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Cilnia Potetio Maior
Una
ricca ragazza romana di Pompei, Cilnia Potetio detta Maior,
ha occasione di conoscere, nella villa in campagna del
padre, l’aitante schiavo tuttofare Aeris. Spinta, forse,
dalla noia della vita campestre, ella inizia una relazione
pericolosa con lui e, infine, i due si innamorano
veramente. Qualcuno si accorge dei loro incontri segreti e
li denuncia alla madre di lei, che però crede alla figlia
che nega tutto. Maior, tuttavia, è destinata a sposare
quanto prima un giovane di una gens potente quanto la sua,
mentre la sua più cara amica, Tertia, dovrà andare in
moglie a un uomo amandone, invece, un altro. I destini dei
quattro giovani e di una schiava fedele, insieme ai loro
sogni e avventure verso la felicità, si incrociano, nel
79 d.C., con l’eruzione del Vesuvio che ricoprirà
Pompei per sempre. La storia, che racconta l’amore come
sentimento avvincente e assoluto, è anche ricca di
particolari della realtà del tempo.
www.ultimabooks.it/cilnia-potetio-maior
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Donna semplicemente Donna
Collana di Letteratura Contemporanea
diretta da Carla Russello
Renata Rusca Zargar
Ti chiamerò mimosa
La raccolta comprende vari racconti incentrati sulla questione femminile, sia che si tratti del grave problema dell’infibulazione, del quale ormai si sente parlare anche in Italia, che del razzismo o della maternità a rischio e del difficile rapporto madre-figlia. Non mancano vicende dove l’uomo è protagonista: quando abbandona al suo destino la compagna colpita da un tumore o quando affronta un lungo viaggio alla ricerca del piacere tra le braccia di una prostituta bambina. Il titolo della raccolta è dato, infine, dall’omonima storia densa di attualità: modelli e valori della nostra società invitano le adolescenti ad accelerare i tempi per raggiungere notorietà e ricchezza, la prostituzione e la droga non sono che mezzi di tali obiettivi. Tutte le narrazioni sono, però, pervase da una luce di giustizia e di speranza: chi ne ha le capacità e la forza deve battersi con coraggio e determinazione perché il mondo possa essere migliore.
Nel volume sono presenti anche due testi di Zarina e Samina Zargar, figlie dell’autrice di 18 e 20 anni: lasciare spazio alle giovani donne è senz’altro il primo passo per un futuro diverso per tutti, maschi e femmine.
Renata Rusca Zargar, savonese, insegnante di italiano, storia, geografia nelle Scuole Superiori, impegnata in ambito sociale, è stata direttrice di alcuni Corsi dell’Unisavona (Scrittura creativa e conoscenza dell’India).
È Presidente dell’Associazione Culturale Savonese ZACEM.
Ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Letimbro (allora settimanale della diocesi savonese), Arcobaleno, L’Agenda del Comune di Savona, Gente di riviera, ecc. Negli ultimi tempi, ha curato una pagina sull’associazionismo e la cultura savonese per La Repubblica.
richiedi libro all'Associazione info@venticinquenovembre.it
www.venticinquenovembre.it/Renata_Rusca_Zargar.htm
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L'Islam
possibile in Italia
In libreria / recensioni
di Enrico Galoppini
giovedì, 04 agosto 2005
Vedere
il sito web
Autore:
ZAHOOR AHMAD ZARGAR
RENATA RUSCA ZARGAR
Titolo: L'ISLAM POSSIBILE IN ITALIA
Editore: Bastogi, 2005
Pagine: 120
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Per
un’inveterata abitudine a considerare superiore il punto
di vista «scientifico», quando si è alla ricerca di
informazioni su qualcosa che non conosciamo, tendiamo ad
affidarci sempre alla figura dell’«esperto». L’«esperto»
è certo persona informata, che ha studiato, analizzato,
sviscerato l’oggetto delle sue ricerche, ed è in grado
di fornire opere talvolta preziose, utili per acquisire
quelle informazioni che cerchiamo. Tuttavia,
tendiamo a dimenticare che anche l’«esperto», magari
dissimulando abilmente (se non addirittura inconsapevolmente!),
non è avulso dai suoi sentimenti, dalle sue predilezioni, dai
suoi punti di vista. Questo dobbiamo tenerlo a mente quando
acquistiamo uno dei tanti libri sull’Islam disponibili nelle
librerie: ciascun autore –anche per la sola scelta operata dei
temi da trattare – trasmette in quelli che sovente si presentano
come ‘manuali’ sull’Islam il suo personalissimo punto di
vista. «Vi sono molti Islam», si sente spesso dire… e «molti
Islam» sono quelli, appunto, che ci presentano gli «esperti».
Questo tipo di studi è quello in uso presso le Università, dalle
quali sono banditi come «non scientifici» tutti quei testi di
coloro che, non «esperti», espongono il loro punto di vista
(ricordiamocene sempre!) su quello che nel loro caso non è però
un oggetto di studio, bensì quotidianità, vita reale, tensione
verso un’Idea.
Dunque, chi vuole informarsi sull’Islam e non è musulmano si
trova davanti ad una scelta quando vuole leggere qualcosa:
affidarsi agli «esperti» accademici o ai musulmani stessi?
Personalmente consiglio di muoversi su entrambi i fronti, e un
buon approccio ad un punto di vista «interno» è quello offerto
dall’agile libro dei coniugi Zargar, musulmani italiani,
d'origine indiana lui, 'italiana d.o.c.' lei (si sono conosciuti
in India, nel Ladakh, quando lei era affascinata dalla religiosità
induista).
Il merito principale di questo libro sta nel fatto di presentare
al lettore, nella forma di una conversazione intensamente
partecipata, l’Islam di due ‘musulmani qualunque’, che
s’interrogano sui problemi del mondo, dell’Italia e della
comunità musulmana (i diversi registri di «appartenenza»),
senza remore quando ritengono sia il caso di criticare alcuni
fenomeni – in specie sociali - relativi al mondo islamico, ed
altrettanto sinceri quando si tratta di parlare del loro essere
musulmani in Italia (senza alcun tono proselitistico,
espressamente detestato dagli autori).
Zahoor Ahmad e Renata in questo libro si pongono il problema,
molto dibattuto oggi, del come sia possibile una pacifica e civile
convivenza tra persone che seguono religioni e culture diverse:
“Il Corano e la Sunna espongono i principi eterni dell’Islam,
che possono essere applicati ad ogni epoca e ad ogni luogo, ma
popoli diversi non possono divenire uguali solo per la religione.
Essi hanno molti altri fattori di disuguaglianza e di unicità,
pur credendo nelle stesse verità di fede. E inoltre, continuano
la loro storia, hanno un’economia, una posizione
geografica…” (p. 21).
Ecco, più chiaro di molte analisi sociologiche, come si possa
essere, ad esempio, musulmani ed italiani!
Il confronto tra i due autori, poi, si dipana attraverso quegli
interrogativi più comuni che oggi, spesso ad arte, vengono
instillati nelle menti di chi pensa che i telegiornali esistano
per informarci… Ci parla del valore della famiglia nell’Islam;
dell’atteggiamento di fronte alla morte (sempre più rimossa
dalla «civiltà (?) moderna»); degli equivoci sul concetto di
jihad (“Qualsiasi atto, la parola, gli scritti, il rispetto, la
giustizia, la tolleranza, l’amare gli altri come se stessi, i
comandamenti, ogni comportamento nella vita sociale, nel rapporto
con gli altri (musulmani e non) nella vita comune, rappresenta lo
sforzo sulla via di Allah, cioè la jihad [jihad è maschile, NdR].
