’ come per la trebbia. Anche allora la Vigna si affollava di gente. Uomini e donne bisognosi di lavoro, che campavano alla giornata, e venivano a trebbiare in cambio di un po’ di grano, un piatto di pastasciutta e un buon bicchiere di vino. La mietitrebbia sostava laggiù, al posto di quella specie di veranda che c’era ora. Quella pedana di legno, circondata da un recinto e coperta da un telo che, aguzzando la vista, gli parve fosse a strisce bianco azzurre. Le estati erano ben altro che oggi, pensò il vecchio. Il solleone batteva come un maglio, si sudava come capre e in una giornata andava via una damigiana di vino. Un’altra damigiana andava al padrone della macchina, gli accordi erano a voce con tutti: una stretta di mano e via. Si cominciava all’alba, e andando avanti gli uomini toglievano la camicia e poi la canottiera. Proprio allora, quando tutti erano ormai a torso nudo, le donne cominciavano a preparare il pranzo. 
- Ecco, nonno, questo è per voi - disse Angelo, appoggiando sul tavolo un piatto fumante e una bottiglia di vino.
- Non mi fai compagnia? - chiese il vecchio.
- Torno subito - e il nipote sparì come era apparso, incontro a una coppia appena arrivata.
Il vecchio chiuse gli occhi e annusò. Sì, pappardelle al sugo di lepre. Chissà se giravano lì intorno anche ora, con tutta quella gente a pesticciare dappertutto, o se erano andate via per sempre. Anche un animale ha bisogno di ritrovare i suoi luoghi, e quello, oramai, non era più lo stesso. Capitavano sempre durante la trebbia. Un volta, non ricordava che anno fosse, ne avevano ammazzate tre. “Corrado! Corrado!” s’era sentito chiamare, proprio mentre aiutava due ragazzi a tirare su una balla di fieno. “Piglia il fucile, Corrado!” Un’abitudine, quella di portarsi dietro il fucile, che avevano preso un po’ tutti. E quel giorno… altro che la gente ora a passeggio in quel prato, senza capo né coda! Quel giorno, c’erano almeno cinque ‘doppiette’ alla Vigna, e tutti a correre verso la casetta, e poi ad afferrare il fucile, imbracciarlo e sparare al primo animale che passava. Una festa! No, non come questa di oggi. Una festa più semplice, più vera. Sua moglie Annina, che Dio la riposasse in pace, aveva spellato le lepri insieme ad altre donne. “Si farà tardi per la trebbia” dicevano gli avventizi, ma senza convinzione. Le lepri erano state cucinate e mangiate. S’era dovuto intaccare una seconda damigiana, e la trebbia era continuata fino a sera inoltrata, sotto una luna così chiara che pareva fabbricata apposta per l’occasione. Bevve un sorso di vino. Buono, pensò, ma non genuino come ai miei tempi, quando la vendemmia era un avvenimento. Il vecchio girò lo sguardo intorno, per vedere dove un tempo si ergevano i filari. Era un po’ prima del bosco, laggiù verso il ruscello. Lo scrosciare dell’acqua teneva compagnia, uomini e donne coglievano le zocche1 fino a colmare le ceste di vimini sparse lì per terra. Il frantoio era su, in paese. La strada non era come ora, che lui non l’aveva neppure riconosciuta. Avvolta come un viticcio, sassosa, i cespugli di rovo che ciondolavano da tutte le parti, era buona solo per il suo vecchio somaro. “Arri là!” gli gridava appena saltato sul carro, già pieno di ceste d’uva. “Arri là!” E la bestia partiva, verso Roccatederighi. Tre, quattro viaggi al giorno. Una settimana intera di lavoro per sé e gli avventizi, che non aspettavano altro. Il vino veniva sempre regolare, mai un’annata che sgarrasse. A sera, nel frantoio con pochi amici, andavano via anche due fiaschi. Fresco che era una meraviglia, tenuto laggiù, nel seminterrato, insieme al formaggio stagionato e ai cipollotti. La vigna, grazie a Dio, bastava e avanzava. E poi c’era la caccia. Finì le pappardelle e bevve un sorso di vino. Proprio buono, pensò.
- Nonno avete mangiato? - la voce di Angelo trillò come un fringuello.
- Ho mangiato bene, sì - rispose, voltandosi per vedere dove fosse il nipote.
Il ragazzo sedette con lui e si riempì il bicchiere. La gente continuava ad arrivare a frotte, e grida e risate si rincorsero sotto la pergola per disperdersi nell’aria. Al vecchio parve di udire qualcuno parlare in tedesco.
- Angelo, andrei volentieri un po’ in giro - disse. 
S’incamminarono a passi lenti oltre la veranda, e il vecchio vide il ristorante e il bar, là, dove prima c’era la casetta degli attrezzi e l’altra stanza attigua, quella usata dalle donne per cucinare. Era senza parole. L’oliveto ora non c’era più. Al suo posto una distesa d’acqua, sedie intorno e grandi ombrelli aperti e chiusi.
- E’ una piscina, nonno - spiegò Angelo.
Il vecchio sentì crescere dentro una gioia folle. Nel ’45, i Tedeschi in ritirata, avevano trinciato i rami agli olivi, sradicato le viti, e imbrattato la casetta che nemmeno un branco di maiali avrebbe fatto di meglio! Il fieno dato a fuoco. La Vigna era stata il rifugio per lui e tutta la famiglia. Tre giorni nascosti dietro l’argine del ruscello, lui Annina e i due figlioli, le bombe che fischiavano sulle teste per colpire alla cieca qua e là. Avevano imparato a riconoscere i mortai tedeschi dai cannoni degli americani, alla fine. “Oddio che disastro!” aveva esclamato piangendo la moglie quando, il quarto giorno, dopo una notte tranquilla, s’erano persuasi a uscire allo scoperto. “E ora? Che si fa?” avevano piagnucolato i due ragazzi. Annina non aveva fiato che per respirare. “Ricostruiremo tutto” lui aveva detto, facendosi forza perché non tremasse la voce. Sì, era tutto bello ora, queste costruzioni nuove, ma allora… Un figliolo di dieci e uno di dodici anni, che avevano imparato presto cos’era la campagna. Ma quella più dura, il lavoro che assodava i muscoli, abbronzava le spalle e screpolava le mani. Un mese intero vissuto lì, alla Vigna, perché in paese i Tedeschi s’erano asserragliati nelle case. “Ci vorrà tempo prima che si possa tornare” aveva detto alla famiglia riunita. “La prima cosa da fare è rimettere a posto la casetta.” Due giorni per poterci abitare. I ragazzi avevano prosciugato il ruscello, a forza di portare su secchi d’acqua per lavare dentro. Le notti all’aperto, sotto il bosco di querce, il sonno pesante di chi non ha chiuso gli occhi per le cannonate. Una mezza giornata era andata via per recuperare gli attrezzi, sparsi dappertutto, poi aveva insegnato a Dario e Bruno come si fanno gli innesti. I ragazzi, dopo i primi dieci olivi, erano andati avanti da soli. E le viti… Un lavoro delicato, e chissà se l’uva sarebbe tornata uguale. Avevano recuperato tutto quello che era stato possibile. I solchi erano stati rifatti alla svelta, zappando anche la notte, perché i viticci recuperati non seccassero. Dov’era stato possibile, lui aveva innestato i tralci, ma i Tedeschi s’erano proprio accaniti. 
Giunsero vicino al ruscello. I viticci erano ora più rigogliosi che mai, anche se pochi filari erano stati lasciati in piedi. Il vecchio si accostò e carezzò delicatamente una foglia. 
- Passata la guerra - disse con enfasi - si tornò a fare l’uva e il vino meglio di prima. -
Il nipote lo guardò.
- Babbo Bruno e zio Dario vi aiutarono. Vero nonno? - domandò.
- Se non avessi avuto loro, da solo non ce l’avrei fatta - lui rispose. - E anche dopo, quando la campagna tirava ancora e bastava per casa, tutt’e due venivano con me, quaggiù, a levarmi qualche fatica. Poi…-
Tacque. Aveva sofferto a vedere i suoi figli lasciare la Vigna, poco a poco. “La campagna non basta più” diceva Annina. “Lo vedi anche te, che si tira avanti a fatica.” Ma non era facile staccarsi dai sogni, non era facile accettare la realtà, come se i sogni non fossero neppure mai esistiti. Dario non si era mai sposato. La Montecatini, era stata per lui l’unica moglie. Una vita di soddisfazioni. Denaro sì, ma lontano da casa, dalla sua storia, lontano da quel pezzo di terra, un posto dove non aveva mai più rimesso piede. Solo Bruno aveva retto, benché la miniera avesse inghiottito anche lui. Il vecchio guardò il nipote. 
- Se la Vigna non è andata in malora - disse - è grazie al tu’ babbo. Lavorava a Boccheggiano e mi aiutava nei momenti liberi. Quante volte ha dato il rame alle viti, appena uscito dal turno. E quante notti ha fatto in miniera, dopo essere stato qui a cogliere le olive. - 
Il sole era un po’ sceso, e adesso si trovarono nell’ombra, ai confini del bosco. Il vecchio sospirò. Poi, era finita anche quella. “Babbo non ce la fate più” gli aveva detto un giorno Bruno. “Non potete più andare alla Vigna tutta la settimana, come ora. La pensione l’avete, quel che si può tirar fuori dalla terra…Si vedrà.” Così, era cominciata. E sempre più spesso era rimasto a casa, lasciando a Bruno, due o tre giorni la settimana, l’incombenza di venire quaggiù, a vedere come andavano le cose. “Tutto bene laggiù?” gli domandava. E poi: “Gli olivi come vanno? Bisognerà potarli. E le viti? Sono cariche?” Bravo ragazzo, Bruno. Ma poi si era sposato, e la famiglia presto era cresciuta. 
- La quercia grossa e ancora lassù? - domandò il vecchio.
- Sì - rispose Angelo.
- La rivedrei volentieri. -
- C’è da camminare, nonno. Vi stancherete. -
- Mi riposerò sotto la quercia, come ho sempre fatto. - 
S’incamminarono a braccetto, e il ragazzo lo aiutò e lo sostenne, nei punti dove la terra era ancora irregolare.
- Ai miei tempi - disse il nonno, - proprio qui, dove siamo ora, il grano cresceva così alto che ci si sarebbe potuti nascondere in mezzo. -
Il nipote sorrise, e il vecchio indovinò, in quel sorriso, lo stesso di Bruno. Erano tornati alla Vigna, ogni tanto, quando il nipote era bambino. Nelle giornate di sole, con la strada asciutta e in macchina si poteva venire fino al margine del bosco, lassù in alto, dove stavano andando adesso. Angelo sgambettava felice, il sole lo abbronzava. Annina e la nuora preparavano qualcosa da mangiare e lui si faceva condurre in giro, a vedere gli olivi e quei pochi viticci che erano rimasti. Gli si stringeva un po’ il cuore in quei momenti. E nel pomeriggio, quando Bruno tagliava la legna per il caminetto, contro le proteste delle donne che lo volevano a riposare, si rimboccava le maniche. “Sono ancora buono a spaccare un ciocco” diceva. E giù colpi, finché il sudore non gli bagnava la falda del cappello, arrivando anche alla penna.
- Ci saranno più di centocinquanta invitati oggi, nonno - disse Angelo. Al vecchio di nuovo brillarono gli occhi. Si sentiva proprio felice. Certo la campagna non sarebbe durata in eterno, dentro di sé lo aveva sempre saputo. Ma aveva sempre scacciato il pensiero, per godere la terra giorno dopo giorno, un anno dietro l’altro. Poi Annina se n’era andata, portando con sé un pezzo di Vigna. Mai più sarebbe stato come prima, tornare quaggiù, tra i covoni di fieno e in mezzo agli olivi. Poi…Attraversarono la veranda, facendosi largo tra la gente. La quercia grande era lassù, il vecchio la vide e sentì come una scossa arrampicarsi su per le gambe. Senza Annina non era più tornato, solo Bruno, di tanto in tanto e per la colta delle olive ci veniva. Lui gli domandava solo come andasse. Poi… Raggiunsero la quercia. Da lì si poteva vedere tutta la costruzione allungarsi giù, fino al ruscello, e stendersi là, dove prima c’erano gli olivi. “Due anni di lavoro” gli aveva detto Angelo, in macchina, mentre venivano. La strada era asfaltata e lui non era riuscito a scorgere neppure un cespuglio di rovo. Si sentì ancora più felice, ora, di fronte a quel panorama. In un altro modo, in un modo diverso, la sua Vigna tornava a farsi utile, dava da vivere ad altra gente.
- Nonno - lo chiamò Angelo.
Il vecchio si voltò e guardò il nipote. Il ragazzo tirò su col naso e si stropicciò gli occhi.
- Grazie nonno - disse. 
Sì, era stato due anni fa, quando Angelo aveva spiegato il suo progetto, quest’idea di fare… “Un agriturismo” aveva detto. E lui, per la prima volta, aveva sentito quel nome. “Naturalmente, nonno, la terra ve la compro” aveva aggiunto poi. Ma lui non aveva voluto niente. “Te la regalo, è tua” gli aveva detto allungando la mano, come quando si accordava per la mietitrebbia. “Per le carte ci sarà tempo dopo.” 
- Quel che ho visto m’è bastato - ora disse il vecchio. - E non c’è un ringraziamento migliore.-
Il nipote si avvicinò e lo abbracciò, stringendolo forte a sé. E per un po’ stettero così, come se nessuno sapesse dire altro.
- Un posto così non c’è in tutta la Maremma - disse infine Angelo.
- Lo so - rispose il vecchio. - E se gli vorrai bene come gliene ho voluto io, allora vedrai. -
Il sole stava calando. La quercia appariva maestosa, avvolta da strati e strati di sughero che nessuno aveva più colto. L’ombra era estesa, invitante. 
- Mi riposerò un po’ - disse il vecchio, sedendo ai piedi dell’albero. Teneva ancora il cappello in mano, se ne accorse appoggiandosi al tronco mentre stendeva le gambe.
- Tieni - disse al nipote - mettimelo tu, come sai. - 
Angelo sorrise. Poi si chinò e gli appoggiò il cappello in testa, calato sugli occhi e appena inclinato da una parte.
Perché la luce non disturbasse, ma illuminasse meglio la penna.

