Rosanna 

Balocco Bassetti

 

Categoria  Scrittori

Indirizzo:   Via Loreto Vecchia, 9/1 A  

Città:  17100 Savona

Telefono:  

Cell.:  340  9789568

Sito web:  

Blog, Social Network, ecc.:

http://liberarti.blogspot.com/ 

Link Video:   

E-mail:  rosanna.b@fastwebnet.it

Data adesione:  Febbraio 2004

 

 

Maestra elementare, ha lavorato in qualità di Assistente di Polizia Municipale presso il Comune di Savona. E’ sposata ed ha un figlio. Ha iniziato a scrivere soprattutto racconti. Ma i riconoscimenti, all’inizio, sono arrivati per le poesie, infatti ha vinto il 1° premio al concorso Città di Sassello del 2001 e al concorso Città di Celle Ligure del 2002. Nel 2001 si è classificata al secondo posto al 3^ concorso biennale di poesia “Poeti a Podio” ed una delle sue poesie è stata inoltre pubblicata su piastrella nel Comune di Vado Ligure essendosi classificata quarta al Concorso dell’Associazione Culturale ZACEM “Poesie sulle piastrelle” del 2000. Per la narrativa, nel 1998 e nel 1999, è entrata nella rosa dei 15 premiati al Concorso di narrativa internazionale “Le Alpi del Mare” di Imperia. Nel 1998, si è classificata tredicesima al Concorso Interlingue “Montagne d’Argento” di Aosta. Nel concorso Città di Sassello 2001 ha conseguito il terzo premio.  Nel 2002 si è classificata terza al Concorso Internazionale di Narrativa “Città di Savona” e seconda al Premio Letterario G.C. Abba Città di Cairo Montenotte, mentre nello stesso anno, per la poesia è giunta dodicesima al concorso “Premio Italo Carretto” di Bardineto ed ha ricevuto una segnalazione di merito per una silloge presentata al concorso “Città di Pinerolo”. Per la narrativa, nel 2003 ha conseguito il  secondo premio al Concorso Internazionale di Narrativa “Città di Savona”; ha vinto inoltre il primo premio al concorso “Poetando e raccontando in Valbormida” di Cengio ed al concorso “Città di Celle Ligure”; inoltre ha ricevuto una segnalazione di merito per un racconto al concorso “Parole e immagini” di Mellana di Boves. Sempre nel 2003 per la poesia, è risultata finalista al concorso “Premio Italo Carretto” di Bardineto ed è stata premiata nel concorso indetto dal Comune di Cosseria come “miglior autore della provincia di Savona”; inoltre si è classificata al  primo posto al IV concorso “Poesie sulle piastrelle” di Vado Ligure Sezione Anziani, indetto dall’Associazione ZACEM. Ha conseguito poi un premio speciale Fidapa al Concorso Biennale di Poesia “Poeti a Podio” anno 2003 e si è classificata sesta al Concorso nazionale di Poesia a tema: “Firenze con gli occhi di un poeta” indetto dall’ACSI  di Viareggio, con inserimento della poesia nell’Antologia.

Infine, nell’anno 2004, ha organizzato, come coordinatrice della sezione culturale del Gruppo Sportivo Ricreativo e con l’ausilio di altri colleghi, la mostra collettiva di lavori artistici ed artigianali realizzati dagli agenti di Polizia Municipale della Provincia di Savona, esponendo lavori di ceramica, grafica, découpage ed incisione.

Molti dei suoi racconti e delle sue liriche sono stati inseriti nelle Antologie dei concorsi a cui ha partecipato.  

Nel 2005 si è classificata terza per la narrativa al concorso Zacem "Città di Savona" e al concorso letterario di Cosseria (Sv).

 

 

- vedi anche la rubrica "Quelli del.. Portale. Insieme per vincere!"

 

 


 

Rosanna Balocco Bassetti è ideatrice ed organizzatrice del prestigioso 

 

Concorso Letterario di Poesia e Narrativa "Federica Barbiero" 

 

Per info:   http://www.ilportaledegliartisti.it/barbiero2007.htm 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

TUTTO BENE

 

 