Questo libro, ad esempio, è la nostra jihad, il nostro sforzo
perché il mondo sia migliore […]”); della condizione delle
donne nelle differenti società islamiche (e fanno bene a
ricordare le donne ai vertici della politica nel mondo musulmano,
da Benazir Bhutto in Pakistan a Megawati Sukarnoputri in
Indonesia) e della questione delle mutilazioni genitali femminili
(praticata in alcuni paesi musulmani ma assolutamente non «islamica»,
mentre lo è la circoncisione maschile); dell’integrazione degli
immigrati di religione musulmana (“se non si lavora insieme per
l’integrazione, si rischia di creare dei ghetti”, p. 77); del
rapporto con le altre religioni (non manca una stoccata agli
eccessi di zelo di chi, per un malinteso senso del rispetto,
abolisce il Presepe a scuola!); delle regole alimentari islamiche
e delle proibizioni nell’Islam (c’è anche una risposta a
quelli che credono che per un musulmano sia lecito vendere la
droga a un non musulmano…); del divorzio e della poliginia
(“Non possiamo essere tutti ostaggio di quelle poche persone che
vogliono ancora tenere più mogli. Dobbiamo pensare ai benefici
generali per la nostra comunità e ricordare che viviamo sotto la
legge italiana”, p. 70); dell’‘apostasia’ nell’Islam;
dell’‘Islam spettacolo’ di inadeguati suoi paladini e,
speculari ad essi, inverecondi guitti televisivi; del rapporto tra
l’Islam e gli animali, l’Islam e la natura, l’Islam e la
scienza (la ‘riprova scientifica’ dell’autenticità del
messaggio trasmesso dal Profeta Muhammad starebbe nel fatto che il
Corano, secondo autorevoli scienziati, non è in contrasto con le
moderne scoperte).
Termina il libro (che in qualche passaggio presenta qualche
ingenuità sull’immigrazione e la «libertà» e l’«indipendenza»
di cui godrebbe l’Italia, sede di 107 basi militari degli Usa)
una sincera perorazione della necessità di stabilire un’intesa
tra la Comunità dei musulmani italiani e lo Stato italiano.
Ma oggi la parola d’ordine è diventata quella dell’«Islam
moderato»… “Ma chi è l’Islam moderato?”, chiede Renata
al marito. “Io credo che l’Islam non sia «moderato» o «immoderato»
ma sia l’Islam e basta. Non posso condividere questa
precisazione, perché non ci sono più Islam tra cui sceglierne
uno, la base dell’Islam è il Corano, la vita e i detti del
Profeta, e basta. L’uso dell’aggettivo «moderato» è anche
pericoloso, perché, forse, viene attribuito dal governo alle
persone più vicine alla loro parte politica o più osseqiuenti
[sic] ai loro desideri! E ciò non è democrazia, rispetto, libertà.
Così come usa individuare come paesi islamici moderati quelli,
magari, che sono ossequienti all’Occidente (e non importa poi
che cosa facciano in realtà!). Se, invece, si vogliono con tale
termine individuare gli islamici che rispettano le leggi italiane,
naturalmente dobbiamo essere tutti «moderati», come ho già
spiegato, perché dobbiamo assolutamente rispettare le leggi del
paese in cui viviamo, come è prescritto anche dall’Islam” (p.
85).
Troveranno ancora qualcosa da eccepire i Cristianisti, i Crociati
dello Zio Sam? I coniugi Zargar li hanno ben individuati: “Tutti
hanno notato che ad usare i toni da «crociata» contro di noi,
sono le persone che meno hanno a che fare col Cristianesimo” (p.
64). E’ soprattutto per colpa di questi cristiani senza Cristo
che un musulmano italiano o residente in Italia oggi deve sempre
sentirsi sulla difensiva, come se fosse responsabile di tutto quel
che viene commesso in nome dell’Islam. C’è da chiedersi perché
questo ignobile modo di ragionare non venga applicato ad un ebreo
di fronte ai crimini perpetrati dallo Stato israeliano e dai suoi
‘coloni’, ad un cristiano per l’incalcolabile serie di
crimini del «Presidente Bush», il quale non perde occasione per
rammentarci il suo fervore religioso. E meno male che non è così,
perché non avrebbe alcun senso, quindi la si smetta di mettere
alla gogna le persone, in tv, a scuola, sul lavoro.
Smettiamola di cercare sempre uno con cui prendersela, di
conformarsi ai desideri della maggioranza (o di quella che i media
dipingono come tale), di sputare sentenze sull’Islam e i
musulmani quando a fatica ne abbiamo conosciuto uno.
E ascoltiamo – dalle parole di due ‘musulmani qualunque’ -
il sincero desiderio d’integrazione in Italia della stragrande
maggioranza di loro: “Che cosa significa integrazione? Per me
integrarsi nella società non significa cancellare il proprio
essere ma contribuire all’arricchimento e al progresso del paese
che ospita, portando il proprio modo di essere e imparando dagli
altri ciò che è migliore. In effetti, significa interazione. Non
è un cammino facile, né breve, ha le sue spine e ci vuole molta
pazienza. Bisogna essere aperti agli altri, senza caricarsi di
pregiudizi o credersi superiori. Il rispetto reciproco e il
dialogo sono fondamentali per la società” (p. 42).
L’Islam è possibile, in Italia.
***
GLI AUTORI:
ZAHOOR AHMAD ZARGAR, indiano del Kashmir, è il presidente
della Comunità dei Musulmani della Liguria. Risiede a Savona da
circa vent'anni, è cittadino italiano e si è inserito
brillantemente nella vita culturale e sociale della città,
promuovendo numerose iniziative per la conoscenza dell’Islam.
E’ noto per aver inviato al Papa Giovanni Paolo II una lettera
per manifestargli apprezzamento per l’opera a favore della pace,
ottenendone risposta.
RENATA RUSCA ZARGAR insegna materie letterarie nella scuola
superiore e scrittura creativa all’Università delle Tre Età di
Savona, è autrice di racconti su temi storici e sociali e
collabora con riviste e giornali anche per quanto riguarda la
critica letteraria e d’arte. Si occupa di numerologia da molti
anni; è esperta di cultura indiana e islamica.
Enrico Galoppini, è
laureato in Storia Contemporanea all'Università di Pisa e
diplomato in lingua araba (fine corso) presso la Jordan University
di Amman e l'Institut Bourguiba des langues vivantes di Tunisi,
attualmente insegna Storia dei Paesi islamici presso la Facoltà
di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Torino
(
http://www.lingue.unito.it/programmi/2004-05/corsi03.htm#storia_islam
).
È inoltre interprete e traduttore dall'arabo, ed animatore del
sito internet Aljazira.it. Particolarmente interessato agli
aspetti religioso e storico-politico del mondo arabo-islamico,
alla storia del colonialismo, all'attualità politica
internazionale, ma anche a fenomeni di costume, collabora o ha
collaborato a «La Porta d'Oriente», «Diorama Letterario» «Italicum»,
«Africana», «Levante», «LiMes». Ha pubblicato alcuni saggi e
prefazioni, ed il suo primo libro è Il Fascismo e l'Islàm
(Edizioni All'Insegna del Veltro, Parma 2001).
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PER
IL DOMANI SEMBRA TUTTO POSSIBILE
Renata
Rusca Zargar - 2006

Tutti
i docenti sanno quanto sia difficile insegnare la storia... … L’ideale
sarebbe che, per ogni popolo, di ogni tempo, si presentasse almeno una
vicenda, utile ad entrare nell’universo sconosciuto della vita di tutti
i giorni, in situazioni e luoghi tanto diversi dai nostri! Una specie di
viaggio con la macchina del tempo che susciterebbe attenzione e aiuterebbe
a imparare termini e concetti del linguaggio storiografico, a organizzare
temporalmente le conoscenze storiche, ad usare gli strumenti del lavoro
storico e, soprattutto, istillerebbe l’amore per le culture del passato
che sono le fondamenta della nostra civiltà ... … Queste sono le
motivazioni fondamentali di “Per il domani sembra tutto possibile”, un
racconto ambientato nell’Egitto, ai tempi di Amenophis II, Tuthmosis IV
e Amenophis III, cioè in un periodo compreso tra la seconda metà del
1400 avanti Cristo e la prima metà del 1300 avanti Cristo, ma che,
parallelamente, è ambientato ai giorni nostri. Un archeologo italiano e
un’archeologa egiziana scoprono, infatti, dei documenti su cui è
tramandata la storia antica di un contadino che, spinto dall’amore per
una bella e sensibile fanciulla nobile, riesce a cambiare la sua classe
sociale e diventa un importante scriba. I sentimenti sono in primo piano
ed aiutano le coppie (l’antica e la moderna) a superare difficoltà e
dolori con la forza dell’amore più grande, totale, che sa, forse,
oltrepassare il tempo e lo spazio, con la magia di una reincarnazione.