 

 

 
 

LAURA DINIZ

Ma guardatelo, il mio vecchio amico Emilio Forti che non vedevo da quindici anni ed ora mi appare qui, su questo treno diretto a Parigi e nello stesso scompartimento, poi.
- Ma non mi riconosci? - gli domando mentre annaspa nello spingere il trolley sul bagagliaio.
Quando si volta la sua espressione è accigliata, ma subito cambia e volge all’interrogativo per finire in un sorriso che gli spalanca la bocca e gl’illumina gli occhi.
- Paolo! - esclama.- Paolo Rossi, ma sei proprio tu? -
- Certo che sono io. -
- Oddio! Ma… Ma guarda che coincidenza. E dopo così tanto tempo, eh? -
Ci abbracciamo come due ragazzini cui i genitori hanno appena promesso di portarli al cinema. Non è cambiato molto il mio vecchio amico, e qualche ruga in più e i capelli grigi gli conferiscono un’aria più matura. Mi guarda fisso, come non credesse ai propri occhi, e continua a sorridere, quasi che il sorriso gl’impedisse di aggiungere altro.
- Eh già, dopo tanto tempo - gli dico.
E’ tutta colpa sua, che fece sparire le sue tracce quando andò a vivere a Firenze per frequentare Ingegneria. Non ci crederete, ma è da allora che desidero parlargli. Da quando lasciò Laura Diniz per sparire nel nulla, e lei pianse sulla mia spalla per un anno intero quello stronzo del suo primo amore. Mentre il treno parte ci sediamo l’uno di fronte all’altro, posizione ideale per una conversazione che vorrei fosse lunga almeno quanto questo viaggio.
- Beh, che ci fai a Roma? - gli domando.
- Una consulenza - risponde evasivo. E sorride di nuovo con quei suoi occhi che disarmerebbero chiunque. Ma non me, stavolta, che devo ancora sentirmi spiegare perché ci piantò tutti in asso a quel modo. 
- Ti sei sposato? - gli domando prendendola larga.
- Io no, e tu? -
- Sai com’è - gli dico - prima o poi ci si casca tutti. -
- Ah! Storie - risponde lui. Poi mi fa: - La conosco? -
- Non credo. E’ da tanto che ci siamo persi, non te lo ricordi più? -
Fa cenno di sì con la testa e nei suoi occhi appare per un istante un velo di tristezza. Ma non sembra aver colto, nella mia domanda, quella piccola punta di acredine che ho lasciato trasparire dalla voce. Parla del più e del meno, invece. Mi dice che vive a Buenos Aires, una città bellissima, dove ha scelto di sistemarsi dopo tanto peregrinare per il mondo a ispezionare impianti industriali. Ha guadagnato tanto, dice, ma lo fa quasi scusandosi, come se avesse compiuto un peccato mortale. Siamo da poco usciti da Roma e la campagna laziale sfreccia sul finestrino dello scompartimento come un film proiettato troppo in fretta.
- E tu? - mi domanda.
- Sono uno scrittore. -
Quel Paolo Rossi che ha vinto il Campiello e lo Strega in tre anni, gli spiego, sono proprio io. Cinque romanzi all’attivo ed uno in lavorazione. La sua espressione è prima incredula, poi possibilista e infine straripante in un sorriso sincero. Annaspa con le parole, vorrebbe dirmi qualcosa, ma tace e ride, e nei suoi occhi leggo la stessa espressione di felicità che ci vedevo da bambino. 
- Ma sì, certo - dice - tu eri il nostro letterato, quando eravamo ragazzi. -
- Che tempi eh? - dico io.
- Già. E ci tornerei volentieri a quei tempi, sai? -
- Volentieri, Emilio? Ma se sparisti senza lasciare traccia. -
Non risponde. Guarda fuori del finestrino, pensoso. Il volto aggrottato e perfettamente rasato gli brilla nella luce incrociata del sole e del neon acceso nello scompartimento. Aspetto che parli e il silenzio si protrae ancora per un po’, raschiato soltanto dal ronzare del treno sulle rotaie.
- Non è come pensi sai? - dice infine. - E’ vero, me ne andai, ma ho dei rimpianti, non credere. -
- Rimpianti? Questa poi! E sarebbero? -
- Laura Diniz. Te la ricordi? -
Che domanda vecchio mio, vorrei dirgli, ma invece taccio ancora un po’. Non mi pare ancora possibile che si sia cacciato da solo nella trappola che gli stavo preparando. Nel discorso c’è entrato lui, ed ora ogni domanda sarà lecita.
- Certo che ma la ricordo - gli rispondo infine. - Ti sta ancora aspettando, bastardo che non sei altro. -
- No, non dirmi così - fa lui. - Non trattarmi male. Se me ne andai in quel modo, è perché avevo i miei motivi. -
- Oh certo! I tuoi motivi. -
- Io amavo Laura. Ma vedi…- lascia la frase a metà e mi guarda, forse sperando che gli vada in aiuto, ma io taccio. Il fischio del treno sibila per un tempo indefinito, poi cessa. Nello scompartimento siamo solo noi due e il silenzio che segue fa più rumore di una sirena.
- Non volevo che divenisse una cosa seria - dice infine. - Non volevo ritrovarmi a sposarla. Volevo una vita libera, niente famiglia e niente suoceri e marmocchi per casa. Ed è quello che ho ottenuto. Adesso sono qui, uno scapolo impenitente che è stato bene fino a qualche anno fa, poi…-
- Poi? - lo incalzo.
Si appoggia allo schienale, con un sorriso un po’ debole e forzato. Secondo lui, intorno ai cinquanta uno comincia a interrogarsi. La vita gli scorre davanti agli occhi, mostrando un bilancio con il suo attivo e passivo, e il risultato può essere un utile o una perdita, secondo come uno ha vissuto. Mi spiega che non si aspettava sorprese nel bilancio della sua vita, un peregrinare continuo nei continenti, ben pagato, servito e riverito, donne un po’ ovunque, tutte libere e vogliose solo di divertimento. Però…
- Non so perché - dice, - ma un bel giorno ho pensato a Laura Diniz e ho avuto voglia di rivederla. -
- Senti, senti - dico io. - E l’hai rivista? -
- Sì, ci sono riuscito due anni fa. -
Il controllore ci interrompe. Chiede i biglietti, e il tempo di trovarli e mostrarli a me pare un’eternità. Chissà cosa mi dirà di Laura Diniz, penso.
- E’ ancora bella come una volta - dice, quando il controllore se ne va. - E’ sposata, ma non abbiamo parlato di lui, a me non interessava il marito. Volevo piuttosto capire quanto io fossi stato importante per lei…-
- E tu l’hai cercata apposta per questo? - lo interrompo. 
- Sì - e abbassa gli occhi, e tace per un po’ guardandosi le mani.
- Non solo per questo - riprende poi. - Volevo anche accertarmi che le fosse rimasto ancora qualcosa di me. -
- Ma tu sei pazzo - gli dico. - Dopo tutti questi anni credi ancora che Laura Diniz possa continuare a pensare a te? Ma cos’è che ti fa credere questo, eh? -
- Oh, molte cose - risponde.
Immagini di quegli anni mi tornano in mente, cullate dal lieve ondeggiare del treno che corre nel sole del pomeriggio. In molti avrebbero scommesso che Emilio Forti e Laura Diniz si sarebbero sposati. Sembravano fatti l’uno per l’altra. Ma lui giocava e lei no. Più giovane, più ingenua, non faceva altro che specchiarsi negli occhi di lui, che le sorridevano solo per mascherare la menzogna. L’odiai per anni, il mio amico, quando se ne andò senza una parola per nessuno. Se ci fossimo incontrati l’avrei preso a pugni, ma poi tutto è passato, ed ora eccomi qui, su questo treno che sfreccia verso Pisa, e il mio amico mi sta facendo pena perché gli vedo gli occhi lucidi.
- Troppo tardi ho capito di aver sbagliato - dice. - La vita che ho vissuto è solo un vuoto a perdere. Una corsa dietro al nulla, perché un uomo non è niente se non ha accanto a sé una donna che lo ami. Quando ho capito questo, ecco che ho cercato lei, Laura Diniz, l’unica che abbia mai contato qualcosa per me, anche se allora…-
- Non prendermi in giro, tu non hai mai amato nessuno in vita tua. -
- Non è vero, lo giuro. Ho soltanto capito tutto troppo tardi. -
Lo prenderei a schiaffi, ma non si può rovinare così questo nostro incontro. E poi Emilio deve ancora vuotare il sacco, parlare con me come ai vecchi tempi quando ero il suo confessore, e stare a sentire la mia predica, se mai ce ne sarà una.
- Quello che mi ha ferito - riprende dopo un po’ - è una frase che mi ha detto. Una cosa che non mi è andata giù. -
- Una frase sola? Peccato che non ti abbia coperto di insulti. Te li saresti meritati, sai? - 
- Sarebbe stato meglio. Meglio essere coperto d’insulti che una frase come quella. -
Me la dirà il mio amico questa frase? 
Lo vedo incerto, mi guarda di traverso come se ce l’avesse con me, come se fossi stato io a pronunciarla, una frase che ora campeggia nell’aria calda dello scompartimento, mentre il treno supera Grosseto.
- Non me l’aspettavo - sussurra. - Non me l’aspettavo che mi dicesse così. Io volevo sentirmi dire che aveva sofferto per me, che ero stato importante per lei, che forse ancora qualcosa di me le era rimasto. E non per vanità Paolo, ma perché avevo bisogno di sentire queste parole. E invece no, sai cosa mi ha detto? “Se può far bene alla tua coscienza, sappi che ti ho dimenticato in meno di un anno.” Capito che roba? In meno di un anno! -
Lo guardo e mi fa tenerezza.
- Io credo che abbia impiegato un po’ di più - gli dico. - Magari due anni o tre. -
Ma è sconvolgente scoprire come un uomo celi se stesso dietro le proprie illusioni. Emilio Forti si nasconde così, dietro alle sue, senza alcuna vergogna e nessuna remora a svelare i suoi più remoti e oscuri pensieri.
- Laura mi ha mentito quel giorno - dice freddamente.
- Come fai a saperlo? - 
- Quando ha detto quella frase non mi ha guardato in faccia. -
Due occhi che ricordavano un prato d’autunno, quelli di Laura Diniz. Un modo di guardare un po’ severo, ma franco e pulito, con lo sguardo dritto all’interlocutore, quasi volesse accertarsi di essere ascoltata ad ogni secondo. Immagini che mi ritornano in mente, flashbacks di un anno speso ad ascoltarla e sentirla piangere nell’incapacità di spiegarsi perché, questo bastardo di Emilio Forti, l’avesse lasciata senza una spiegazione.
- E’ possibile che sia così, ma non basta. Cosa vuol dire se non ti ha guardato negli occhi? E’ troppo poco per continuare a credere che abbia conservato, in tutto questo tempo, qualcosa di te. -
Scuote il capo il mio amico, ma non credo che lo faccia per convincersi. E’ un gesto deciso il suo, e sembra portare con sé la forza di una certezza profonda. 
- C’è dell’altro - dice. 
- Dell’altro?! -
- C’è tutto un passato, Paolo. Ci sono momenti indimenticabili di quando stavamo insieme. I baci, gli abbracci, l’amore. Ci sono i ti amo sussurrati e gridati, mentre si stringeva a me ed io mi stringevo a lei, e la sentivo fremere contro di me e le giuravo che sarebbe stato per sempre. Ci sono cose provate e cose ancora da provare, tutto un futuro mai goduto e consumato. Io sono stato il suo primo amore e il primo amore non si dimentica mai, specie se non si è avuto fino in fondo. Sì, Paolo, io me ne andai e sono stato un cane, sono d’accordo con te. Ma Laura Diniz conserva ancora qualcosa di me, sono certo. -
Fa una pausa, mentre io taccio schiacciato da questa sua spiegazione, poi si alza in piedi.
- Certo, dopo tanto tempo, non poteva e non voleva darmi soddisfazione. Per questo ha detto di avermi dimenticato in un anno, ma non è vero. -
In un viaggio in treno c’è sempre un rumore caratteristico. E’ quello che fanno le ruote quando urtano le attaccature dei binari, un tonfo sordo e ritmato, quel suono che ora si frappone tra di noi e il silenzio ovattato dello scompartimento. 
- Hai ragione - rispondo dopo un po’. - Forse è proprio così, lei non voleva darti soddisfazione. -
Non è per farlo contento che gli dico questo, Emilio Forti dispone di tali e tante risorse che renderebbero superfluo il consenso altrui. La mia risposta è invece ciò che penso anch’io. So bene che Laura Diniz ha trascorso una mattinata con lui, due anni fa. Me lo disse lei, quello stesso pomeriggio, raccontandomi per filo e per segno l’intera conversazione. Mia moglie non mi tiene nascosto niente di ciò che fa e quel giorno “Ho visto Emilio Forti, volevo che lo sapessi” con questa frase iniziò a parlarmi di quell’incontro, mentre eravamo nel salone di casa nostra, una villetta che comprammo due anni dopo il matrimonio e cinque anni dopo che Emilio era sparito. 
Perché al mio amico non gliel’ho detto? 
Volevo che parlasse senza remore né freni, in assoluta sincerità. 
Vedete, ciò che per lui è una certezza, quest’idea di aver lasciato in Laura Diniz qualcosa di sé, per me è sempre stato un sospetto. Un sospetto strisciante come una biscia, incuneatosi a poco a poco nella concreta felicità del mio matrimonio. Come sempre mia moglie mi guardò negli occhi, durante l’intero racconto, abbassando però lo sguardo, quando “Se può far bene alla tua coscienza, sappi che ti ho dimenticato in meno di un anno” anche a me raccontò di avergli detto così, a Emilio Forti. Ma ora che la mia ansiosa curiosità è stata appagata, capisco che dopotutto non era importante. Scopro che una donna come Laura Diniz, una donna che mi ha reso felice di vivere con lei, può anche tenere, custodito nello scrigno dell’anima, un piccolo segreto, oramai innocuo, e per questo da non confessare a nessuno.
- Pisa! Stazione di Pisa! - La voce giunge con clamore metallico, e spezza i miei pensieri.
- Io scendo qui Emilio - gli dico, mentre afferro precipitosamente la borsa dal bagagliaio.
- Ci salutiamo allora, - dice lui, - io vado a Torino. -
- Ci rivedremo? -
- Chissà - mi risponde con un vago gesto della mano.
Poi ci scambiamo i numeri di cellulare, ci abbracciamo con forza e quando sono sul corridoio la sua voce mi sorprende.
- Perché non scrivi un romanzo su quello che ti ho detto? - 
Sorrido e gli rispondo, scendendo in una Stazione Centrale affollatissima. E mentre il treno riparte e si allontana, seduto nello scompartimento e immerso in chissà quali pensieri, Emilio Forti non fa in tempo a vedere Laura Diniz che mi corre incontro in mezzo alla gente e mi abbraccia.
Gli ho risposto di no al mio amico, che ero troppo impegnato con il romanzo in lavorazione per scrivere altre cose. Ma gli ho mentito ancora una volta, perché un mese dopo, fra un capitolo e l’altro, ho trovato il tempo e la forza per scrivere un racconto, questo.

 

 
 