Nadia terminò l'ultima commissione con un sospiro di sollievo. Ora era libera di correre a casa a preparare la cena. Certamente Lauretta la stava aspettando, impaziente di cenare come tutte le sere per poi uscire a raggiungere gli amici. Sua figlia era in un'età difficile: l'età dell'adolescenza, delle ribellioni, l'età in cui si pretende tutto ed i genitori sono solamente dei rompiscatole che non capiscono niente, ma, per il momento, non le aveva ancora dato grossi problemi. A quindici anni si accontentava di uscire qualche sera d'estate, fino alle undici, non di più - su questo punto Nadia era stata categorica - ed incontrare gli altri giovani del rione, che conosceva da quando erano nati, nei giardini sotto casa. Era contenta che Laura non desiderasse andare in discoteca, come purtroppo pretendevano altre ragazze della sua età! Come avrebbe fatto a controllarla, accompagnarla, seguirla, con molta discrezione e senza che lei se ne accorgesse, specialmente ora che Giorgio era lontano per lavoro e lo sarebbe stato per circa tre mesi ancora? Che faticaccia andarla a prendere magari alle due del mattino e poi alzarsi alle sei per recarsi in ufficio! Non avrebbe certo resistito a lungo, ne era certa. Aprì la porta di casa, pensando di sentirsi accogliere dalla musica a tutto volume come ogni sera, invece, stranamente, la casa era silenziosa, fatto salvo per il brusio di una conversazione proveniente dal salotto. "Ospiti?" si chiese e, per un attimo, accarezzò l'idea di un rientro anticipato del marito. Ma le voci erano femminili, quindi si rassegnò. 
"Sorpresa!" esclamò Laura, appena sua madre entrò. 
"Sorpresa!" fece eco la seconda voce femminile.
Alla vista dell'ospite, Nadia vacillò e dovette appoggiarsi alla sedia vicina, tanta quella era realmente una sorpresa! 
"Mamma," la chiamò Laura, preoccupata, "che ti succede? Non stai bene?"
"No, tranquilla, " la rassicurò "solo… non mi aspettavo questa visita."
"Capisco che una sorella che giunge all'improvviso, dopo anni di assenza, possa essere un fatto inaspettato ma, sinceramente, speravo in un'accoglienza migliore." Lidia la guardò con severità.
Nadia la raggiunse e l'abbracciò. "Hai ragione, cara. Ti chiedo scusa, ma rivederti, proprio oggi, senza alcun preavviso… Certo non me lo aspettavo!"
"Ne sono più che convinta!" Replicò la sorella.
"Ma le sorprese non sono finite, mamma!" Annunciò entusiasta Laura. "Zia Lidia è tornata per restare. E' stanca di un lavoro che la porta in giro per il mondo senza punti di riferimento, senza qualcuno da cui tornare; ha deciso di fermarsi e di trovare un'occupazione più tranquilla!"
"E' vero?" Interrogò Nadia, stranamente pallida.
"Certo… non c'è ancora nulla di deciso, perché il lavoro devo ancora trovarlo, ma sono sicura che non sarà difficile! Non ce la faccio più a vagare da un posto all'altro, da un capo all'altro del globo. Dopo anni ininterrotti di voli continui, ho bisogno di un po' di terraferma. Cercherò di farmi assumere come hostess di terra; ormai ho visto e conosciuto fin troppo…"
"Però dovrai raccontarmi tutto. Questa sera invece di uscire…"
"No, signorina, proprio no!" l'interruppe con decisione ed anche con un po' troppa enfasi sua madre. "Immagino che la zia sia troppo stanca questa sera. Avrete tempo domani per parlare."
Poi comunicò alla sorella che, dopo cena, si sarebbe occupata della sua sistemazione per la notte.
Quindi Laura uscì come ogni sera e le due sorelle si scrutarono apertamente. Nadia aveva paura di sapere il perché dell'improvvisa decisione di Lidia. 
"Così hai deciso di tornare e di fermarti, a quanto pare." Osservò.
"Non credevo che ti saresti sorpresa così. Dovevi aspettarti il mio arrivo, prima o poi."
Nadia non sapeva se affrontare la questione direttamente o attendere che sua sorella parlasse per prima. Dopo averla osservata ancora un po', Lidia decise di toglierla dalle spine.
"Il fatto è che non sono tornata solo per cercare un lavoro. Questa è la scusa che ho trovato per Laura. In realtà, ormai ho una situazione lavorativa che mi permette di mantenermi molto bene, senza dover più scappare all'improvviso, abbandonando tutto e tutti. In più ho risparmiato un bel gruzzolo che mi permetterà di trovare una sistemazione tutta mia." Si bloccò alla reazione della sorella.
"Ti dispiace venire al sodo? Che vuoi?" L'interruppe Nadia bruscamente.
"Sai benissimo cosa voglio. Rivoglio Laura, rivoglio mia figlia!"
"Tua figlia! Ed hai il coraggio di dirlo così! Tua figlia!"
"Ti prego, ascoltami…"
"Non c'è nulla che devo ascoltare! Laura ormai è mia figlia! Figlia mia e di Giorgio! Lui… lui l'ha amata e continua ad amarla come fosse figlia sua da quando mi ha sposata! Laura è convinta che mio marito sia suo padre e desidero che la situazione rimanga immutata!"
Disperata, Nadia si prese il viso fra le mani.
"Questo è ciò che desideri tu! Mi dispiace, ma i miei desideri non coincidono con i tuoi. Sono tornata per Laura e non me ne andrò senza lei!"
"Tu sei la persona più egoista che esista sulla terra! Io… io penso di riuscire a sopportarti unicamente perché sei mia sorella! Ti ricordo che è stata tua la decisione di registrarla come mia figlia. Doveva restare un segreto fra te, me e l'ostetrica che ti ha aiutato a partorire che, fra l'altro, è morta lo scorso anno portandoselo nella tomba, questo segreto. Ma non ricordi? Abbiamo fatto tanto per nascondere la tua gravidanza, cambiando perfino città. Ci aiutò perfino il fatto di essere rimaste orfane ed ebbi la fortuna di trovare un lavoro anche se ero una novella madre! Ho fatto i salti mortali per conciliare lavoro e pappe, pannolini e notti in bianco, passate a cullarla quando piangeva per i primi dentini o a disperarmi quando aveva la febbre alta e non sapevo più cosa fare se non pregare e pregare che non le succedesse niente ed augurarmi che i suoi mali passassero a me! Laura ormai è veramente mia figlia. Ed ora ti presenti con questa prepotenza, a stravolgere le nostre vite! Non ti pare un po' troppo facile sparire per tutti questi anni e poi all'improvviso rivolerla per te?" Nadia aveva alzato la voce, benché si fosse ripromessa di mantenere un certo autocontrollo, ma la tensione emotiva durante la cena, finchè Laura non le aveva lasciate sole, era stata così esasperante che ormai non riusciva più a contenersi e la rabbia che sentiva dentro era esplosa con la furia di un uragano. 
"E' vero, è vero, hai ragione." Concordò Lidia "So che hai ragione, ma ci ho pensato molto e ho deciso che non voglio più rinunciare a lei; sento di aver bisogno di rifarmi del tempo perduto. Desidero conoscerla, vivere con lei, seguirla, starle vicino…"
"In poche parole, desideri fare tutto ciò che ho fatto io fino ad ora. Vuoi, con un bel po' di ritardo, esercitare il tuo ruolo di mamma! Desidererei che ricordassi che non erano questi i nostri patti. Quando decidesti di andartene perché eri finalmente stata assunta come hostess, il lavoro che avevi sempre sognato, mi lasciasti Laura, che allora aveva poco più di tre mesi, senza farti problemi e dicendomi che sarei stata una madre migliore di te. Ti chiudesti la porta dietro le spalle e, a parte qualche cartolina e qualche regalino inviato ogni tanto alla "tua nipotina adorata", fino ad oggi non abbiamo più saputo nulla di te! Perdonami se te lo domando, ma questo improvviso istinto materno da cosa nasce?"
"Beh, per la verità ho conosciuto un uomo che mi ha chiesto di sposarlo. Stiamo insieme già da un po' e so che desidererebbe una vera famiglia."
"E allora? Sei giovane, hai poco più di trent'anni. Metti al mondo un altro figlio!"
"Anche tu avresti potuto farne un altro, non ti pare?" 
A quelle parole, Nadia, impallidì.
"Questo non mi avrebbe impedito di amare Laura nello stesso modo e non per questo sarei più disposta a staccarmi da lei."
A Lidia non rimase altro che continuare ad esporre le sue ragioni.
"Beh, comunque, io lo farei anche un altro figlio ma il fatto è che…è che lui non può." 
"Lui non…"
Ci volle un po' di tempo perché Nadia riuscisse a realizzare ciò che aveva dichiarato la sorella. Dal canto suo, Lidia si profuse in spiegazioni, senza farsi pregare: "Vedi, è un pilota molto valido ed apprezzato. Ci siamo conosciuti in volo e da quel momento siamo diventati inseparabili, tanto da decidere di trovare un lavoro più tranquillo e costruirci una famiglia. Vogliamo sposarci e lui vorrebbe anche dei figli, ma sa di essere sterile. Quindi ha cominciato a parlare di adozione, ma io ho pensato…"
"Certo," la interruppe Nadia "tu hai pensato che una figlia bell'e pronta da propinargli l'avevi già! Perché intraprendere la difficile strada dell'adozione, quando lei è lì a vostra disposizione? Ti rendi conto di ciò che vuoi fare? Le nostre vite, tutte, compresa la tua, si stravolgerebbero. Giorgio adora Laura e non ha mai messo in conto il fatto che qualcuno un giorno avrebbe potuto portargliela via! E poi sei così sicura che questo tuo pilota sarebbe contento di questa soluzione? Spero che non gliene avrai già parlato!" 
