Prof. Renata 

Rusca Zargar

 

Categoria  Scrittori

Indirizzo:   Via P. Scotti 4/4

Città:  17100 Savona

Telefono:  

Cell.:  393 1007840

Siti web:  

- www.zacem.org

- http://www.famigliazargar.com/

- www.club.it/autori/renata.rusca.zargar

- www.literary.it

- www.islam-liguria.org 

Blog, Social Network, ecc.:

Link Video:   

E-mail:   renataruscazargar@fastwebnet.it

Data adesione:  Aprile 2002

Renata Rusca Zargar è al centro della fotografia.

 

 

Insegnante di ruolo di materie letterarie nella scuola superiore.

Insegnante per molti anni del corso di SCRITTURA CREATIVA dell’Università delle Tre Età di Savona e nel 2007-08 del corso “Dalla tradizione alla modernità: arte, cultura, religioni, storia dell’India”.

Fondatrice e Presidente (dal 1996) dell’Associazione Culturale Savonese “ZACEM”, dal 2007 Presidente Onorario.

Già segretaria e fondatrice del Centro Culturale Islamico Savonese e della Liguria, collaboratrice della Comunità dei musulmani della Liguria.

Già segretaria Associazione Alzheimer Auser Savona.

Ha collaborato con il mensile nazionale “50 & PIU’” (tra i vari: articolo sul Kashmir, febbraio 2002) e con la rivista “MADRE” (articoli sulle donne islamiche, il volontariato, arte, ecc.) 

E’ stata giornalista dei settimanali liguri “IL LETIMBRO” e “ARCOBALENO” con articoli riguardanti specialmente la scuola e la cultura, ha curato, inoltre, la rubrica “ANGOLO DELLA POESIA”.

E’ apparsa con articoli vari su diverse altre pubblicazioni locali quali: “L’AGENDA” (ex della Provincia) del Comune di Savona, “L’UNIONE MONREGALESE”, “GENTE DI RIVIERA”, ecc.

Ha ideato e condotto per due anni una trasmissione radiofonica locale a carattere filosofico-esoterico ed ha partecipato a diversi altri programmi a carattere culturale. Esperta numerologa. 

Consulente editoriale.

Ha fatto parte del Comitato di valutazione del Caffè Letterario Ed. La Bottega.

Ideatrice, organizzatrice e membro di giuria del Concorso di narrativa “C’ERA UNA VOLTA” bandito dalla Scuola Media di Spotorno.

Ideatrice, organizzatrice e segretaria del Concorso letterario nazionale “SCRITTORI DELLA DOMENICA” bandito dal settimanale “Il Letimbro”.

Ideatrice, organizzatrice, presidente di giuria del Concorso Letterario Nazionale di Poesia “CITTA’ DI VADO - POESIE SULLE PIASTRELLE” bandito dalla città di Vado Ligure (SV) 1998-2004.

Membro di giuria del Concorso per alunni delle scuole elementari, medie e superiori “LA CIVILTA’ DELL’ULIVO” bandito dalla Camera di Commercio di Savona nel 2000. 

Membro di giuria nel 2001 del Concorso Letterario Nazionale biennale “POETI A PLODIO”. 

Membro di giuria dal 2003 al 2007 del Concorso Letterario Nazionale “Fiori di campo” bandito dal Comune di Tonco (Asti).

Membro di giuria dal 2002 al 2008 del Concorso Letterario Nazionale “ITALO CARRETTO- CITTA’ DI BARDINETO” per il quale cura le prefazioni dell’antologia.

Ideatrice e Presidente della giuria dal 2002 al 2008 del Premio Letterario Nazionale “CITTA’ DI SAVONA” del quale ha prefato le antologie fino al 2007.

Presidente di giuria nel 2003 e nel 2004 del Concorso Letterario di Poesia “Il respiro del tempo” di Quiliano.

Membro di giuria del Premio Internazionale di Poesia “FRANCO FALCO” 2004 e Presidente di giuria nel 2005 e 2006.

Membro di giuria del Premio di Poesia Domenica Tosco nel 2005 e Presidente di giuria nel 2006.

Membro di giuria nel 2006 del Concorso di Poesia intitolato a Federica Barbiero organizzato dalla Polizia Municipale di Savona.

Organizzatrice della tappa di Savona (anni 1997 e 1998) e di Vado Ligure (anni 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004) del Concorso Letterario “IL GIRO D’ITALIA DELLE POESIE IN CORNICE” del Club degli Autori di Melegnano (MI).

Accademica dell’“Accademia Internazionale IL CONVIVIO” di Castiglione di Sicilia Vergella e membro di giuria nel 2005 dell’omonimo Concorso Letterario Internazionale

Ha organizzato e diretto nel 2000 e nel 2001 presso la sede provinciale dell’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) un Laboratorio di Poesia per i malati di sclerosi multipla, aperto a tutti, con la partecipazione di poeti e prosatori locali ed alunni delle scuole medie e superiori. Continua i Laboratori di poesia con le scuole elementari, medie e superiori di Savona.

Inserita sull’“ATLANTE LETTERARIO ITALIANO” di Libraria Padovana.

Ha curato la pubblicazione di alcune antologie ed ha partecipato ad altre con brani e poesie. Scrive commenti critici per alcuni noti pittori (Piero Vado, Caterina Massa, Adriana Martino, Armando Esposto, Afra Gattuso, Aurelia Trapani, Emanuela Venier, Attilio Cicala, Claudio Carrieri, Luciana Bertorelli ecc.), pianisti (Maurizio Ganora, Irene Schiavetta) e prefazioni per volumi di poesia e narrativa (Mario Siri, Franca Maria Ferraris, Ines Gastaldi Carretto, Ivana Damilano, Simona Bellone, Salvatore Avellino).

Sono state pubblicate su carta e su Internet le sue recensioni di opere dei poeti e scrittori: Enrico Bonino, Franca Maria Ferraris, Gabriella Zurli Orioli, Gianfranco Barcella, Daniele Genova, Hamza Piccardo, Margherita Faustini, Franco Tralli, Angelo Ruocco, Bruno Marengo, Isabella Michela Affinito.

Ha coordinato e prefato il volume “L’ANTOLOGIA”, rassegna di 70 tra poeti e pittori con la partecipazione della Scuola Elementare del Santuario e della Scuola Media Giuria Chiabrera di Savona.

Ha coordinato e prefato il I, II, III, IV, V, VI, VII volume (e I; II; III CDROM) “POESIE SULLE PIASTRELLE”.

Ha partecipato alla mostra presso la Provincia di Savona “OMAGGIO AD ALDO CAPASSO” dal 21 aprile al 1 maggio 2001.

Ha partecipato, coordinandole e dirigendole, ad alcune trasmissioni (Laboratorio di poesia) di TELEGRANDA (CN) ed ha coordinato alcune trasmissioni radiofoniche nel 2002, 2003 e 2004 sempre sullo stesso soggetto, con la partecipazione di alunni delle Scuole Superiori.

Collabora con “Savona nel cuore dell’Africa” per la raccolta di fondi.

Collabora con l’ANED di Savona e Imperia. 

Collabora con LIBRO MONDO (centro di documentazione della Provincia di Savona e dell'AIFO) recensendo alcuni libri nuovi; tali recensioni vengono poi pubblicate sulla News Letter omonima (sulla pagina: http://www.provincia.savona.it/attivita/cooperazione/newsletter.htm  sono scaricabili i vari numeri della newsletter di LIBROMONDO). 



E’ presente su Internet ai seguenti indirizzi: 

 

www.famigliazargar.com 


www.club.it./autori/renata.rusca.zargar

 

www.literary.it 

 

www.ilportaledegliartisti.it/scrittori/renata_rusca_zargar

 

www.caarteiv.it 



E-mail: zazargar@tiscali.it 

 

 
 

 

 

 

Cilnia Potetio Maior

 

Una ricca ragazza romana di Pompei, Cilnia Potetio detta Maior, ha occasione di conoscere, nella villa in campagna del padre, l’aitante schiavo tuttofare Aeris. Spinta, forse, dalla noia della vita campestre, ella inizia una relazione pericolosa con lui e, infine, i due si innamorano veramente. Qualcuno si accorge dei loro incontri segreti e li denuncia alla madre di lei, che però crede alla figlia che nega tutto. Maior, tuttavia, è destinata a sposare quanto prima un giovane di una gens potente quanto la sua, mentre la sua più cara amica, Tertia, dovrà andare in moglie a un uomo amandone, invece, un altro. I destini dei quattro giovani e di una schiava fedele, insieme ai loro sogni e avventure verso la felicità, si incrociano, nel 79 d.C., con l’eruzione del Vesuvio che ricoprirà Pompei per sempre. La storia, che racconta l’amore come sentimento avvincente e assoluto, è anche ricca di particolari della realtà del tempo.

www.ultimabooks.it/cilnia-potetio-maior

 

 

Donna semplicemente Donna
Collana di Letteratura Contemporanea
diretta da Carla Russello

Renata Rusca Zargar
Ti chiamerò mimosa

La raccolta comprende vari racconti incentrati sulla questione femminile, sia che si tratti del grave problema dell’infibulazione, del quale ormai si sente parlare anche in Italia, che del razzismo o della maternità a rischio e del difficile rapporto madre-figlia. Non mancano vicende dove l’uomo è protagonista: quando abbandona al suo destino la compagna colpita da un tumore o quando affronta un lungo viaggio alla ricerca del piacere tra le braccia di una prostituta bambina. Il titolo della raccolta è dato, infine, dall’omonima storia densa di attualità: modelli e valori della nostra società invitano le adolescenti ad accelerare i tempi per raggiungere notorietà e ricchezza, la prostituzione e la droga non sono che mezzi di tali obiettivi. Tutte le narrazioni sono, però, pervase da una luce di giustizia e di speranza: chi ne ha le capacità e la forza deve battersi con coraggio e determinazione perché il mondo possa essere migliore.
Nel volume sono presenti anche due testi di Zarina e Samina Zargar, figlie dell’autrice di 18 e 20 anni: lasciare spazio alle giovani donne è senz’altro il primo passo per un futuro diverso per tutti, maschi e femmine.