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"Finalmente
è uscito il mio primo libro. Si tratta di un "Manuale di
numerologia" che la casa editrice BASTOGI di Foggia ha
pubblicato.
La numerologia è uno studio antico quasi quanto l'uomo, riveduto e
corretto in tempi via via più moderni, che aiuta l'uomo a conoscere
meglio se stesso (numeri ottenuti dalle lettere del nome della Personalità,
Anima, Impressione che ci danno le nostre caratteristiche più importanti,
numeri della data di nascita -destino ed equilibratore-) ma soprattutto ad
agire in sintonia con le vibrazioni dei propri numeri (che vengono
pronunciati molte volte durante ogni giornata) facendo, come si suol dire,
le "cose giuste al momento giusto". Quando comprare una casa?
Quando incontrare il partner o gli amici? Che nome dare alla propria
attività perché tutto avvenga in modo più facile? Ad ognuna di queste
domande e a tutte le altre c'è la risposta numerologica, fino ad arrivare
alla Tabella degli accordi (con chi andremo d'accordo e con chi no, quale
partner è più adatto per noi o quale amico-a, ecc) e alla divisione in
grandi periodi di tutta la propria vita, addirittura con le tendenze delle
malattie psicosomatiche.
Ho preparato questo libro in modo che ognuno possa fare da sé, seguendo
le semplici indicazioni e gli esempi, il proprio tema numerologico. Se poi
avrete ancora qualche dubbio, potrete scrivermi e vi risponderò.
Qui sotto c'è la pagina che la Bastogi ha pubblicato su Internet a
proposito del libro.
Se
vi piace l'idea, come credo, propagandatelo ad altri, perché io non sono
Bruno Vespa e quindi non avrò certo grande pubblicità nelle librerie
(anzi, forse, dovrete ordinarlo).
E' un volume semplice, costo 8 euro, da borsetta, una lettura simpatica.
Se non lo trovate nelle vostre librerie, fatemelo sapere."
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RENATA
RUSCA ZARGAR
MANUALE DI
NUMEROLOGIA
IL DESTINO DEL NOME - IL NUMERO DEL DESTINO
IL NUMERO EQUILIBRATORE - TABELLE DEGLI ACCORDI E DEGLI OPPOSTI -
OROSCOPO E DIAGRAMMA DELLA VITA
F.to 14x21, pp. 72,
(Ed. 06/2004) Cod. ISBN 88-8185-631-X |
Con
questo manuale il lettore potrà da solo, seguendo chiare e semplici
istruzioni, ricavare tutte le informazioni necessarie per il suo tema
numerologico ma, soprattutto, scegliere positivamente i momenti in cui
praticare le varie attività della vita. Vengono trattati i seguenti
argomenti: Il destino del nome; Il numero del destino; Il numero
equilibratore; Tabella degli accordi con gli altri; Tabella degli opposti;
L’anno personale; I numeri temporanei; L’oroscopo numerologico del
mese; Diagramma della vita: cicli, pinnacoli, opposizioni.
RENATA RUSCA ZARGAR, insegna materie letterarie nella scuola superiore e
scrittura creativa all'Università delle Tre Età di Savona.
Autrice di racconti su temi storici e sociali, studiosa di cultura indiana
e islamica, organizzatrice e membro di giuria di vari premi letterari, si
occupa da molti anni di numerologia, approfondendo la sua conoscenza sui
migliori testi specialistici e curando anche una rubrica radiofonica in
cui ha fornito informazioni e consulenza al pubblico.
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Paura
dell'Islam
Autore: Z. A. Zargar e R. Rusca Zargar
Collana: Dissertatio
Pagine: 136
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Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo.
Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non
solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla
nostra. Uno studio rispettoso dei detti dei vari maestri dell’umanità
è un passo in direzione di questa stima reciproca.
MAHATMA GANDHI
Dalla prefazione di Renata Rusca Zargar:
I musulmani sono bersaglio di continua aggressione e cattiva
rappresentazione nel mondo occidentale. La religione e cultura islamica
sono sotto un feroce attacco da parte dei media, degli intellettuali, dei
politici e di molta gente comune che, pur senza conoscere, vive di
pregiudizi. Eppure in Afghanistan, Cecenia, Iraq, Sudan, Libano o
Palestina, sono i musulmani che soffrono per mano dei loro governanti o
delle forze d'occupazione straniere! Se pensiamo ai civili iraqeni che
hanno perso la vita in quattro anni di guerra (oggi si parla di un milione
e duecentomila, secondo ORB, un'agenzia britannica di sondaggi che ha
condotto diverse indagini in Iraq), come possiamo restare indifferenti?
Oppure in Cecenia, tanto per fare un altro esempio, sono state denunciate
torture e violazioni dei diritti umani; risulta l’esistenza di fosse
comuni, migliaia di persone sono state costrette ad andarsene e la
popolazione rimasta è meno di un terzo di quella che si contava prima
dell’intervento russo. Il terrorismo di stato, che nessuno chiama con il
suo vero nome, colpisce in molti angoli della terra e fa centinaia di
migliaia di vittime. Ma, da parte di molte persone, non c’è solidarietà
e neppure pietà per tali popoli martoriati. Solo parole cattive e
strumentalizzazione. Dalla tragedia dell’11 settembre 2001, tutti i
musulmani del mondo sono diventati compagni di Mohamed Atta1, tutti
assassini, terroristi, pericolosi criminali, guerrafondai. A ciò, si
dice, li spinge la religione. I 2992 morti americani del World Trade
Center pesano sulle vite musulmane come macigni (mentre nessuno parla mai
dei quasi 4000 soldati americani morti e delle migliaia di soldati, sempre
americani, rimasti invalidi nel conflitto in Iraq, che nulla ha a che
vedere - ormai è ampiamente dimostrato - con l’attentato alle torri!).
Ogni giorno, qualcuno accusa, interroga, non per sapere o capire, ma per
incolpare e condannare. E non c’è dubbio che, da allora, altri fatti
terribili, guerre, attentati, rapimenti, guerriglia, siano sempre più
comuni in molte parti della terra. L’esistenza è diventata assai
difficile, per questa paura dell’Islam che viene dal presente.
Ma ci sono anche altre paure e posso capirle, in quanto sono anch’io
occidentale. Anch’io avevo un’antipatia innata per i musulmani, prima
di conoscere mio marito. Perché? Come tutti voi, avevo letto i nostri
libri di storia (anzi, io insegno storia) e mi ero formata dei pregiudizi
e degli stereotipi mentali a causa dei contatti non sempre pacifici tra le
nostre religioni e culture. Se si pensa, ad esempio, che i seguaci
dell'Islam sono stati definiti “pagani” tanto per sottolineare la
differenza ed anche un giudizio, in fondo, già negativo, se non
addirittura “primitivo”. Ma tutti ricordiamo i saraceni, i Turchi, le
Crociate e tanti altri momenti in cui il nostro popolo ha sentito il
proprio mondo in pericolo. Mai, invece, tali contatti avvennero, ad
esempio, con gli induisti, che, quindi, non ci hanno mai dato fastidio. Si
tratta dunque, anche di una paura che ci viene da lontano, un odio
fomentato da secoli.
C’è, infine, un altro aspetto generale da prendere in considerazione:
osservando i musulmani (spesso senza intendere), ci appaiono strani:
mettono la fronte a terra per pregare (ricordo che, una volta, una mia
classe, nel guardare un documentario in cui c’era un gruppo di persone
che si abbassavano tutte insieme durante la preghiera, tenendo, quindi, il
sedere più in alto, si mise a ridere), mangiano altri cibi, rifiutano il
maiale e l’alcool (e siamo nel paese del vino e della porchetta,
prosciutto, salame, ecc.), difendono certe loro tradizioni, insomma, si
mostrano dissimili ed in Europa, purtroppo, storicamente, la diversità è
stata sempre sinonimo di inferiorità.