"Non ancora," osservò Lidia, poco convinta "ma, vedrai, dopo che avremo spiegato loro la situazione, dopo che avremo argomentato i motivi di questa scelta, sono certa che…"
"Che comprenderanno?" continuò la sorella per lei "Mi spieghi come puoi sostenere una simile ragione? Prova a metterti nei loro panni e dimmi come la prenderesti tu."
Lidia rimase silenziosa per un po'. Pareva meditare su quelle parole, mentre Nadia, col cuore in gola ed il fiato sospeso, pregava che qualcuno da lassù la illuminasse. "Mamma" pensò "ti prego, aiutami. Aiutaci!"
Poi sua sorella, con un'alzata di spalle, si riscosse e la guardò: "Sai cosa ti dico?" "Dimmi che te ne vai, senza Laura" pregò silenziosamente Nadia.
"Sarà meglio che vada a dormire. Sono stanchissima; ne riparleremo domani."
"Non sei cambiata per nulla!" pensò Nadia, assentendo con un cenno del capo all'affermazione di Lidia. Benché avesse superato i trent'anni, era rimasta la ragazzina superficiale del periodo in cui aveva deciso, a cuor leggero, di abbandonare la sua bambina. La fermò, prima che si allontanasse. 
"Ti chiedo solo un piacere. Se non cambierai idea, se deciderai di portare via Laura con te, ammesso che lei voglia seguirti, vorrei essere io a parlarle e a spiegarle tutto; prima, però, dalle un po' di tempo, lasciala abituare a te, alla tua compagnia e vicinanza. Almeno, quando saprà la verità, ti avrà conosciuta meglio. Devi considerare che, per lei, tu sei praticamente un'estranea."
"Sì," approvò Lidia "sì, hai ragione. Tutto sommato, sarà più comodo anche per me. Buona notte." Quindi s'avviò verso la camera da letto.
Dal giorno dopo, per Nadia iniziò il più grande calvario della sua vita. Assisteva all'innamoramento di Laura per la zia: una zia che l'accompagnava al cinema, agli spettacoli teatrali, in discoteca, al mare, in gite fuori città alla ricerca di localini caratteristici in cui pranzare. Lidia mostrava a Laura un mondo nuovo e spensierato, del quale la ragazza era sempre più entusiasta. Nadia tornava dopo una giornata di lavoro e preparava la cena, durante la quale non ascoltava altro che discorsi in cui sua figlia parlava esclusivamente di ciò che aveva visto o fatto con Lidia. 
"E poi la zia ha detto questo… ha fatto questo… poi mi ha portata là… è stato fantastico! Vorrei non finisse mai…"
Fu quando Laura pronunciò questa frase che Lidia parlò: "Magari non finirà mai…" e, di fronte allo sguardo interrogativo della ragazza, proseguì: "Magari potrebbe continuare, se io mi fermassi qui per sempre…", poi non aggiunse altro, accorgendosi della disperazione negli occhi della sorella.
"Beh, ne riparleremo…" Lasciò cadere il discorso.
"Ma sarebbe fantastico, zia, se tu rimanessi qui con noi, non ti pare mamma? Che ne dici?">
Nadia si alzò da tavola con la scusa di sparecchiare. 
"Dimentichi che qui con noi vive anche un'altra persona, non credi?" Rispose alla figlia.
"Oh, sono certa che anche papà sarebbe contento di un po' di cambiamenti. La nostra vita, specialmente quando lui non c'è, è così monotona, sempre uguale…".
Si stirò, pigramente: "Sono così stanca! Credo che andrò a dormire. Buonanotte." Si alzò e salutò le due donne con un bacio.
Appena Laura si allontanò, Nadia guardò la sorella.
"Sei sempre decisa?" Al suo cenno affermativo, dichiarò: "Allora, le parlerò domani. E' inutile continuare quest'agonia. Non ne posso più e non so quanto riuscirò ancora a resistere senza scoppiare in lacrime. Non voglio procurarle uno shock ancora maggiore."
"Sì, hai ragione, è meglio così." Rispose la sorella.
Lidia raggiunse il letto e si addormentò all'istante.
Nadia passò la notte a cercare le parole migliori per dire a Laura che lei non era la sua vera madre. Poi avrebbe dovuto preparare anche Giorgio, ma ci avrebbe pensato in seguito. Del resto suo marito, dalle ultime telefonate, aveva capito che qualcosa non andava. 
"Vuoi che torni a casa? Posso chiedere un permesso." Alla sua riposta negativa, aveva ribattuto: "Stai attenta e ricorda che esistono anche gli avvocati!" Lo sapeva anche lei, ma non voleva trasformare la vita di sua figlia in una tribolazione. Forse, chissà, Laura avrebbe deciso di restare con loro. Si rese conto che quella era la sua ultima speranza, ma ciò che l'amareggiava maggiormente era il pensiero di quello che la sua "bambina" avrebbe patito a quella rivelazione.
Il rintocco delle campane della vicina chiesa svegliò Lidia per la prima volta da quando dormiva in casa della sorella. Guardò l'ora: appena le cinque! Si girò, intenzionata a riassopirsi. Poi ricordò che quel mattino Laura avrebbe saputo la verità. Immaginò la ragazza che le si buttava fra le braccia e le diceva quanto era felice di avere una mamma come lei. E lei l'avrebbe contraccambiata, stringendola forte, dicendole quanto era fiera di una figlia così bella, intelligente, brava. Era certa che non avrebbe dovuto spiegarle neppure i motivi del perché l'aveva lasciata. Laura era intelligente, no? Avrebbe capito! Durante quel periodo trascorso insieme, si era affezionata sempre di più a lei e si era resa conto di ciò che aveva perso. Ma si sarebbe rifatta. Non avrebbero più passato un giorno lontane ed era sicura che anche Laura sarebbe stata contenta di quella nuova vita.
Si sedette sul letto ed accese la prima sigaretta della giornata. Quando sua figlia fosse stata con lei, avrebbe smesso con quel brutto vizio. Per un po' continuò a crogiolarsi al pensiero di loro due abbracciate, felici. Poi la verità si fece spazio nella sua mente. Cosa sperava? Laura aveva trascorso con lei momenti belli e divertenti ed era stata felice di quel diversivo portato dalla giovane zia, che aveva poco più del doppio della sua età. Quella zia che lei immaginava sempre solcare i cieli, alla scoperta di paesi nuovi. Ma dirle tutto… portarla dalla felicità e dalla spensieratezza in cui aveva sempre vissuto in un abisso di incertezze. Cosa le avrebbe risposto quando le avesse chiesto del suo vero padre? Che era un ragazzino sbandato, dileguatosi appena saputo che sarebbe diventato padre? Abbandonata da entrambi i genitori! Bella notizia poteva darle! Non era questo che voleva per sua figlia. Sua figlia? Ma poteva considerarla tale? Al di là del legame di sangue che le univa, Laura ormai era solamente figlia di Nadia e Giorgio. Erano stati genitori stupendi e le avevano permesso di diventare una giovane altrettanto stupenda. Pensò al suo futuro marito, al suo dispiacere per non poter avere figli. Lo capiva, ma non poteva, non poteva… Per fortuna non si era ancora lasciata sfuggire nulla!
Di nuovo il rintocco delle campane. Erano già le sette ed era anche l'ora di 
scendere.
Giunse in cucina e la trovò deserta. Si diresse allora verso la camera di Laura, dalla quale sentiva provenire delle voci. Sperando di fare in tempo, spalancò la porta ed entrò risolutamente. Nadia e Laura si girarono sorprese da quell'arrivo inaspettato.
"Oh, sei tu," disse mestamente sua sorella "stavo per dire a Laura che…"
"Ti prego, aspetta, vorrei parlarle io!"
"Ma…"
"Vorrei dirti, anzi, quello che tua madre voleva dirti è che ieri sera noi abbiamo parlato ed io ho preso una decisione." Si sedette sul letto accanto a Laura, mentre Nadia si alzava tormentandosi le mani tremanti.
"Vedi, tesoro, io pensavo proprio di poter cambiare vita; credevo che sarei riuscita a lasciare il mio lavoro e ad adattarmi a qualcosa di più tranquillo, ma… mi sono resa conto in questi giorni, anche se tu in tutti i modi hai cercato di non farmi annoiare, che questa vita non fa per me. Ho bisogno di altre emozioni. Volare mi manca troppo, perciò ho deciso che ripartirò oggi stesso." Lo disse tutto d'un fiato per timore di non riuscire a finire la frase, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. Le sarebbe mancata o come le sarebbe mancata, la sua bambina! Ma sentiva che era giusto così. Non poteva rimediare ad un errore con un errore ancora maggiore!
Laura era rimasta senza parole per un così repentino cambiamento d'idea, allora Lidia l'abbracciò stretta. "Mi mancherai." Le disse, senza lasciarle il tempo di ribattere nulla.
La ragazza contraccambiò l'abbraccio: "Anche tu." Rispose con gli occhi umidi di commozione.
Quindi guardò la sorella e vide nuovamente nel suo sguardo quella serenità che ultimamente era sparita. "Grazie" sussurrò Nadia.
"Però, non vi libererete di me per sempre!" continuò con forzata allegria "Potete star certe che ogni tanto capiterò e poi, verrete tutti e tre al mio matrimonio, spero!"
"Matrimonio?" esultò Laura "Stai per sposarti e non ci hai detto nulla?"
Lidia la prese per mano.
"Vieni ad aiutarmi a fare i bagagli e ti racconto tutto!"
Nadia si sedette sul letto, abbandonandosi finalmente ad un pianto liberatorio. Stentava a credere che sua sorella avesse preso quella decisione. Forse finalmente Lidia era cresciuta anche dentro ed aveva imparato ad amare qualcuno che non fosse solamente se stessa. Squillò il telefono. Sapeva che si trattava di Giorgio. Alzò la cornetta: "Sì, caro. Sono solo un po' raffreddata. Sì, tua figlia è con Lidia; l'aiuta a fare i bagagli. Sì, mia sorella riparte. Certo, va tutto bene ora, proprio tutto bene!"