Renata Rusca Zargar, savonese, insegnante di italiano, storia, geografia nelle Scuole Superiori, impegnata in ambito sociale, è stata direttrice di alcuni Corsi dell’Unisavona (Scrittura creativa e conoscenza dell’India). 
È Presidente dell’Associazione Culturale Savonese ZACEM.
Ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Letimbro (allora settimanale della diocesi savonese), Arcobaleno, L’Agenda del Comune di Savona, Gente di riviera, ecc. Negli ultimi tempi, ha curato una pagina sull’associazionismo e la cultura savonese per La Repubblica. 
richiedi libro all'Associazione info@venticinquenovembre.it

 

www.venticinquenovembre.it/Renata_Rusca_Zargar.htm

 

L'Islam possibile in Italia


In libreria / recensioni 
di Enrico Galoppini
giovedì, 04 agosto 2005
Vedere il sito web

 

Autore: ZAHOOR AHMAD ZARGAR 

            RENATA RUSCA ZARGAR
Titolo: L'ISLAM POSSIBILE IN ITALIA
Editore: Bastogi, 2005
Pagine: 120

 

 

 

Per un’inveterata abitudine a considerare superiore il punto di vista «scientifico», quando si è alla ricerca di informazioni su qualcosa che non conosciamo, tendiamo ad affidarci sempre alla figura dell’«esperto». L’«esperto» è certo persona informata, che ha studiato, analizzato, sviscerato l’oggetto delle sue ricerche, ed è in grado di fornire opere talvolta preziose, utili per acquisire quelle informazioni che cerchiamo. Tuttavia, tendiamo a dimenticare che anche l’«esperto», magari dissimulando abilmente (se non addirittura inconsapevolmente!), non è avulso dai suoi sentimenti, dalle sue predilezioni, dai suoi punti di vista. Questo dobbiamo tenerlo a mente quando acquistiamo uno dei tanti libri sull’Islam disponibili nelle librerie: ciascun autore –anche per la sola scelta operata dei temi da trattare – trasmette in quelli che sovente si presentano come ‘manuali’ sull’Islam il suo personalissimo punto di vista. «Vi sono molti Islam», si sente spesso dire… e «molti Islam» sono quelli, appunto, che ci presentano gli «esperti». Questo tipo di studi è quello in uso presso le Università, dalle quali sono banditi come «non scientifici» tutti quei testi di coloro che, non «esperti», espongono il loro punto di vista (ricordiamocene sempre!) su quello che nel loro caso non è però un oggetto di studio, bensì quotidianità, vita reale, tensione verso un’Idea.

Dunque, chi vuole informarsi sull’Islam e non è musulmano si trova davanti ad una scelta quando vuole leggere qualcosa: affidarsi agli «esperti» accademici o ai musulmani stessi? Personalmente consiglio di muoversi su entrambi i fronti, e un buon approccio ad un punto di vista «interno» è quello offerto dall’agile libro dei coniugi Zargar, musulmani italiani, d'origine indiana lui, 'italiana d.o.c.' lei (si sono conosciuti in India, nel Ladakh, quando lei era affascinata dalla religiosità induista).
Il merito principale di questo libro sta nel fatto di presentare al lettore, nella forma di una conversazione intensamente partecipata, l’Islam di due ‘musulmani qualunque’, che s’interrogano sui problemi del mondo, dell’Italia e della comunità musulmana (i diversi registri di «appartenenza»), senza remore quando ritengono sia il caso di criticare alcuni fenomeni – in specie sociali - relativi al mondo islamico, ed altrettanto sinceri quando si tratta di parlare del loro essere musulmani in Italia (senza alcun tono proselitistico, espressamente detestato dagli autori).

Zahoor Ahmad e Renata in questo libro si pongono il problema, molto dibattuto oggi, del come sia possibile una pacifica e civile convivenza tra persone che seguono religioni e culture diverse: “Il Corano e la Sunna espongono i principi eterni dell’Islam, che possono essere applicati ad ogni epoca e ad ogni luogo, ma popoli diversi non possono divenire uguali solo per la religione. Essi hanno molti altri fattori di disuguaglianza e di unicità, pur credendo nelle stesse verità di fede. E inoltre, continuano la loro storia, hanno un’economia, una posizione geografica…” (p. 21).

Ecco, più chiaro di molte analisi sociologiche, come si possa essere, ad esempio, musulmani ed italiani!


Il confronto tra i due autori, poi, si dipana attraverso quegli interrogativi più comuni che oggi, spesso ad arte, vengono instillati nelle menti di chi pensa che i telegiornali esistano per informarci… Ci parla del valore della famiglia nell’Islam; dell’atteggiamento di fronte alla morte (sempre più rimossa dalla «civiltà (?) moderna»); degli equivoci sul concetto di jihad (“Qualsiasi atto, la parola, gli scritti, il rispetto, la giustizia, la tolleranza, l’amare gli altri come se stessi, i comandamenti, ogni comportamento nella vita sociale, nel rapporto con gli altri (musulmani e non) nella vita comune, rappresenta lo sforzo sulla via di Allah, cioè la jihad [jihad è maschile, NdR]. Questo libro, ad esempio, è la nostra jihad, il nostro sforzo perché il mondo sia migliore […]”); della condizione delle donne nelle differenti società islamiche (e fanno bene a ricordare le donne ai vertici della politica nel mondo musulmano, da Benazir Bhutto in Pakistan a Megawati Sukarnoputri in Indonesia) e della questione delle mutilazioni genitali femminili (praticata in alcuni paesi musulmani ma assolutamente non «islamica», mentre lo è la circoncisione maschile); dell’integrazione degli immigrati di religione musulmana (“se non si lavora insieme per l’integrazione, si rischia di creare dei ghetti”, p. 77); del rapporto con le altre religioni (non manca una stoccata agli eccessi di zelo di chi, per un malinteso senso del rispetto, abolisce il Presepe a scuola!); delle regole alimentari islamiche e delle proibizioni nell’Islam (c’è anche una risposta a quelli che credono che per un musulmano sia lecito vendere la droga a un non musulmano…); del divorzio e della poliginia (“Non possiamo essere tutti ostaggio di quelle poche persone che vogliono ancora tenere più mogli. Dobbiamo pensare ai benefici generali per la nostra comunità e ricordare che viviamo sotto la legge italiana”, p. 70); dell’‘apostasia’ nell’Islam; dell’‘Islam spettacolo’ di inadeguati suoi paladini e, speculari ad essi, inverecondi guitti televisivi; del rapporto tra l’Islam e gli animali, l’Islam e la natura, l’Islam e la scienza (la ‘riprova scientifica’ dell’autenticità del messaggio trasmesso dal Profeta Muhammad starebbe nel fatto che il Corano, secondo autorevoli scienziati, non è in contrasto con le moderne scoperte).


Termina il libro (che in qualche passaggio presenta qualche ingenuità sull’immigrazione e la «libertà» e l’«indipendenza» di cui godrebbe l’Italia, sede di 107 basi militari degli Usa) una sincera perorazione della necessità di stabilire un’intesa tra la Comunità dei musulmani italiani e lo Stato italiano.

Ma oggi la parola d’ordine è diventata quella dell’«Islam moderato»… “Ma chi è l’Islam moderato?”, chiede Renata al marito. “Io credo che l’Islam non sia «moderato» o «immoderato» ma sia l’Islam e basta. Non posso condividere questa precisazione, perché non ci sono più Islam tra cui sceglierne uno, la base dell’Islam è il Corano, la vita e i detti del Profeta, e basta. L’uso dell’aggettivo «moderato» è anche pericoloso, perché, forse, viene attribuito dal governo alle persone più vicine alla loro parte politica o più osseqiuenti [sic] ai loro desideri! E ciò non è democrazia, rispetto, libertà. Così come usa individuare come paesi islamici moderati quelli, magari, che sono ossequienti all’Occidente (e non importa poi che cosa facciano in realtà!). Se, invece, si vogliono con tale termine individuare gli islamici che rispettano le leggi italiane, naturalmente dobbiamo essere tutti «moderati», come ho già spiegato, perché dobbiamo assolutamente rispettare le leggi del paese in cui viviamo, come è prescritto anche dall’Islam” (p. 85).