NOZZE D’ORO

- Parola del Signore - disse il prete.
- Lode a te o Cristo - rispose la folla di fedeli.
Nel cielo limpido di quel pomeriggio inoltrato uno stormo di rondini volò verso il sole. Il prete consegnò al chierichetto il Vangelo dai fregi dorati, e la gente si dispose ad ascoltare l’Omelia, mentre Angela, gettato un ultimo sguardo intorno a sé, chiudeva gli occhi sforzandosi di non piangere. Oggi, 4 maggio 1994, sarebbero stati per lei cinquanta anni di matrimonio. Sentì mani diverse stringere le sue, e senza guardare riconobbe Sara e Stefano, figlia e genero, che l’avevano accompagnata con Sandrino, il suo unico nipote. Ma anche Luigi c’era, lei lo sapeva. Nascosto e invisibile a tutti, l’uomo della sua vita era lì, in quello spiazzo chiazzato d’erba, dove un vecchio edificio consumato dal tempo si ergeva alle spalle del prete, adesso pronto a riprendere la parola dopo un breve raccoglimento. 
- Fratelli e sorelle - cominciò - siamo qui presenti per celebrare questo anniversario…-
Ma Angela non lo ascoltò più, presa com’era da quel ricordo lontano che le accelerava i battiti del cuore. 4 Maggio 1944, la guerra in corso e loro due appena ventenni. Un’emozione intensa, e candida come il suo vestito da sposa, l’aveva aggredita appena dentro quella chiesetta nella campagna maremmana. Le finestre, appena socchiuse sulla quiete soleggiata dei campi, lasciavano filtrare una brezza lieve, ma lei aveva tremato allo scambio degli anelli. Un brivido sottile come l’oro di quella fede, che aveva continuato a carezzare, mentre ascoltava la voce decisa di Luigi rompere il silenzio per esprimere la sua promessa. Una vita con lui! Un futuro da affrontare con amore, quel sentimento nato in loro fin da ragazzi, nato lì, tra i campi di grano, i peschi in fiore e il ruscello dove lei, quasi ogni giorno, andava a fare il bucato per dare una mano in casa. Un futuro che avrebbe dato nuove vite, chissà. Ma non era stato così.
- In questo villaggio di miniere…- la voce del prete la scosse. 
Era durata poco la vita nei campi. Luigi era bravo, ci metteva passione, ma il raccolto andava al padrone sempre di più col passare del tempo. “Forse ho trovato un lavoro in miniera” queste parole anche ora le risuonarono in mente, nitide come quel pomeriggio di luglio, quando lui le pronunciò. “In miniera?!” la sua risposta allarmata però non lo aveva smontato. “E’ il salario assicurato, la miniera” le aveva spiegato, stringendole le mani e tirandola a sé. Erano arrivati in quel villaggio minerario due mesi dopo. No, non aveva mai dimenticato gli anni trascorsi. Una vita difficile a Ribolla, quel posto che pareva dimenticato da Dio. Polveroso e grigio, con quel carbone che anneriva le case e le strade qua e là nascoste da maestosi alberi di eucalipto, più che un paese sembrava un solo grande cantiere. Pozzi dappertutto, sovrastati da castelli di legno, e in mezzo poche abitazioni e un Cinema Teatro, che sembrava fuori posto. Si era consumata lì, in quegli anni di lavoro, paura e sacrifici, la sospirata attesa di una creatura che finalmente desse luce. In quella casa della Montecatini - in affitto, angusta e senza bagno e identica alle altre sulla via, tutte in fila come panni stesi ad asciugare - lì sarebbe nata Sara, pochi mesi dopo il decimo anniversario di matrimonio. Quando Luigi tornava da lavoro, con la faccia nera di carbone, passavano le ore a fantasticare. “Sarà un maschio, me lo sento” lui diceva. “E se fosse femmina?” ribatteva lei. Ore d’intensa serenità, per scaricare nei sogni la tensione e la paura, quella paura che lui cercava di non mostrare, ma che lei sapeva leggere in fondo ai suoi occhi azzurri come un cielo d’estate. “Mi piacerebbe che avesse gli occhi come i tuoi” allora gli diceva, e lui le carezzava il ventre e la guardava. Ma la paura era sempre in agguato. Spuntava puntuale ad ogni turno, appena lui usciva di casa fino al ritorno. Un tarlo sottile, che lei sentiva rodere dentro a intermittenza, senza una precisa regola. Un po’ di chiasso per strada, un’ambulanza, la Celere, sempre dappertutto in quei giorni, ed ecco che il tarlo la faceva sobbalzare, il cuore in gola e il respiro pesante che faticava a riprendere il ritmo regolare. Vivere così non era facile, ma la creatura in grembo si faceva sentire e l’aiutava a farsi forza. E tuttavia erano felici. Il salario giungeva puntuale, e in quel paese di minatori poco a poco si erano ambientati. Lui progettava di costruire un piccolo bagno in casa, quando la famiglia sarebbe cresciuta. La vita scorreva così, con il tempo dettato dalla sirena che scandiva i turni, mattina, pomeriggio e notte. Lavorava al Camorra, Luigi. Un pozzo moderno, ma pericoloso, che si diceva in giro essere anche una destinazione punitiva. “Mi trasferiscono a San Feriolo, Angela” le aveva detto un giorno. “Davvero?” aveva risposto di lei, mentre una gioia improvvisa le esplodeva incontenibile. Un cantiere a cielo aperto, San Feriolo. Che bel regalo per la sua maternità! Anche la creatura aveva scalciato un po’ e lei si era sentita di colpo leggera. Si scosse dai pensieri, provando ad ascoltare l’Omelia. 
- Il 4 maggio 1954 è una data che nessuno potrà mai dimenticare - stava dicendo il prete, abbracciando con lo sguardo la folla intorno. 
Lei si costrinse a guardare quella costruzione fatiscente, in mezzo alla quale cresceva un albero di fichi, ma la vide stranamente diversa. La stanza dell’argano del Camorra le apparve ora come quel 4 maggio. Maestoso e lugubre, rivide il castello eretto sulla buca del pozzo. E sul piazzale polveroso e unto di olio una fila di ambulanze in sosta, mentre la folla di gente si accalcava respinta dai carabinieri. Una mattinata, quel decimo anniversario di matrimonio, che era iniziata con un piccolo dono. Due giorni ancora e Luigi sarebbe passato a San Feriolo. “Guarda” gli aveva detto prima che uscisse di casa per il primo turno. “Cosa sono?” aveva chiesto lui carezzandole la pancia. “Scarpine di lana rossa per la nostra creatura”. E gli aveva consegnato un pezzetto di quella lana. Un portafortuna, che Luigi si era subito legato al polso destro, prima di baciarla e uscire nel sole di maggio, mentre in lei il tarlo cominciava a rodere…
- Mamma, stai bene? - la voce di Sara la richiamò al presente. Si dice che le femmine cerchino nell’uomo la figura del padre. Per lei era stato così. Stefano aveva gli stessi occhi azzurri e i modi pacati e solidi di Luigi. Che strano, aveva sempre pensato. 
Quando la sirena suonò fuori orario, quel 4 maggio 1954, lei stava lavorando alle scarpine di lana rossa, e il lungo ululato che squarciò l’aria e la vita di quel piccolo paese, l’aggredì come un presagio di morte. Guardò di nuovo davanti a sé, ora, mentre il prete parlava dei quarantatre minatori periti nel più grave disastro del dopoguerra, e vide come allora la gente accalcarsi intorno al pozzo e tra i montanti del castello. Sentì le grida e i pianti, e il campanello che segnalava all’arganista di tirare su. Quante volte la gabbia era salita e scesa. “E’ scoppiato il grisou!” gridava la gente. “Sotto è pieno di ossido di carbonio” dicevano i minatori scuotendo la testa mentre uscivano dal pozzo. “C’era tutta la prima gita” mugolavano altri. Era rimasta tutto il giorno lì, nell'attesa, il cuore freddo e pesante come un macigno, rifiutando di mangiare e bere. Alle cinque di quel pomeriggio tirarono fuori i primi tre. Erano coperti, nascosti alla vista in tutti i modi. Ma lei si avvicinò, perché un braccio ciondolava giù dalla barella, e aveva un nastro di lana rossa legato al polso. E allora aveva urlato e urlato e urlato, fino a non sentire più, neppure lei, le sue stesse grida. E poi aveva pianto. Un pianto dirotto, disperato, definitivo. Infine era svenuta, le avevano detto, ed era stato un bene per la creatura che portava con sé. Gli anni non avevano cancellato nulla di quei momenti. 
- La Montecatini pagò - stava dicendo il prete, arrossato nel fervore dell’Omelia. - Pagò le famiglie e mantenne gli orfani a scuola.…-
Sì, la Montecatini pagò, pensò Angela. 
Sara aveva studiato con quei soldi. E lei l’aveva cresciuta bene con una pensione adeguata. Si erano permessi perfino una casa migliore, dopo. Ma che ne sapeva la gente della solitudine? Mai più un altro uomo accanto. Un voto espresso nel Cinema Teatro, con gli occhi fissi sul nome del marito impresso nella bara di legno chiaro, unita alle altre in un abbraccio collettivo e ultimo, in quella veglia funebre durata tre giorni. Un voto rinnovato ai funerali, in mezzo a quella marea di gente accorsa da tutta Italia. Un voto cui s’era aggrappata con forza e disperazione, quasi uno spregio alla sua bellezza che non voleva sfiorire, ma invitava gli uomini a farsi avanti. Fare da madre e da padre alla sua creatura, era stata questa la sua vita. Le lacrime ora arrivavano, le sentì premere con insistenza, dentro agli occhi e tra le ciglia. Sara le strinse la mano e lei la guardò. Non aveva gli occhi chiari di suo padre, ma da lui aveva preso il passo, i tratti e quel suo modo così franco di sorridere. “Com’era babbo?” domandava sempre da bambina. “Era buono” le rispondeva, parlandole di lui con le foto del matrimonio. La bimba le guardava con avidità, lei la teneva sulle ginocchia e se piangeva ”A babbo non farebbe piacere vederti piangere” le diceva. E Sara smetteva di colpo, tornando a guardare l’album pensosa. Una figura sempre presente, quella di Luigi. Parole che lo evocavano, ammonimenti che lo chiamavano in causa. “Babbo non vuole che tu faccia le bizze”. Oppure: “Babbo ti vede, fai la brava e non farmi arrabbiare”. Una sera che non voleva andare a letto “Ma lui dov’è?” aveva chiesto. “E come fa a vedermi se io non lo posso vedere?” Si era preparata a questa domanda, Angela, ma aveva fatto ugualmente uno sforzo indicibile. Le lacrime ricacciate dentro, il cuore pesante e un sorriso forzato sulle labbra, aveva parlato alla sua creatura di un altro mondo, un luogo bello e felice dove tutti si sarebbero prima o poi ritrovati. “Ci voglio andare subito” aveva protestato Sara. “Non è possibile” l’aveva convinta. “Babbo vuole che continuiamo a vivere”. 
Continuare a vivere, pensò, asciugandosi gli occhi. 
Quel peso nell’anima non l’aveva mai abbandonata. Aveva taciuto della sciagura finché era stato possibile, ma un giorno l’aveva portata lì, sul bordo di quel pozzo oramai chiuso a cemento armato, e le aveva parlato a lungo della miniera e del grisou. “I soldi che ti do per studiare, per andare al cinema e vestirti sono soldi di babbo” le aveva detto infine. Sara, da pochi giorni diciottenne, aveva fatto cenno di sì con la testa, gli occhi percorsi da una tristezza che feriva l’anima. Poi le aveva detto che suo padre, come gli altri quarantadue, non aveva avuto giustizia. Le aveva spiegato di quei soldi e del loro prezzo: la firma sulla liberatoria. La definitiva rinuncia a costituirsi contro la Montecatini per quel disastro. 
Soldi in cambio del rimorso, pensò ora sospirando, ma che potevo fare?
Il processo di Verona si era abbattuto sul paese nell’autunno del ’58 con tutta la sua violenza. In quell’assoluzione per non aver commesso il fatto, che aveva gridato sempre vendetta, si era consumata tutta una storia di rinunce, incomprensioni e rancori che Ribolla continuava ancora a portarsi dietro. 
Sospirò. Il sole occhieggiava tra le cime degli eucalipti. Era il momento dell’Eucaristia e i fedeli si mossero. Angela si accodò alla fila accompagnata dai suoi, una famiglia che era un vero dono di Dio. Viveva con loro ormai da tempo, confortata, nella sua solitudine, dal clima di affetto e solida comprensione che cementava la vita di sua figlia e del genero. Sandrino era nato nel ‘77, in una tiepida giornata di marzo, e lei aveva avvertito un colpo al cuore, quando Sara glielo aveva mostrato. Sgambettava e si agitava, il bimbo, ma poi aveva aperto gli occhi e si era sentita mancare. Quell’azzurro limpido, che per un attimo si era posato su di lei, era lo stesso sguardo di Luigi. 
Il prete stava benedicendo i presenti. 
- La messa è finita, andate in pace - disse.
- Rendiamo grazie a Dio - rispose il coro dei fedeli.
Poi la gente si disperse, e nella luce brunita del tardo pomeriggio, seguita dai suoi, Angela volle andare al pozzo. Là, dietro la stanza dell’argano, l’albero di fico allungava i suoi rami verso i rovi che coprivano la buca murata. Genero e nipote, che non c’erano mai stati, gettarono intorno sguardi curiosi, calpestando l’erba che nascondeva i binari decauville arrugginiti dal tempo.
Come tutto è cambiato, lei pensò.
Si sentiva sollevata. La stessa sensazione di pace che, con gli anni, avvertiva ogni 4 maggio nel ritornare lì. Quei muri cadenti e muschiosi, sgretolati dal tempo e muti con chi non aveva vissuto quei giorni, sempre l’accoglievano in un abbraccio silenzioso, accompagnato dal trillare acuto delle rondini e dal frusciare del vento che agitava gli eucalipti intorno. Era in quei momenti che lui tornava. “Sarà un maschio” diceva nell’aria tiepida; “E se fosse femmina?” sussurrava lei, chiudendo gli occhi per tornare indietro nel tempo… 
Sentì la mano di sua figlia e la strinse forte, ed anche Stefano si avvicinò. Era un uomo gentile, e forte e generoso come il suo Luigi. Lei li guardò entrambi. Sì, la ricerca del padre era finita, lo aveva capito subito quando Sara lo aveva portato per la prima volta in casa. Una ricerca la cui perfezione era Sandrino. La stessa camminata del nonno, lo stesso timbro di voce e quegli occhi che erano… 
Davanti al pozzo, il nipote si voltò, la guardò e sorrise.
…Erano un’eredità, pensò Angela. 
Poi si fece il segno della croce e ringraziò per queste nozze d’oro.

 

 

 
 