 
 

LADRI D'AMORE

In silenzio e a poco a poco
è nato quest'amore.
Nutrito da pensieri e voli di fantasia,
da sogni irrealizzabili,
da palpiti del cuore…
ecco, sopravvive!
Elude il passar del tempo,
l'avanzar della vita,
lo sfuggir del presente
e diventa sogno,
anelito di illusione e speranza,
d'incanto e desiderio…
E noi, ladri d'amore,
così ci abbandoniamo al miraggio
soffuso di bellezza,
a visioni intrise di lusinghe,
a emozioni del cuore quasi dimenticate.
Ci nutriamo di baci furtivi,
di abbracci rubati, all'ombra della vita,
sprofondando nella cruda realtà,
in attesa di rinascere,
finalmente liberi, 
in un'esistenza autentica,
tanto agognata da parere irreale!

 

 
 

UNA RUOTA CHE GIRA

Verrà il giorno in cui piangerò davvero
e, dopo quelle lacrime, l'amore non finirà
ma sarà un altro amore.
Sei nato perché ti ho desiderato
                 (oh, quanto!)
e non dimenticherò mai gli istanti di gioia
che mi hai dato.
Non scorderò i tuoi occhietti
chiudersi adagio adagio al canto della ninna-nanna
né le tue braccia tese verso me per un abbraccio.
Ma, nonostante i ricordi raccolti in questo tempo,
nonostante la mia vita sia sempre stata solo tua,
questo amore non é più lo stesso
e non esisterà più,
ormai cancellato dall'egoismo della tua giovinezza.

Un giorno avrai i tuoi figli e capirai.
È una ruota che gira
e anche il tuo cuore 
                (come il mio)
il tuo sconfinato amore per loro,
                (come quello che provo per te),
saranno annientati.

Ti rimarranno i ricordi e la nostalgia
per quei tempi che non potrai più rivivere.

 

 
 

La Casa Editrice "Enrico Folci Editore" ha pubblicato il mio "primo" romanzo intitolato 

"Ogni cosa al suo posto". 

 

 

 

Data la mia enorme soddisfazione per questo successo inatteso, ho chiesto che un euro per ogni copia venduta vada all'AUSER-Filo d'Argento di Savona. 

 

Chi volesse acquistarlo può farlo sul sito www.enricofolcieditore.com  dove può trovare in prima pagina la recensione del mio romanzo. 

 

La presentazione del romanzo è avvenuta con successo di pubblico giovedì 5 febbraio 2009 alle ore 17.00 presso la Sala Rossa del Comune di Savona. 

 

Si ringraziano i convenuti.

 

 
 

EMIGRANTE


Guardò per l'ultima volta il lembo di terra che, mentre la nave si allontanava, si faceva sempre più piccolo, poi si voltò e scese sottocoperta insieme con gli altri. Aveva ancora impresso nella mente il viso di sua madre, rigato dalle lacrime, e la mano che Rosaria agitava in segno di saluto, ancora inconsapevole del fatto che per molti anni, forse, non si sarebbero più visti. 
"Mi raccomando," le aveva detto "bada tu alla nostra mamma, finchè non torno." Lei aveva annuito: "Ma quando torni?" aveva chiesto.
"Presto, spero, il più presto possibile, te lo prometto e tornerò con tanti soldi da potervi comprare tutto ciò che vorrete!"
"Anche Fuffi?" aveva domandato la ragazzina. Fuffi era un coniglietto di pannolenci esposto nella vetrina di un negozio di giocattoli che le piaceva immensamente, ma era anche immensamente caro. A quasi tredici anni Rosaria, che era ancora una bambina, non aveva mai potuto avere il giocattolo che desiderava. Si era sempre dovuta accontentare di ciò che la madre, ingegnosamente, riusciva a fabbricarle ma con i soldi di quel pupazzo potevano mangiare in tre per due giorni. Era roba da ricchi, glielo avevano sempre detto.
"Certo, anche Fuffi." promise Enzino.
"Che bello!" esultò la sorellina.
Enzino aveva baciato Rosaria e stretta a sé la madre in un abbraccio forte, forte, poi era salito su per la passerella. Non si era più mosso dal ponte della nave e non aveva più distolto lo sguardo dai loro visi, quasi ad imprimerli maggiormente nella mente, finchè non li aveva più distinti.
Chissà cosa gli avrebbe riservato quel nuovo mondo di cui si esaltavano le ricchezze! Certo andare a fare il minatore non era il massimo, ma gli avrebbe permesso di guadagnare e di inviare soldi a casa. E poi, se fosse stato fortunato, avrebbe potuto sempre trovare un'occupazione migliore. 
"Purché riesca a combinare qualcosa di buono velocemente, in modo da poter tornare o da far sì che mamma e Rosaria mi raggiungano!" pensò. In cuor suo, però, sapeva che sarebbe stato difficilissimo che sua madre abbandonasse Bagnara, il paese in cui aveva sempre vissuto. Era certo che non si sarebbe decisa neppure per andare da lui, che sentiva già la loro mancanza, anche se non era trascorsa neppure un'ora da quando le aveva lasciate.
Quasi come un'eco ai suoi pensieri, uno degli uomini che si erano imbarcati, domandò: "Chissà se riusciremo a combinare qualcosa di buono? E cosa ci aspetterà in questo nuovo lavoro?"
"Qualunque cosa ci aspetti," disse un altro "la traversata sarà lunga! Tanto vale riposarci ora che possiamo perché quando arriveremo…". Detto ciò, si era sdraiato nella sua cuccetta e dopo poco russava già. Vincenzo lo guardò invidiandolo. Si coricò anche lui, ma non riuscì ad addormentarsi per parecchio tempo. Si arrovellava al pensiero di come sua madre e Rosaria avrebbero potuto tirare avanti. Dopo la morte del marito, Santina si era data da fare offrendosi come sarta e lavandaia. Pensò alle mani arrossate e rovinate dal gran fregare le lenzuola dei "Signori", come chiamava lei le persone benestanti o ricche, nell'acqua gelida del fiume. Rosaria l'aiutava riportando le ceste di indumenti rammendati, lavati e stirati ai loro proprietari e ritirando gli altri capi da pulire. Erano contenitori molto pesanti, a volte, ma la ragazzina era forte anche se non molto robusta; soprattutto, era estremamente tenace e non si arrendeva facilmente. Scoppiava piuttosto, ma riusciva sempre nel suo intento. Ben presto, comunque, avevano dovuto rendersi conto che solamente con quel lavoro ed il ricavato dell'orto, curato a tempo perso prima dal padre ed ora da Vincenzo, non avrebbero potuto tirare avanti. Il ragazzo aveva imparato anche un po' del mestiere del padre che era muratore e, quando era improvvisamente morto, ("Di un colpo." aveva dichiarato il dottore) aveva cercato di farsi assumere al suo posto, ma la ditta per cui lavorava non navigava in buone acque: "Se tuo padre non fosse mancato, forse avrei dovuto lasciarlo a casa." aveva detto il Capo. Da qui era nata la decisione sofferta di emigrare. La stanchezza si fece sentire finalmente e Vincenzo si addormentò con negli occhi, ancora, l'immagine dei visi tristi della madre e della sorella.