Troveranno ancora qualcosa da eccepire i Cristianisti, i Crociati dello Zio Sam? I coniugi Zargar li hanno ben individuati: “Tutti hanno notato che ad usare i toni da «crociata» contro di noi, sono le persone che meno hanno a che fare col Cristianesimo” (p. 64). E’ soprattutto per colpa di questi cristiani senza Cristo che un musulmano italiano o residente in Italia oggi deve sempre sentirsi sulla difensiva, come se fosse responsabile di tutto quel che viene commesso in nome dell’Islam. C’è da chiedersi perché questo ignobile modo di ragionare non venga applicato ad un ebreo di fronte ai crimini perpetrati dallo Stato israeliano e dai suoi ‘coloni’, ad un cristiano per l’incalcolabile serie di crimini del «Presidente Bush», il quale non perde occasione per rammentarci il suo fervore religioso. E meno male che non è così, perché non avrebbe alcun senso, quindi la si smetta di mettere alla gogna le persone, in tv, a scuola, sul lavoro.

Smettiamola di cercare sempre uno con cui prendersela, di conformarsi ai desideri della maggioranza (o di quella che i media dipingono come tale), di sputare sentenze sull’Islam e i musulmani quando a fatica ne abbiamo conosciuto uno.

E ascoltiamo – dalle parole di due ‘musulmani qualunque’ - il sincero desiderio d’integrazione in Italia della stragrande maggioranza di loro: “Che cosa significa integrazione? Per me integrarsi nella società non significa cancellare il proprio essere ma contribuire all’arricchimento e al progresso del paese che ospita, portando il proprio modo di essere e imparando dagli altri ciò che è migliore. In effetti, significa interazione. Non è un cammino facile, né breve, ha le sue spine e ci vuole molta pazienza. Bisogna essere aperti agli altri, senza caricarsi di pregiudizi o credersi superiori. Il rispetto reciproco e il dialogo sono fondamentali per la società” (p. 42).


L’Islam è possibile, in Italia.

***

GLI AUTORI:

ZAHOOR AHMAD ZARGAR, indiano del Kashmir, è il presidente della Comunità dei Musulmani della Liguria. Risiede a Savona da circa vent'anni, è cittadino italiano e si è inserito brillantemente nella vita culturale e sociale della città, promuovendo numerose iniziative per la conoscenza dell’Islam. E’ noto per aver inviato al Papa Giovanni Paolo II una lettera per manifestargli apprezzamento per l’opera a favore della pace, ottenendone risposta.

RENATA RUSCA ZARGAR insegna materie letterarie nella scuola superiore e scrittura creativa all’Università delle Tre Età di Savona, è autrice di racconti su temi storici e sociali e collabora con riviste e giornali anche per quanto riguarda la critica letteraria e d’arte. Si occupa di numerologia da molti anni; è esperta di cultura indiana e islamica.

Enrico Galoppini, è laureato in Storia Contemporanea all'Università di Pisa e diplomato in lingua araba (fine corso) presso la Jordan University di Amman e l'Institut Bourguiba des langues vivantes di Tunisi, attualmente insegna Storia dei Paesi islamici presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Torino 

( http://www.lingue.unito.it/programmi/2004-05/corsi03.htm#storia_islam  ). 

È inoltre interprete e traduttore dall'arabo, ed animatore del sito internet Aljazira.it. Particolarmente interessato agli aspetti religioso e storico-politico del mondo arabo-islamico, alla storia del colonialismo, all'attualità politica internazionale, ma anche a fenomeni di costume, collabora o ha collaborato a «La Porta d'Oriente», «Diorama Letterario» «Italicum», «Africana», «Levante», «LiMes». Ha pubblicato alcuni saggi e prefazioni, ed il suo primo libro è Il Fascismo e l'Islàm (Edizioni All'Insegna del Veltro, Parma 2001).

 

 
 

PER IL DOMANI SEMBRA TUTTO POSSIBILE

Renata Rusca Zargar - 2006

 

 

Tutti i docenti sanno quanto sia difficile insegnare la storia... … L’ideale sarebbe che, per ogni popolo, di ogni tempo, si presentasse almeno una vicenda, utile ad entrare nell’universo sconosciuto della vita di tutti i giorni, in situazioni e luoghi tanto diversi dai nostri! Una specie di viaggio con la macchina del tempo che susciterebbe attenzione e aiuterebbe a imparare termini e concetti del linguaggio storiografico, a organizzare temporalmente le conoscenze storiche, ad usare gli strumenti del lavoro storico e, soprattutto, istillerebbe l’amore per le culture del passato che sono le fondamenta della nostra civiltà ... … Queste sono le motivazioni fondamentali di “Per il domani sembra tutto possibile”, un racconto ambientato nell’Egitto, ai tempi di Amenophis II, Tuthmosis IV e Amenophis III, cioè in un periodo compreso tra la seconda metà del 1400 avanti Cristo e la prima metà del 1300 avanti Cristo, ma che, parallelamente, è ambientato ai giorni nostri. Un archeologo italiano e un’archeologa egiziana scoprono, infatti, dei documenti su cui è tramandata la storia antica di un contadino che, spinto dall’amore per una bella e sensibile fanciulla nobile, riesce a cambiare la sua classe sociale e diventa un importante scriba. I sentimenti sono in primo piano ed aiutano le coppie (l’antica e la moderna) a superare difficoltà e dolori con la forza dell’amore più grande, totale, che sa, forse, oltrepassare il tempo e lo spazio, con la magia di una reincarnazione. 

 

 

 
 

"Finalmente è uscito il mio primo libro. Si tratta di un "Manuale di numerologia" che la casa editrice BASTOGI di Foggia ha pubblicato.


La numerologia è uno studio antico quasi quanto l'uomo, riveduto e corretto in tempi via via più moderni, che aiuta l'uomo a conoscere meglio se stesso (numeri ottenuti dalle lettere del nome della Personalità, Anima, Impressione che ci danno le nostre caratteristiche più importanti, numeri della data di nascita -destino ed equilibratore-) ma soprattutto ad agire in sintonia con le vibrazioni dei propri numeri (che vengono pronunciati molte volte durante ogni giornata) facendo, come si suol dire, le "cose giuste al momento giusto". Quando comprare una casa? Quando incontrare il partner o gli amici? Che nome dare alla propria attività perché tutto avvenga in modo più facile? Ad ognuna di queste domande e a tutte le altre c'è la risposta numerologica, fino ad arrivare alla Tabella degli accordi (con chi andremo d'accordo e con chi no, quale partner è più adatto per noi o quale amico-a, ecc) e alla divisione in grandi periodi di tutta la propria vita, addirittura con le tendenze delle malattie psicosomatiche.
Ho preparato questo libro in modo che ognuno possa fare da sé, seguendo le semplici indicazioni e gli esempi, il proprio tema numerologico. Se poi avrete ancora qualche dubbio, potrete scrivermi e vi risponderò.
Qui sotto c'è la pagina che la Bastogi ha pubblicato su Internet a proposito del libro

Se vi piace l'idea, come credo, propagandatelo ad altri, perché io non sono Bruno Vespa e quindi non avrò certo grande pubblicità nelle librerie (anzi, forse, dovrete ordinarlo).
E' un volume semplice, costo 8 euro, da borsetta, una lettura simpatica. Se non lo trovate nelle vostre librerie, fatemelo sapere."

 

RENATA RUSCA ZARGAR

MANUALE DI NUMEROLOGIA
IL DESTINO DEL NOME - IL NUMERO DEL DESTINO
IL NUMERO EQUILIBRATORE - TABELLE DEGLI ACCORDI E DEGLI OPPOSTI - OROSCOPO E DIAGRAMMA DELLA VITA 

F.to 14x21, pp. 72,
(Ed. 06/2004) Cod. ISBN 88-8185-631-X

Con questo manuale il lettore potrà da solo, seguendo chiare e semplici istruzioni, ricavare tutte le informazioni necessarie per il suo tema numerologico ma, soprattutto, scegliere positivamente i momenti in cui praticare le varie attività della vita. Vengono trattati i seguenti argomenti: Il destino del nome; Il numero del destino; Il numero equilibratore; Tabella degli accordi con gli altri; Tabella degli opposti; L’anno personale; I numeri temporanei; L’oroscopo numerologico del mese; Diagramma della vita: cicli, pinnacoli, opposizioni.