POMERIGGIO CON PAOLA


Paola era stesa sul letto, e la spalliera leggermente rialzata le poneva il viso alla stessa altezza di quello del marito, seduto accanto a lei.
- Sei qui, Giuseppe? - chiese.
La voce, non più limpida come una volta, gli giunse all’orecchio come una carezza nel vento. Poi si spense, affaticata.
- Sono qui per stare con te, amore mio - rispose lui.
Distolse per un momento lo sguardo, ammiccò al sole di maggio al di là della finestra, e tornò di nuovo a guardarla. Il viso era tirato, e i solchi intorno agli occhi non riuscivano a celare la limpida dolcezza di quello sguardo un po’ smarrito. Un’espressione nuova. Persa quella velata opacità frutto delle cure, erano tornati a splendere di un nero più profondo e remoto. Amava quegli occhi. Era come se, attraverso di loro, potesse vedere l’anima di lei e la sua straordinaria bellezza.
- Che tempo fa? -
- C’è il sole, Paola. E’ un bel pomeriggio. -
Una giornata così, quando lei era entrata nella banca quella mattina e lui s’era sentito perso guardandola. Ora, in quel letto, la sua immobilità non rendeva giustizia alla straordinaria vitalità che le aveva conosciuto. Innamorarsi era stato naturale come lo sfociare di un fiume nel mare. 
S’erano sposati dopo tre mesi.
Cerimonia semplice, con pochi invitati, che alcune foto immortalavano nei giardini del Campidoglio, in una Roma primaverile e ruffiana. E poi cinque anni splendidi, che il tempo aveva portato con sé senza però scalfirne i ricordi. Erano andati ad abitare nel quartiere Prati, in un condominio di proprietà della banca. Nuove amicizie erano nate, specie con i colleghi che abitavano lì, uno dei quali, Sergio Neri, lavorava nella stessa Filiale di Via Cola di Rienzo.
Giuseppe sorrise amaro, poi guardò di nuovo la moglie di soppiatto. Sembrava che dormisse e per un momento ancora lasciò che il suo sguardo le carezzasse il volto.
Aveva scoperto subito che lei, così indaffarata da mattina a sera, doveva le sue occupazioni anche a un’altra attività che prestava gratuitamente. “Ma come fai a conciliare tutto?” le aveva chiesto un giorno, mentre passeggiavano per Via del Corso. “E soprattutto, perché lo fai?”
“Bisogna donarsi anche agli altri” aveva risposto lei, con quella semplicità che la distingueva sempre. Gli altri erano i bambini Down dell’Orfanotrofio “Ama il prossimo tuo”, una struttura vecchia e un po’ fatiscente che lui aveva scoperto essere ubicata sul Lungotevere Portuense. 
Anni splendidi, sì. 
Sembrava che Paola traesse da questa attività linfa vitale. Era serena, disponibile, per niente affaticata da quelle giornate piene e intense. Lui, preso com’era dal lavoro, una promozione in vista, giungeva a casa la sera, irritabile e poco disposto ad altro che non fosse la TV o una serata con i colleghi condomini. E lei trovava posto per tutto e tutti. Non c’era sabato o domenica che non avessero ospiti amici o colleghi. Cene, pranzi: Paola amava cucinare, non per sé, ma per i suoi ospiti e per il piacere che traeva nel riuscire in ciò che si era prefissata. Una sera, era il ponte del 25 aprile, Sergio Neri aveva approfittato un po’ del vino generoso. “Che ci trovi d’interessante in quei marmocchi Paola?” le aveva domandato. Lei non si era scomposta neanche un po’. “Se parli dei bambini Down” gli aveva risposto “non sai di quanto amore siano capaci.”
Sergio non aveva capito bene che aria tirasse. “Ma ti pagano, per caso?” aveva insistito. Lei lo aveva fulminato con uno sguardo che era una stilettata. “Certe cose non si fanno per soldi, ma perché si ama il prossimo”.
Sergio aveva riso amaro, cambiando subito discorso, forse aiutato dalla pedata che sua moglie Giuliana gli aveva rifilato sotto il tavolino.
Ma a quei tempi …Allora, nemmeno lui comprendeva a fondo Paola. L’assecondava, ecco. Nel ménage familiare, considerava giusto che lei facesse certe cose, ma non s’era mai posto il problema di aiutarla. Lei non chiedeva nulla, del resto. Era come se fosse gelosa di quella fetta di mondo che erano i bambini Down. E il tempo scorreva così, senza scossoni.
“Che ne diresti di un figlio?” gli aveva domandato Paola una sera, nel buio della camera da letto.
La nuova responsabilità sul lavoro, in quel periodo di assestamento, gli stava pesando. Addetto al segmento Privati, lo stress quotidiano del pubblico e le pressioni dei superiori, spesso lo mettevano di cattivo umore. “Ti sembra ora il momento giusto?” aveva risposto con una certa irritazione nella voce. 
“E quando, se no?” aveva insistito Paola. 
Ne era nata una mezza discussione, un episodio raro per loro, del quale s’era pentito subito il giorno dopo. 
Una vena di rimorso lo aggredì anche ora. Il pomeriggio procedeva, e nella quiete assolata della camera Paola tossì. Uno, due, tre colpi secchi che sembrarono squassarla. Aprì gli occhi.
- Giuseppe - mormorò.
- Vuoi che ti tiri un po’ più su? -
Lei scosse il capo e gli strinse la mano.
Una stretta lieve come una carezza. Il palmo era caldo e liscio e la pelle non era più tirata sulla mano ossuta. Per un po’ la tenne tra le sue, come se avesse paura che gli sfuggisse per cadere giù dal letto insieme al braccio abbandonato sulla coperta.
Aveva ceduto subito. “Come farai con i tuoi bambini Down?” era stata la sua debole protesta all’idea di avere un figlio. “Se si vogliono veramente le cose, quando c’è amore, tutto è possibile” aveva risposto lei seria in viso. Avevano cominciato a cercare il bambino la sera stessa e per molto tempo ancora. Ma niente. Dopo le prime incertezze, anche lui si era scoperto a desiderare un figlio con tutto se stesso, ma quei ripetuti insuccessi cominciavano a scoraggiarlo. Paola invece sembrava inattaccabile. Una domenica aveva portato a pranzo uno dei bambini Down. Si chiamava Dino ed era un ragazzino di dieci anni, tranquillo e interessato soprattutto al mangiare. Lui s’era sentito perso di fronte all’anormalità. Paola, invece, trattava Dino con dolcezza ed anche con una certa fermezza. 
No, aveva pensato lui quel giorno, io non sarò mai capace di fare questo.
Da allora, di pari passo con la ricerca di un figlio, altri bambini dell’Orfanotrofio “Ama il prossimo tuo” erano stati loro ospiti di domenica. E poco a poco, lui aveva scoperto quanto ognuno fosse diverso dall’altro, dietro quei volti che parevano essere tutti uguali. 
Ma Paola era inarrivabile. C’erano in lei un amore e una grazia, nel trattare i ragazzi, che sembrava fosse nata per questa missione. Parlava con loro come a persone normali. Li teneva a freno. Li sgridava, anche, le rare volte che ce n’era bisogno. “Sono esseri umani come me e te, Giuseppe” gli aveva detto un giorno. “Non ci sono motivi perché debbano sentirsi inferiori a noi. E noi non dobbiamo fargli pesare niente. E’ così semplice.”
No, non era semplice. Per lui, abituato a trattare ogni giorno di tassi e investimenti, era invece molto difficile. Era sempre a disagio e goffo. Le parole non gli venivano e finiva col parlare per sillabe. “Loro lo sentono che gli sei ostile” aveva osservato Paola una domenica sera, mentre ritornavano a casa dopo avere riportato Marcellina all’Orfanotrofio. La bambina non aveva smesso di guardarlo per tutta la giornata, sorridendogli spesso, un po’ ebete e stralunata, e lui non era riuscito a dirle una sola parola e sentendosi molto a disagio. “Io non sarò mai come te, Paola” le aveva risposto mentre guidava verso casa, ma lei aveva sorriso come si sorride a un bimbo che ha paura del buio. 
Anche ora stava sorridendo.
Le labbra si tesero come una smorfia, ma gli occhi ripresero nuova luce.
- Irina non è ancora arrivata? - chiese.
- E’ a scuola. Oggi ha il rientro fino alle quattro, lo sai. Dovrebbe essere qui verso le cinque. -
Paola fece segno di sì muovendo appena la testa. Poi guardò altrove.
Lui continuò a carezzarla con lo sguardo per un po’, ma gli occhi gli bruciavano ancora dopo la nottata trascorsa al capezzale, e per un momento li chiuse lasciandosi andare.
Non era stato possibile avere un figlio. L’idea e la speranza s’erano infrante di fronte al ginecologo, che aveva parlato di sterilità e della possibilità di far ricorso alla Scienza. Paola aveva scosso la testa con decisione, e poco dopo, in auto, “Ti piacerebbe adottare un bambino?” aveva chiesto. Lui non ci aveva mai pensato a una soluzione così. “Adottare un bambino?” aveva risposto.
Era caduto il Muro di Berlino da quasi dieci anni.
E come quel muro, le sue timide resistenze all’idea di Paola si erano sbriciolate in poco tempo. L’adozione era stata decisa pochi giorni dopo. “Faremo una buona azione a qualcuno togliendolo dalla strada, o da un orfanotrofio” aveva detto lei vincendo le sue ultime resistenze. Ma era stata dura. Una strada costellata di buche e sassi spigolosi. L’Associazione Onlus “Un bambino per te” era costata due milioni di Lire, all’epoca. E poi, altre spese per avvocati, faccendieri, certificati medici e attestati di idoneità rilasciati da Assistenti sociali che sembravano disponibili a risolvere il problema. Una sequela di frasi tipo: “Per ora è tutto bloccato” oppure: “Ancora pochi giorni e ci siamo” li aveva costretti per mesi a un’altalena di speranze e frustrazioni, finché era apparso chiaro quanto tutto fosse inutile. “Non ci posso credere” aveva sussurrato Paola il giorno che avevano abbandonato quella strada. “Com’è possibile che ci si possa approfittare così delle persone con la scusa di fare del bene?” Lui aveva scosso la testa. “Il bene, è solo un pretesto” le aveva risposto. 
Anche in Polonia non erano stati fortunati. Sembrava che in quel Convento di Suore Benedettine il loro Calvario fosse finito, ma si sbagliavano. La Madre Superiora, una donna alta e ossuta, in un italiano smozzicato aveva detto loro: “Voi no sposati in Chiesa. Adozione no possibile.” 
Seduti in una panchina di Katowice, una mattina fredda e limpida, s’erano guardati a lungo negli occhi dopo quelle parole, tenendosi per mano. E qualcosa in lui s’era smosso proprio quel giorno. Un embrione appena.
Tornò a guardare sua moglie. Sembrava che dormisse e il respiro era regolare. 
Era stata un’idea di lei entrare nell’Ambasciata di Lettonia. 
Il vento strapazzava le foglie cadute qua e là, il freddo pungeva il viso, ma avevano deciso ugualmente di fare due passi in Via Veneto. Era un giorno qualunque del dicembre ’97. Il Natale si avvicinava, le strade di Roma erano colme di gente e i negozi affollati. La mancanza di un figlio cui regalare quel Natale ere forse stata la molla che li aveva indotti a quel passo. “Dai Giuseppe, entriamo!” aveva esclamato Paola davanti al portone dell’Ambasciata. Dopo, molto tempo dopo, a adozione ultimata, spesso avevano ripercorso la strada fatta da quel giorno e il fortunato incontro che portava il nome di Jeanette Vevere, il Primo Segretario. Una donna biondissima, svelta e con un’aria di perenne allegria stampata in viso. Era stata lei a prendersi cura di loro, indirizzandoli subito verso un’altra donna, un avvocato a Riga, che si occupava di adozioni negli Stati Uniti.
Anna Dunoska era bionda come quasi tutte le lettoni. Il suo studio era in centro, lungo la Teatra Iela, e lei li aveva ricevuti due settimane dopo, mostrando subito grande cortesia, ma anche perplessità. “Vediamo cosa fare” aveva sussurrato in un italiano passabile. “Con il vostro Paese non abbiamo mai fatto adozioni”.
Un nuovo sconforto li aveva colti, ma Paola non si era lasciata vincere. “Insistiamo, Giuseppe” aveva detto appena usciti dallo studio. ”Per l’ultima volta, poi basta”. Ma anche lui s’era deciso a combattere. Non gli sembrava possibile che adottare un bambino fosse così assurdamente difficile, e non accettava che ci fossero così tanti profittatori.
Ma l’avvocato Anna Dunoska non si rivelò tra questi. Non volle un soldo per sé e a Settembre dell’anno successivo, mentre erano in vacanza in Sicilia, fece recapitare due foto di Irina e due righe, dove chiedeva le loro impressioni sulla bambina.
“Oddio!” aveva esclamato Paola quella mattina guardando le immagini. “Ma assomiglia tutta a me”. Lui le aveva strappato di mano le foto e subito il cuore gli era balzato in gola. Era mora, infatti, e gli occhi erano dello stesso colore dei capelli. Una strana sensazione di calore l’aveva stretto al petto ed era salita su, fino ad arrossarlo in viso. Poi tutto si era sciolto, lasciando in lui l’intima certezza di un amore che nasceva. Erano partiti tre mesi dopo e Riga li aveva accolti in un pomeriggio che pareva dipinto.
No, come Paola, anche lui non avrebbe mai scordato quel pomeriggio. Il Baltico era di un blu imbronciato. Il sole brillava nel cielo cristallino, e come tentacoli i suoi raggi arpionavano i blocchi di ghiaccio sparsi qua e là. La vecchia berlina di Anna Dunoska percorreva a bassa velocità le strade della zona Vittoriana, diretta a nord. Il silenzio, un silenzio gonfio e denso di tensione e attesa, si era protratto per tutto il viaggio, finché non erano giunti all’Orfanotrofio. Una costruzione brutta e tetra, che tuttavia non s’era manifestata, dall’esterno, in tutta la sua cruda realtà. La neve era dappertutto. Montagne di neve intorno all’edificio e neve sul tetto, un contrasto quasi doloroso con il nero pece dell’intero edificio. Appena entrati, l’odore acido di verdure bollite li aveva avvolti come un manto. “Mamma mia” aveva sussurrato Paola senza aggiungere altro. Intorno a loro un pullulare di esseri malvestiti, chi con le scarpe, chi senza. Bambini e bambine di ogni età, coi capelli spettinati, guardate a vista da donne con i volti arcigni e l’espressione perennemente litigiosa negli occhi. I pavimenti erano sudici, le pareti dipinte di un grigio pallido e impersonale. E di nuovo odore di cavolo, un puzzo ispido e soffocante che saliva su a mano a mano che si dirigevano verso le cucine. Lì non li avevano neppure fatti avvicinare, ed erano stati dirottati immediatamente verso una serie di stanze, una delle quali doveva essere quella del Direttore. Era una Direttrice, invece. Una donna corpulenta, quasi del tutto priva di femminilità, che tuttavia li aveva accolti accennando un leggero sorriso. “Buonasera” aveva biascicato in italiano.
La conversazione s’era protratta per mezz’ora, durante la quale, la Direttrice, aveva fatto del suo meglio per dipingere in modo accettabile l’Orfanotrofio. Anna Dunoska l’aveva lasciata parlare, ma poi, una volta soli, cogliendo il momento che la donna era andata a cercare qualche inserviente che portasse Irina, aveva detto: “Quando vedrete la bambina non impressionatevi. Soprattutto, fate in modo che lei non si accorga di niente”.
Lui non aveva capito subito, ma l’occhiata scambiata con Paola era stata rassicurante. Lei aveva lo stesso sorriso di quando s’erano sposati.
E lo stesso sorriso le era rimasto anche quando, dopo una breve attesa, finalmente, l’inserviente e la Direttrice erano tornate con la bambina. Era magra come un manico di scopa e i capelli erano corti e scarmigliati. Negli occhi, un’espressione di cauta meraviglia si alternava a tracce di malcelata paura. Ma era deliziosa e lui sentì un’improvvisa fitta al cuore, quando lei si inchinò di fronte a loro. Un gesto inatteso e dolcissimo allo stesso tempo. “Ecco Irina Ivanova” aveva detto Anna Dunoska e la Direttrice aveva spinto la bambina tra le braccia di Paola. “E’ di origine russa” aveva aggiunto subito dopo. “E questo spiega il cognome e il colore dei capelli”.
Avevano trascorso l’intero pomeriggio insieme a lei ed anche il giorno successivo. Irina era malnutrita. Stava in quel luogo da cinque anni, dopo essere stata raccattata dalla Polizia, sola in casa, seminuda e con la temperatura fuori che era di due gradi sotto zero. Avevano mangiato da McDonald, un luogo che lei, a giudicare dalle occhiate esterrefatte che lanciava intorno, non aveva mai neppure lontanamente immaginato. Parlando un po’ in inglese, un po’ in lettone, un po’ in italiano, grazie anche alle traduzioni della Dunoska, era emerso che la vita nell’Orfanotrofio era un inferno. Chi si alzava prima arraffava i vestiti migliori e si metteva le scarpe. Il pane, quando c’era, lo nascondeva sotto al guanciale come una reliquia. A Paola erano spuntate le lacrime agli occhi e lui le aveva stretto forte la mano, insieme a quella della bambina, tenera e ossuta come una frasca. “Avvocato quando la potremo portare via?” lui aveva chiesto. “Ci vorrà ancora qualche mese” aveva sospirato la Dunoska. 
La neve scendeva copiosa, quella sera. Al momento di riconsegnare Irina all’Orfanotrofio, lui s’era sentito stringere una gamba. Era lei che lo stava abbracciando, e piangendo gli bagnava il pantalone.
Si scosse.
Mancavano pochi minuti alle cinque e Irina tra poco sarebbe stata lì con loro. Adesso era una bella ragazza di quindici anni. La sua risata riempiva la casa, ma negli occhi appariva ogni tanto un sottile velo di malinconia. E la somiglianza con Paola, già così straordinaria allora, s’era accentuata con il tempo.
L’avevano portata via per sempre dall’Orfanotrofio di Riga il 6 dicembre 1998. Un nuovo pomeriggio, che lui aveva speso con Paola a passeggio per la città, finché la Dunoska non li aveva condotti lassù, in quel posto innevato e selvaggio, dove la Direttrice aveva consegnato loro la bambina, vestita alla meglio e senza neppure una valigia. 
Un nuovo pomeriggio indimenticabile. 
Paola brillava di felicità e gli occhi le splendevano nella sera, insieme a quelli di Irina, un po’ smarrita e ancora incredula. La Dunoska aveva cenato con loro, nel ristorante dell’albergo. Quando si erano salutati, ancora una volta non aveva voluto alcuna ricompensa. “Ma perché avvocato?” lui aveva chiesto. “Almeno le spese...” 
Nella hall, sotto una luce soffusa, gli occhi della donna erano guizzati per un attimo, un attimo solo, e lui aveva letto in quello sguardo una gioia profonda. “Lo faccio per amore” aveva risposto Anna Dunoska, con la voce appena rotta. Poi era uscita nella notte, con la neve che le fioccava intorno come in una fiaba.
Una fiaba, sì.
Anni felici li aspettavano.
A Irina avevano fatto il guardaroba, quel Natale del ’98. Insieme, avevano speso pomeriggi interi in acquisti per le vie di Roma addobbate a festa. Le luminarie infondevano calore. La gente passeggiava, entrando e uscendo dai negozi con i pacchi sotto braccio e la prospettiva del Cenone negli occhi. Il piccolo embrione che era nato in lui quella mattina a Katowice, a poco a poco svanì, si nascose, lasciando il posto a soddisfazioni più immediate e gioie che non aveva mai creduto di poter provare. Irina gli mostrava una particolare tenerezza, riuscendo a sciogliere in lui quella rigidità interiore frutto del suo carattere. Paola pareva moltiplicata per due, invece. Nuove insospettate energie scaturivano da lei lasciandolo ogni volta sbalordito. Con i bambini Down aveva voluto continuare, anche se lui non s’era mostrato d’accordo. “Che t’importa?” le aveva chiesto un giorno “una figlia ormai ce l’abbiamo anche noi. Dobbiamo pensare a lei e basta.” Paola lo aveva guardato un po’ sorpresa. “Quest’adozione non ti ha insegnato niente Giuseppe?” gli aveva risposto. Lui aveva scosso la testa, rifiutandosi di capire.