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"Mamma, mamma!" chiamò Rosaria, con tutto il fiato che aveva, agitando una lettera sopra alla testa perché la madre la vedesse. Santina alzò lo sguardo dal lenzuolo che stava lavando ed un brivido freddo le corse lungo la schiena. Avrebbe voluto raggiungere la figlia, ma la paura di una brutta notizia la inchiodava al masso su cui era inginocchiata.
"Una lettera, mamma, una lettera di Enzino! Viene dall'America!"
"L'hai aperta?"
"Io… no, ho pensato volessi farlo tu…"
"Quindi non sai che c'è scritto."
"No, mamma, ma la scrittura è la sua, è di Enzino!" affermò con convinzione la ragazzina. Santina si fece il segno della croce e poi, con estrema cautela, quasi avesse timore che quella lettera, così attesa, si potesse distruggere nelle sue mani, l'aprì. 
Estrasse il foglio e, mentre lo spiegava, caddero a terra alcuni biglietti. Rosaria fu veloce a raccoglierli e a metterli in tasca prima che le altre lavandaie notassero di che si trattava. Intanto Santina divorava con gli occhi le parole scritte da quel figlio adorato: "…dopo una traversata di circa quaranta giorni ed una sosta di altrettanti a Ellis Island (forse per timore che portassimo con noi chissà che malattie), abbiamo potuto finalmente scendere dal bastimento e, dopo averci condotti a New York, ci hanno fatto salire su un treno diretto a Monongah, un paese della West Virginia, il cui nome, di origine indiana, significa, pensate un po': Lupo! Qui vi sono delle miniere gestite dalla Fairmount Coal Company. Io lavoro nella numero 6. Non è il massimo e la paga non è molto alta, dieci dollari circa la settimana, da cui devo togliere i soldi per l'affitto di un letto, per mangiare e vestirmi. Per questo non sono riuscito a mandarvi di più, però spero che un po' vi aiutino. Ve ne manderò altri con la prossima lettera. Quando mi risponderete, fatemi sapere se vi sono arrivati. Ho deciso che appena troverò qualcosa di meglio, lascerò questo posto. Non è la mia vita lavorare di notte e dormire di giorno. Ma non preoccupatevi per me, ricordate che vi voglio bene e mi mancate tanto e farò di tutto per tornare il più presto possibile. Cara mamma, ti abbraccio forte. Da' un bacio per me a Rosaria. Il vostro Enzino". Per finire la lettera, a Santina ci era voluta un'infinità di tempo, sia perché leggeva stentatamente, anche se era una delle poche fortunate di quell'epoca che lo sapevano fare, sia perché non riusciva a trattenere le lacrime.
"Cosa dice? Cosa dice, mamma?" la tormentava Rosaria, allora la donna le passò il foglio.
"Oh, povero fratello mio! Chissà quali fatiche deve sopportare!" commentò la ragazza. Sua madre aveva già raccolto gli indumenti lavati e con lei si diresse verso casa. Appena giunte in cucina, Rosaria tolse dalla tasca i biglietti caduti dalla lettera: erano dieci dollari, la paga di una settimana di lavoro di Enzino e all'incirca la paga di un mese di lavoro di un operaio italiano. Santina scoppiò in un pianto dirotto, mentre la ragazzina cercava di consolarla. Quando si fu calmata, la donna fece cenno alla figlia di prendere penna e carta e cominciò a dettarle.
"Scrivi a tuo fratello che non deve privarsi di così tanto. Che noi andiamo avanti bene ugualmente; che i soldi servono a lui perché deve mangiare tanto col lavoro che fa. Scrivigli che ho trovato lavoro a servizio, presso una casa di "Signori" e che stiamo bene…"
"Ma, mamma…"
"Sì, sì, lo so, non è vero. Ma lui deve crederlo, almeno sta tranquillo. Ti prego, Rosaria, scrivi così!"
"Va bene, mamma, va bene, glielo scrivo."
Diligente, la ragazza scrisse ciò che la madre desiderava. Aggiunse che gli volevano bene, che mancava tanto anche a loro, di riguardarsi e di mangiare, come raccomandava la mamma. Gli mandò un bacio e tanti abbracci. Poi sigillò la lettera, scrisse il nome del fratello, l'indirizzo di Monongah e corse ad imbucarla.

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"Certo che è proprio una paga da fame, con tutto il lavoro che facciamo!"
La lamentela era di un certo Giuseppe Angelini, detto Peppe, un emigrante fiorentino. "Non so che darei per cambiar lavoro!"
"A chi lo dici!" rispose Vincenzo.
"Beh, allora perché non andate a Clarksburg?" disse un certo Carlo Poggi, un ligure che era arrivato da poco.
"A Clarksburg?" chiesero in coro i due. 
"E perché?" s'informò ancora Vincenzo.
"Cercano mano d'opera da muratore o carpentiere; quello sì che è un lavoro!"
"Perché non ci vai tu?"
"Perchè non è un lavoro che so fare e vogliono solo persone che qualcosa combinino, non principianti!"
Al mattino, appena uscito dalla miniera, Vincenzo, prima di andare a dormire si recò dal Direttore della Fairmount Coal Company. L'uomo lo squadrò: "Che vuoi?"
"Avrei bisogno di un anticipo sulla paga." chiese in un americano corretto. Tutto quel tempo, perlomeno, gli era servito ad imparare una nuova lingua.
"Di un anticipo? E perché? Siamo quasi a fine settimana…"
"Lo so, avete ragione, ma dovrei fare una spesa…" Visto che l'altro non accennava ad aggiungere nulla, insistette: "Non vi ho mai chiesto niente, prima." Vincenzo sapeva bene che per tanti minatori era diventata un'abitudine chiedere la paga prima della fine della settimana.
"E va bene, Vincent." Era il nome assegnatogli appena aveva messo piede in America. "Solo per questa volta, però."
"Potete starne certo, Direttore."
Coi soldi appena ricevuti, si recò nella camera che divideva con altri tre colleghi. I suoi compagni russavano già. Cercando di non far rumore, raccolse le sue poche cose ed il gruzzolo che aveva messo da parte. Con la paga di quella mattina, gli restavano 168 dollari. Da quando aveva iniziato a lavorare, aveva continuato ad inviare soldi a casa abbastanza regolarmente, cercando anche di risparmiare il più possibile, senza tener conto delle raccomandazioni della madre. Era contento, però, di averlo fatto. Adesso poteva affrontare un viaggio ed una nuova vita con le spalle in parte coperte. Si recò dalla proprietaria e saldò la sua parte di affitto. 
"Te ne vai?" domandò la donna.
"Già." rispose laconicamente.
"E dove…" non fece in tempo a finire la frase che Vincenzo era già fuori in strada diretto verso la ferrovia. Era partito dall'Italia, all'età di quasi diciotto anni, nel luglio del 1905 ed era il 5 dicembre 1907. Aveva fatto il minatore per quasi due anni e mezzo ed era stufo marcio di quella vita. Se non fosse riuscito a farsi assumere come muratore a Clarksburg, avrebbe cercato qualsiasi altro lavoro, ma mai più avrebbe accettato di diventare minatore, mai più, giurò a se stesso.
Nella notte fra il 5 ed il 6 dicembre 1907, nelle miniere n° 6 e n° 8 di Monongah, una serie di esplosioni causarono una vera ecatombe di vite umane. Poiché solamente poco più della metà dei minatori erano registrati, non fu possibile quantificare il numero preciso delle vittime.

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Rosaria tornò dall'ufficio postale con la morte nel cuore. Avevano continuato a ricevere quasi regolarmente notizie di Enzino e le sue lettere contenevano sempre dei dollari, malgrado le suppliche della madre di avere più cura per se stesso. Ora, dall'ufficio postale aveva ritirato una lettera che era ritornata al mittente, l'ultima che gli aveva inviato ed aveva impressa una strana scritta rossa sopra. Era una scritta americana che non capiva cosa volesse dire, ma sentiva che quel "DEAD", scritto in lettere maiuscole, non poteva essere nulla di buono. Avvertiva un groppo in gola al pensiero di doverlo dire alla madre. Anche Santina si sarebbe preoccupata. Era così assorta nei suoi pensieri che non vide neppure Saverio che le veniva incontro.
"A che pensi?" domandò il ragazzo, facendola sobbalzare.
"A questa!" disse lei, mostrandogli la lettera. "Sono andata all'ufficio postale nella speranza di una sua risposta, invece guarda! Non so neppure che significa!" 
"Sinceramente, nemmeno io." rispose Saverio, senza avere il coraggio di dirle che, secondo lui, c'era qualcosa che non andava. Fissò la ragazza negli occhi e, nonostante la preoccupazione per Enzino, non potè non pensare a come era diventata bella. In pochi anni era sbocciata come un fiore. I grandi occhi neri come il carbone ed i capelli così lunghi e ricci, dai riflessi ramati, lo facevano sognare ogni notte. 
Anche Rosaria lo guardava e Saverio non capì se pensava a lui o al fratello, però era certo di una cosa: lei provava i suoi stessi sentimenti.
"Che posso fare? A chi posso chiedere?" si arrovellò la ragazza.
"Al prete!" esclamò Saverio. Improvvisamente si era ricordato della persona più istruita di Bagnara.
"Tu sì che sei in gamba!" gli sorrise Rosaria e, di corsa, si avviò verso la parrocchia.
"Aspettami, vengo con te!" la seguì Saverio.
Don Nino, vedendoli entrare correndo, alzò la mano ed impose subito il silenzio e la calma nella casa di Dio. Poi ascoltò i giovani. Trasalì senza darlo a vedere a quella scritta, ma non disse nulla.
"Vedete Padre," spiegò Rosaria "non ci capisco… non saprei come fare a sapere qualcosa…"
Don Nino le fece cenno di non parlare più. Le prese una mano, perché quella giovane gli faceva un'immensa pena.
"Cercherò di riuscire a sapere qualcosa, ma ci vorrà un po' di tempo…"
"Quello che volete, Padre. Intanto, per ora, non vorrei preoccupare inutilmente mia madre."
"Hai ragione, Rosaria. Per ora è inutile preoccuparla. Anzi lascia a me la lettera, mi servirà per informarmi meglio…Ti saprò dire… ed ora andate, ragazzi, tornate a casa…"
Osservò i due giovani allontanarsi con un senso di malinconia. Anche Enzino non c'era più! Già, lui sapeva bene che significava quella scritta, ma prima di rassegnarsi e dare quella triste notizia a Santina, a quella povera donna che aveva già patito tanto nella vita, avrebbe cercato di avere notizie precise.