RENATA RUSCA ZARGAR, insegna materie letterarie nella scuola superiore e scrittura creativa all'Università delle Tre Età di Savona. 
Autrice di racconti su temi storici e sociali, studiosa di cultura indiana e islamica, organizzatrice e membro di giuria di vari premi letterari, si occupa da molti anni di numerologia, approfondendo la sua conoscenza sui migliori testi specialistici e curando anche una rubrica radiofonica in cui ha fornito informazioni e consulenza al pubblico.

 

 
 

 

Paura dell'Islam

Autore: Z. A. Zargar e R. Rusca Zargar

Collana: Dissertatio

Pagine: 136 

 

 



Io credo alle verità di tutte le grandi religioni del mondo.
Non ci sarà pace durevole sulla terra fino a quando non impareremo non solo a tollerare, ma anche ad avere riguardo per le fedi diverse dalla nostra. Uno studio rispettoso dei detti dei vari maestri dell’umanità è un passo in direzione di questa stima reciproca.


MAHATMA GANDHI
Dalla prefazione di Renata Rusca Zargar:

I musulmani sono bersaglio di continua aggressione e cattiva rappresentazione nel mondo occidentale. La religione e cultura islamica sono sotto un feroce attacco da parte dei media, degli intellettuali, dei politici e di molta gente comune che, pur senza conoscere, vive di pregiudizi. Eppure in Afghanistan, Cecenia, Iraq, Sudan, Libano o Palestina, sono i musulmani che soffrono per mano dei loro governanti o delle forze d'occupazione straniere! Se pensiamo ai civili iraqeni che hanno perso la vita in quattro anni di guerra (oggi si parla di un milione e duecentomila, secondo ORB, un'agenzia britannica di sondaggi che ha condotto diverse indagini in Iraq), come possiamo restare indifferenti? Oppure in Cecenia, tanto per fare un altro esempio, sono state denunciate torture e violazioni dei diritti umani; risulta l’esistenza di fosse comuni, migliaia di persone sono state costrette ad andarsene e la popolazione rimasta è meno di un terzo di quella che si contava prima dell’intervento russo. Il terrorismo di stato, che nessuno chiama con il suo vero nome, colpisce in molti angoli della terra e fa centinaia di migliaia di vittime. Ma, da parte di molte persone, non c’è solidarietà e neppure pietà per tali popoli martoriati. Solo parole cattive e strumentalizzazione. Dalla tragedia dell’11 settembre 2001, tutti i musulmani del mondo sono diventati compagni di Mohamed Atta1, tutti assassini, terroristi, pericolosi criminali, guerrafondai. A ciò, si dice, li spinge la religione. I 2992 morti americani del World Trade Center pesano sulle vite musulmane come macigni (mentre nessuno parla mai dei quasi 4000 soldati americani morti e delle migliaia di soldati, sempre americani, rimasti invalidi nel conflitto in Iraq, che nulla ha a che vedere - ormai è ampiamente dimostrato - con l’attentato alle torri!). Ogni giorno, qualcuno accusa, interroga, non per sapere o capire, ma per incolpare e condannare. E non c’è dubbio che, da allora, altri fatti terribili, guerre, attentati, rapimenti, guerriglia, siano sempre più comuni in molte parti della terra. L’esistenza è diventata assai difficile, per questa paura dell’Islam che viene dal presente.

Ma ci sono anche altre paure e posso capirle, in quanto sono anch’io occidentale. Anch’io avevo un’antipatia innata per i musulmani, prima di conoscere mio marito. Perché? Come tutti voi, avevo letto i nostri libri di storia (anzi, io insegno storia) e mi ero formata dei pregiudizi e degli stereotipi mentali a causa dei contatti non sempre pacifici tra le nostre religioni e culture. Se si pensa, ad esempio, che i seguaci dell'Islam sono stati definiti “pagani” tanto per sottolineare la differenza ed anche un giudizio, in fondo, già negativo, se non addirittura “primitivo”. Ma tutti ricordiamo i saraceni, i Turchi, le Crociate e tanti altri momenti in cui il nostro popolo ha sentito il proprio mondo in pericolo. Mai, invece, tali contatti avvennero, ad esempio, con gli induisti, che, quindi, non ci hanno mai dato fastidio. Si tratta dunque, anche di una paura che ci viene da lontano, un odio fomentato da secoli.

C’è, infine, un altro aspetto generale da prendere in considerazione: osservando i musulmani (spesso senza intendere), ci appaiono strani: mettono la fronte a terra per pregare (ricordo che, una volta, una mia classe, nel guardare un documentario in cui c’era un gruppo di persone che si abbassavano tutte insieme durante la preghiera, tenendo, quindi, il sedere più in alto, si mise a ridere), mangiano altri cibi, rifiutano il maiale e l’alcool (e siamo nel paese del vino e della porchetta, prosciutto, salame, ecc.), difendono certe loro tradizioni, insomma, si mostrano dissimili ed in Europa, purtroppo, storicamente, la diversità è stata sempre sinonimo di inferiorità.

 
 
 

 

STORIE DELL’INDIA


Zahoor Ahmad Zargar e Renata Rusca Zargar

 

Edizioni Progetto Cultura

 

Collana “Le Scommesse”,

2007, pp. 158

 

 

Dalla prefazione:

Quando si arriva per la prima volta in India e ci si affaccia dalla scaletta dell’aereo, un mondo meraviglioso denso di odori, colori, caldo, sapori, colpisce in modo indelebile. Si parla tanto di “mal d’Africa” ma chi è stato in India, molte volte, come me, al pensiero di non tornarci più, sente una stretta insopportabile al cuore. Forse non tutto è piacevole, in India. Eppure sono luoghi, persone, cultura che stregano e non si può che ringraziare Dio (o la fortuna, il destino, il caso, a seconda di ciò che si crede) di esservi potuti arrivare! 

Le strade gremite di gente e mezzi a motore o a pedali, i paesaggi grandiosi che variano dal nord al sud, la tecnologia che avanza, la moda, il cinema, i ristoranti con i topolini che corrono lungo le pareti, le persone che vivono ancora sui marciapiedi delle strade o nelle baracche, gli uomini che dormono la notte sul loro mezzo di lavoro (risciò a pedali o a motore), gli alberghi da mille e una notte…

Ma soprattutto gli occhi di quella gente: grandi, dolci, dai quali si intravede un diverso modo di accogliere l’esistenza, con la pace e la serenità nel cuore: accettazione di quanto ineluttabile ci tocca, ricchezza di sentimenti, pietà per gli altri e per sé… Il loro modo pacato di scuotere la testa per assentire…

Questo è ciò che ho trovato in India, per sempre, che ha cambiato il mio essere di angosciata dubbiosa occidentale e che mi fa scorrere le lacrime se penso di esserne lontana… 

I racconti di questo libro vogliono diffondere quello che ho visto e sentito in tanti anni di viaggi, le persone che ho conosciuto, i luoghi, la sensazione di quanto quel mondo sia difforme oppure uguale al nostro, a seconda di come vogliamo considerarlo. Seppure in maniera fantastica, narrano di personaggi e situazioni che avrebbero potuto essere reali, ambientati in ciò che esiste davvero.

Diverso è il punto di vista per quanto riguarda i racconti di mio marito Zahoor.

Egli ha lasciato quel paese, il suo paese, e si è trovato catapultato in questa società confusa sui valori di riferimento, stressata e consumista. Le sue storie rispecchiano il disagio davanti a problemi che non aveva mai saputo esistessero, all’esteriorità imperante, ma anche esprimono il suo universo lontano, i sentimenti, le tradizioni e i contrasti della sua madrepatria. 

Se al lettore sorgerà il desiderio di visitare l’India avremo raggiunto lo scopo di questo libro, ma se avrà amato, almeno per il tempo della lettura, quel lontano e magnifico paese, se avrà partecipato alle vicende con umana compassione, se avrà capito che ciò che è diverso rende il tutto più grande e più bello, allora anche la nostra vita non sarà stata inutile.