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STORIE
DELL’INDIA
Zahoor Ahmad Zargar e Renata Rusca Zargar
Edizioni
Progetto Cultura
Collana “Le Scommesse”,
2007, pp. 158
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Dalla prefazione:
Quando si arriva per la prima volta in India e ci si affaccia dalla
scaletta dell’aereo, un mondo meraviglioso denso di odori, colori,
caldo, sapori, colpisce in modo indelebile. Si parla tanto di “mal
d’Africa” ma chi è stato in India, molte volte, come me, al pensiero
di non tornarci più, sente una stretta insopportabile al cuore. Forse non
tutto è piacevole, in India. Eppure sono luoghi, persone, cultura che
stregano e non si può che ringraziare Dio (o la fortuna, il destino, il
caso, a seconda di ciò che si crede) di esservi potuti arrivare!
Le strade gremite di gente e mezzi a motore o a pedali, i paesaggi
grandiosi che variano dal nord al sud, la tecnologia che avanza, la moda,
il cinema, i ristoranti con i topolini che corrono lungo le pareti, le
persone che vivono ancora sui marciapiedi delle strade o nelle baracche,
gli uomini che dormono la notte sul loro mezzo di lavoro (risciò a pedali
o a motore), gli alberghi da mille e una notte…
Ma soprattutto gli occhi di quella gente: grandi, dolci, dai quali si
intravede un diverso modo di accogliere l’esistenza, con la pace e la
serenità nel cuore: accettazione di quanto ineluttabile ci tocca,
ricchezza di sentimenti, pietà per gli altri e per sé… Il loro modo
pacato di scuotere la testa per assentire…
Questo è ciò che ho trovato in India, per sempre, che ha cambiato il mio
essere di angosciata dubbiosa occidentale e che mi fa scorrere le lacrime
se penso di esserne lontana…
I racconti di questo libro vogliono diffondere quello che ho visto e
sentito in tanti anni di viaggi, le persone che ho conosciuto, i luoghi,
la sensazione di quanto quel mondo sia difforme oppure uguale al nostro, a
seconda di come vogliamo considerarlo. Seppure in maniera fantastica,
narrano di personaggi e situazioni che avrebbero potuto essere reali,
ambientati in ciò che esiste davvero.
Diverso è il punto di vista per quanto riguarda i racconti di mio marito
Zahoor.
Egli ha lasciato quel paese, il suo paese, e si è trovato catapultato in
questa società confusa sui valori di riferimento, stressata e consumista.
Le sue storie rispecchiano il disagio davanti a problemi che non aveva mai
saputo esistessero, all’esteriorità imperante, ma anche esprimono il
suo universo lontano, i sentimenti, le tradizioni e i contrasti della sua
madrepatria.
Se al lettore sorgerà il desiderio di visitare l’India avremo raggiunto
lo scopo di questo libro, ma se avrà amato, almeno per il tempo della
lettura, quel lontano e magnifico paese, se avrà partecipato alle vicende
con umana compassione, se avrà capito che ciò che è diverso rende il
tutto più grande e più bello, allora anche la nostra vita non sarà
stata inutile.
Renata
Rusca Zargar
Commento critico pubblicato sulla News Letter di LIBROMONDO (centro
di documentazione della Provincia di Savona e dell'AIFO) nel maggio 2007: http://www.provincia.savona.it/attivita/cooperazione/newsletter.htm
L’autrice, nella presentazione di questa raccolta di racconti scritti
con il marito Zahoor Ahmad Zargar, si augura che il libro susciti il
desiderio di visitare l’India, ma soprattutto l’amore “almeno per il
tempo della lettura per quel lontano e magnifico paese”. L’idea del
viaggio in India alla scoperta di quel misterioso subcontinente è stata,
a suo tempo, tra le più presenti nella generazione di chi scrive. Un
viaggio, si badi, in cui, per dirla con lo storico Stefano Pivato nella
recente pubblicazione “Vuoti di memoria”, il bagaglio mentale contenga
soprattutto gusto per la scoperta e la conoscenza, mentre oggi il turista
ha sostituito il viaggiatore e si viaggia sempre più con il corpo e
sempre meno con la mente. “Il viaggio” che dà il titolo al primo
racconto è viaggio di corpo e di mente. I racconti di Zahoor Ahmad Zargar
( nato a Srinagar, capitale dello stato indiano del Kashmir) e di Renata
Rusca Zargar (nata a Savona dove vive e insegna materie letterarie), hanno
questo effetto di attrazione verso il mondo che descrivono e traspare,
anche tra le righe, una vera e propria tenerezza che lega i due autori
all’India. Parlo di tenerezza, anche se gli scritti sono sovente
contrassegnati da eventi tragici e da sciagure. In particolare l’autrice
si sofferma, quasi empaticamente, sulle drammatiche vite delle donne e la
ricerca e l’analisi sulle loro condizioni è in primo piano
nell’economia del narrare. Qualche volta si affrontano argomenti
diventati oggetto del nostro immaginario quotidiano (i paria e il
terrorismo, il burka e il fondamentalismo). “In India i cambiamenti sono
più lenti dello scorrere della vita” ci dicono gli autori e non è, a
differenza di quanto si possa pensare, un logoro stereotipo a cui rischia
di sostituirsi quello di certa vulgata giornalistica a proposito
dell’irresistibile ed innegabile decollo economico di quel paese,
apparente soluzione di tutti i mali. Il libro dà conto della
coabitazione, spesso tragicamente conflittuale, tra molteplici fedi
religiose: l’Islam di Zahoor Ahmad Zargar, l’Induismo delle caste e
dei roghi delle vedove e il buddismo, praticato nel Piccolo Tibet del
Ladakh, tra le altre. “Per qualcuno l’India - ci ricorda Renata Rusca
Zargar riprendendo un testo di geografia - è la terra dei contrasti, per
altri è la terra di molte culture diverse. Ma il popolo, in ultima
analisi, è la maggiore risorsa di ogni paese. E ciò è per l’India. Il
popolo indiano, con il suo genio, ha fatto questo paese così com’è
oggi”. Tra le molte opere che hanno preceduto la pubblicazione di questo
volume ci piace ricordare il libro “L’Islam possibile in Italia”,
che configura i due autori anche come saggisti e studiosi di cultura
islamica.
Ugo
Tombesi
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Pont Du Coq a Briga
- opera di Piero Vado -
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CATERINA
Claudia
attendeva l’autobus insieme ad altri ragazzi e ragazze studenti come
lei.Dietro le sue spalle, si stendeva il mare fin oltre l’orizzonte,
così verde ed agitato in quella stagione. Davanti, in alto, il castello
e le torri del suo paese le ricordavano una storia gloriosa, mai
conclusa nella mente di tutti loro. Claudia frequentava a Savona
l’ultimo anno del Liceo Scientifico, poi, sarebbe andata
all’università a Genova. Il suo sogno era di diventare medico e
tornare lì, nel suo paese chiuso ed arroccato tra vicoli antichi ed un
mare amato ed odiato insieme. Ancora si potevano scorgere sulla spiaggia
gli uomini con il berretto a punta, i calzoni corti alle ginocchia e la
fascia in vita come i pescatori di un tempo lontano. Mentre la fanciulla
osservava, come ogni giorno, il paesaggio a lei così caro, la corriera
era giunta ed aveva caricato la piccola folla in attesa. Dopo pochi
chilometri, alla fermata successiva, spesso saliva un giovane che, le
avevano detto, frequentava a Genova il secondo anno di Università,
Facoltà di Economia e Commercio. Stefano, così si chiamava, le
lanciava lunghi sguardi teneri mentre scherzava e discuteva con i suoi
amici. Ma i due gruppi di ragazzi rimanevano rigorosamente separati,
consci dell’animosità esistente ancora tra gli abitanti dei loro due
paesi. Noli e Spotorno, infatti, come nella più antica tradizione
storica, rimanevano nemici.
Caterina fissava il mare oltre l’orizzonte dove la striscia verde
dell’acqua incontrava lembi arricciati di candide nubi.
Non si vedeva null’altro, mentre l’aria oscurava lentamente e gli
scogli a picco sui flutti divenivano sempre più neri, trascinando ombre
minacciose che le davano i brividi e la brezza avviluppava scherzosa la
sua gonna pesante attorno alle caviglie.