Anni felici, sì.
La scuola; l’apprendimento della lingua italiana; le nuove amicizie. Una vita che Irina, chissà quante volte aveva sognato nella buia solitudine dell’Orfanotrofio di Riga. La bambina cresceva sana, robusta e felice, e soprattutto incuriosita dai bambini Down che Paola aveva continuato a portare a pranzo ogni domenica. Ne avevano invitati due perfino il giorno che Irina aveva fatto la Prima Comunione, e la bimba si era mostrata entusiasta. Lui aveva avvertito un certo disagio, invece, durante la cerimonia e al ristorante dove s’era svolto il pranzo. Non capiva perché, Irina, che era sana, dovesse mescolarsi così, nel giorno della sua festa, a due bambini che invece non erano normali. Ma aveva lasciato perdere, continuando a non capire.
Sul lavoro, invece, quel maggio del 2001 c’era scappata una nuova promozione. Più importante, questa volta, e più ambita: Responsabile del Segmento Privati. Per l’occasione avevano festeggiato alla grande, e la casa s’era riempita di nuovi colleghi, che si erano aggiunti a Sergio Neri. Il Farnetani Mauro, Direttore di Sede del Settore Aziende e Ilaria Maresca, Titolare dell’agenzia 25 di Viale dell’Arte. Le cene e le feste s’erano moltiplicate e Paola non aveva lesinato energie, senza togliere tempo a Irina e ai bambini Down. Lui non si era più opposto. La carriera lo stava appagando. Irina era una gioia dell’anima. Nella Banca era apprezzato ed anche invidiato. Che poteva chiedere di più?
La porta della camera si aprì.
Era il medico di turno. Insieme a due colleghi e un’infermiera si avvicinò al letto e Giuseppe si alzò lasciando libero il posto. Paola aprì gli occhi, un po’ disturbata dalla luce calante del sole.
- Dottore… - sussurrò. 
- Come andiamo signora? - 
- Bene, grazie. -
- Allora posso anche andare via - disse il medico gettando un’occhiata a Giuseppe.
Paola sorrise, mentre lui usciva nel corridoio a fumare una sigaretta. L’orologio segnava ormai le cinque e tra poco Irina sarebbe stata lì. Passeggiò fino alla sala di attesa. Il sole dorava le poltrone e i tavoli vuoti e lui ritornò a un giorno di quattro anni fa. 
Era stato prodigo di complimenti il Capo del Personale nel comunicargli la promozione. Pacche sulle spalle e frasi di circostanza s’erano sprecate. “La banca ha piena fiducia in lei.” Oppure: “Questa grande famiglia ha da oggi un nuovo funzionario modello.” Oppure: “Siamo certi che lei saprà farsi valere nel buon nome della Banca Commerciale Privata.” Oppure: “Vedrà che la banca sarà generosa con lei. Soprattutto, Dio non voglia mai, nel momento del bisogno.” 
Sentì salire un senso di disgusto solido e opprimente. Chiuse gli occhi e per un po’ li tenne così, stringendo i pugni fino a farsi male. 
Pioveva a dirotto quella mattina di marzo di quattro anni fa, ma niente avrebbe mai lasciato presagire il diluvio che si sarebbe abbattuto su di lui di lì a poco. La banca era piena di gente, i telefoni squillavano e nel salone un vociare confuso faceva da sottofondo alle confidenze scambiate in segretezza nei box tra clienti e impiegati. I due Ispettori erano piombati nel suo ufficio senza neppure bussare. Vestiti entrambi di grigio scuro, parevano due impresari delle pompe funebri. Il Direttore, facendo capolino per un attimo, aveva biascicato: “Vi lascio soli, eh?” poi aveva chiuso la porta.
Era cominciato così, l’Inferno.
Alzando la voce fino ad urlare, i due avevano voluto sapere perché avesse rubato centocinquantamila Euro dal conto corrente di una cliente della banca. Non era vero, naturalmente, e lui s’era difeso. Ma niente. Le urla le avevano sentite anche nel salone. I due lo avevano aggredito. Ed ora, ripensando a quei momenti, “Sei un ladro confessalo!” aveva detto uno. “Ti sei ripreso i soldi spesi per adottare duella bastarda in Lettonia!” aveva sibilato l’altro. Uno gridava, l’altro gli parlava con voce sottile come una lama. I due si alternavano nel copione, battendo i pugni sulla scrivania, alitandogli in faccia, urlando e sibilando di continuo, finché lui non era svenuto, colto da infarto.
Sospirò.
Aveva le mani sudate e non gli faceva mai bene ripensare a quei momenti, ma volle continuare nel ricordo. In fondo, non era niente rispetto a ciò che sarebbe poi accaduto. Era uscito dall’ospedale dopo venti giorni. Paola e Irina lo avevano accompagnato a casa, costringendolo a stare a letto ancora per un po’. “La banca?” aveva chiesto lui. “Ti hanno sospeso” la risposta di sua moglie, che poi, con calma, gli aveva spiegato il motivo. “Qualcuno ha richiesto una carta bancomat a nome di quella cliente. E con quel bancomat, a poco a poco, è arrivato a prelevare centocinquantamila Euro dal suo conto.”
“E io che c’entro?”
“Giuseppe, dicono che la richiesta di Bancomat sia stata fatta dal tuo computer e con la tua matricola.”
Queste parole lo avevano sollevato un po’. Era un fatto squisitamente tecnico, dunque! Nel suo pc transitava una mole di operazioni enorme, molte delle quali fatte da colleghi che lui autorizzava in virtù delle abilitazioni esclusive come Responsabile del Segmento Privati. Certo che la matricola era la sua! Ma l’operazione poteva averla fatta chiunque. E poi…Ricordava, sì. Per due volte aveva respinto quella carta bancomat, e proprio perché lui non l’aveva mai autorizzata.
Il sollievo iniziale si era trasformato rapidamente in ottimismo. 
Paola e Irina gli erano state vicine, e la fiducia di sua moglie aveva contribuito a rafforzare la speranza che le cose si sarebbero chiarite. Ma il colloquio con il Capo del Personale era stato inquietante. L’uomo che aveva speso parole di stima incondizionata non pareva più lo stesso. “C’è poco da fare” gli aveva detto ricevendolo nel suo ufficio. “Le prove sono queste. E sono tutte contro di lei. L’operazione è stata fatta con la sua matricola e nel suo pc.” Un incontro rapido e freddo insieme, che aveva troncato sul nascere tutte le giustificazioni da lui prodotte. E gran parte delle speranze.
Gettò via il mozzicone di sigaretta e si voltò a guardare la camera di Paola. La porta era ancora chiusa e il medico già da un po’ era dentro. Sentì crescere la tensione. 
La banca non lo aveva reintegrato a lavoro, e per di più gli avevano bloccato tutti i conti, e naturalmente lo stipendio. S’erano ridotti a vivere con i soldi che prendeva Paola dalla Vestibene SRL, ma non bastavano. Irina cresceva, le esigenze aumentavano, e Paola, seppur diradando, aveva continuato con i bambini Down di domenica. Erano scomparse solo le cene con i colleghi, forse imbarazzati dalla situazione.
“Ho un nodulo al seno”. 
La frase lo aveva colpito come una frustata in faccia, una mattina di maggio. Era appena uscita dalla doccia, Paola, e si stava tastando la mammella sinistra. Una sensazione di terrore crescente l’aveva addentato facendogli sudare freddo. La visita immediata del medico di fiducia non aveva fugato i peggiori sospetti. E in quella successiva, due giorni dopo, il medico, lo stesso che adesso la stava visitando, aveva confermato dopo un’accuratissima mammografia. “E’ un tumore, ma curabile”.
S’era chiesto tante volte perché, ma senza trovare una risposta. Cosa aveva fatto di male perché il Mondo gli crollasse addosso in quel modo? E Paola? Paola meritava tutto ciò? Era questo il premio per la sua generosità e abnegazione? E Irina? L’avevano strappata a quell’Orfanotrofio che era un lager per darle una vita così? Era giusto?
Domande senza risposta.
Ma forse qualcosa c’era. Qualcosa di grande esisteva, se sua moglie, nonostante ciò e per molto tempo, quasi l’intero ciclo di chemioterapia, aveva continuato ad assistere i bambini Down. Qualcosa di…
Scosse la testa, Giuseppe.
Era cambiato proprio in quei giorni, ora ne era certo. 
Il Capo del Personale l’aveva convocato per un incontro, i Sindacati gli avevano assicurato il loro appoggio, spingendolo proprio loro a quell’incontro. Ma poi non si erano presentati. “Lo vede? Non c’è neanche un sindacalista con lei, stasera. Segno che neppure loro le credono” gli aveva detto il Capo del Personale. Poi s’era appoggiato allo schienale della poltrona e aveva aggiunto: “Confessi. Confessi che li ha rubati lei quei soldi, e la banca sistemerà le cose. Ci metteremo una pietra sopra.” Lui lo aveva guardato, vedendolo forse davvero per la prima volta. “Io non confesserò mai una cosa che non ho fatto, direttore” gli aveva risposto. L’altro aveva sospirato: “Come vuole”. E gli aveva consegnato la lettera di licenziamento. Una settimana dopo, infine, s’era visto recapitare dalla banca la lettera di sfratto dall’appartamento perché in ritardo sul pagamento dell’affitto. Paola, in quei giorni, a fatica camminava, così dimessa dalle cure e dallo stesso male. “Chiedi un prestito ai tuoi colleghi no?” l’aveva esortato. “Chiedilo a Sergio, oppure a Ilaria. Che ti costa? Non abbiamo dove andare, altrimenti.”
I suoi cari colleghi…
Giuseppe rise amaro, ripensando a Sergio Neri che si faceva negare al telefono e non apriva più la porta. Rise amaro ripensando a Ilaria Maresca che gli aveva tolto il saluto. E il Farnetani, con il quale era stato in vacanza a più riprese e la cui figlia era amica di Irina, proprio lui gli aveva detto: “Come faccio ad essere sicuro che me li renderai? E poi, ora non posso. Davvero non posso.”
Si erano dovuti trasferire a Mostacciano, in una casa di quattro stanze, bagno compreso. Una casa umida e fredda, che non si addiceva alle condizioni di Paola. Paola che peggiorava a vista d’occhio ed era preoccupata non per sé, ma per i bambini Down che non poteva più assistere come avrebbe voluto.
Sì, c’era qualcosa di grande in lei che a poco a poco aveva cominciato a fare breccia dentro di lui. Ed anche Irina in qualche modo aveva contribuito. Nei suoi occhi c’era un amore senza confini né compromessi, quando stava coi bambini Down. Lei l’aveva provato l’Orfanotrofio. Lei sapeva. Paola era invece capace di calarsi negli altri e di capire le altrui difficoltà. Nel caso dei bambini Down, i disagi di una vita rinchiusa in quattro pareti, li aveva fatti propri, fin quasi al punto di viverli. Per strade diverse, l’amore aveva raggiunto entrambe, spingendole ad agire. A fare qualcosa di utile. In quei giorni, però, anche lui aveva cominciato a capire. E una domenica, una domenica che Marcellina gli aveva sorriso, quando s’era allungata sulla sedia per dargli un bacio sulla guancia, e lui aveva sentito, in quel bacio, di quanto amore fosse capace una bambina Down. E le aveva restituito il bacio senza provare alcun imbarazzo.
La porta della camera si aprì e il medico uscì seguito dal codazzo. Lui si avvicinò a grandi passi.
- Che mi dice dottore? -
L’uomo scosse il capo, sconsolato.
- Si faccia coraggio - disse - non arriverà a domani. -
Ecco, adesso la vita stava davvero per crollare. 
Un futuro che sembrava radioso s’era invece messo improvvisamente di traverso. La banca, la carriera, l’adozione, il licenziamento e il tumore al seno di Paola. Tutte cose che, a un certo punto, però, era parso che potessero tornare nuovamente a posto. Ancora un Avvocato, Ferruccio Riva, aveva dapprima preso a cuore il caso di Giuseppe e poi gli aveva fornito addirittura i soldi per far operare Paola a Parigi. Sì, la vita, dopo tanto soffrire, sembrava si stesse di nuovo riconciliando con loro. Riva s’era mosso subito, denunciando la banca e i due ispettori, e poi aveva chiesto una perizia giurata sui sistemi di sicurezza informatica adottati dalla Banca Commerciale Privata SpA, all’epoca dei fatti. Ed era stato allora, dopo queste richieste, che la banca aveva chiesto una transazione. “Giuseppe, ce l’abbiamo fatta” la telefonata gli era giunta proprio a Parigi, il giorno dopo l’intervento alla mammella di Paola. “Come?” lui aveva risposto frastornato. “Stanno facendo marcia indietro, ed ora vogliono scendere a patti con noi.” Paola nei giorni successivi era migliorata decisamente. Erano tornati a casa in una radiosa mattina di luglio, l’Avvocato li aveva attesi a Fiumicino e nel tragitto fino a Mostacciano aveva illustrato la situazione. Ci sarebbe stato un processo, naturalmente, ma non subito. Intanto, però, la banca stava pensando di sbloccare i conti. “Bene” lui aveva detto “le renderò i soldi, avvocato.” 
Invece, adesso la vita crollava. 
Si sentì tremare le gambe, mentre entrava di nuovo in camera. Il pomeriggio si avviava a morire e lui non aveva ormai più molto tempo da spendere con Paola. Sentiva gli occhi umidi, ma si asciugò prontamente nell’udire la voce di Irina dietro di sé. 
- Papà. -
Il nero dei suoi occhi formulava una domanda.
- Vieni - lui le disse.
Paola sembrava faticare di più col respiro, ma aprì gli occhi e sorrise nel vedere la figlia.
- Amore - ansimò.
Giuseppe incontrò lo sguardo di Irina e scosse la testa. Il volto della ragazza s’impietrì. Era stata sempre coraggiosa. Insieme a Paola, aveva ripreso a poco a poco l’assistenza ai bambini Down, conciliando senza problemi l’impegno con la scuola. Ma era durata poco. Paola, che sembrava rifiorire ogni giorno di più, s’era di nuovo ammalata prima di Natale.
“Linfoma non Hodgkin” era stata la sentenza, questa volta.
Lui si sentì mordere il cuore. Adesso lei voleva alzarsi sul letto per abbracciare Irina, e la vide tendere la mano e tentare di appoggiarsi sul gomito.
- Ti aiuto io - le disse e l’afferrò, tirandola su con tutte le forze. Era floscia, quasi abbandonata, ma negli occhi ebbe un nuovo lampo di vita. Lui la tenne, mentre Irina l’abbracciava, gli occhi lustri e le labbra serrate.
Com’era atroce la vita!
Di nuovo la chemioterapia; di nuovo la paura e l’angoscia giorno dopo giorno. Aveva dovuto farsi forza e mostrarsi sereno, sempre e comunque. Di pari passo con l’evoluzione incoraggiante del suo caso, la salute di Paola invece peggiorava. I conti erano stati sbloccati, sì, ma lei non lavorava più, e presto i soldi sarebbero finiti. Ferruccio Riva li aveva aiutati ancora. “Mi restituirai tutto se vinceremo il processo” gli aveva detto mettendogli in mano un assegno di diecimila Euro.
Il processo, sì.
Proprio oggi, forse ora, si stava svolgendo il processo.
Giuseppe sospirò. Aveva adagiato Paola sul cuscino e le prese la mano tra le sue. Irina le stava carezzando il viso, intanto. I raggi del sole filtravano dalla finestra, schizzando di oro brunito le lenzuola del letto. Presto gli alberi avrebbero coperto il sole e con esso la luce. 
- Chi si occuperà dei bambini dell’Orfanotrofio? - sussurrò Paola.
- Io - lui disse.
La voce gli uscì decisa, netta. Lei lo guardò, e un nuovo sorriso le animò il volto e quegli occhi che erano stati belli e ricchi di luce e di vita.
Sì, l’anima di lei splendeva, oltre quegli occhi. La poteva vedere, adesso, in tutta la sua profonda bontà. Quanti altri pomeriggi aveva trascorso insieme a lei, gli sguardi d’innamorati persi nel niente, ma senza andare oltre, senza vedere, con assoluto chiarore, quanto Paola fosse bella dentro. Quanto avesse da regalare agli altri. Ci voleva la morte, quella morte che presto l’avrebbe ghermita, proprio la morte ci voleva affinché lui vedesse e capisse. E lui aveva capito e raccolto, come un’eredità, tutto l’amore di cui lei era capace. 
-.Ci penserò io ai bambini - ripeté. - Insieme a Irina. Finché tu non sarai guarita, amore mio. -
Paola sospirò e tornò a chiudere gli occhi.
Dall’altra parte del letto Irina cominciò a piangere sommessamente, finché i singhiozzi trattenuti non presero a scuoterla. L’avrebbe abbracciata per farle coraggio, ma non voleva lasciare la mano di Paola che si stava facendo più fredda.
- Il processo, Giuseppe - lei sussurrò a fatica. - Ma non avevi il processo, oggi? -
- Sì, amore mio - le rispose. - Ma ho preferito passare questo pomeriggio con te. - 
Lei annuì, muovendo appena la testa, poi chiuse gli occhi. Poco a poco il respiro si fece più lieve, sempre più lieve. E la stretta che lui sentì alla mano, una stretta debole, breve e disperata, fu l’ultimo gesto di vita che lei gli regalò.
Irina piangeva a dirotto, adesso, con le braccia avvinghiate al collo di Paola, come se volesse, in qualche modo, strapparla a quel letto di morte. Lui si alzò, impietrito e incapace di provare più alcuna emozione. Sentiva un gelo dentro mai provato prima e senza accorgersi di nulla uscì nel corridoio.
Sì, era davvero finita. Non riusciva a pensare ad altro.
E in quel momento il cellulare squillò.
- Giuseppe! Giuseppe! - la voce dell’Avvocato Ferruccio Riva gli bucò gli orecchi come uno spillo. 
- Sì - rispose in trance.
- Giuseppe sei stato assolto! -
- Come? Assolto? - non capiva.
- Sì! Sì! - esultò l’avvocato. - Sei stato assolto con formula piena. Capito? Formula piena! -
- Grazie - riuscì a dire.
Troppo tardi, pensò poi.
- Che c’è Giuseppe? Non sei contento? -
- Sì... Sì. Certo che sono contento, avvocato. -
Paola non lo saprà mai, pensò ancora. 
O forse sì? Forse…Chissà, da qualche parte adesso lei lo stava vedendo e aveva sentito tutto. E forse lei lo avrebbe visto. Nei prossimi giorni lo avrebbe visto, andare là, sul lungotevere Portuense, e abbracciare i bambini Down ad uno ad uno. E poi l’avrebbe visto prendersi cura di loro, proprio come aveva fatto lei per tanto tempo.
Sospirò e solo allora si accorse di avere ancora in mano il cellulare. 
- Grazie avvocato - ripeté. 
- Ma figurati. -
- Per i soldi…Non si preoccupi, glieli darò. -
Ci fu un attimo di silenzio dall’altra parte. 
- I soldi non li voglio, Giuseppe - rispose Ferruccio Riva.
- Ma…Come… Avvocato abbiamo vinto… Eravamo d’accordo…-
- Non li voglio e basta. -
Per un momento nessuno dei due parlò. Poi…
- Non vai a dirlo a Paola? - 
- Paola è morta. -
Ferruccio Riva tacque, e sembrò che stesse trattenendo un singhiozzo anche lui.
- Mi dispiace - disse infine. - Mi dispiace tantissimo. Vengo subito da te. -
- Sì…Grazie. - 
Giuseppe spense il cellulare e rientrò in camera. Irina singhiozzava ancora. Disperatamente abbracciata al collo della madre, pareva volesse fondersi in lei. Lui la guardò per un lungo, doloroso istante, poi lasciò andare le lacrime. E tutta la rabbia, il dolore e la disperazione accumulate fin lì, tracimarono in quelle lacrime, finché di lacrime non ne ebbe più, se non quelle più dense e amare che gli bruciavano l’anima e non potevano scorrere.