Renata Rusca Zargar

 


Commento critico pubblicato sulla News Letter di LIBROMONDO (centro di documentazione della Provincia di Savona e dell'AIFO) nel maggio 2007: http://www.provincia.savona.it/attivita/cooperazione/newsletter.htm 


L’autrice, nella presentazione di questa raccolta di racconti scritti con il marito Zahoor Ahmad Zargar, si augura che il libro susciti il desiderio di visitare l’India, ma soprattutto l’amore “almeno per il tempo della lettura per quel lontano e magnifico paese”. L’idea del viaggio in India alla scoperta di quel misterioso subcontinente è stata, a suo tempo, tra le più presenti nella generazione di chi scrive. Un viaggio, si badi, in cui, per dirla con lo storico Stefano Pivato nella recente pubblicazione “Vuoti di memoria”, il bagaglio mentale contenga soprattutto gusto per la scoperta e la conoscenza, mentre oggi il turista ha sostituito il viaggiatore e si viaggia sempre più con il corpo e sempre meno con la mente. “Il viaggio” che dà il titolo al primo racconto è viaggio di corpo e di mente. I racconti di Zahoor Ahmad Zargar ( nato a Srinagar, capitale dello stato indiano del Kashmir) e di Renata Rusca Zargar (nata a Savona dove vive e insegna materie letterarie), hanno questo effetto di attrazione verso il mondo che descrivono e traspare, anche tra le righe, una vera e propria tenerezza che lega i due autori all’India. Parlo di tenerezza, anche se gli scritti sono sovente contrassegnati da eventi tragici e da sciagure. In particolare l’autrice si sofferma, quasi empaticamente, sulle drammatiche vite delle donne e la ricerca e l’analisi sulle loro condizioni è in primo piano nell’economia del narrare. Qualche volta si affrontano argomenti diventati oggetto del nostro immaginario quotidiano (i paria e il terrorismo, il burka e il fondamentalismo). “In India i cambiamenti sono più lenti dello scorrere della vita” ci dicono gli autori e non è, a differenza di quanto si possa pensare, un logoro stereotipo a cui rischia di sostituirsi quello di certa vulgata giornalistica a proposito dell’irresistibile ed innegabile decollo economico di quel paese, apparente soluzione di tutti i mali. Il libro dà conto della coabitazione, spesso tragicamente conflittuale, tra molteplici fedi religiose: l’Islam di Zahoor Ahmad Zargar, l’Induismo delle caste e dei roghi delle vedove e il buddismo, praticato nel Piccolo Tibet del Ladakh, tra le altre. “Per qualcuno l’India - ci ricorda Renata Rusca Zargar riprendendo un testo di geografia - è la terra dei contrasti, per altri è la terra di molte culture diverse. Ma il popolo, in ultima analisi, è la maggiore risorsa di ogni paese. E ciò è per l’India. Il popolo indiano, con il suo genio, ha fatto questo paese così com’è oggi”. Tra le molte opere che hanno preceduto la pubblicazione di questo volume ci piace ricordare il libro “L’Islam possibile in Italia”, che configura i due autori anche come saggisti e studiosi di cultura islamica.

 

Ugo Tombesi

 
 
 

Pont Du Coq a Briga 

- opera di Piero Vado -

 

 
 

 

CATERINA

 

Claudia attendeva l’autobus insieme ad altri ragazzi e ragazze studenti come lei.Dietro le sue spalle, si stendeva il mare fin oltre l’orizzonte, così verde ed agitato in quella stagione. Davanti, in alto, il castello e le torri del suo paese le ricordavano una storia gloriosa, mai conclusa nella mente di tutti loro. Claudia frequentava a Savona l’ultimo anno del Liceo Scientifico, poi, sarebbe andata all’università a Genova. Il suo sogno era di diventare medico e tornare lì, nel suo paese chiuso ed arroccato tra vicoli antichi ed un mare amato ed odiato insieme. Ancora si potevano scorgere sulla spiaggia gli uomini con il berretto a punta, i calzoni corti alle ginocchia e la fascia in vita come i pescatori di un tempo lontano. Mentre la fanciulla osservava, come ogni giorno, il paesaggio a lei così caro, la corriera era giunta ed aveva caricato la piccola folla in attesa. Dopo pochi chilometri, alla fermata successiva, spesso saliva un giovane che, le avevano detto, frequentava a Genova il secondo anno di Università, Facoltà di Economia e Commercio. Stefano, così si chiamava, le lanciava lunghi sguardi teneri mentre scherzava e discuteva con i suoi amici. Ma i due gruppi di ragazzi rimanevano rigorosamente separati, consci dell’animosità esistente ancora tra gli abitanti dei loro due paesi. Noli e Spotorno, infatti, come nella più antica tradizione storica, rimanevano nemici.

Caterina fissava il mare oltre l’orizzonte dove la striscia verde dell’acqua incontrava lembi arricciati di candide nubi. 

Non si vedeva null’altro, mentre l’aria oscurava lentamente e gli scogli a picco sui flutti divenivano sempre più neri, trascinando ombre minacciose che le davano i brividi e la brezza avviluppava scherzosa la sua gonna pesante attorno alle caviglie. 

“U ma u l’à u numme cun le”, il mare ha il nome con sé. Giovanni le raccontava spesso di questo proverbio spotornese che sua zia gli aveva insegnato perché in mare aveva perso il marito, rimanendo con cinque figli da crescere. Ed era voce comune che dal mare arrivassero insidie di ogni tipo, tanto che le parole male e mare avevano, appunto, lo stesso suono.” U ma u l’à u numme con le” si diceva ormai sottovoce anche Caterina incerta se, per lei, fosse venuto bene o male da quella distesa. Il giorno dopo sarebbe andata sposa ad un contadino del podere confinante il misero campo di suo padre ma la sua vita non sarebbe cambiata granché: avrebbe continuato a lavorare dall’alba al tramonto in casa, nei campi, nel bosco o alla fonte. Le lacrime scendevano ormai copiose dai suoi occhi neri poi, trascinando gli zoccoli sulla sabbia e sulle pietre, si era avviata verso la casupola che avrebbe abitato per l’ultima notte.

Correva il 1198 e, solo un anno prima, un pomeriggio, Caterina si trovava nel bosco a raccogliere legna per il fuoco. Senza rendersene conto, aveva risalito la collina arrivando al limitare del feudo. Dall’altra parte si stendevano le terre di Spotorno, un piccolo villaggio stretto intorno al Castello simile a tanti altri della riviera col suo paesaggio di boschi e vigneti digradanti verso il mare, di orti e terreni incolti, di modesti campi di grano e uliveti verso il Monte Mao. Là aveva incontrato un giovane che, canticchiando, stava lavorando di buona lena per abbattere un enorme pino. Accortosi della sua presenza, l’uomo si era fermato e l’aveva guardata: Caterina aveva solo quindici anni e mai aveva visto qualcuno più bello di lui con quegli occhi azzurri nel viso abbronzato e quei muscoli saettanti che spuntavano dalla camicia consunta.

- Attenta, stai per entrare nel territorio del Vescovo e se ti vedono le guardie ti porteranno in prigione. Ti conviene tornare indietro!- aveva esordito lui. Il Vescovo Ambrogio di Savona, infatti, era padrone degli uomini spotornesi suoi vassalli, circa trecento anime, così come del territorio, ed era in contrasto con Noli per l’uso di terre e boschi confinanti. Spesso le liti accendevano gli animi di una popolazione costretta a difendere, da una parte e dall’altra, una terra povera che le dava sostentamento. Allora, focolari di intere famiglie attaccate ad una terra aspra, vite di fatiche e disagi, venivano distrutti in poche ore in crudeli battaglie e depredati dal vincitore di turno. 

-Sì, certo.- aveva risposto Caterina - Non mi ero accorta di essere andata così lontano. Sta per scendere la sera e devo cuocere la cena.-

-Vieni, ti mostrerò una scorciatoia. Mi chiamo Giovanni e tu?-

-Caterina.- Sorridendo, Giovanni si era caricato sulle spalle la cesta di legna di lei e, presala per mano, l’aveva accompagnata lungo un ripido sentiero che arrivava a Noli, proprio dietro il gruppo di case del paese fatte coi sassi delle cave, dai soffitti bassi e dalle porte anguste per non sprecare, d’inverno, troppa legna per scaldarsi. Proprio come a Spotorno.

Là l’aveva lasciata dicendo:

-Domani ti aspetterò lungo questo sentiero. Ti prego, vieni.-

E Caterina era tornata nel bosco a far legna. Giovanni, che conosceva la zona albero per albero, l’aveva condotta ad una grotta nascosta dagli arbusti dove nessuno avrebbe potuto scorgerli e dove avrebbero potuto restare un po’ insieme.

Molti pomeriggi erano trascorsi: Caterina andava quasi ogni giorno alla ricerca di rametti da bruciare nel bosco ma, ormai, la bella stagione si avvicinava e non c’era più bisogno di legna se non per cuocere. Le occasioni di incontro con Giovanni si facevano, dunque, più rare ed era stato lui a proporle:

-Senti, amore mio, cerca di scendere alla spiaggia quando tutti saranno a dormire. Io prenderò la barca di un mio amico pescatore e verrò a trovarti ogni sera.-

Così Caterina aspettava che il padre ed i fratelli, stanchi del duro lavoro di braccianti, fossero andati a letto e poi, silenziosamente, sgusciava nell’oscurità fino agli scogli e rimaneva silenziosa in attesa. Egli giungeva dal mare su una piccola barchetta che, poi, più tardi, nella notte, sarebbe servita ad un altro per andare a guadagnarsi da vivere combattendo contro le onde e le tempeste. Fermava l’imbarcazione al riparo degli scogli e l’ abbracciava stretta stretta:

-Non voglio lasciarti mai più, troveremo una soluzione, vedrai! Forse, andremo a lavorare lontano, dove nessuno ci conosce e sa che siamo nemici.-

Caterina beveva quelle parole dalle sue labbra ed il tempo crudele scorreva veloce. Prima di mezzanotte lui doveva tornare a Spotorno e lei si avviava con lo sguardo sognante al suo giaciglio di paglia. Il giorno sarebbe stato duro anche per lui che doveva lavorare con il padre la terra in affitto e ricavarne abbastanza per mantenere la famiglia e pagare un quartino di avena (Kg.47,5) e due polli, ottenere dai terreni liberi per la corvéè un quartino di vino, biade e le “spalas porchorum nutritorum”. Tutto da consegnare annualmente al Vescovo. 