“U ma u l’à u numme cun le”, il mare ha il nome con sé. Giovanni
le raccontava spesso di questo proverbio spotornese che sua zia gli
aveva insegnato perché in mare aveva perso il marito, rimanendo con
cinque figli da crescere. Ed era voce comune che dal mare arrivassero
insidie di ogni tipo, tanto che le parole male e mare avevano, appunto,
lo stesso suono.” U ma u l’à u numme con le” si diceva ormai
sottovoce anche Caterina incerta se, per lei, fosse venuto bene o male
da quella distesa. Il giorno dopo sarebbe andata sposa ad un contadino
del podere confinante il misero campo di suo padre ma la sua vita non
sarebbe cambiata granché: avrebbe continuato a lavorare dall’alba al
tramonto in casa, nei campi, nel bosco o alla fonte. Le lacrime
scendevano ormai copiose dai suoi occhi neri poi, trascinando gli
zoccoli sulla sabbia e sulle pietre, si era avviata verso la casupola
che avrebbe abitato per l’ultima notte.
Correva il 1198 e, solo un anno prima, un pomeriggio, Caterina si
trovava nel bosco a raccogliere legna per il fuoco. Senza rendersene
conto, aveva risalito la collina arrivando al limitare del feudo.
Dall’altra parte si stendevano le terre di Spotorno, un piccolo
villaggio stretto intorno al Castello simile a tanti altri della riviera
col suo paesaggio di boschi e vigneti digradanti verso il mare, di orti
e terreni incolti, di modesti campi di grano e uliveti verso il Monte
Mao. Là aveva incontrato un giovane che, canticchiando, stava lavorando
di buona lena per abbattere un enorme pino. Accortosi della sua
presenza, l’uomo si era fermato e l’aveva guardata: Caterina aveva
solo quindici anni e mai aveva visto qualcuno più bello di lui con
quegli occhi azzurri nel viso abbronzato e quei muscoli saettanti che
spuntavano dalla camicia consunta.
- Attenta, stai per entrare nel territorio del Vescovo e se ti vedono le
guardie ti porteranno in prigione. Ti conviene tornare indietro!- aveva
esordito lui. Il Vescovo Ambrogio di Savona, infatti, era padrone degli
uomini spotornesi suoi vassalli, circa trecento anime, così come del
territorio, ed era in contrasto con Noli per l’uso di terre e boschi
confinanti. Spesso le liti accendevano gli animi di una popolazione
costretta a difendere, da una parte e dall’altra, una terra povera che
le dava sostentamento. Allora, focolari di intere famiglie attaccate ad
una terra aspra, vite di fatiche e disagi, venivano distrutti in poche
ore in crudeli battaglie e depredati dal vincitore di turno.
-Sì, certo.- aveva risposto Caterina - Non mi ero accorta di essere
andata così lontano. Sta per scendere la sera e devo cuocere la cena.-
-Vieni, ti mostrerò una scorciatoia. Mi chiamo Giovanni e tu?-
-Caterina.- Sorridendo, Giovanni si era caricato sulle spalle la cesta
di legna di lei e, presala per mano, l’aveva accompagnata lungo un
ripido sentiero che arrivava a Noli, proprio dietro il gruppo di case
del paese fatte coi sassi delle cave, dai soffitti bassi e dalle porte
anguste per non sprecare, d’inverno, troppa legna per scaldarsi.
Proprio come a Spotorno.
Là l’aveva lasciata dicendo:
-Domani ti aspetterò lungo questo sentiero. Ti prego, vieni.-
E Caterina era tornata nel bosco a far legna. Giovanni, che conosceva la
zona albero per albero, l’aveva condotta ad una grotta nascosta dagli
arbusti dove nessuno avrebbe potuto scorgerli e dove avrebbero potuto
restare un po’ insieme.
Molti pomeriggi erano trascorsi: Caterina andava quasi ogni giorno alla
ricerca di rametti da bruciare nel bosco ma, ormai, la bella stagione si
avvicinava e non c’era più bisogno di legna se non per cuocere. Le
occasioni di incontro con Giovanni si facevano, dunque, più rare ed era
stato lui a proporle:
-Senti, amore mio, cerca di scendere alla spiaggia quando tutti saranno
a dormire. Io prenderò la barca di un mio amico pescatore e verrò a
trovarti ogni sera.-
Così Caterina aspettava che il padre ed i fratelli, stanchi del duro
lavoro di braccianti, fossero andati a letto e poi, silenziosamente,
sgusciava nell’oscurità fino agli scogli e rimaneva silenziosa in
attesa. Egli giungeva dal mare su una piccola barchetta che, poi, più
tardi, nella notte, sarebbe servita ad un altro per andare a guadagnarsi
da vivere combattendo contro le onde e le tempeste. Fermava
l’imbarcazione al riparo degli scogli e l’ abbracciava stretta
stretta:
-Non voglio lasciarti mai più, troveremo una soluzione, vedrai! Forse,
andremo a lavorare lontano, dove nessuno ci conosce e sa che siamo
nemici.-
Caterina beveva quelle parole dalle sue labbra ed il tempo crudele
scorreva veloce. Prima di mezzanotte lui doveva tornare a Spotorno e lei
si avviava con lo sguardo sognante al suo giaciglio di paglia. Il giorno
sarebbe stato duro anche per lui che doveva lavorare con il padre la
terra in affitto e ricavarne abbastanza per mantenere la famiglia e
pagare un quartino di avena (Kg.47,5) e due polli, ottenere dai terreni
liberi per la corvéè un quartino di vino, biade e le “spalas
porchorum nutritorum”. Tutto da consegnare annualmente al Vescovo.
Molte sere erano trascorse finché, un mattino, suo padre le aveva
detto: -E’ arrivato per te il momento di andare sposa. Il nostro
vicino Giuseppe che possiede anche un po’ di terra, ti ha chiesta.
Presto combineremo.-
A Caterina era caduto il cielo addosso: sapeva che alla sua età le
ragazze si dovevano maritare ma aveva sperato, forse, in un miracolo. La
sera si era subito confidata con Giovanni che l’aveva rassicurata:
-Dunque, non possiamo aspettare oltre. Tra pochi giorni sarò pronto per
partire con te. Lasceremo questo paese per sempre ed andremo in Francia,
mi hanno detto che là è possibile trovare lavoro. Sarai mia moglie,
finalmente!-
Le lacrime di lei si erano asciugate al fuoco dei baci e delle carezze
e, poi, come ogni notte era rientrata alla semplice casupola.
La sera dopo il tempo minacciava tempesta: grossi nuvoloni scuri si
spingevano gonfi di pioggia verso la terra mentre il vento sollevava
gigantesche onde sfracellandole contro le rocce.
Giovanni non era giunto e neppure i giorni successivi: inutilmente il
vento aveva taciuto ed il mare si era acquetato, la fragile barchetta
che lo portava da Spotorno alle acque di Noli non era più arrivata.
Correva l’anno 1198. Mentre Caterina di buon mattino stava per
diventare moglie di un contadino di Noli, così come doveva essere, il
padre di Giovanni, Nicolò si avviava, come ogni giorno, verso una tomba
disadorna appena fuori della strada che attraversava la piana
raggiungendo il Castello. Lungo i vicoli schermati dagli archetti che
tenevano su le pareti ingobbate e scrostate dallo scirocco, gli uomini
si muovevano silenziosi per recarsi a lavorare nelle fasce dall’alba
al tramonto. Nicolò rivolgeva dapprima una breve preghiera davanti ad
una cappelletta votiva che doveva tener lontano siccità, grandine,
carestie, epidemie e malocchio. Poi si fermava davanti alla tomba del
suo unico figlio Giovanni. Tre mesi prima, dopo un periodo di carcere
nelle segrete del Castello, Giovanni era stato giustiziato. Traditore,
l’avevano detto. Spia e confidente dei Nolesi ai quali portava notizie
quasi ogni notte, raggiungendo, furtivo, la spiaggia di Noli con una
barca non sua. Una sera, mentre stava per prendere il mare, le guardie
lo avevano bloccato ed arrestato. Inutili erano state le sue grida di
innocenza. Nessuno gli aveva mai creduto, neppure al momento della morte
quando aveva invocato disperatamente una santa di nome Caterina. Ma
Nicolò sapeva che suo figlio non era un traditore. Non era certo così
che lo aveva allevato, forte e coraggioso, capace di lavorare il doppio
degli altri giovani. Ogni giorno, anche se non aveva potuto capire il
motivo di quelle uscite in barca, andava a trovarlo là, nella terra
odorosa di erbe e di fiori. Poi, anche lui, come tutti, tornava al
lavoro che avrebbe continuato fino a quando le sue forze glielo avessero
permesso.