“Dedicato a Giuseppe e Anna Paola”

 
 


VIGILIA DI NATALE

Sentì il profumo alitare intorno a sé. Un ansito lieve, denso e dolce come l’aroma dei fiori di campo, tritati e mescolati e poi fusi in un amalgama delicato. Un odore mielato e ruffiano, come l’aria di primavera che carezzava i campi fioriti. Il profumo di lei il giorno del loro matrimonio. Con fatica spense il computer, rimasto acceso dopo il lavoro del pomeriggio. 
Per oggi basta, pensò.
La luce verdastra della lampada da tavolo schizzava fluorescenze vitree sulla tenda di fronte e sulla terrazza che dava nel giardino. Si stirò le braccia. Sentiva una stanchezza solida e opprimente. Girò lo sguardo intorno a sé, e dalla libreria, zeppa di libri di ogni genere, ne prese uno e con delicatezza sfogliò le pagine, leggendo qua e là periodi a caso. 
Il profumo era ancora nella stanza e le immagini di lei gli tornarono in mente. 
I capelli neri, raccolti e punteggiati di fiori bianchi. Gli occhi cangianti, d’un marrone autunnale, che lo guardavano sorridenti e speranzosi. I denti candidi, scoperti in un sorriso lucente, brillavano al sole di quel mattino di maggio. L’abito da sposa non aveva lo strascico, ma due bambini seguivano gli sposi portando le fedi su cuscini di raso. Il profumo lo aveva raggiunto sulla porta della chiesa, quando il suocero gliel’aveva affidata smozzicando due parole: “Abbine cura.”.
Sospirò.
Non poteva più stare lì dentro e dunque uscì in fretta dallo studio, ma senza spegnere la luce. Poi, una volta nel corridoio, aprì la porta e si tuffò nella sera di dicembre. Il freddo non lo prese. Scese la scalinata di marmo, raggiunse la porta che dava nel salone al piano terra, poi attaccò la spina della corrente alla presa esterna e il bagliore di tante piccole luci avvolse d’incanto l’abete.
Natale, pensò.
Dalla strada giungevano i rumori della gente diretta in chiesa per la Messa di mezzanotte. Guardò là, distratto, poi tornò con gli occhi sull’abete. Le luci zampillavano di rosso, verde, giallo, blu e bianco. Salivano su, rincorrendosi tra i rami e le decorazioni, per nascondersi alla vista e riapparire di nuovo, come tanti scoiattoli fosforescenti. 
A lei piaceva l’albero di Natale.
Il primo anno di matrimonio ne avevano comprato uno vero e poi lo avevano addobbato nell’ingresso della loro casa, quella che avevano acquistato per viverci insieme tutta la vita. Un appartamento spazioso che aveva anche un piccolo giardino e lui adesso ricordò quanto lei avesse sempre desiderato un giardino più grande. “Un parco” diceva sempre. “Mi piacerebbe un parco, con tanti alberi e i cavalli. Ed anche daini e cervi”. “Ma dovrai mantenerlo” lui le diceva. “A questo ci penserai tu” e la risata di lei saliva nell’aria come un suono d’arpa. L’abete di quel primo Natale l’avevano poi piantato nel poco spazio che il giardino consentiva, ma l’albero si era ammalato. Scosse la testa, carezzando il tronco, mentre seguiva con lo sguardo il rincorrersi delle luci tra i rami. Erano questi i momenti in cui lavorava di più. La mente correva libera e sfrenata. La fantasia tracimava, stuzzicata da un piccolo particolare, come una frase, un pezzo di musica o un profumo. Il mondo intorno a lui spariva, per confondersi in un palcoscenico immaginario sul quale vedeva scorrere la storia che avrebbe scritto. 
Quando non scriveva elaborava. 
Rabbrividì. 
Di solito il freddo non lo disturbava, ma la serata era più rigida del previsto. L’abete troneggiava sul lato ovest del giardino e il suo profumo, acuto e fresco come l’aria intorno, pareva confondersi con lo stesso profumo di lei quando si erano sposati. 
La storia era lei e il loro matrimonio, che altro avrebbe potuto raccontare? Un’esperienza dolce e appuntita. Come il profumo di lei e dell’abete mescolati in una pozione magica nel pentolone del mago. 
Una magia, sì. 
Si staccò dall’albero e prese a camminare nel giardino. L’aveva rimesso a nuovo lo scorso inverno, un anno dopo che si era stabilito definitivamente nella casa. In questa casa che era di lei e che lei amava particolarmente perché le ricordava la sua infanzia e l’adolescenza. Un periodo tribolato, con il padre a più riprese vicino alla morte e lei che aveva dovuto crescere in fretta, ma senza perdere la sua dolcezza né lasciarsi contaminare dalla vita. 
Ciao!
Aveva letto questa parola nello sportello del suo armadio di camera, quando si erano fidanzati ufficialmente. E poi lo aveva visto scritto un po’ dovunque. Era una specie di approccio verso gli altri, più che un saluto. Un modo di presentarsi e di chiedere e dare confidenza. Un carattere docile aveva pensato all’inizio, ma poi aveva scoperto quanto invece lei fosse capace di farsi valere, di mostrare anche le unghie. Lei, che amava gli animali. L’aveva vista piangere guardando un documentario che mostrava un falco ferito a un’ala e poi l’aveva vista fremere osservando i cavalli in un maneggio. 
Chiuse gli occhi.
Dove si trovava ora, sotto la pergola, aveva sistemato un tavolo lungo. La pavimentazione era stata rifatta in cotto ed ora ci si poteva camminare in modo decente, con il tavolo più stabile, e non come prima che zoppicava sempre da una parte. Sistemare il giardino gli era costato tre mesi di duro lavoro. Prima di tutto le rose, che a lei piacevano in modo particolare. Aveva tolto quelle più piccole per sostituirle con altre dal fiore più maestoso. Ora, il muretto di fronte all’ingresso della casa, era interamente coperto da un groviglio di rami e spine che in maggio, il mese del loro matrimonio, esibiva un trionfo di petali profumati che stordivano i sensi.
Svoltò a sinistra della casa. Il lavoro era proseguito lì, quando nel mese di ottobre aveva demolito il pavimento ormai disastrato sostituendolo con un prato di dicondra. Il muretto era ornato di vasi che ora s’indovinavano nella penombra della luna. Vasi vuoti, ma in attesa dei garofani, già pronti per essere piantati appena fosse stato gennaio. Ricordava ancora la scorsa primavera. Le rose, i garofani, le petunie e i tulipani, che lui aveva sparso un po’ dappertutto intorno all’abete, esalavano al vento i loro profumi fino alle finestre dello studio. 
Era stato allora, a maggio, che gli era venuta l’idea di scrivere la storia. 
La casa, solitaria e disposta su due piani, era stata ristrutturata per ospitare al piano terra il soggiorno e l’ampio salone, lasciando il piano superiore allo studio e alla zona notte. Oltre a quella esterna, una scala interna, a chiocciola, conduceva in un disimpegno spazioso dalle pareti coperte di quadri. A lei era piaciuta l’idea di avere due scale. Quella esterna la riportava agli anni trascorsi lì, coi suoi genitori, prima di conoscere l’uomo della sua vita. L’altra, quella a chiocciola…”Sarà la nostra scala segreta, amore mio” gli aveva detto quando era ancora in fase di progetto, poi lo aveva baciato e lui aveva colto, dalle sue labbra umide e carnose, il sapore di quel profumo, quello del loro matrimonio.
La gente continuava ad andare verso la chiesa e qualcuno intonò Bianco Natale, ma le note si persero coperte dal rumore di un’auto in corsa. Lui si mosse. Non voleva entrare nel soggiorno dall’ingresso posteriore, ma solo ritornare all’abete e alle sue luci. Nel chiarore della luna, la pergola gli apparve rachitica con i rami scarni e contorti in un abbraccio scheletrico e disperato. A lei sarebbe piaciuto curare un po’ di più la vite, ma lui si era dimostrato incapace. 
Una punta di rimorso adesso lo assalì. C’era abituato, arrivava sempre nei momenti più impensati. Era stato proprio tre anni fa che lei aveva perso entrambi i genitori. Un incidente d’auto, in una giornata di pioggia. Il suo dolore, crudo e feroce, non era mai tracimato oltre quella barriera insuperabile di dignità che aveva innalzato dopo la disgrazia. E in quei giorni lui aveva sentito di amarla ancora di più, per questo tornava il rimorso ogni volta che ripensava alla vite. 
Per questo ed altro. 
“Se per te va bene” le aveva detto dopo un po’ di tempo “potremmo stabilirci là, a casa dei tuoi.” Lei lo aveva guardato, e negli occhi le era di nuovo comparso quel sorriso che conosceva e che sembrava essersi perso con il dolore della morte. “Oh sì!” aveva esclamato e poi gli si era stretta forte contro.
Tre anni fa, lui pensò, nel mese di dicembre. 
Non c’era stato albero di Natale quell’anno, ma lei aveva subito espresso il desiderio di farlo in questo giardino, quando si fossero trasferiti qui. “Perché andremo a stare in casa mia, vero?” gli aveva chiesto, come colta da un dubbio, mentre si scioglieva dall’abbraccio per fissarlo dritto negli occhi. 
“Te l’ho promesso, no?” l’aveva rassicurata.
Si accostò alla vite e prese a carezzarne i rami. Erano secchi e la corteccia si sfaldò al tocco lieve delle dita. Nonostante l’incuria, la pergola non era morta e lui, negli ultimi tempi, aveva cominciato a interessarsene. S’era deciso a potarla in gennaio. O febbraio? non ricordava bene. Poi s’era riproposto di prendersene cura per far felice lei. Era stato bello progettare la ristrutturazione della villetta. L’avevano fatto insieme, di comune accordo, come d’accordo avevano deciso di avere un figlio. Mesi felici, in cui lei aveva trovato di nuovo il sorriso che pareva ormai perso. Così era nata l’idea della doppia scala, legata all’esigenza di avere al piano terra un reparto giorno. Per lo studio avevano consultato riviste di ogni tipo. “Dovrà essere degno di uno scrittore di fama” diceva sempre lei guardandolo con un’espressione orgogliosa, mentre lui si limitava a sorridere.
Sentì arrivare le lacrime.
Uno scrittore di fama, pensò.
Progettare la casa, seguire i lavori e a tempo perso scrivere, gli era riuscito tutto così bene, e così perfettamente in sincronia, che certe volte le giornate parevano non finire mai. Aveva l’impressione che il tempo si fosse dilatato, per consentirgli di tenere in piedi tutte quelle attività contemporaneamente. Solo la maternità sembrava non decidersi a venire. “Non siamo capaci” piagnucolava lei, delusa ad ogni test negativo. 
“Ma no, amore mio” la rassicurava carezzandola. Finché facevano l’amore nella penombra della camera, in quella casa dal minuscolo giardino che doveva essere per sempre. 
Il freddo stava aumentando, se ne accorse all’improvviso e subito si pentì di non aver indossato il giaccone di pelle. Ma non gli andava di salire, preferiva restare ancora fuori, in pantaloni di velluto e maglione a coste, per respirare l’aria pungente di quella notte e magari, sì, magari trovare anche un’idea brillante per finire il romanzo.
La storia di lei.
No, non quello che stava scrivendo tre anni fa e per il quale Baldini & Castoldi gli avevano sottoposto un contratto sontuoso. Quello lo aveva abbandonato. Chiuso in un cassetto, senza più alcuna speranza di rivedere la luce, proprio nel momento in cui, nonostante tutto, la scrittura stava andando a gonfie vele.
Il ricordo di quel pomeriggio d’estate tornò puntuale ad aggredirlo. 
Il ginecologo le aveva consigliato delle analisi e loro si trovavano nello studio medico, quel venerdì assolato e caldo, con la speranza di una bella notizia. Ma il ginecologo aveva scosso la testa. “C’è qualcosa che non mi convince, in queste analisi. Sono troppo sballate”. Poi li aveva guardati entrambi. “Andranno ripetute” aveva concluso. Quel giorno non era stato che l’inizio, e aveva calpestato, per prima cosa, la speranza che lei fosse finalmente incinta. 
“Ho qualcosa che non va?” aveva continuato a chiedergli da allora. “Ma no tesoro” le rispondeva lui stringendole la mano. Aveva sempre bisogno di essere rassicurata. Lo guardava con quei suoi occhi grandi e lui si sentiva frugare dentro l’anima. Chiedevano, quegli occhi. Interrogavano. Volevano sincerità. “Vedrai che presto il bambino arriverà” le diceva, e l’idea la faceva di nuovo star bene. 
Nella penombra rischiarata dalla luna adesso sorrise. Una smorfia, accompagnata da movimenti delle braccia per scacciare il freddo, mentre con la mano tastava il ramo di vite scorticandone un altro pezzo. Le nuove analisi non furono pronte che a settembre. Un‘estate caldissima era appena trascorsa e lei appariva, alle soglie dell’autunno, un po’ smagrita e affaticata. Si tenevano per mano, quella mattina, dandosi occhiate di traverso, mentre il ginecologo sfogliava le analisi e corrugava la fronte. “Non c’è tempo da perdere” disse bruscamente dopo un po’. “Bisogna ricoverarla subito”.
Ecco, era cominciata così.
La casa da ristrutturare, il romanzo in gestazione, la ricerca di una maternità, tutto chiuso. Finito in un solo attimo e con una sola frase. 
“Si tratta di linfoma non Hodgkin”. 
Le parole dell’ematologo, il primo giorno di ospedale, lo annientarono. Ed ora gli tornarono in mente frustrandolo di nuovo. Sì, avrebbe pianto, sentiva già gonfiarsi gli occhi. Gli stessi occhi che avevano evitato con cura di guardarla nel darle la notizia. Perché lei voleva sapere, lei non si nascondeva. “E’ solo all’inizio” aveva aggiunto, sorridendo per confortarla. “Ti cureranno e presto guarirai. Lo ha detto il Primario”. 
Tutte balle, pensò ora, con le lacrime che scendevano giù.
Strano, ma non sentiva più il freddo. Alzò gli occhi al cielo, lassù, dove nuvole rade si stavano addensando. Il biancore etereo della luna era scheggiato di grigio, mentre le stelle, ad una ad una, sparivano nella coltre nerastra.
Nevicherà, pensò.
A lei piaceva la neve, e nevicava anche la sera che…La sera in cui…
Non le restavano che tre mesi di vita, ecco una cosa che le aveva taciuto. Ecco un nuovo rimorso. Ma non voleva rovinarle il regalo che le stava preparando in quei tre mesi. La casa della sua adolescenza. Una corsa contro il tempo, che lui aveva intrapreso unendo i suoi sforzi a quelli del muratore, mentre lei, sua moglie, si spegneva poco a poco, come una candela nella notte. La testa calva, la parrucca nera come i suoi capelli, le forze che le andavano via, nelle braccia smagrite, nelle guance affossate, in quel viso un tempo bellissimo ed ora impaurito, dove solo gli occhi, quegli occhi color bosco d’autunno parevano splendere di più, a mano a mano che il tempo scorreva. “La chemioterapia ti guarirà” le diceva sempre. “E quando andremo ad abitare a casa tua, faremo finalmente un bambino” .
Sì, ce l’aveva fatta. Era tornata ad abitare nella casa della sua adolescenza tre settimane prima di Natale. Mancavano alcune rifiniture, naturalmente, ma il mobilio era a posto. Lui si era avvalso di una ditta di traslochi, seguendo personalmente la disposizione dei mobili, che fosse come aveva concordato con lei, quando ancora il progetto era in fase di sogno e niente più. La grande scala interna, in noce, si dipanava dal reparto giorno, il salone dabbasso, inerpicandosi su, fino al disimpegno che dava nello studio e nelle camere. Lei aveva pianto di gioia quel giorno, nel vedere il pavimento di marmo lucido, le lampade a muro dalle luci soffuse e le porte coi vetri all’inglese. E lui l’aveva stretta a sé, tenendola forte che non cadesse in terra. 
Era stato allora che aveva comperato un registratore tascabile.