Molte sere erano trascorse finché, un mattino, suo padre le aveva detto: -E’ arrivato per te il momento di andare sposa. Il nostro vicino Giuseppe che possiede anche un po’ di terra, ti ha chiesta. Presto combineremo.-

A Caterina era caduto il cielo addosso: sapeva che alla sua età le ragazze si dovevano maritare ma aveva sperato, forse, in un miracolo. La sera si era subito confidata con Giovanni che l’aveva rassicurata:

-Dunque, non possiamo aspettare oltre. Tra pochi giorni sarò pronto per partire con te. Lasceremo questo paese per sempre ed andremo in Francia, mi hanno detto che là è possibile trovare lavoro. Sarai mia moglie, finalmente!-

Le lacrime di lei si erano asciugate al fuoco dei baci e delle carezze e, poi, come ogni notte era rientrata alla semplice casupola.

La sera dopo il tempo minacciava tempesta: grossi nuvoloni scuri si spingevano gonfi di pioggia verso la terra mentre il vento sollevava gigantesche onde sfracellandole contro le rocce.

Giovanni non era giunto e neppure i giorni successivi: inutilmente il vento aveva taciuto ed il mare si era acquetato, la fragile barchetta che lo portava da Spotorno alle acque di Noli non era più arrivata.

Correva l’anno 1198. Mentre Caterina di buon mattino stava per diventare moglie di un contadino di Noli, così come doveva essere, il padre di Giovanni, Nicolò si avviava, come ogni giorno, verso una tomba disadorna appena fuori della strada che attraversava la piana raggiungendo il Castello. Lungo i vicoli schermati dagli archetti che tenevano su le pareti ingobbate e scrostate dallo scirocco, gli uomini si muovevano silenziosi per recarsi a lavorare nelle fasce dall’alba al tramonto. Nicolò rivolgeva dapprima una breve preghiera davanti ad una cappelletta votiva che doveva tener lontano siccità, grandine, carestie, epidemie e malocchio. Poi si fermava davanti alla tomba del suo unico figlio Giovanni. Tre mesi prima, dopo un periodo di carcere nelle segrete del Castello, Giovanni era stato giustiziato. Traditore, l’avevano detto. Spia e confidente dei Nolesi ai quali portava notizie quasi ogni notte, raggiungendo, furtivo, la spiaggia di Noli con una barca non sua. Una sera, mentre stava per prendere il mare, le guardie lo avevano bloccato ed arrestato. Inutili erano state le sue grida di innocenza. Nessuno gli aveva mai creduto, neppure al momento della morte quando aveva invocato disperatamente una santa di nome Caterina. Ma Nicolò sapeva che suo figlio non era un traditore. Non era certo così che lo aveva allevato, forte e coraggioso, capace di lavorare il doppio degli altri giovani. Ogni giorno, anche se non aveva potuto capire il motivo di quelle uscite in barca, andava a trovarlo là, nella terra odorosa di erbe e di fiori. Poi, anche lui, come tutti, tornava al lavoro che avrebbe continuato fino a quando le sue forze glielo avessero permesso. 



Un giorno, l’autobus, durante il tragitto, si era fermato a causa di un guasto. Nell’attesa di ripartire, anche Claudia ed il giovane Stefano si erano scambiati qualche parola. Da allora, gli incontri si erano fatti più frequenti ed importanti.

Qualche anno era passato. 

La storia di Claudia e Stefano continuava ancora: lentamente, le reciproche diffidenze avevano lasciato il posto ad un amore totale e felice. Qualche volta, si arrampicavano per uno scosceso sentiero proprio dietro le case di Noli fino ad una grotta nascosta dagli arbusti dove nessuno avrebbe potuto scorgerli. Era assai dolce tenersi per mano e fare progetti per il futuro! Stefano si era laureato e Claudia frequentava ormai l’Università.

Correva l’anno 1998. Un pomeriggio, seduti ad un tavolino di un bar proprio in vista della Basilica romanico-bizantina di San Paragorio, mentre nugoli di turisti affollavano le vie del borgo e la passeggiata a mare, Stefano aveva detto a Claudia di avere una novità da confidarle. -Bene, anch’io ho qualcosa d’importante da confidarti...-aveva risposto lei abbassando lo sguardo.-Dimmi, poi parlerò io.- La Chiesa ornata di lesene, archi e maioliche medievali attirava lo sguardo di Claudia: forse si vedeva in abito bianco proprio là, un giorno che non sarebbe stato lontano...

-Mi hanno convocato per un colloquio in una grande azienda di Milano. Chissà, se mi assumessero... la vita potrebbe cambiare. Qui, non c’è lavoro per me. Là cercano un futuro dirigente amministrativo, mi preparerebbero con dei corsi interni e poi dovrei iniziare il lavoro: probabilmente in qualche fabbrica secondaria del loro gruppo, magari all’estero, ma potrei avere opportunità di carriera...- Gli occhi dell’uomo brillavano, le parole uscivano entusiaste dalle sue labbra, quelle labbra che ella amava così tanto.

-Sono felice, tanto felice...Anch’io ho qualcosa che cambierà la vita... Stefano, aspetto un bambino.-

Un lampo di fastidio era passato negli occhi di lui diventati gelidi. -E’...non me l’aspettavo...forse, è un po’ presto per noi...-

Claudia aveva un viso così triste che Stefano si era subito corretto:- Non preoccuparti, se mi assumeranno risolveremo ogni problema...-

Le frasi si rincorrevano veloci e la fanciulla si era tranquillizzata. Come sempre, pensava, un figlio viene accettato subito dalla madre e un po’ dopo dal padre. Ma Stefano non l’avrebbe delusa. La sera a casa, come al solito, avrebbe dovuto sentire le lamentele di sua madre e suo padre per quella storia con uno spotornese, ma avrebbe potuto sempre pensare che il passato non può influenzare il presente. I tempi cambiano e solo le persone sono artefici del loro destino. 

Così, quel pomeriggio, dopo il loro colloquio, Stefano era tornato a Spotorno e l’indomani sarebbe partito per Milano. L’appuntamento sarebbe stato poi la sera sulla spiaggia. Là avrebbero deciso il futuro.

Correva l’anno 1998. 

Claudia aspettava sulla riva del mare dove erano soliti incontrarsi durante l’inverno per essere soli. 

Ma non giungeva alcun rumore di passi sulla ghiaia e la sera scendeva lentamente, coprendo lo sciacquio di carezzevoli onde blu. La pace sembrava avviluppare le rocce che si stagliavano contro un cielo fermo e sicuro e neppure un filo di vento giungeva a scuotere la sua gonnellina corta sopra le ginocchia. Ma il dubbio incrinava i suoi pensieri:-Ecco, non ci si può fidare di uno spotornese, è ancora e sempre un nemico, in fondo...- Le lacrime scendevano ormai copiose dai suoi occhi neri poi, trascinando gli zoccoletti sulla sabbia e sulle pietre, si era avviata verso casa.

Poche ore prima, Stefano stava guidando la sua auto sull’autostrada, di ritorno da Milano. L’importante azienda l’aveva assunto ed era impaziente di tornare da lei, sulla spiaggia, a dirle che l’avrebbe sposata, che sarebbe stato felice di vivere con lei ed il loro bambino. Magari sarebbero stati per un po’ in un paese straniero, ma sarebbero partiti insieme. Non si sarebbero lasciati mai più. Le notti avrebbero potuto dormire abbracciati, chiacchierare tranquillamente, vivere compiutamente l’esperienza della vita. Le note di una canzoncina allegra si dilatavano dall’autoradio nell’abitacolo della vettura ed egli le accompagnava canticchiando. Avrebbe iniziato una nuova vita con lei...

Lo schianto era stato violento. Il camion aveva invaso la sua corsia e schiacciato quell’utilitaria azzurra. Inutile era stato il suo grido anche se, nell’ultimo istante, aveva invocato, chissà perché, il nome di Caterina. 

 
 
 

 

ENRICO BONINO VERO POETA?