Un giorno, l’autobus, durante il tragitto, si era fermato a causa di
un guasto. Nell’attesa di ripartire, anche Claudia ed il giovane
Stefano si erano scambiati qualche parola. Da allora, gli incontri si
erano fatti più frequenti ed importanti.
Qualche anno era passato.
La storia di Claudia e Stefano continuava ancora: lentamente, le
reciproche diffidenze avevano lasciato il posto ad un amore totale e
felice. Qualche volta, si arrampicavano per uno scosceso sentiero
proprio dietro le case di Noli fino ad una grotta nascosta dagli arbusti
dove nessuno avrebbe potuto scorgerli. Era assai dolce tenersi per mano
e fare progetti per il futuro! Stefano si era laureato e Claudia
frequentava ormai l’Università.
Correva l’anno 1998. Un pomeriggio, seduti ad un tavolino di un bar
proprio in vista della Basilica romanico-bizantina di San Paragorio,
mentre nugoli di turisti affollavano le vie del borgo e la passeggiata a
mare, Stefano aveva detto a Claudia di avere una novità da confidarle.
-Bene, anch’io ho qualcosa d’importante da confidarti...-aveva
risposto lei abbassando lo sguardo.-Dimmi, poi parlerò io.- La Chiesa
ornata di lesene, archi e maioliche medievali attirava lo sguardo di
Claudia: forse si vedeva in abito bianco proprio là, un giorno che non
sarebbe stato lontano...
-Mi hanno convocato per un colloquio in una grande azienda di Milano.
Chissà, se mi assumessero... la vita potrebbe cambiare. Qui, non c’è
lavoro per me. Là cercano un futuro dirigente amministrativo, mi
preparerebbero con dei corsi interni e poi dovrei iniziare il lavoro:
probabilmente in qualche fabbrica secondaria del loro gruppo, magari
all’estero, ma potrei avere opportunità di carriera...- Gli occhi
dell’uomo brillavano, le parole uscivano entusiaste dalle sue labbra,
quelle labbra che ella amava così tanto.
-Sono felice, tanto felice...Anch’io ho qualcosa che cambierà la
vita... Stefano, aspetto un bambino.-
Un lampo di fastidio era passato negli occhi di lui diventati gelidi.
-E’...non me l’aspettavo...forse, è un po’ presto per noi...-
Claudia aveva un viso così triste che Stefano si era subito corretto:-
Non preoccuparti, se mi assumeranno risolveremo ogni problema...-
Le frasi si rincorrevano veloci e la fanciulla si era tranquillizzata.
Come sempre, pensava, un figlio viene accettato subito dalla madre e un
po’ dopo dal padre. Ma Stefano non l’avrebbe delusa. La sera a casa,
come al solito, avrebbe dovuto sentire le lamentele di sua madre e suo
padre per quella storia con uno spotornese, ma avrebbe potuto sempre
pensare che il passato non può influenzare il presente. I tempi
cambiano e solo le persone sono artefici del loro destino.
Così, quel pomeriggio, dopo il loro colloquio, Stefano era tornato a
Spotorno e l’indomani sarebbe partito per Milano. L’appuntamento
sarebbe stato poi la sera sulla spiaggia. Là avrebbero deciso il
futuro.
Correva l’anno 1998.
Claudia aspettava sulla riva del mare dove erano soliti incontrarsi
durante l’inverno per essere soli.
Ma non giungeva alcun rumore di passi sulla ghiaia e la sera scendeva
lentamente, coprendo lo sciacquio di carezzevoli onde blu. La pace
sembrava avviluppare le rocce che si stagliavano contro un cielo fermo e
sicuro e neppure un filo di vento giungeva a scuotere la sua gonnellina
corta sopra le ginocchia. Ma il dubbio incrinava i suoi pensieri:-Ecco,
non ci si può fidare di uno spotornese, è ancora e sempre un nemico,
in fondo...- Le lacrime scendevano ormai copiose dai suoi occhi neri
poi, trascinando gli zoccoletti sulla sabbia e sulle pietre, si era
avviata verso casa.
Poche ore prima, Stefano stava guidando la sua auto sull’autostrada,
di ritorno da Milano. L’importante azienda l’aveva assunto ed era
impaziente di tornare da lei, sulla spiaggia, a dirle che l’avrebbe
sposata, che sarebbe stato felice di vivere con lei ed il loro bambino.
Magari sarebbero stati per un po’ in un paese straniero, ma sarebbero
partiti insieme. Non si sarebbero lasciati mai più. Le notti avrebbero
potuto dormire abbracciati, chiacchierare tranquillamente, vivere
compiutamente l’esperienza della vita. Le note di una canzoncina
allegra si dilatavano dall’autoradio nell’abitacolo della vettura ed
egli le accompagnava canticchiando. Avrebbe iniziato una nuova vita con
lei...
Lo schianto era stato violento. Il camion aveva invaso la sua corsia e
schiacciato quell’utilitaria azzurra. Inutile era stato il suo grido
anche se, nell’ultimo istante, aveva invocato, chissà perché, il
nome di Caterina.
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ENRICO
BONINO VERO POETA?
Ho
conosciuto personalmente Enrico Bonino nel 1995 quando, per proporre
presso l’allora Circolo il Brandale la manifestazione “...e la
poesia diventa pittura”, invitando poeti e pittori, pensammo di
chiamare qualche nome noto per attirare l’interesse della stampa e di
altri partecipanti. Enrico era uno di questi “nomi noti” e aderì
subito con entusiasmo. Egli fu sempre presente alle nostre sedute, con
la sua calma disponibilità, per indirizzarci e consigliarci in modo
propositivo. Ricordo un pomeriggio, in cui ognuno di noi, tanti
“dilettanti” tra cui alcuni giovanissimi, leggeva la sua poesia per
ispirare i pittori presenti a comporre una raffigurazione pittorica
sull’onda dell’emozione suscitata dalla poesia stessa. Ebbene, quel
giorno mi sembrava che le poesie fossero irrimediabilmente brutte!
Eppure lui riusciva a trovare quello che c’era di buono, a
valorizzarle, a spronare gli autori a fare di meglio: aveva ogni volta
la parola giusta. Sempre di quei pomeriggi, ricordo il pittore Mario
Nebiolo intento a dipingere per terra, in un’atmosfera viva e
creativa, un cocktail di valori, voglia di fare, intelligenze, che,
senza Enrico, in seguito, non sono mai più riuscita a ricostruire.
Da
quelle riunioni, da quell’attività così stimolante (alcuni sono poi
comunque diventati artisti molto conosciuti, soprattutto nella pittura),
venne fuori il desiderio di fare una mostra delle opere concepite e di
avviare un’Associazione che proponesse il gruppo e l’esperienza. Il
giorno in cui fondammo l’Associazione, gli chiedemmo di esserne il
Presidente, ma lui non accettò. “Tocca a te, -mi disse – io ho già
fatto tutte queste cose, ma ti sarò vicino.” E fu il nostro
Presidente Onorario.
Enrico
Bonino partecipava sempre a tutte le nostre manifestazioni, non ci
negava il suo nome e la sua presenza, se c’era una quota da pagare
(per fare locandine o altro) era sempre il primo. Non disse mai (come
fecero altri meno famosi!) che non avrebbe dovuto pagare perché la sua
notorietà attirava il pubblico: era sempre modesto e gentile.