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A Clarksburg si stava cercando di edificare un paese da un agglomerato sparso di case tirate su alla meglio dai coloni che vi erano giunti per primi. La prima necessità era quella di costruire una chiesa e poi, naturalmente abitazioni decenti. Vi era un'unica persona che si intendesse un po' di edilizia ed era un certo Bob Martin. Per la verità, in origine il suo cognome era Martini, come il nome era Roberto, ma, anche con il suo consenso, era stato subito americanizzato, cosa che veniva attuata spesso, ma per Bob non era stato un problema anzi, forse aveva pensato di essere più credibile. Ad ogni giovane che si presentava per essere assunto, faceva una serie di domande e, a seconda delle risposte, prendeva o scartava. In effetti erano più quelli che uscivano dal Saloon - dove Bob aveva improvvisato una specie di ufficio - scuotendo la testa con rassegnazione che quelli che avevano una faccia soddisfatta. Vincenzo entrò per ultimo, agitatissimo al pensiero di non riuscire a farsi accettare, ma deciso a non perdere quella battaglia. Del resto il lavoro del padre gli era sempre piaciuto. Bob si dimostrò subito entusiasta delle risposte del ragazzo: "Si vede che hai già avuto qualche esperienza di questo mestiere da come parli!" dichiarò.
"Bene, con te dovrei aver terminato. Domani si attacca! Ti consiglio di cercarti un posto per dormire se non l'hai già trovato."
"Credo che per ora mi sistemerò qui al Saloon, poi vedrò." rispose Vincenzo.
"Qui è un po' caro, sai?"
"Ho qualcosa da parte; poi cercherò un'altra sistemazione. Chissà, magari mi costruirò una casa tutta per me."
"Hai le idee chiare, ragazzo. A proposito come ti chiami e da dove arrivi?"
"Vincenz… Vincent. Mi chiamo Vincent Russo e vengo da Monongah." 
"Ah, facevi il minatore! Ci credo che sei contento di cambiare lavoro…"
In effetti Vincenzo era felice. Il giorno dopo iniziò, con la gioia nel cuore, quella che sarebbe rimasta la sua occupazione per tutta la vita.
Fu all'istante assorbito dalla costruzione dei nuovi edifici e meravigliato dalle novità che trovava in America in confronto all'Italia. Mentre al suo paese si usava il cemento, in America le costruzioni erano prevalentemente di legno. Vincenzo si diede anima e corpo al suo nuovo incarico. Per i primi tempi lavorò quasi ininterrottamente dal mattino alla sera; quando rientrava al Saloon, mangiava un boccone al volo e poi andava direttamente a dormire, sfinito. Non faceva pause neppure la domenica. Infine la chiesa fu terminata. Bob gli disse: "Questa domenica non ci sono scuse, non puoi continuare a lavorare. Dovrai venire in chiesa per forza!" sogghignò l'uomo.
"Verrò, stai pur certo. Se non altro per osservare la faccia dei compaesani quando entreranno nel nostro capolavoro!" I due uomini erano ormai diventati amici, anzi Bob considerava Vincent quasi come un figlio, il figlio maschio che non aveva mai avuto, anche se Amy, la sua unica figliola, aveva un bel caratterino! Era lei a tenere i conti della Martin Building Firm, ad occuparsi delle registrazioni dei dipendenti e delle loro paghe, togliendo al padre molte preoccupazioni.
Vincenzo era già in chiesa quando entrò Bob; teneva sottobraccio la moglie da una parte e la figlia dall'altra. Il giovane vide Amy e ne rimase incantato. Era vestita con un abito elegantissimo. Prima non l'aveva mai vista così: quando si recava al lavoro, indossava un paio di pantaloni sformati ed una giacca da uomo che non rivelavano nulla della sua femminilità. Vincent non usciva a distogliere gli occhi dalle ciocche di capelli biondi che, ribelli, uscivano dal cappellino della ragazza. Poi notò il suo sorriso! E gli occhi azzurri come il cielo d'estate! In un secondo, Vincenzo si innamorò. Anche Amy lo fissò. Da tempo aveva notato quel giovane dalla carnagione scura e dai capelli neri, i cui muscoli delle braccia si vedevano guizzare da sotto la camicia, mentre lavorava.
Vedendo le altre famiglie entrare con lo stupore e la gioia dipinte in volto, Vincenzo pensò a sua madre e a Rosaria e, quando il pastore salì sul pulpito per il saluto ai fedeli, si ricordò anche di Don Nino. Subito avvertì un senso di colpa: da quando era giunto a Clarksburg, non solo non aveva più inviato soldi ma non aveva neppure più scritto, comunicando il suo nuovo recapito! Era diventato veramente un irresponsabile. La colpa era di quel nuovo lavoro che gli piaceva così tanto e che lo aveva impegnato al massimo! "No, la colpa è solo mia!" si accusò. Quasi con stupore si rese conto che erano trascorsi alcuni mesi. "Che penseranno mamma e Rosaria?" si disse. "Devo far avere loro mie notizie al più presto! Appena finita la funzione, scriverò una lettera e manderò anche un bel po' di soldini!" Con la paga che riceveva ora, più alta di quella del minatore, aveva la possibilità di mandare loro più denaro. Si tranquillizzò un po' solamente al pensiero che, avendo Santina trovata un'occupazione a servizio, probabilmente sia lei che Rosaria, se la cavavano abbastanza bene.


"Mamma mia, l'hai scampata bella!" esclamò Bob qualche giorno dopo e, poiché Vincenzo lo guardava con aria interrogativa, continuò: "Non lo sai? Il 6 dicembre dell'anno scorso a Monongah le miniere sono esplose! Ci sono stati un'infinità di morti. Fra l'altro è stato difficilissimo sapere quanti e, soprattutto chi fossero…"
E si era quasi a fine novembre del 1908.
A maggior ragione, Vincenzo si augurò che la sua ultima lettera, spedita pochi giorni prima, giungesse al più presto a destinazione.