 

Ho conosciuto personalmente Enrico Bonino nel 1995 quando, per proporre presso l’allora Circolo il Brandale la manifestazione “...e la poesia diventa pittura”, invitando poeti e pittori, pensammo di chiamare qualche nome noto per attirare l’interesse della stampa e di altri partecipanti. Enrico era uno di questi “nomi noti” e aderì subito con entusiasmo. Egli fu sempre presente alle nostre sedute, con la sua calma disponibilità, per indirizzarci e consigliarci in modo propositivo. Ricordo un pomeriggio, in cui ognuno di noi, tanti “dilettanti” tra cui alcuni giovanissimi, leggeva la sua poesia per ispirare i pittori presenti a comporre una raffigurazione pittorica sull’onda dell’emozione suscitata dalla poesia stessa. Ebbene, quel giorno mi sembrava che le poesie fossero irrimediabilmente brutte! Eppure lui riusciva a trovare quello che c’era di buono, a valorizzarle, a spronare gli autori a fare di meglio: aveva ogni volta la parola giusta. Sempre di quei pomeriggi, ricordo il pittore Mario Nebiolo intento a dipingere per terra, in un’atmosfera viva e creativa, un cocktail di valori, voglia di fare, intelligenze, che, senza Enrico, in seguito, non sono mai più riuscita a ricostruire.

Da quelle riunioni, da quell’attività così stimolante (alcuni sono poi comunque diventati artisti molto conosciuti, soprattutto nella pittura), venne fuori il desiderio di fare una mostra delle opere concepite e di avviare un’Associazione che proponesse il gruppo e l’esperienza. Il giorno in cui fondammo l’Associazione, gli chiedemmo di esserne il Presidente, ma lui non accettò. “Tocca a te, -mi disse – io ho già fatto tutte queste cose, ma ti sarò vicino.”  E fu il nostro Presidente Onorario.

Enrico Bonino partecipava sempre a tutte le nostre manifestazioni, non ci negava il suo nome e la sua presenza, se c’era una quota da pagare (per fare locandine o altro) era sempre il primo. Non disse mai (come fecero altri meno famosi!) che non avrebbe dovuto pagare perché la sua notorietà attirava il pubblico: era sempre modesto e gentile.

Mi affascinava quando raccontava dei poeti che lui aveva conosciuto e frequentato da giovane, come quando accompagnava Angelo Barile a trovare l’amico Camillo Sbarbaro  a Spotorno, e ben rappresentava la paura che avevano ambedue di non essere ricevuti da Sbarbaro, sempre molto riservato e impegnato con i suoi licheni. Poi la paura si scioglieva nell’accoglienza e, come Dante poté dire “ch’essi mi fecer de la loro schiera, / sì ch’io fui sesto tra cotanto senno”, anche Enrico poteva concludere che era stato poeta tra i poeti: gioia pura per l’anima di chi crede nella poesia. Oppure raccontava dell’Albissola del suo tempo: le riunioni e i cenacoli che attiravano altri da fuori, quando arrivavano artisti e poeti e l’arte ferveva. Ora, che non c’è più nulla, le sue parole suonano ancora come una bella favola...

Enrico Bonino fa parte della cosiddetta “linea ligustica” che tanto ha dato alla poesia del Novecento attraverso Montale, ad esempio, o, come scrive Giorgio Caproni nella Prefazione che introduce la raccolta Inedite: «Enrico Bonino appartiene a quel medesimo “paese dei vasai” che ci ha dato il più trasparente e celeste dei poeti d’oggi: Angelo Barile.»

L'immagine della "Liguria verde arrampicata sui dirupi /...dove i borghi impregnati di salmastro / frangono l'onde tirrene" pregna le sue opere. Egli, plasmato da questa atmosfera, compie, attraverso la poesia, un percorso che si svolge tra la depressione, il dolore, la libertà, la morte, la pace e la democrazia e giunge, attraverso il suo profondo spirito cristiano, alla fede in Dio ed al perdono. "Poesia quella di Bonino intesa come realtà, come libertà e come fede." scriveva già alcuni anni fa Valeria Consoli in 'Ligusticità di Enrico Bonino' "Poesia dunque-e poetica- della quotidianità- elemento di cui la <linea ligure> è pervasa interamente- cui fa eco un'innegabile componente di matrice religiosa e cristiana."

Dunque, la prima impressione che dà la lettura dei testi di Enrico è che sia un magnifico poeta. Poeta per la capacità di trovare metafore, sinestesie, metonimie,  e soprattutto stupefacenti immagini che conquistano la mente ed anche il cuore. Bisognerebbe ripetere sottovoce a se stessi verso per verso, per gustarne forme, odori, colori, sapori, contenuti...

Bonino ha pubblicato molti libri e di qualcuno ho già scritto. Ora vorrei dedicare qualche riga all’ultimo, “Passeggiando con Proust”, una raccolta di poesie e prose poetiche sul Monferrato, le Langhe, le Alpi Marittime, scritte nel 1974 ma pubblicate solo nel 2007, postume.  La prima parte, “Nelle Langhe con Proust”, si apre con un Preludio che inizia così: “Mi fascio i pensieri di buio, / riparo la carne tra le foglie / e lo spirito tra gli alberi,”. Non basterebbero queste parole così immediate, reali, forti, a decretare la vera poesia? Bonino, dunque, va alla ricerca dei paesaggi di un tempo, della sua gioventù, dei suoi antichi pensieri, in un ambiente naturale e semplice, fatto di scansioni stagionali e umane, di naturalezza di pulsioni, della vita e della morte, di fanciulle in fiore... Nella seconda parte, “Antologia del Töett”, si racconta della collina dei morti. Così c’è il sarto suicida che “s’aggira tra le forre e i franosi dirupi”, l’Angelo bianco del riposo, il giocatore di pallone elastico, il ritorno nell’inverno del 1944 nel bianco cimitero per fuggire “le cose oscure della vita, solo chiedendo pace e oblio”.

La terza parte, in prosa (tranne due brani in versi), “Pagine di vita”, raccoglie i ricordi del padre, del nonno, dei parenti, della vita familiare, la fiera di Mombaldone, la dura esistenza dei partigiani aiutati, però, dalla gente comune, tra cui le zie di Bonino.

Infine, “Canzoni del Commiato”, consacra il distacco da un’età passata: un tempo che appariva naturale e sereno, dove tutto sembrava più facile. Quando compone “Passeggiando con Proust”, Bonino ha circa cinquant’anni. Un’età ricca, in cui si è davvero maturi e, se si è fatto tesoro dell’insegnamento della vita, si è raggiunta una fondata saggezza e una equilibrata capacità critica. Molto è ormai lontano, trascorso, un tempo perduto, ma molto è ancora avanti e può essere fatto e vissuto pienamente. Quindi, commiato dal paesaggio, “un soprassalto della memoria”, dall’infanzia e giovinezza, dolci ricordi da tenere in cuore per sempre. Si torna alla vita adulta, alle sofferenze dell’incomprensione, dell’ingiustizia, del dubbio che attanaglia l’animo più sensibile e intelligente.

Notevole personaggio, uomo moralmente alto, molte volte Enrico mi spiegò quanto tutto era difficile anche per lui, così capace dal punto di vista letterario. Chi avrebbe potuto aiutarlo, non lo fece, ma egli continuò il suo percorso con la passione dei grandi.

Nella “Nota”, una postfazione di suo pugno del 1974 a “Passeggiando con Proust”, Bonino esprime anche la sua poetica. “Le parole sono sempre quelle.” scrive “Ne puoi trovare anche di nuove – e subito gridi al miracolo- ma il dubbio può distruggerle. Più non scrivere allora?” Egli, nella vivace Albissola, era venuto a contatto con molti movimenti dei primi e dei successivi anni del Novecento, tra i quali il futurismo che ebbe una vasta espressione proprio in Albissola. Dai suoi modelli e da tanti altri stimoli così comuni in quel periodo, si era ricavato la sua via, misurata, pulita, propensa a ricercare il bene, per sé, ma anche per gli altri. “Ciascuno ha battuto vie diverse cercando, sovente sperimentando il difficile, il complicato, fors’anche l’astruso: ingenuamente o maliziosamente scambiando la novità a ogni costo per cultura e l’astruso per impegnato capo d’opera. (...) Scambiar “trovate” per parti ingegnosi o lodare le follie della moda o dell’esprimersi come genuine intuizioni dell’ingegno, l’ermetizzarsi per apparire “più” (...), l’appesantire il volo della poesia che ha da essere lieve e fresca e forte, coraggiosamente sincera, non è forse peccato capitale? (...) E sono tornato ai versi buoni come il pane, financo alle rime, alle assonanze (quelle sole che ti vengono spontanee, che non cerchi, come suggeriva Angelo Barile), ho fatto istintivo ricorso alla prosa poetica, al tempo stesso schietta, reale, umana. A misura d’uomo e di cuore. E ne sono sufficientemente appagato. Che m’importa il resto? Chi mi approverà o disapproverà. Che valore potrà avere? Quali compensi, attribuzioni, qualifiche, incomprensioni? Di questo avevo bisogno. Ma forse anche gli altri, pur senza saperlo. Anche per questo sono portato a non rammaricarmi o risentirmi oltre per l’impostura degli uomini: marchingegno forse necessario, nell’equilibrio della natura e delle cose di Dio, di questa mia caduta nel tempo. Poiché l’impegno civile appare sempre più uno solo: diventare più buoni e contribuire a fare migliori gli altri.”