Mi
affascinava quando raccontava dei poeti che lui aveva conosciuto e
frequentato da giovane, come quando accompagnava Angelo Barile a trovare
l’amico Camillo Sbarbaro a Spotorno, e ben rappresentava la
paura che avevano ambedue di non essere ricevuti da Sbarbaro, sempre
molto riservato e impegnato con i suoi licheni. Poi la paura si
scioglieva nell’accoglienza e, come Dante poté dire “ch’essi mi
fecer de la loro schiera, / sì ch’io fui sesto tra cotanto senno”,
anche Enrico poteva concludere che era stato poeta tra i poeti: gioia
pura per l’anima di chi crede nella poesia. Oppure raccontava dell’Albissola
del suo tempo: le riunioni e i cenacoli che attiravano altri da fuori,
quando arrivavano artisti e poeti e l’arte ferveva. Ora, che non c’è
più nulla, le sue parole suonano ancora come una bella favola...
Enrico
Bonino fa parte della cosiddetta “linea ligustica” che tanto ha dato
alla poesia del Novecento attraverso Montale, ad esempio, o, come scrive
Giorgio Caproni nella Prefazione che introduce la raccolta Inedite: «Enrico
Bonino appartiene a quel medesimo “paese dei vasai” che ci ha dato
il più trasparente e celeste dei poeti d’oggi: Angelo Barile.»
L'immagine
della "Liguria verde arrampicata sui dirupi /...dove i borghi
impregnati di salmastro / frangono l'onde tirrene" pregna le sue
opere. Egli, plasmato da questa atmosfera, compie, attraverso la poesia,
un percorso che si svolge tra la depressione, il dolore, la libertà, la
morte, la pace e la democrazia e giunge, attraverso il suo profondo
spirito cristiano, alla fede in Dio ed al perdono. "Poesia quella
di Bonino intesa come realtà, come libertà e come fede." scriveva
già alcuni anni fa Valeria Consoli in 'Ligusticità di Enrico Bonino'
"Poesia dunque-e poetica- della quotidianità- elemento di cui la
<linea ligure> è pervasa interamente- cui fa eco un'innegabile
componente di matrice religiosa e cristiana."
Dunque,
la prima impressione che dà la lettura dei testi di Enrico è che sia
un magnifico poeta. Poeta per la capacità di trovare metafore,
sinestesie, metonimie, e soprattutto stupefacenti immagini che
conquistano la mente ed anche il cuore. Bisognerebbe ripetere sottovoce
a se stessi verso per verso, per gustarne forme, odori, colori, sapori,
contenuti...
Bonino
ha pubblicato molti libri e di qualcuno ho già scritto. Ora vorrei
dedicare qualche riga all’ultimo, “Passeggiando con Proust”, una
raccolta di poesie e prose poetiche sul Monferrato, le Langhe, le Alpi
Marittime, scritte nel 1974 ma pubblicate solo nel 2007, postume.
La prima parte, “Nelle Langhe con Proust”, si apre con un Preludio
che inizia così: “Mi fascio i pensieri di buio, / riparo la carne tra
le foglie / e lo spirito tra gli alberi,”. Non basterebbero queste
parole così immediate, reali, forti, a decretare la vera poesia?
Bonino, dunque, va alla ricerca dei paesaggi di un tempo, della sua
gioventù, dei suoi antichi pensieri, in un ambiente naturale e
semplice, fatto di scansioni stagionali e umane, di naturalezza di
pulsioni, della vita e della morte, di fanciulle in fiore... Nella
seconda parte, “Antologia del Töett”, si racconta della collina dei
morti. Così c’è il sarto suicida che “s’aggira tra le forre e i
franosi dirupi”, l’Angelo bianco del riposo, il giocatore di pallone
elastico, il ritorno nell’inverno del 1944 nel bianco cimitero per
fuggire “le cose oscure della vita, solo chiedendo pace e oblio”.
La
terza parte, in prosa (tranne due brani in versi), “Pagine di vita”,
raccoglie i ricordi del padre, del nonno, dei parenti, della vita
familiare, la fiera di Mombaldone, la dura esistenza dei partigiani
aiutati, però, dalla gente comune, tra cui le zie di Bonino.
Infine,
“Canzoni del Commiato”, consacra il distacco da un’età passata:
un tempo che appariva naturale e sereno, dove tutto sembrava più
facile. Quando compone “Passeggiando con Proust”, Bonino ha circa
cinquant’anni. Un’età ricca, in cui si è davvero maturi e, se si
è fatto tesoro dell’insegnamento della vita, si è raggiunta una
fondata saggezza e una equilibrata capacità critica. Molto è ormai
lontano, trascorso, un tempo perduto, ma molto è ancora avanti e può
essere fatto e vissuto pienamente. Quindi, commiato dal paesaggio, “un
soprassalto della memoria”, dall’infanzia e giovinezza, dolci
ricordi da tenere in cuore per sempre. Si torna alla vita adulta, alle
sofferenze dell’incomprensione, dell’ingiustizia, del dubbio che
attanaglia l’animo più sensibile e intelligente.
Notevole
personaggio, uomo moralmente alto, molte volte Enrico mi spiegò quanto
tutto era difficile anche per lui, così capace dal punto di vista
letterario. Chi avrebbe potuto aiutarlo, non lo fece, ma egli continuò
il suo percorso con la passione dei grandi.
Nella
“Nota”, una postfazione di suo pugno del 1974 a “Passeggiando con
Proust”, Bonino esprime anche la sua poetica. “Le parole sono sempre
quelle.” scrive “Ne puoi trovare anche di nuove – e subito gridi
al miracolo- ma il dubbio può distruggerle. Più non scrivere
allora?” Egli, nella vivace Albissola, era venuto a contatto con molti
movimenti dei primi e dei successivi anni del Novecento, tra i quali il
futurismo che ebbe una vasta espressione proprio in Albissola. Dai suoi
modelli e da tanti altri stimoli così comuni in quel periodo, si era
ricavato la sua via, misurata, pulita, propensa a ricercare il bene, per
sé, ma anche per gli altri. “Ciascuno ha battuto vie diverse
cercando, sovente sperimentando il difficile, il complicato, fors’anche
l’astruso: ingenuamente o maliziosamente scambiando la novità a ogni
costo per cultura e l’astruso per impegnato capo d’opera. (...)
Scambiar “trovate” per parti ingegnosi o lodare le follie della moda
o dell’esprimersi come genuine intuizioni dell’ingegno, l’ermetizzarsi
per apparire “più” (...), l’appesantire il volo della poesia che
ha da essere lieve e fresca e forte, coraggiosamente sincera, non è
forse peccato capitale? (...) E sono tornato ai versi buoni come il
pane, financo alle rime, alle assonanze (quelle sole che ti vengono
spontanee, che non cerchi, come suggeriva Angelo Barile), ho fatto
istintivo ricorso alla prosa poetica, al tempo stesso schietta, reale,
umana. A misura d’uomo e di cuore. E ne sono sufficientemente
appagato. Che m’importa il resto? Chi mi approverà o disapproverà.
Che valore potrà avere? Quali compensi, attribuzioni, qualifiche,
incomprensioni? Di questo avevo bisogno. Ma forse anche gli altri, pur
senza saperlo. Anche per questo sono portato a non rammaricarmi o
risentirmi oltre per l’impostura degli uomini: marchingegno forse
necessario, nell’equilibrio della natura e delle cose di Dio, di
questa mia caduta nel tempo. Poiché l’impegno civile appare sempre più
uno solo: diventare più buoni e contribuire a fare migliori gli
altri.”
Come
ho già ricordato proprio alla presentazione di questo libro presso la
Sala Polivalente della Provincia di Savona, Umberto Eco, in Postille a
“Il nome della rosa”, spiega: “Si scrive pensando a un lettore.
(...) scrivere è costruire, attraverso il testo, il proprio modello di
lettore. (...) La differenza è se mai tra il testo che vuole produrre
un lettore nuovo e quello che cerca di andare incontro ai desideri dei
lettori tali quali li si trova già per la strada. In questo secondo
caso abbiamo il libro scritto, costruito secondo un formulario buono per
prodotti serializzati, l’autore fa una sorta di analisi di mercato e
si adegua. (...) ma quando lo scrittore pianifica il nuovo, e progetta
un lettore diverso, non vuole essere un analista di mercato che fa la
lista delle richieste espresse, (...)Egli vuole rivelare al proprio
pubblico ciò che esso dovrebbe volere, anche se non lo sa. Egli vuole
rivelare il lettore a se stesso.”