Voleva registrare la sua voce finché fosse stato possibile, un ricordo da custodire nel tempo in quel piccolo scrigno a batteria. Con gli anni, una volta finito tutto, le lacrime asciugate e i ricordi ormai polverosi, anche la voce di lei si sarebbe affievolita, per perdersi nei meandri della memoria. E lui questo non lo voleva. Paola aveva un timbro così bello, così argentino, che la casa si riempiva all’istante non appena pronunciata la prima parola. “Buongiorno” diceva nel silenzio e il silenzio di colpo spariva. “Riccardo” diceva anche, quando lo chiamava. Oppure “Ricky”. E questo bastava a illuminare di suoni l’ambiente intorno. Ma si era insospettita appena visto il piccolo registratore. “A che ti serve Ricky?” gli aveva chiesto. Colto di sorpresa lui aveva balbettato qualcosa, prima di trovare una spiegazione plausibile. “Mi serve per costruire un dialogo nel romanzo che sto scrivendo” le aveva detto infine. Ma il romanzo era ancora lì, e Baldini & Castoldi avrebbero aspettato chissà quanto per averlo. Non aveva più la testa per continuare a scriverlo, non lo sentiva più dentro di sé. Dopo i primi giorni di fragile felicità, segnati dal ritorno in quella casa, una cupa disperazione aveva iniziato a far presa su di lui, a mano a mano che il tempo scorreva. Le conversazioni con Paola, puntualmente incise su nastro, lo allietavano, sì, ma sempre meno. La sua voce si affievoliva, perdeva smalto. E sovente, dopo una frase particolarmente lunga, lei riprendeva fiato lasciando a lui il compito di colmare quei vuoti di parole. “Ce la farò?” questa domanda, formulata spesso alla ricerca di un’assicurazione, cessò dopo la prima settimana. Fu in un certo senso un sollievo per lui, costretto sempre a mentire, a recitare, per esprimere una serenità che non provava, ma indispensabile a tranquillizzare lei. Furono i ricordi a prenderne il posto. “Ricky” gli aveva detto in una mattina di sole “rammenti il nostro primo albero di Natale?” Lui aveva acceso il registratore prima di rispondere “Ma certo tesoro, perché?” Si trovavano nello studio, e della porta finestra si vedeva il grande abete sull’angolo del giardino. “Mi piacerebbe addobbare quello, quest’anno” lei aveva detto indicando l’abete. Poi avevano parlato di quel Natale e di quando si erano conosciuti e del loro primo Natale da fidanzati. Rievocare quei giorni le faceva bene. Parlare delle loro passeggiate per la città, in quei primi mesi di fidanzamento, sembrava infondere a Paola nuova linfa. Lui lo vedeva: ogni giorno il suo volto era più sciupato, più pallido e smunto. E tuttavia, conversare della loro storia, sempre puntualmente incisa in quelle bobine minuscole, la faceva sussultare di nuova energia. Gli occhi le splendevano, mentre lo sguardo si perdeva lontano, come alla ricerca di immagini e sensazioni incollate nel tempo. Lui si sentiva in bilico, invece. Incantato dalla voce di lei, sempre più tenue ma ancora dolce e limpida come una fontana d’inverno, stava sospeso tra un esile panorama di felicità e un abisso di disperazione. L’avrebbe persa, lo sapeva. Ascoltarla, e custodire per sempre la sua voce, le sue esclamazioni, i suoi piccoli gridi di piacere e i sospiri affaticati, un po’ lo confortava e lo riempiva di angoscia al tempo stesso. A volte si sentiva un ladro. Riascoltare in seguito quelle bobine, e le parole di lei, sarebbe stato come averle rubato l’anima in un disperato gesto di personale egoismo. Ma proprio quelle lo avrebbero aiutato a vivere.
Il primo fiocco di neve gli ballonzolò davanti. Si agitò nell’aria, coccolato dal respiro del vento, poi cadde in terra ai piedi della vite. Ma non si sciolse.
Era cominciata così anche quella sera, lui pensò.
Una vigilia di Natale atroce, che già dalla mattina si era mostrata in tutta la sua drammaticità. La chemioterapia era stata sospesa, le condizioni di Paola erano peggiorate negli ultimi giorni, e lui non aveva fatto altro che pensare ai tre mesi pronosticati dal Primario e alla loro imminente scadenza. Lei aveva bisogno di essere accudita. Lui la lavava, le pettinava i capelli ancora radi e scarmigliati, carezzandoli e lisciandoli. “Torneranno belli come prima” le diceva, mentre l’angoscia, un’angoscia liquida gli cresceva dentro, giorno dopo giorno. “Quando lo finirai quel dialogo?” la domanda lo aveva colto di sorpresa, quella mattina. La voce fioca, come un ansito, lo aveva scosso subito. Il piccolo registratore era nello studio, ma la voce di lei lo aveva dissuaso dal continuare ad utilizzarlo. “Credo di aver quasi finito” le aveva risposto. Una menzogna. Lei non aveva mai saputo che lui aveva smesso di scrivere. “Sarà bello il romanzo?” gli aveva chiesto. “Bellissimo, sì” le aveva risposto. Poi si era voltato verso la finestra ricacciando dentro le lacrime.
Quelle lacrime che ora sentiva scendere giù, copiose e irrefrenabili. I fiocchi scendevano già numerosi, in fondo al giardino l’albero brillava a intermittenza e il profumo di lei giunse all’’improvviso. Sempre il solito, quello del matrimonio, lo stesso che le regalava sempre e con il quale l’aveva profumata fino alla fine. C’era quel profumo dolcissimo anche la vigilia di Natale. Lambiva i sensi e bucava la mente e il cuore, mentre il giorno avanzava, fuori il cielo si scuriva e le nuvole danzavano in alto, pronte ad aprirsi per lasciar cadere la neve. Dalla porta finestra dello studio si vedeva l’albero, e lei aveva voluto vederlo. Uno sforzo indicibile per entrambi. Paola a stento muoveva le gambe ossute, e lui aveva faticato a sostenerla, nel tragitto che dalla camera conduceva lì, nello studio e davanti ai vetri che davano in giardino. L’albero illuminato sfidava la notte, la neve fioccava impietosa, e lui aveva pensato ad un altro albero di Natale, il primo del loro matrimonio, che si era consumato nel mese di dicembre, proprio come si stava consumando lei.
“Sono stanca” aveva detto dopo un po’.
“Ti porto a letto”.
No, non aveva registrato queste frasi. Sussurri flebili, che neppure un registratore ultrasensibile avrebbe potuto captare. L’aveva adagiata sul letto, aiutandola a coprirsi, e di nuovo quel profumo era salito su, dolce come gli occhi di lei, posati sui suoi, incollati, aggrappati a qualunque espressione di lui che potesse rassicurarla ancora una volta. Più tardi, quando i suoni delle campane chiamarono la gente a Messa e la gente intonò Tu scendi dalle stelle, più tardi lei gli fece cenno di accostarsi.
“Riccardo, grazie!”.
Parole sfumate e volate via. Parole che avevano riempito la stanza, mentre si chinava su di lei, le mani sui suoi capelli, la bocca sulla bocca di lei, in un ultimo, definitivo e disperato bacio. 
“Grazie di tutto!”.
Si portò le mani agli occhi e si asciugò. Adesso poteva vedere meglio l’albero di Natale e il guizzare delle luci in mezzo ai rami già innevati. 
Come tre anni fa, pensò.
Paola gli era spirata tra le braccia, continuando a fissarlo negli occhi. Uno sguardo sereno, coraggioso, e cangiante come il verde di un Presepe o l’acqua di un ruscello. 
- Oddio Paola quanto mi manchi! - gridò nella notte. 
Ma le parole si persero.
L’aveva accudita e preparata lui. Vestita del suo abito migliore, cosparsa di quel profumo dappertutto, l’aveva di nuovo pettinata, carezzata, poi aveva chiamato le Pompe funebri. E a loro aveva lasciato il resto, restando a vegliarla tutta la notte e la mattina dopo, fino al pomeriggio, fino all’ultimo spiraglio di luce che si chiudeva oltre il coperchio della bara. 
Le campane suonarono in lontananza. Adesso la neve scendeva copiosa, ma lui non si scosse. Sentiva il bisogno della sua voce, ma ricordò di non avere con sé il piccolo registratore. Si mosse allora verso la scalinata di marmo, salì i gradini ed entrò in casa. Il registratore era nello studio. Lo prese e inserì una bobina, una delle prime registrate, quando la voce di lei era ancora il pizzicare di un’arpa. 
“Ricky” diceva la voce “mi prometti che farai l’albero di Natale quest’anno?”
Il fruscio del nastro non copriva le parole.
“Certo, amore mio”.
“Sei tanto caro. Sapessi che piacere mi fa l’albero qui in giardino. Mi ricorda quando ero ragazzina.”
Schiacciò il pulsante, incapace di ascoltare ancora quelle frasi che ormai conosceva a memoria. Nelle tre settimane vissute lì avevano ricordato molto del loro passato. Il fidanzamento e i primi baci. I primi litigi, seguiti subito da riappacificazioni dense di scuse e nuove promesse. Le passeggiate per la città, lei che non parlava, timida e come impaurita. “E’ che mi fai sentire scema” gli diceva sempre. “Scema?” rispondeva lui. “Oggesù”.
Il fidanzamento ufficiale era stata una vera festa, ne avevano parlato a lungo, soprattutto i primi giorni, quando ancora lei non si era abituata a quanto fosse diventata bella e accogliente la casa della sua adolescenza. Era stato allora che gli aveva ricordato del giardino. 
“Bisognerebbe curarlo un po’ di più” aveva detto. 
“Vedrò cosa posso fare”. 
“Non ti piace il giardino vero?” gli aveva chiesto lei, carezzandolo sulla guancia. Scorgere nei suoi occhi un velo di tristezza era stato come un lampo. “Ma no! Che dici” l’aveva rassicurata, ma lei aveva ragione. 
Il giardino, pensò.
Dopo il funerale non era riuscito a vivere in questa villetta e subito s’era di nuovo trasferito nel vecchio appartamento, quello che avevano acquistato prima di sposarsi. Ma lì, in quelle stanze semivuote, non era riuscito a vivere. Tutto gli ricordava i primi anni vissuti con Paola. La prima cena che lei aveva preparato. I passi di lei nel corridoio e quel suo modo di dirgli le cose, da una stanza all’altra, cosicché lui non capiva mai e spesso finivano con il litigare. E poi di nuovo la pace, la camera matrimoniale e l’amore consumato con furia feroce. E di nuovo l’amore, poi, più pacato e profondo. I muri erano intrisi di lei e del suo profumo, che pareva non volersi staccare mai dalle stanze. No, non era riuscito a viverci per più di un mese, poi aveva fatto ritorno alla villetta.
Ma anche lì era stata dura.
Tutto gli ricordava quelle ultime tre settimane. Aveva provato a modificare la disposizione dei mobili, spostando persino la sua camera, ma i primi mesi era stata dura ugualmente. La casa era vuota e niente l’avrebbe riempita. Ma lì c’erano solo i ricordi di quelle tre settimane, che poco a poco, ascoltando le bobine registrate, divennero momenti familiari. Col tempo si abituò a quei momenti, a tal punto che, riascoltare la voce di Paola divenne un’abitudine. Un appuntamento. Con i mesi, la casa tornò ad essere accogliente, e lui cominciò in qualche modo a sentirla sua. E poi, il profumo. Il profumo del matrimonio non lo sentiva dappertutto come nell’altra casa. Qui, nella villetta che l’aveva vista adolescente, quel profumo compariva ogni tanto, sempre in luoghi diversi e sempre nei momenti più impensati. Era stato grazie a questo che aveva cominciato ad interessarsi al giardino. Ma tutto era accaduto dopo, trascorso il primo anno senza di lei, quell’anno dalla casa fredda, il giardino incolto e senza albero di Natale.
L’anno scorso, lui pensò, il secondo senza lei. 
Era stato allora che il suo interesse per il giardino era esploso, così, senza una spiegazione logica. Forse qualche frase di Paola, riascoltata al registratore, forse proprio questo, un desiderio…”Come sarà bello il nostro giardino fiorito, già lo vedo” forse erano state queste parole a far scattare la molla. Ed anche il suo profumo, quello del matrimonio, che dopo queste parole, mentre il nastro frusciava nel registratore, era comparso nella stanza, prima furtivo, poi sempre più intenso e più vero. Anche per questo la scelta dei fiori così variegata. Un tentativo di ricreare quella mescolanza di aromi che formavano quel profumo. Lastricare sotto il pergolato, piantare le rose i garofani le petunie e i tulipani, zappare e seminare la dicondra, era stato, oltre un piacere, anche una ricerca. Ed anche un regalo. Giunto tardi, ma sempre un regalo. Un pensiero d’amore, così l’aveva definito dentro di sé, traendo forza e vigore proprio da questo pensiero, quella forza che lo aveva indotto, infine, ad occuparsi perfino della vite, che Paola desiderava rigogliosa. Un lavoro faticoso, cui non era abituato, ma che infine lo aveva fatto stare meglio. Sistemare il giardino, a immagine e somiglianza di Paola, l’aveva aiutato a sbarcare il secondo anno senza lei.
Sospirò.
La tenda scostata sulla porta finestra lasciava intravedere il progressivo imbiancarsi dell’abete. La neve ora fioccava, ma lui sapeva che sarebbe ancora aumentata. A parte il giardino, allora incolto, le somiglianze di questa con quella Vigilia di Natale erano straordinarie. 
Così straordinarie che… 
Scacciò il pensiero. Non gli andava di scrivere ora, e neppure di prendere appunti per il finale del romanzo, un finale che, lo sentiva, doveva giungere da un’ispirazione profonda. E dunque bisognava attendere. In fondo, non aveva aspettato prima di iniziare a scriverlo? 
Perdere Paola gli aveva prosciugato la fantasia. Si vedeva come il letto di un fiume in secca. I lavori per sistemare il giardino, poi, lo avevano così assorbito che di scrivere neanche pensarci. Con Baldini & Castoldi aveva rotto il contratto, dopo una lite furiosa al telefono. Avevano voluto indietro l’anticipo e lui glielo aveva restituito senza batter ciglio.
Ma che andassero al diavolo! aveva pensato quella sera. 
Una sera di fine inverno, con quel giardino che stava riprendendo vita, mentre lui non riusciva a vivere. Al diavolo il contratto. No, non lo stava amareggiando il non riuscire a scrivere e neppure i soldi, c’erano altre cose. 
Il giardino, per esempio.
Ne era andato fiero. La primavera aveva visto sbocciare i fiori, le rose avevano messo i primi boccioli e la dicondra emergeva prepotente ai lati della pergola. S’era ormai conclusa la fase che lui definiva di ‘giardinaggio pesante’. Si trattava ora di limitarsi alle rifiniture, il ‘giardinaggio leggero’, come tagliare un tralcio troppo lungo, tosare appena il prato, innaffiare, togliere le poche erbacce e qualche foglia secca. Passeggiare lungo il perimetro della villetta, era stato all’inizio un piacevole passatempo. In certi momenti immaginava sua moglie lì, in mezzo ai fiori, oppure sotto la pergola intenta a piluccare chicchi d’uva. Capitava che il suo profumo ritornasse, allora, mescolandosi con quello dei tulipani e dei garofani. In quei primi tempi s’era sentito orgoglioso di aver esaudito il desiderio di lei. Un sentimento privato, intimo, che lo aveva accompagnato giorno dopo giorno finché non si era esaurito nella sua stessa inconsistenza.
Perché lei non c’era più.
C’erano soli i fiori e le rose e la pergola, a parlare di lei e della sua passione per il giardino. E poco a poco, lentamente come lenta era stata la sua agonia, anche loro avevano taciuto. Lui non aveva mai cessato le sue attenzioni, naturalmente, ma dopo qualche tempo aveva sentito come svanire la presenza di Paola. Il giardino sembrava aver perso calore, ed anche i profumi, un tempo così intensi, sembravano afflosciarsi nell’aria. Era stato in quel periodo, la scorsa primavera, che anche il profumo di lei poco a poco s’era rarefatto. Non se n’era accorto subito, capitava di non sentirlo aleggiare per un giorno o due, e lui aveva imparato a riconoscerne le assenze. Ma quel giorno…