Come ho già ricordato proprio alla presentazione di questo libro presso la Sala Polivalente della Provincia di Savona, Umberto Eco, in Postille a “Il nome della rosa”, spiega: “Si scrive pensando a un lettore. (...) scrivere è costruire, attraverso il testo, il proprio modello di lettore. (...) La differenza è se mai tra il testo che vuole produrre un lettore nuovo e quello che cerca di andare incontro ai desideri dei lettori tali quali li si trova già per la strada. In questo secondo caso abbiamo il libro scritto, costruito secondo un formulario buono per prodotti serializzati, l’autore fa una sorta di analisi di mercato e si adegua. (...) ma quando lo scrittore pianifica il nuovo, e progetta un lettore diverso, non vuole essere un analista di mercato che fa la lista delle richieste espresse, (...)Egli vuole rivelare al proprio pubblico ciò che esso dovrebbe volere, anche se non lo sa. Egli vuole rivelare il lettore a se stesso.”

Bonino ha fatto del suo lettore qualcuno che renda la società migliore trasmettendogli i principi sui quali si è basata la sua vita. Ogni lettore di Bonino deve essere orgoglioso di esserlo, perché non è un lettore qualunque.

In conclusione, è evidente la risposta alla domanda provocatoria del titolo di questo spazio dedicato, anche con tanto affetto, a Bonino.

So che Enrico Bonino è un vero poeta. Ma quanto grande e durevole nella storia della letteratura italiana non posso saperlo perché, come per tutti gli artisti e pure la storia dell’umanità, non ci è dato di apprenderlo, fino a che non siano passati almeno cinquant’anni dalla morte e lo si possa studiare senza coinvolgimenti personali e con un’ampia panoramica del periodo in cui l’autore operò.

Peraltro, non so se l’università se ne stia occupando, se qualcuno porti là il suo nome e il suo lavoro. Purtroppo vedo che è ben poco citato su internet, il più grande motore di conoscenza umana. C’è ancora la pagina del Club degli Autori che avevo fatto mettere io molti anni fa, dove “Passeggiando con Proust” è un inedito, ecc.

Io credo giusto che i suoi libri passino alle generazioni a venire perché hanno molto da dare. Così lui voleva e meritava.

Per questo mi preoccupo.

E mi chiedo: ma quando non ci saremo più noi, Enrico Bonino sarà davvero ricordato?

 

Savona, 27 novembre 2008

 

prof. Renata Rusca Zargar

Presidente Onorario ZACEM

 

 
 

 

Chiesa romanica di S. Croce ad Alassio

- opera di Piero Vado -

 

S. Salvatore dei Fieschi a Cogomo

- opera di Piero Vado -

 

 
 

CITTADINI SAVONESI ILLUSTRI: PIERO VADO

 

Entrando nello studio di Piero Vado, senz’altro il più noto degli artisti liguri, si incontrano subito decine e decine di dipinti, disegni, libri, cartelle (circa 150 opere- ed altrettante ne ha in casa), contatto immediato con il suo lavoro e con il desiderio di affrontare sempre nuove tecniche e nuove esperienze. -Ho al mio attivo - ci spiega Piero, nato Toscana ma residente in Liguria da sempre -38 libri, un milione e mezzo di disegni, seicento tavole acqueforti e litografie, acquerelli, oli , soprattutto paesaggi. La mia prima cartella della serie “Quaderni di Liguria” è nata nel ‘74 ed era uno studio sui vicoli, i nostri stretti “caruggi” che, come si legge nella prefazione di Giannetto Beniscelli, “sono la tana per nascondersi e per respingere il frastuono. Trattengono e rilanciano solamente voci di umanità, nell’intrico verticale delle architetture”. Poi le cartelle, raccolte di scritti e disegni, hanno toccato il Finalese, Albisola, Loano, Verezzi, Noli, i castelli e le torri della Provincia. Mi piaceva fare di tutto e da solo: ho preparato circa 250 acqueforti, materiale fotografico, persino film. Infatti, ho girato dei documentari sui mestieri che stavano scomparendo come il maniscalco, il sellaio, il cestaio, il pescatore nolese, l’artigiano del rame, del ferro, dell’ardesia o della pietra del Finale, e tanti altri. Ma, ormai, la maggior parte di questi mestieri non esistono più ed i miei film sono diventati un documento.-  

Un percorso leonardesco, dunque, che è studio e ricerca di conoscenza.

-Non ho mai dipinto fiori freschi, ad esempio,- chiarisce, intanto, mostrandoci i suoi ultimi quadri - se non quando diventavano appassiti perché, in quel modo, verso la conclusione del loro ciclo, mi davano più emozione. Ma, poi, ho voluto provare anche quello.- Così, fiori dai toni decisi escono dalla tela nello splendore della maturità oppure, nel misurarsi con l’olio, Vado inventa sapientemente un mare in cui si può cogliere la trasparenza dell’acqua pulita, limpida che lascia intravedere ciottoli colorati...    Molti i libri che uniscono ai dipinti un testo da lui stesso elaborato e che riproduce le sensazioni del momento in cui si poneva davanti al paesaggio e disegnava. “C’era una volta / un mondo chiaroscuro / di torri e di castelli, / campanili solenni/ nelle gravi penombre / e vicoli di pietra nuda / le viscere forti e scabre / donde è maturata / l’anima antica di Liguria” scrive Stefano Amoretti a corredo proprio di uno dei suoi volumi.                                                                                                                                  Piero Vado è attratto, infatti, da soggetti che scrutano l’anima di queste nostre terre, più o meno nascosta, segreta, antica, solitaria, gli aspetti della vita, le impressioni create dal lavoro dell’uomo, la bellezza del paesaggio e delle opere artistiche. Allora tacciono, ferme nel tempo, case, pietre, barche, carri. E dove manca la figura umana, si comprende ancora più solidamente, però, l’Artefice, l’uomo del passato che ha saputo forgiare il mondo. Nella pittura di Piero Vado, poi, c’è sempre un arco al di là del quale si può presagire un continuum. Dietro gli archi, al di là di ponti e terreni, finestre o porte, in fondo a quei caruggi come occhi che osservano il tempo, attende un futuro che è anche uno spazio aperto nel quale l’uomo del domani dovrà imprimere il suo marchio.

   

“Quando le pietre tagliate dall’uomo parlano/ raccontano sempre storie antiche./ Sulla roccia tufacea che guarda il fiume/ il castello ricorda storie millenarie,/ quando le prime genti liguri sostarono/ decise a rimanere/ sulle rive dell’acqua cristallina./ Scorrerie saracine e barbaresche,/ lotte senza quartiere tra feudatari/ tinsero di rosso vivo i ciottoli rotondi/ e la roccia consumata dal tempo.” Queste parole, unite all’immagine del Castello di Millesimo, fanno parte di quelle espressioni scritte, chiamate dall’autore “prosa ritmata”, che accompagnano le opere sulla pietra che Piero Vado ha esposto in prestigiosi locali quali la Provincia di Savona. L’impressione che si ha davanti alle sue opere, è di trovarsi al cospetto di un’impresa titanica di un artista vero che osserva, studia e lavora senza sosta per condurre la gente e tutti noi a conoscere ed amare le meraviglie ed i capolavori che l’uomo ha costruito in Liguria nel corso dei millenni: dai graffiti e stele antropomorfe dei primordi al periodo romano, paleocristiano, romanico e gotico. Vado, prese le mosse, a suo tempo, dall’Acqua (altra importante realizzazione esposta sempre presso la Provincia di Savona) si è addentrato quindi nella Pietra, nel lavoro dei progenitori del passato al quale fare riferimento per comprendere l’“uomo”, l’essere superiore impegnato a progettare il domani. Il tratto preciso del Maestro, in bianco e nero o a colori, ripercorre la fatica dell’artefice, la solitudine della pietra e di chi, in ogni tempo esce dagli angusti confini dell’odierno. I chiaroscuri e le macchie di colore, le cime ed i colli accennati come i cieli aperti, contribuiscono a stagliare la potenza dell’essere umano mai rappresentato in figura, se si escludono i graffiti della valle delle Meraviglie, la fontana antropomorfa in Valle Stura e le stele celtiche della Lunigiana, ma sempre compiutamente presente nelle architetture. “Sin dall’antichità” scrive Piero Vado” l’uomo ha cercato d’esprimere concretamente le sue idee, i suoi sogni, le sue speranze e anche in senso costruttivo per portare questi concetti oltre il tempo. Adoperò per questo la pietra, materia povera ma in sostanza eterna rispetto alla durata della vita dell’essere umano. Fu così che cominciò rozzamente a graffiare, incidere, tagliare ed infine a scolpire questa materia per realizzare un linguaggio comunicativo o per costruire monumenti destinati ai posteri.”  

RENATA RUSCA ZARGAR