Bonino
ha fatto del suo lettore qualcuno che renda la società migliore
trasmettendogli i principi sui quali si è basata la sua vita. Ogni
lettore di Bonino deve essere orgoglioso di esserlo, perché non è un
lettore qualunque.
In
conclusione, è evidente la risposta alla domanda provocatoria del
titolo di questo spazio dedicato, anche con tanto affetto, a Bonino.
So
che Enrico Bonino è un vero poeta. Ma quanto grande e durevole nella
storia della letteratura italiana non posso saperlo perché, come per
tutti gli artisti e pure la storia dell’umanità, non ci è dato di
apprenderlo, fino a che non siano passati almeno cinquant’anni dalla
morte e lo si possa studiare senza coinvolgimenti personali e con
un’ampia panoramica del periodo in cui l’autore operò.
Peraltro,
non so se l’università se ne stia occupando, se qualcuno porti là il
suo nome e il suo lavoro. Purtroppo vedo che è ben poco citato su
internet, il più grande motore di conoscenza umana. C’è ancora la
pagina del Club degli Autori che avevo fatto mettere io molti anni fa,
dove “Passeggiando con Proust” è un inedito, ecc.
Io
credo giusto che i suoi libri passino alle generazioni a venire perché
hanno molto da dare. Così lui voleva e meritava.
Per
questo mi preoccupo.
E
mi chiedo: ma quando non ci saremo più noi, Enrico Bonino sarà davvero
ricordato?
Savona,
27 novembre 2008
prof.
Renata Rusca Zargar
Presidente
Onorario ZACEM
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Chiesa
romanica di S. Croce ad Alassio
-
opera di Piero Vado - |

S.
Salvatore dei Fieschi a Cogomo
-
opera di Piero Vado -
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CITTADINI
SAVONESI ILLUSTRI: PIERO VADO
Entrando
nello studio di Piero Vado, senz’altro il più noto degli artisti
liguri, si incontrano subito decine e decine di dipinti, disegni, libri,
cartelle (circa 150 opere- ed altrettante ne ha in casa), contatto
immediato con il suo lavoro e con il desiderio di affrontare sempre
nuove tecniche e nuove esperienze. -Ho al mio attivo - ci spiega Piero,
nato Toscana ma residente in Liguria da sempre -38 libri, un milione e
mezzo di disegni, seicento tavole acqueforti e litografie, acquerelli,
oli , soprattutto paesaggi. La mia prima cartella della serie
“Quaderni di Liguria” è nata nel ‘74 ed era uno studio sui
vicoli, i nostri stretti “caruggi” che, come si legge nella
prefazione di Giannetto Beniscelli, “sono la tana per nascondersi e
per respingere il frastuono. Trattengono e rilanciano solamente voci di
umanità, nell’intrico verticale delle architetture”. Poi le
cartelle, raccolte di scritti e disegni, hanno toccato il Finalese,
Albisola, Loano, Verezzi, Noli, i castelli e le torri della Provincia.
Mi piaceva fare di tutto e da solo: ho preparato circa 250 acqueforti,
materiale fotografico, persino film. Infatti, ho girato dei documentari
sui mestieri che stavano scomparendo come il maniscalco, il sellaio, il
cestaio, il pescatore nolese, l’artigiano del rame, del ferro,
dell’ardesia o della pietra del Finale, e tanti altri. Ma, ormai, la
maggior parte di questi mestieri non esistono più ed i miei film sono
diventati un documento.-
Un
percorso leonardesco, dunque, che è studio e ricerca di conoscenza.
-Non
ho mai dipinto fiori freschi, ad esempio,- chiarisce, intanto,
mostrandoci i suoi ultimi quadri - se non quando diventavano appassiti
perché, in quel modo, verso la conclusione del loro ciclo, mi davano più
emozione. Ma, poi, ho voluto provare anche quello.- Così, fiori dai
toni decisi escono dalla tela nello splendore della maturità oppure,
nel misurarsi con l’olio, Vado inventa sapientemente un mare in cui si
può cogliere la trasparenza dell’acqua pulita, limpida che lascia
intravedere ciottoli colorati... Molti i libri che
uniscono ai dipinti un testo da lui stesso elaborato e che riproduce le
sensazioni del momento in cui si poneva davanti al paesaggio e
disegnava. “C’era una volta / un mondo chiaroscuro / di torri e di
castelli, / campanili solenni/ nelle gravi penombre / e vicoli di pietra
nuda / le viscere forti e scabre / donde è maturata / l’anima antica
di Liguria” scrive Stefano Amoretti a corredo proprio di uno dei suoi
volumi.
Piero Vado è attratto, infatti, da soggetti che scrutano l’anima di
queste nostre terre, più o meno nascosta, segreta, antica, solitaria,
gli aspetti della vita, le impressioni create dal lavoro dell’uomo, la
bellezza del paesaggio e delle opere artistiche. Allora tacciono, ferme
nel tempo, case, pietre, barche, carri. E dove manca la figura umana, si
comprende ancora più solidamente, però, l’Artefice, l’uomo del
passato che ha saputo forgiare il mondo. Nella pittura di Piero Vado,
poi, c’è sempre un arco al di là del quale si può presagire un
continuum. Dietro gli archi, al di là di ponti e terreni, finestre o
porte, in fondo a quei caruggi come occhi che osservano il tempo,
attende un futuro che è anche uno spazio aperto nel quale l’uomo del
domani dovrà imprimere il suo marchio.
“Quando
le pietre tagliate dall’uomo parlano/ raccontano sempre storie
antiche./ Sulla roccia tufacea che guarda il fiume/ il castello ricorda
storie millenarie,/ quando le prime genti liguri sostarono/ decise a
rimanere/ sulle rive dell’acqua cristallina./ Scorrerie saracine e
barbaresche,/ lotte senza quartiere tra feudatari/ tinsero di rosso vivo
i ciottoli rotondi/ e la roccia consumata dal tempo.” Queste parole,
unite all’immagine del Castello di Millesimo, fanno parte di quelle
espressioni scritte, chiamate dall’autore “prosa ritmata”, che
accompagnano le opere sulla pietra che Piero Vado ha esposto in
prestigiosi locali quali la Provincia di Savona. L’impressione che si
ha davanti alle sue opere, è di trovarsi al cospetto di un’impresa
titanica di un artista vero che osserva, studia e lavora senza sosta per
condurre la gente e tutti noi a conoscere ed amare le meraviglie ed i
capolavori che l’uomo ha costruito in Liguria nel corso dei millenni:
dai graffiti e stele antropomorfe dei primordi al periodo romano,
paleocristiano, romanico e gotico. Vado, prese le mosse, a suo tempo,
dall’Acqua (altra importante realizzazione esposta sempre presso la
Provincia di Savona) si è addentrato quindi nella Pietra, nel lavoro
dei progenitori del passato al quale fare riferimento per comprendere
l’“uomo”, l’essere superiore impegnato a progettare il domani.
Il tratto preciso del Maestro, in bianco e nero o a colori, ripercorre
la fatica dell’artefice, la solitudine della pietra e di chi, in ogni
tempo esce dagli angusti confini dell’odierno. I chiaroscuri e le
macchie di colore, le cime ed i colli accennati come i cieli aperti,
contribuiscono a stagliare la potenza dell’essere umano mai
rappresentato in figura, se si escludono i graffiti della valle delle
Meraviglie, la fontana antropomorfa in Valle Stura e le stele celtiche
della Lunigiana, ma sempre compiutamente presente nelle architetture.
“Sin dall’antichità” scrive Piero Vado” l’uomo ha cercato
d’esprimere concretamente le sue idee, i suoi sogni, le sue speranze e
anche in senso costruttivo per portare questi concetti oltre il tempo.
Adoperò per questo la pietra, materia povera ma in sostanza eterna
rispetto alla durata della vita dell’essere umano. Fu così che
cominciò rozzamente a graffiare, incidere, tagliare ed infine a
scolpire questa materia per realizzare un linguaggio comunicativo o per
costruire monumenti destinati ai posteri.”
RENATA
RUSCA ZARGAR
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