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Il 23 dicembre 1908, Don Nino mandò a chiamare Rosaria. La ragazza, presagendo nulla di buono, si fece accompagnare da Saverio. 
"Non ho, purtroppo, buone notizie." esordì il parroco. Rosaria abbassò lo sguardo perché non scorgesse le lacrime che le inondavano gli occhi. Intuiva già da un po' che non avrebbe più rivisto il fratello. Saverio le prese una mano e gliela strinse.
"Il fatto è" continuò Don Nino "che sono riuscito a contattare il Direttore della Fairmount Coal Company, che gestisce le miniere presso cui è andato a lavorare Enzino…" esitò, osservando lo sguardo supplice di Rosaria, poi si fece forza: "A Monongah, lo scorso anno le miniere sono esplose."
La ragazza si lasciò andare ad un pianto dirotto. 
"Non si sa fino ad ora quanti e chi siano i morti, quindi c'è ancora speranza…"
"No, non c'è!" proruppe la giovane "Non c'è più speranza, lo so! Enzino si sarebbe fatto vivo se lo fosse ancora." Continuò a piangere disperatamente fra le braccia di Saverio, che cercava di consolarla, stringendola a sé.
Quando Rosaria si fu un po' calmata, Don Nino proseguì: "Ti è stato insegnato che le vie del Signore sono infinite. Non chiudere una porta se non sei certa che lo sia già. Abbi sempre fede, ragazza mia, non disperare…"
Rosaria cercò di calmarsi; deglutì, poi disse: "Don Nino, io… io non vorrei dare questa notizia a mia madre prima del giorno di Natale. Vorrei che passasse questi giorni di festa nella speranza ed aspettare il prossimo anno. In fin dei conti non è una bugia, solo un'omissione momentanea e poi… avrò fede, chissà!"
"E fai bene!" approvò il parroco "Hai ragione, non è una bugia. Andate in pace e tu," si rivolse a Saverio "stalle vicino, non lasciarla tanto sola, se puoi." Il giovane annuì con convinzione.
Mentre percorrevano la via che conduceva a casa di Rosaria, il ragazzo le cinse le spalle, ancora sussultanti per i singhiozzi.
"Tesoro, calmati o tua madre sospetterà qualcosa oppure, nel migliore dei casi, se la prenderà con me!" Rosaria si calmò un poco e quasi sorrise all'ultima battuta di Saverio, che continuò, seriamente: "Ro, vuoi sposarmi?". Dinanzi all'espressione sconcertata di lei: "Dico sul serio! A febbraio andrò a Torino. Ho trovato lavoro in una fabbrica di automobili…"
"Di che?" domandò la ragazza.
"Di automobili. Si chiama Fabbrica Italiana Automobili Torino. È nata da pochi anni e cercano mano d'opera di tutti i generi. Ciò che non sai te lo insegnano! Mio cugino c'è dallo scorso ottobre. È lui che mi ha trovato il posto. Rosaria, ti prego, non ce lo siamo mai detto, ma io ti amo e credo che anche tu… "
"Sì, Saverio, è vero, ti amo anch'io, ma non posso lasciare mia madre, specialmente ora che…" non riuscì a terminare e a dire "ora che Enzino è morto".
"Portiamo anche lei con noi. Non sarà sola e le daremo dei nipotini a cui badare." replicò Saverio.
"Tu non capisci, lei non verrà mai, mai…" e, detto ciò, si avviò correndo verso casa, lasciando il giovane solo a guardarla mentre si allontanava.

.-.-.-.-.-.

Il matrimonio fra Vincent ed Amy si celebrò il 16 gennaio 1909 e fu uno dei più fastosi, tanto da essere ricordato per anni. Il più felice era Bob che aveva trovato nel genero un figlio, infatti lo ammise come socio nella sua Impresa Edile, la quale da Martin Building Firm diventò Martin & Russo Building Company. Vincent prima del matrimonio aveva costruito la casa dei suoi sogni, aiutato da Amy, che lo aveva subito messo a conoscenza delle sue esigenze. Contrariamente a ciò che lui si aspettava, le priorità della futura moglie furono quelle di prevedere una camera per ogni figlio. Così, quando ne pretese cinque oltre alla loro, Vincenzo domandò, allarmato: "Ma quanti figli vuoi?"
"Sempre che non nascano dei gemelli, sta' tranquillo," rispose le futura sposa "una è per gli ospiti!" Tutti questi preparativi improvvisi, come improvviso era stato l'innamoramento fra Amy e lui, avevano fatto desistere Vincenzo dal proposito di cercare di avvisare in qualche altro modo madre e sorella. "Prima o poi la mia lettera arriverà" si diceva "e mamma e Rosaria si tranquillizzeranno!"
La luna di miele avrebbe dovuto durare un mese, ma già dopo quindici giorni, Vincenzo scalpitava per tornare al lavoro. La moglie, conoscendolo bene, una sera in cui passeggiavano per la strade di Charleston, la capitale del West Virginia, gli disse: "Sento immensamente la mancanza dei miei genitori. Forse penserai che sono ancora una bambina, amore mio, ma se tu fossi d'accordo, anticiperei il rientro a casa, che ne dici?"
Vincenzo che aveva capito il perché di quella proposta, rispose: "Dico che sei la moglie migliore che potessi scegliere!"
Il giorno dopo erano a Clarksbrug e, mentre Amy abbracciava i suoi, Vincenzo osservava angosciato la lettera tornata dall'Italia con sopra scritto in americano ed in italiano: DEAD - MORTA!

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Il 27 dicembre del 1908, Rosaria aveva avuto la tentazione di mostrare a sua madre la lettera con quella terribile scritta e di dirle la verità. Non seppe mai quale fu il motivo che la frenò. Forse la fede di cui aveva parlato Don Nino, forse la speranza che continuava a nutrire dentro di sé: le pareva impossibile che Enzino non ci fosse più! Decise di attendere l'anno nuovo. Se a gennaio del 1909 non fossero giunte altre notizie, avrebbe informato la madre e le avrebbe anche detto della proposta di Saverio, che lei amava e che avrebbe voluto seguire al Nord. "Ti prego, mio Dio, aiutami a convincerla a venire con noi o tutti i miei sogni saranno vani!" pregava, ogni volta in cui si recava in chiesa. 
"Mamma, ti ho preparato un po' di latte caldo, così ti aiuta a dormire."
"Grazie, gioia mia," rispose Santina "se non ci fossi tu, che farei…"
Era la loro conversazione serale, quasi un rituale, in cui Rosaria si prendeva cura della madre e Santina le faceva capire quanto le voleva bene.
Stanche per il lavoro quotidiano - i ruoli si erano invertiti: Rosaria faceva la lavandaia e Santina prendeva e riportava le ceste - si sdraiarono e si addormentarono subito. Verso le cinque e mezza del mattino furono svegliate da un enorme boato! La terra tremava, la casa muoveva tutta! Scesero dal letto e parve loro di camminare su un pavimento di gomma. Rosaria strabuzzò gli occhi: "Mamma!" esclamò, terrorizzata.
"Il terremoto, Rosaria, il terremoto! Scappa, esci, vai via!" ordinò Santina alla figlia.
"Vieni anche tu, mamma, vieni via con me!"
"Non posso subito… Tu va', vai via, presto, io ti raggiungo, raduno un po' di roba per la notte, non si sa mai… prendo i soldi…"
"Lascia stare tutto, anche i soldi, vieni via!" implorò Rosaria, tentando di trascinare la madre fuori di casa. Un altro boato, seguito da un'altra scossa ancora più forte, le fece trasalire entrambe. Santina spinse via da sé la figlia: "Vai, ti dico, esci. Io ci sono già passata, c'è tempo, lasciami prendere qualcosa o non avremo più nulla, più nulla!" osservò la figlia sulla porta, ancora indecisa.
"Vattene!" le urlò. Rosaria scese le scale di corsa, vide la gente atterrita passarle davanti e correre disperatamente verso le colline. Ad un certo punto si sentì afferrare la mano da una forte stretta. Saverio la attirò verso sé. "Mia madre è rimasta laggiù…" tentò di spiegare la ragazza, ma lui la obbligò a seguirlo trascinandola correndo con sé. Con la morte nel cuore, Rosaria non potè far altro. 
Quando tutto fu finito, i pochi che si erano salvati tornarono a vedere ciò che era rimasto di Bagnara: quasi tutte le case erano crollate, le strade erano impraticabili e disseminate di massi e detriti. Rosaria riuscì con difficoltà a trovare la sua casa ormai ridotta ad un cumulo di macerie. Sua madre era là sotto. Perché, perché non era venuta via con lei? Ora sarebbe stata salva! Pensò, piangendo disperatamente. Poi si accorse che anche Saverio piangeva accanto a lei: "Anche i miei…" Non terminò la frase e Rosaria capì che anche i genitori di Saverio non erano riusciti a salvarsi. Si abbracciarono, consolandosi a vicenda.
"Amore mio, non abbiamo più motivo di stare qui, purtroppo." disse Saverio "Sposiamoci e partiamo per Torino!"