Un giorno di Maggio, pensò con un sorriso amaro. L’anniversario del nostro matrimonio. 
Solo dopo si sarebbe accorto che da più di una settimana non sentiva quel profumo, ma quel pomeriggio assolato, un pomeriggio che preludeva in modo inconfutabile all’estate incombente, il profumo di lei lo aveva assalito in mezzo al giardino. Come sempre, i fiori sembrava che parlassero, mentre gli aromi salivano su per perdersi in un azzurro che pareva dipinto. Era dalla mattina che si stava interrogando se fosse giusto, in un giorno così, avere il cuore pesante e scuro come il cielo prima di un temporale. Nubi fradice di pioggia e dolore gli affollavano i pensieri, un velo di piombo che scendeva giù e gli graffiava il cuore e l’anima. Il giardino fiorito non l’aiutava più. In ogni petalo, o foglia, o gambo, nulla più gli parlava di lei, e neppure la vite, avvolta su se stessa, aveva parole di conforto, oppure immagini da visitare che lo confondessero. Nel calore incombente, era come se una cappa, nera come il fumo di un camino intasato, gli stesse calando addosso per coprirlo come un sudario. Sapeva che sarebbe prima o poi giunto un momento così, ma non così presto. Il giardinaggio leggero era stato svolto con scrupolo e amore. Le foglie secche recise, l’erba rasata a dovere, i petali smorti eliminati con grazia, tutto era stato eseguito con la solita attenzione e devozione. Solo la fatica, una fatica pesante e opaca, l’aveva attanagliato come mai prima. Stordito dai mille aromi dei fiori, dapprima aveva faticato a distinguere quel profumo. Ma il profumo infine era giunto. 
E con lui l’idea.
Scrivere di lei e del loro matrimonio, ecco cosa gli restava da fare! Perché non ci aveva pensato prima?
L’aroma lo aveva avvolto come un manto di seta e l’idea era cresciuta insieme a lui. Si trovava sotto la pergola e il giardino gli si apriva davanti. Il cromatismo dei fiori, e l’abete sullo sfondo - verde, altero e sfrontato come una sentinella - lo avevano indotto a fermarsi un attimo e restare così, sospeso, attanagliato a quel respiro del vento. Solo allora aveva capito da quanto tempo il profumo mancava. Una svista imperdonabile e chiarificatrice al tempo stesso.
Non erano i fiori e neppure il giardino la sua medicina. Era il ricordo di lei, portato dal profumo, che ritornava e bussava alle porte dell’anima, come un’essenza liberatoria. Una marea che chiedeva spazio, che voleva essere raccontata e diffusa. Scrivere di lei, di loro, di questa loro vita spesa in un sospiro e persa quando ancora poteva spiccare chissà quanti voli ancora. 
Ecco cosa gli restava da fare!
Si accostò alla scrivania e carezzò con le dita la pila dei fogli dattiloscritti accanto al computer. 
Aveva cominciato a scrivere quel pomeriggio stesso e niente lo aveva fermato, neppure il ‘blocco della pagina bianca’. Parole e frasi s’erano intrecciate e rincorse, per formare paragrafi e capitoli di un’esistenza spesa e rimpianta nel bagliore di un fuoco. Acceso, divampato e infine spento. Soffocato da un getto d’acqua, una coperta, una palata di sabbia, un vuoto d’aria. L’inizio era stato il giorno del loro matrimonio e il profumo di lei lo aveva aggredito nello stesso istante in cui s’era apprestato a scriverlo. Una festa sobria, narrata con tratto leggero e privo di venature nostalgiche, prima di lasciarsi andare al ricordo del fidanzamento in un grande e sterminato flashback. Quel mese di maggio l’aveva speso così, pescando nel pozzo buio della memoria fatti che credeva sepolti. Di tanto in tanto il profumo tornava a fargli visita. Giungeva leggero, timido, ma poi si allargava per tracimare nell’aria, secondo l’intensità riposta nella pagina che lui stava scrivendo. Non se n’era accorto subito, ma un pomeriggio, su un passaggio che ricreava un bacio lungo e intenso, scambiato nel bosco con “Il preludio e morte di Isotta” che suonava dentro l’auto, ad un certo punto il profumo era entrato nello studio con forza inattesa. 
Mioddio! lui aveva pensato e le dita avevano preso a battere sul computer quasi da sole. 
La scena era stata scritta di getto e mai corretta, al contrario di altre che avevano invece richiesto più stesure e revisioni. Come quella della loro prima notte d’amore, per esempio. Aveva immaginato che fosse facile raccontarla. Lasciarsi andare al ricordo puro e semplice, e basta. Ma ogni volta che scriveva e rileggeva, puntualmente la scena gli sembrava priva di vita, inanimata. Con i giorni aveva capito che non riusciva a spogliarsi di un certo pudore, quello di confessare ai futuri lettori un momento così privato e intimo. Sì, perché il suo libro l’avrebbero letto anche gli altri, questo era certo. Sull’orlo di una crisi professionale, il problema era stato risolto quasi per caso. 
Adesso sorrise, carezzando la tastiera del computer rimasto aperto, come le fauci di un coccodrillo, sulla scrivania ingombra di fogli e con la pila del romanzo da una parte. Poteva udire il ticchettio dell’orologio a pendolo, quello che lei aveva voluto a tutti i costi che lui sistemasse lì, nello studio. Lo guardò. Segnava le undici e mezza.
Anche la sera che aveva risolto il problema era pressappoco la stessa ora. Aveva affogato l’ennesima delusione in una cena a base di salmone affumicato e Champagne, e con le ore si era accorto di aver bevuto troppo. Non aveva mai capito perché si fosse messo a scrivere, quella sera, ma sta di fatto che si era seduto al computer e le idee erano scaturite dal nulla senza neppure essere sollecitate. Aveva scritto fino alle quattro del mattino. Una scena perfetta, coinvolgente e assolutamente priva di sbavature. Ricordando Gide, “Scrivi pure sotto l’effetto dell’alcool, ma quando rileggi sii sobrio”, aveva letto e riletto l’intero brano, non ricordava più neppure lui quante volte, ma senza trovarci nulla da correggere. Maggio era trascorso e i primi giorni di giugno presagivano un’estate anticipata e calda. Calda come quegli anni del loro matrimonio, quando bastava sfiorarsi appena per scatenare ondate di desiderio incontenibili. Aveva impiegato l’intera estate a raccontarli. Lavorava di notte, o al mattino presto, lasciando il pomeriggio per le divagazioni e i ricordi, fedele alla sua convinzione che uno scrittore lavora anche quando non scrive. Erano stati mesi proficui. Consegnare al foglio bianco quel periodo d’intensa felicità, così sgombro di nubi e ricco di promesse, era stato per lui come dare olio a un lume. Il profumo di lei aleggiava spesso intorno. Poteva sentirlo alla scrivania, in giardino e persino a letto, nelle poche ore concesse al riposo. Preso com’era dal lavoro, certe volte non capiva neppure lui se il profumo scaturisse dai ricordi che stava scrivendo, o più semplicemente volteggiasse nell’aria, libero di spaziare ovunque a suo piacimento. Certe volte lo ispirava. Gli dava forza e la capacità di mostrare, senza dire, le emozioni più profonde che aveva condiviso con Paola. Quella loro prima casa; la scelta dei mobili; i fiori da piantare nel minuscolo giardino; il cucinare insieme e insieme curare il guardaroba; le passeggiate per mano, all’ombra dei castagni, o sotto l’ombrello percosso da gocce di pioggia come chicchi d’uva. Lei rideva di niente. E i suoi occhi splendevano alla luce calda del sole, in primavera, e cangiavano nel verde del mare, quando si rincorrevano a nuoto. E poi di nuovo l’amore. Dolce, sommesso, inquieto, selvaggio, feroce e travolgente, ma ogni volta un amore diverso, come le mille sfumature di quel profumo. Scrivendo, in certi momenti, le sensazioni evocate le sentiva così vere e reali, da sorprendersi, talvolta, a cercare intorno a sé, se per caso Paola non fosse lì, accanto a lui, e stesse leggendo ciò che scriveva. Raccontare quei tre anni di matrimonio gli aveva fatto davvero bene, ed anche il giardino, coloratissimo come un prato costellato di ombrelloni estivi, era tornato ad essere vivo e accogliente. Ma poi…
Sospirò.
La neve scendeva copiosa, nascondendo alla vista persino le altre abitazioni. Come piccole saette, le luci dell’albero fendevano il candore dei fiocchi, così fitti da sembrare fusi l’un l’altro. Si affacciò alla porta finestra e sentì, per un momento, il gelo dentro di sé. Un gelo cupo e profondo, come quello che gli era sceso dentro una volta appreso il destino di Paola. Sì, scrivere di quei tre anni d’amore era stato smisuratamente bello, ma alla fine quel momento era giunto. Doveva giungere, prima o poi, lo aveva sempre saputo: affrontare l’ultimo periodo, quello più doloroso.
A Dicembre aveva iniziato a scrivere l’ultimo capitolo, una liberazione e una sofferenza insieme. Raccontare l’ultimo mese di Paola, a poco a poco aveva alleviato il dolore. Era stato come abbeverarsi ad una fonte d’acqua chiara. La sete, la disperazione che gli bruciava in petto, era uscita fuori giorno dopo giorno per annullarsi nei ricordi. Ma portare a termine il lavoro era stato faticoso. Nottate in bianco davanti al computer, il profumo di lei che gli faceva compagnia, e gli spettri di quell’ultimo mese di vita che si arrampicavano sui muri appena carezzati dalla luce verdastra della lampada sul tavolo. Spettri che lo avevano accompagnato alle soglie del finale.
Devo ancora scrivere il finale, pensò, ma non stasera. 
Si sentiva stanco. Una spossatezza che era cominciata in sordina, ma cresciuta, giorno dopo giorno, a mano a mano che la scrittura progrediva. Scrivere un romanzo aveva sempre richiesto una notevole dose d’energia, ma mai s’era sentito così, dopo averne portato a termine uno. Si staccò dalla scrivania per tornare alla porta finestra. La neve stava nascondendo tutto. La strada sottostante, il muretto e i tetti delle case, sembravano sepolti sotto un grande mantello bianco, un po’ rigonfio, ma dall’apparenza soffice.
Una cartolina di Natale, pensò, gettando un’occhiata oltre la strada e sulle altre villette intorno, con gli addobbi sui muri, le luci diffuse e comignoli fumanti. Giù nel giardino, l’abete era così candido da sembrare un pupazzo e le luci continuavano a correre pungendo la neve di rosso, di verde, di azzurro, di giallo…
Proprio come la sera che Paola morì, lui pensò, chiudendo le tende sul paesaggio.
Ma si sentiva stanco. Una fiacchezza nelle gambe e nelle braccia che non riusciva a spiegarsi. Giunto alle soglie dell’ultimo capitolo, aveva abbandonato il computer per concedersi il resto del pomeriggio di riposo. S’era svegliato per l’ora di cena, una cena parca, consacrata alla Vigilia di Natale, che aveva consumato lentamente giù nel salone. Aveva apparecchiato per due, naturalmente. La conversazione, come un dialogo ben costruito, l’aveva condotta in modo tale che, ogni sua frase successiva, fosse conseguente all’immaginaria risposta di lei. Da qualche tempo faceva così. Lo faceva stare bene. Era come se, indipendentemente dal profumo di lei che fosse presente o no, Paola stesse veramente lì, con lui, attenta alle sue parole e ai suoi discorsi. A tratti gli capitava persino di sentirla ridere di qualche sua battuta. 
Il profumo giunse in quel momento. All’inizio lieve, ma poi intenso e più forte di sempre. Si guardò intorno. L’odore era così acuto da far girare la testa, e lui prese a muoversi per la stanza, finché il profumo non si spostò verso la porta che dava fuori. 
Che fosse un invito?
Afferrò il piccolo registratore e uscì di nuovo nella notte gelata. La neve veniva giù a rovesci, ma non se ne curò. Scese le scale, dietro al profumo, e come ipnotizzato lo seguì sotto l’abete. Le luci sfavillavano nel candore della neve, e nel freddo pungente della notte il profumo di lei si fece più intenso ancora. Poteva quasi toccarlo. Guardò l’albero e gli parve che le luci cominciassero a roteare, all’inizio piano, poi sempre più veloci. Un vortice scintillante che era una girandola, e portò con sé anche il profumo, mischiandolo all’aria fredda e alla neve che scendeva copiosa, finché non ci fu che un solo colore, lui stesso profumo. Un bianco limpido, più della neve che avvolgeva l’albero. Un bianco che coprì l’abete nascondendo in sé tutte le luci.
“Ricky” flautò la voce.
- Cosa? - lui disse, stringendo convulsamente il piccolo registratore.
- Cosa? - ripeté.
“Ricky, sono io”. 
Ancora la voce.
- Chi… Chi sei? -
“Io… Non mi riconosci?”
Veniva dal cerchio di luce, un suono brillante, etereo e puro come la neve posata dappertutto. 
“Sono io, Ricky, non mi riconosci?”
- Oddio! - lui esclamò quando la vide.
Era lì, Paola, in mezzo a quel turbine bianco che fasciava l’abete, ed era splendida. Un vestito lindo l’avvolgeva come un saio. Il cappuccio non celava il nero dei capelli e gli occhi le brillavano, cangianti, in un sorriso radioso che le scopriva i denti perfetti.
“Ricky” sussurrò Paola.
- Amore mio - lui balbettò. - Ma… Ma…-
“Sì, sono io”. 
- Oddio - lui disse di nuovo.
Sentiva sciogliersi qualcosa dentro. Il cuore prese a battere forte, si stropicciò gli occhi, ma tornò subito a guardare lei avvolta nel candore del suo abito e delle luci. Intorno la neve frusciava, ma lui non la sentiva. Sentì qualcosa carezzargli il cuore, invece, e uno strano torpore salire su, fasciare le gambe e salire ancora. Si toccò il petto.
- Paola - disse.
“Vieni Ricky”.
Il petto ora gli bruciava. Sentì freddo e caldo all’improvviso, mentre Paola sorrideva allungando le mani verso di lui.
“Vieni con me”.
- Con te? - lui balbettò. - Con te? -
“Sì, Ricky… Ti ho aspettato tanto.”
Era come se la voce scaturisse dal nulla, come quel profumo. Lei non muoveva le labbra, sorrideva soltanto. Un sorriso invitante e libero come un volo di colomba. Lui si sentì finalmente sereno.
La neve turbinava più forte ora, e nel suo riflesso la luce divenne più splendente e il profumo così intenso da sembrare quasi insopportabile.
La stilettata lo colse al petto all’improvviso, un dolore acuto e lacerante che lo stordì. Respirò a fondo e sentì il profumo di Paola entrare in lui, e la mano di lei sfiorargli il viso.
- Paola, amore mio - disse.
“Vieni con me” disse Paola.
Era splendida. Pareva che i fiocchi di neve e l’alito del vento ne aumentassero la bellezza e la luminosità del sorriso. Chiuse gli occhi, abbagliato dalla luce e confuso dal profumo e quella voce che era musica. Sentì le forze mancare e il dolore al petto farsi più acuto, un dolore che ora saliva su per stringergli la gola in una morsa ferrea. Lentamente sedette in terra e si appoggiò al muro. La neve gli cadeva addosso. E poco a poco la luce svanì e con lei il profumo, mentre un suono d’arpa gli entrava negli orecchi, per diffondersi nell’aria e volteggiare su, in quel cielo bianco, finché lui non lo seguì.

*****

Riccardo fu trovato così, la mattina di Natale, da una coppia di vicini che si stava recando in Chiesa. Steso in terra, la testa appoggiata al muro della villetta, in mano stringeva il registratore tascabile ormai spento. Solo la faccia non era coperta di neve, e il gelo della notte l’aveva completamente irrigidito. Ma neppure il freddo era riuscito a cancellare, dalle sue labbra, quel sorriso sereno che colpì profondamente i due, quando lo videro. Accanto, l’abete brillava di luce. Minuscoli puntini, che a intermittenza occhieggiavano di rosso e verde e blu e giallo, in mezzo ai rami e sotto una spessa coltre di neve gelata.