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Al suo ritorno dal viaggio di nozze, Vincenzo aveva subito avviato delle ricerche per spiegarsi il motivo di quella lettera, anzi di ciò che vi era scritto. Non era possibile, proprio no, che sua madre fosse morta! E Rosaria? Che fine aveva fatto? Telegrafò in Italia e cercò di mettersi in contatto con Don Nino, ma pareva scomparso anche lui. Non tralasciò nulla e nessun tentativo per venire a conoscenza di ciò che era accaduto. Infine, dopo attese interminabili, arrivò la risposta. La notizia del terremoto lo sconvolse. Pensò a sua madre e a Rosaria intrappolate fra le macerie. Si prese il viso fra le mani, disperato. Come aveva potuto comportarsi così? Non le aveva più cercate per mesi, aveva dato retta solo alla sua felicità, senza più preoccuparsi di loro ed ora… ora non le avrebbe mai più riviste! Amy gli si avvicinò e lo strinse a sé.
"Avevo tanto desiderio di conoscere tua madre e tua sorella." disse. A quelle parole, Vincenzo si lasciò andare ad un pianto liberatorio.
"Tesoro, ormai ci sono io, non preoccuparti, non sarai mai solo!"
Lui contraccambiò l'abbraccio: "Lo so, amore, lo so." rispose, ma non era la stessa cosa. Il suo sogno di tornare in Italia da Santina e da Rosaria, con la moglie e magari anche con un bambino, si era miseramente infranto e, soprattutto, il senso di colpa che provava in quel momento non sarebbe mai scomparso.

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Nell'agosto del 1920, due anni dopo la fine della prima guerra mondiale, Vincenzo decise che era l'ora di far conoscere a suo figlio William Rocco, di dieci anni, così chiamato in onore del bisnonno materno e del nonno paterno e alla sua bimba Emily Rosaria, che a sette anni poteva infine sopportare un lungo viaggio in mare, una parte d'Italia. Coglieva anche l'occasione per recarsi al cimitero e portare finalmente fiori sulle tombe della madre e della sorella. Il dolore per la loro perdita si era un po' attenuato, contrariamente al senso di colpa, specialmente dopo la nascita dei figli, sui quali aveva riversato anche una parte dell'amore che aveva per Rosaria. Vincenzo, però, continuava a sognarle spesso e, stranamente, nei suoi sogni vedeva la sorella ormai donna, come se lei in questi anni avesse continuato a crescere. Sbarcarono a Napoli e visitarono un po' della Campania. Rimasero incantati soprattutto dalla Costiera Amalfitana: "E'così bella da togliere il respiro!" aveva commentato Amy. Infine erano arrivati a Bagnara. Com'era cambiato il suo paese! Qualche casa era ancora semidistrutta, non capì se per il terremoto o per la guerra recente. Tutto sommato, però, era sempre Bagnara. Lasciò Amy con i bambini nell'unica pensione del paese e si recò da solo al cimitero. Acquistò da un banchetto un mazzo di rose bianche per Santina ed uno di rose rosa, le preferite di Rosaria. Non volle chiedere informazioni, certo che avrebbe trovato da solo le loro tombe e non ebbe dubbi quando individuò il campo in cui erano sepolte le vittime del terremoto del 1908. Eccola Santina! La foto la ritraeva molto più giovane di come doveva essere quando era morta. Guardò le date: nata nel 1865 - deceduta nel 1908. Aveva solo quarantatre anni. Chissà quanto sarebbe vissuta ancora se non ci fosse stata quella catastrofe! E come sarebbe stata contenta di conoscere i suoi nipotini ed Amy! Sistemò le rose nel vaso e poi cercò la tomba di Rosaria. Guardò nei pressi quindi, non trovandola, percorse tutto il campo, ma senza esito. Si recò allora dall'addetto al Cimitero e gli chiese notizie. L'uomo consultò un registro: "Qui non risulta nessuna Rosaria Russo." dichiarò. Vincenzo sbiancò in viso. Com'era possibile? Gli avevano detto che erano morte entrambe e allora? L'uomo vedendolo così preoccupato, suggerì: "Perché non prova in chiesa? Lì ci sono altre registrazioni…"
Il parroco non era più Don Nino, scomparso anch'egli durante il terremoto, ma questo nuovo e giovane prete fu disponibilissimo. Controllò e ricontrollò e poi disse, esultante: "Ecco perché non c'è! Qui risulta registrato un matrimonio fra Rosaria Russo e Saverio Re il 16 gennaio 1909!"
Un matrimonio! Rosaria era sopravvissuta al terremoto e si era sposata con quello scricciolo di Saverio, un ragazzetto sempre in movimento che lui ricordava bene. E si erano sposati lo stesso giorno del suo matrimonio! Dio, com'era felice! E dov'era? Dove viveva?
"Non saprei proprio dirglielo, qui non c'è altro, ma in paese è rimasto un vecchio signore, un certo Letterio detto Lillo, scampato al terremoto, uno dei pochi che ricorda tutto di tutti. Ecco tenga, qui c'è scritto il suo indirizzo."

-.-.-.-.-.-

Vincenzo percorreva la via più elegante di Torino, tenendo per mano Emily, mentre il figlio camminava sottobraccio ad Amy.
"Che bello qui, papà," esclamò Willy "quante luci e quanti giocattoli!"
"E' vero, ce ne sono proprio tanti, ma io ne cerco uno in particolare."
"Che cosa cerchi?" chiese Emily con curiosità.
"Un coniglietto… anzi, per essere preciso, un coniglietto di pannolenci."
"Di pannolenci? Ma…" obiettò Amy.
"Sì, Amy, so che non sarà facile trovarlo, ma ci devo provare, poi ti dirò il motivo e capirai." Infine lo vide. Non era uguale al cento per cento a Fuffi, ma gli somigliava molto.

-.-.-.-.-.-

Rosaria sentì il suono del campanello. Chissà chi era a quell'ora di sabato? Erano le otto e mezza, solo lei era alzata. Saverio dormiva un po' di più perché avrebbe avuto il turno di notte e la piccola Santina, di cinque anni, si svegliava solamente quando lei la chiamava. L'avevano attesa per un po' di tempo ma poi era nata una bimba fantastica che non aveva mai fatto perdere un'ora di sonno né a lei né a suo padre. Aprì la porta adagio, cercando di non far rumore, per non svegliare Saverio e si trovò di fronte due sconosciuti, anzi due sconosciuti e due bambini. Tutti elegantemente vestiti, notò. Chissà che volevano? Poi vide un oggetto che l'uomo teneva in mano e che le tese. Lo osservò e sul suo viso si dipinsero le espressioni più disparate: dalla sorpresa, all'incredulità, alla commozione, alla gioia. Alzò lo sguardo a fissare bene lo sconosciuto: "Non è proprio Fuffi, però gli somiglia…" disse lui, con una voce mai dimenticata.
Gli occhi di Rosaria si riempirono di lacrime: "Enzino!" mormorò.

 

 
 
 

 

Batti, piccolo cuore

Come batti, piccolo cuore…
per fortuna, batti forte, forte!
Ti sento e ti vedo attraverso uno schermo
sapendoti dentro di me.
Ad ogni battito del mio
rispondono tanti battiti del tuo cuoricino.
È così piccolo eppur così potente!
Esulto ogni volta in cui lo sento
e resto in trepida attesa…

Ora i nostri due cuori sono uniti 
da un filo invisibile
però io attendo il giorno in cui
sarai fra le mie braccia,
piccolo mio.
Allora non ti potrò più ascoltare
e vedere attraverso uno schermo.
Potrò vederti e stringerti fra le braccia
ed i nostri cuori, seppur separati,
saranno sempre un unico cuore!

 

 
 

 

Neve a Savona

Apro gli occhi e ti vedo sommersa
da una coltre soffice e candida
che par proteggerti come una carezza.

Sei immacolata, cara mia città,
qualche puntino ombroso sulle colline
e nessun altro grigiore.
Si scorge solo un soffice e prezioso tappeto.

Le luci intermittenti
accese ai balconi ad accogliere il Natale
ti fanno luccicare ancor di più.

Mi avventuro in un paesaggio fiabesco e nuovo.
Sembri dipinta da un sagace pittore 
che sa cogliere le tue bellezze con abile mano!
Tutto cambia in quel niveo candore
quasi non ti riconosco: 
la Torretta, "A Campanassa", il Priamar,
e la spiaggia… tutto così bianco,
immacolato e spumeggiante,
così diverso… eppur uguale.

Al calar della sera, le luci tutte accese,
la neve si trasforma in riflettore
e per i miei occhi, colmi di emozione,
tu diventi abbagliante, splendida mia Savona!